ottaviani_02_2011_17

La forma come esperimento o come destino

Alessandro Ottaviani

Linfini sort du hasard, que vous avez nié.

Stéphane Mallarmé, Igitur

Il sette gennaio del 1935, Walter Benjamin, allora a San Remo, scrive ad Adorno. Discutendo degli ostacoli che la scrittura in lingua francese gli frappone, riferendosi al saggio su Johann Jakob Bachofen, allora in elaborazione, scrive:

Per la Francia, dove Bachofen è del tutto ignoto nessuno dei suoi scritti è stato tradotto io devo mettere in primo piano dei dati informativi. Ma proprio evocando questo problema, non voglio dimenticare di esprimerLe, in riferimento alle considerazioni su Klages e Jung, la mia assoluta approvazione per la Sua lettera del 5 dicembre. Proprio nel senso che Lei spiegava, ritengo necessario approfondire la mia conoscenza di Jung. (Benjamin [1978]: 277 = [1995-2000]: V, 14-15)

Nelleconomia del profilo del dotto svizzero lo spazio riservato a Klages, autore ad ogni buon conto sospetto1, risulterà effettivamente cospicuo, dovuto in parte alla posizione che Benjamin gli riconosce in seno alla Bachofen-Renaissance2, equidistante fra la condizione radicalmente esoterica di Alfred Schuler e la riduzione scopertamente nazificata dellaccademico Alfred Bäumler; in parte ad una valutazione non integralmente negativa della sua metafisica:

Au début de cette “découverte” il y a la figure extrêmement curiuese dAlfred Schuler, dont le nom avait peut-être frappé quelques fervents de Stefan George comme destinataire dun poème singulièrment hardi Porta Nigra. Schuler était un petit bonhomme, Suisse comme Bachofen, qui passa presque toute sa vie à Munich. Que cet homme qui na été quune fois à Rome mais dont la connaissance de la Rome antique et la familiarité avec la vie romaine de lantiquité semblent avoir été un prodige, ait été doué dune compréhension hors ligne pour le monde chtonique, cela semble un fait acquis. Et peut-être a-t-on eu raison de dire que ces facultés innées étaient nourries par les forces similaires qui appartiennent à cet endroit de la Bavière. Toujours est-il que Schuler qui na presque rien écrit a été considéré dans le milieu de George comme une autorité divinatoire. […] Avec Klages cette doctrine est sortie de lésotérisme pour faire valoir ses droits auprès de la philosophie ce à quoi Bachofen lui-même neût jamais songé. Dans Eros Cosmogonos Klages trace le systeme naturel et anthropologiques du chtonisme. En réalisant les substances mythiques de la vie, en les arrachant à loubli qui les a frappées, le philosophe savise des “images originaires” (Urbilder). Celles-là tout en se réclamant du monde extérieur sont quand même très différentes des représentations. Cest quaux représentations se mêle lesprit avec ses vues utilitaires et ses prétentions usurpatrices, tandis que limage saddresse exclusivement à lâme qui, en laccueillant de façon purement réceptive, se voit gratifiée de son intelligence symbolique. La philosophie de Klages, tot en étant une philosophie de la durée, ne connait point dévolution créatrice mais uniquement le bercement dun rêve dont les phases ne sont que des reflets nostalgiques dâmes et de formes depuis longtemps révolues. De là sa definition: Les images originaires sont lapparition dâmes du passé. Lexplication du chtonisme que Klages a donnée sécarte de Bachofen précisément par son caractère systématique dont linspiration se révèle dès titre de son ouvrage principal: Lesprit comme adversaire de lâme. Système sans issue du reste et qui se perd dans une prophétie menaçante à ladresse des humains qui se sont laissé égarer par les insinuations de lesprit. Il est vrai que malgré son côte provocant et sinistre cette philosophie est, par la finesse de ses analyses, la profondeur de ces vues et le niveau de ses discussions, infiniment supérieure aux adaptations de Bachofen quont essayées les professeurs officiels du fascisme allemand. Baeumler, par exemple, déclare que seule la métaphysique de Bachofen vaut la peine dêtre relevée, ses recherches préhistoriques comptant dautant moins que même un “ouvrage scientifiquement exact sur les origines de lhumanité… naurait pas grand chose à nous dire”. (Benjamin [1972-1989]: II.1, 229-230)

Il prosieguo della corrispondenza testimonia che Adorno accarezzò lidea che Benjamin potesse svolgere ad un punto di massima chiarezza teorica linconciliabilità fra limmagine dialettica e la Urbild klagesiana e larchetipo di Jung, in un lavoro da compiersi in forma ufficiale per lIstituto. Ciò non avvenne per il dirimente parere negativo di Max Horkheimer. Questo era daltro canto un obiettivo sotterraneo inerente la rilettura di Bachofen, così come la raccolta epistolare Deutsche Menschen, uscita nel 1936 in Svizzera, in cui la lettera proemiale è affidata a Lichtenberg, e dove fra i nomi di Kant, Goethe e del pastore tigurino Pestalozzi, assente è proprio Lavater, il cultore dellars physiognomica, pietista, antisemita, e perciò stesso graditissimo a Klages (sullanti­se­mi­ti­smo di Lavater cfr. Tomasoni [2003]: 18-32).

Per stabilire la radicale disappartenenza dellimmagine dialettica, era necessario ripartire dal goethiano Urphänomen e sottrarlo allabbraccio mortale, a cui lo tenevano avvinte larcaicità di Klages e la stilizzazione fisiognomica di Spengler. Fra i materiali confluiti nel Konvolut N del Passagen-Werk, limmagine dialettica è posta in diretta connessione a Goethe: «Limmagine dialettica è quella forma delloggetto storico che soddisfa le esigenze che Goethe pone per loggetto di unanalisi: mostrare una vera sintesi. Essa è il fenomeno originario della storia» (Benjamin [2002]: I, 532 = [1972-1989]: V.1, 592). Il nesso rimonta ai tempi del Dramma barocco tedesco giusta quella continuità che Benjamin stesso istituisce:

Durante lo studio dell'esposizione simmeliana del concetto di verità in Goethe, mi apparve con molta chiarezza che il mio concetto di origine nel libro sul dramma barocco è una rigorosa e cogente trasposizione di questo fondamentale concetto goethiano dall'ambito della natura a quello della storia. Origine: si tratta del concetto originario trasposto dal contesto pagano della storia a quello ebraico della storia. Ora, nel lavoro sui passages, ho a che fare anche con un'esplorazione dell'origine. Io inseguo, cioè, l'origine delle configurazioni e dei mutamenti dei passages dalla loro comparsa fino al loro declino, e la colgo nei fatti economici. Questi fatti, considerati dal punto di vista della causalità, cioè come cause, non sarebbero affatto un fenomeno originario lo diventano solo in quanto, nel proprio stesso svilupparsi meglio sarebbe detto nel loro disvilupparsi fanno sorgere dal loro seno la serie delle concrete forme storiche dei passages, come la foglia dispiega da sé l'intero regno del mondo vegetale empirico. (Benjamin [2002]: I, 517 = [1972-1989]: V.1, 577)

Nel frammento intitolato Zum verlornen Abschluss der Notiz über die Symbolik in der Erkenntnis, databile fra il 1917 e il 1918, vi è una definizione dellUrphänomen goethiano nei termini di systematisch-symbolischer Begriff (Benjamin [1972-1989]: VI, 38), in cui, a patto ovviamente di non espungere dalla determinazione “sistematica” il riferimento alla quaestio dei “sistemi naturali”, di cui la morfologia goethiana è costitutivamente intrisa, si sarebbe tentati di dire che in Benjamin il confronto con la morfologia goethiana al tempo del Programma della filosofia futura si è configurato individuando un piano di intersezione del tutto allotrio al taglio effettuato da Spengler e da Klages.

Queste pagine intendono situarsi in dialettica complanarità con lambito di studi che in anni recenti ha con sicuro profitto posto il nesso fra Benjamin e la morfologia goethiana ora con le correnti teorie della forma nellambito estetico e storico-artistico3. Più propriamente, lanalisi sarà ristretta alla vicenda dei rapporti istituibili fra Spengler e Benjamin. Stando al dato evenemenziale puro e ad una positiva ricognizione dei loci critici, sarebbe corretto parlare, come già rilevato, di una non-storia. Ciò ovviamente non pregiudica la possibilità di effettuare un confronto, soprattutto se, come si avrà modo di mostrare, questa condizione di apnea potrà essere parzialmente corretta alla luce di una documentazione indiretta, ma assai pertinente.

Se il 1933 è il tempo di un nuovo processo di cristallizzazione, che lemergenza sollecita, lanalisi delle condizioni di relativa fluidità, in cui la materia si conserva, deve compiersi con passi particolarmente felpati. Il tempo, che dal Dramma barocco tedesco si irradia fino alla stesura del saggio su Bachofen, mostra in filigrana una fase di alta tensione su Goethe, significativa non tanto sul piano della elaborazione teorica, sostanzialmente ferma allo stadio fissato nel Dramma, quanto piuttosto come documento di una manifesta esigenza di confrontarsi con alcune fasi in atto della “ricezione” di Goethe. Rimanendo la morfologia il filo tematico, sarà opportuna unanticipazione: si può, credo, ipotizzare che Benjamin fosse consapevole e forse anche osservatore della crescente pervasività con cui, a partire dalla chiusura del primo conflitto mondiale, Goethe fosse sistematicamente invocato a nume tutelare in molti orientamenti della biologia in Germania si pensi alla biologia (e alla psicologia) della Ganzheit (Harrington [1996]). Non vi sono tuttavia indizi probanti di confronti diretti, come accadde per esempio fra Martin Heidegger e Jakob von Uexküll. Benjamin nondimeno volutamente attraversò alcuni fenomeni, ugualmente ben caratterizzati, in cui il sapere biologico entrava in risonanza con altre discipline.

Nel novembre del 1928 pubblicava la recensione di unedizione della Farbenlehre, uscita a Jena per i tipi Eugen Dierdrichs. Il curatore era Hans Wohlbold, un medico-na­tu­ra­lista esponente della scuola teosofica steineriana. Il giudizio è drastico: lintroduzione, che al testo è premessa, viene seccamente bollata come un esempio della qualità «misera» e «malsicura» della scuola (Benjamin [1993]: 218-221 = [1972-1989]: III, 150). Wohlbold non era figura propriamente marginale nellambito delle “devozioni” goethiane. La collana che ospitava il volume godeva di un certo prestigio: due anni prima erano usciti i Morphologische Schriften curati da Wilhelm Troll, botanico di levatura. Inoltre Wohlbold nel 1927 aveva pubblicato sia un saggio, Die Naturerkenntnis im Weltbild Goethes, nellautorevole “Jahrbuch der Goethe-Gesellschaft” (Wohlbold [1927]), sia un agile volume intitolato Mysterienweisheit. Menschheitsentwicklung vom Mythos zum Christentum, che dava conto di una vastità di interessi e curiosità non propriamente scontati, inclusi quei mythologica, su cui lattenzione di Benjamin era assai viva, specialmente in quegli anni, come testimonia la già richiamata lettera a Scholem dellagosto del 1930: «E poi per tutto il viaggio mi sono occupato degli ultima mythologica. Uno di essi, Wirk­lichkeit, Mythos, Erkenntnis di Unger, probabilmente lavrai già visto» (Benjamin [1978]: 186 = [1995-2000]: III, 537).

Il 15 marzo del 1929 Benjamin scrive a Martin Buber: «Dacqué spricht Montag hier und ich hoffe ihn zu hören» (Benjamin [1995-2000]: 3, 451). La conferenza si tiene alla Lessing-Hochschule. Riuscirà ad andarci e ne ricaverà un Referat, pubblicato su «Literarische Welt»4. Ma chi è Edgar Dacqué? Di professione è un paleontologo, anzi uno stimato paleontologo della scuola tedesca. È nato nel 1878 a Neustadt an der Wieinstraße. Si trasferisce a Monaco e studia sotto la guida di Karl von Zittel; si laurea nel 1903; nel 1912 consegue labilitazione e nel 1915 ottiene la cattedra di paleontologia e la direzione del museo annesso. A Monaco concluderà carriera ed esistenza. Perché tanto interesse per un paleontologo? Una prima risposta: Dacqué, come Troll e Adolf Naef, è un esponente della idealistische Morphologie, un orientamento che risale direttamente alla morfologia goethiana (Breidbach [2003]; Meister [2005]; Levit, Meister [2006]). Ma tale tratto, benché suggestivo, presumibilmente non avrebbe attirato Benjamin, se Dacqué si fosse limitato a scrivere opere specialistiche come Vergleichende biologische Formenkunde der fossilen und niederen Tiere del 1921. Al tempo della conferenza, la relativa popolarità extraprofessionale di Dacqué è legata alla pubblicazione di una manciata di libri, in cui ha dato prova di saper «instaura[re] una serie di connessioni con la mitologia, la metafisica e lantropologia filosofica» (Benjamin [1993]: 310 = [1972-1989]: IV.1, 534). Il più noto della serie, e quello che Benjamin avrà avuto presente, era Urwelt, Sage und Menschheit. Nel 1933 Dacqué dava alle stampe un altro capitolo della “saga”, Natur und Erlösung, e, in collaborazione con Arnim Müller e il biologo tomista Hans André, Deutsche Naturanschauung als Deutung des Lebendigen, esempio di una lunga ridda di celebrazioni della scienza germanica. Ma fuori dalla Germania, lastro di Dacqué non si levò più sulleclittica benjaminiana, benché la parabola del paleontologo potesse meritare più prolungato scrutinio, anche per i significativi contesti che intrecciava, fra figure meno note, come Wohlbold stesso, Erich Unger e Oskar Goldberg, così come Leo Frobenius e Oswald Spengler, e Klages e il circolo dei “Cosmici” monacensi.

In Urwelt, Sage und Menschheit le prime tre opere esplicitamente citate sono la seconda serie di Charakterköpfe aus der antike Literatur (Leipzig, 1910) del filologo classico Eduard Schwartz, Der Untergang des Abendlandes di Spengler, e Das Mutterrecht di Bachofen. Del libro spengleriano Dacqué cita un lungo passo del secondo volume, da Pythagoras, Mohammed, Cromwell, terza sezione del capitolo Probleme der Arabischen Kultur, scelto con particolare oculatezza, poiché felicemente riassuntivo dei principali temi dellopera (Dacqué [1928]: 17). Dacqué, che già in Vergleichende biologische Formenkunde del 1921 aveva registrato la presenza di Spengler nel 1921 (cfr. Schröter [1922]: 69 e nota 2), costituisce un ápax fra i biologi. Da loro, come rilevava Manfred Schröter nel suo dettagliato survey del vespaio di polemiche in breve tempo suscitate, non era tornata stranamente alcuna reazione. In Urwelt, Sage und Menschheit Spengler è sparsamente citato e circostanziatamente discusso per la polemica sorta con Leo Frobenius, che in Paideuma aveva sollevato alcune obiezioni alla fisionomizzazione spengleriana delluomo primitivo5.

«La biologia di Dacqué rompe col darwinismo» (Benjamin [1993]: 310 = [1972-1989]: IV.1, 534). Nella lapidarietà con cui esordisce il Referat, lasserzione apre su una vera e propria vertigine di problemi, di cui una sintesi è offerta poche battute dopo:

Il conferenziere non crede a un albero genealogico. Una vera affinità filogenetica è emersa solo nellambito di determinati gruppi. Egli appare incline allidea che la natura proceda per salti, che essa, dopo una serie di tentativi con certe forme animali, allimprovviso, da qualche parte, possa passare a forme superiori, cioè più finemente organizzate, più adattate, di tipo esteriormente analogo, senza che fra le prime e le ultime ci sia un rapporto di discendenza. Egli non vede alcun albero genealogico unitario, ma solo una quantità di «cespugli» isolati. (Benjamin [1993]: 310, 312= [1972-1989]: IV.1, 534-535)

Le due citazioni individuano larea su cui insiste la risonanza profonda fra la biologia metafisica di Dacqué e la metafisica biologica di Spengler. Sarà utile, proprio per fornire una descrizione di quellarea, riferirsi direttamente a Spengler:

Limmagine che abbiamo della storia della crosta terrestre e degli esseri viventi è tuttora dominata da concezioni che il pensiero inglese di civilizzazione ha desunte, a partir dal periodo dellilluminismo, da abitudini della vita inglese. La teoria geologica «flemmatica» di Lyell circa la formazione degli strati geologici e quella biologistica di Darwin circa lorigine delle specie non sono effettivamente che dei riflessi dellevoluzione sociale della stessa Inghilterra. Al posto di quelle catastrofi e di quelle metamorfosi imprevedibili a cui avevano pensato il grande Leopold von Buch e Cuvier, essa hanno messo una evoluzione regolare svolgentesi attraverso lunghi strati di tempo, riconoscendo come cause soltanto quelle scientificamente accertabili e, più propriamente, soltanto le cause finalistiche meccaniche. [...] Il diciannovesimo secolo ha inteso per «evoluzione» un progresso nel senso di un crescente adattamento finalistico della vita. Leibniz nella sua Protagäa (1691), opera di alto significato, basandosi sugli studi da lui fatti nelle miniere argentifere dellHarz, tracciò una storia delle origini del tutto goethiana e lo stesso Goethe per evoluzione intese il realizzarsi sempre più perfetto della forma. Fra il concetto goethiano della perfezione della forma e quello darwiniano di evoluzione vi è la stessa antitesi che esiste fra destino e casualità, ma altresì fra pensiero tedesco e pensiero inglese e, infine, fra storia tedesca e storia inglese. (Spengler [2008]: 693 = [1989]: 569)

Leffetto della contrapposizione fra nazione tedesca e inglese è già insediato nel ritratto della teoria di Darwin, che difficilmente sarebbe potuto riuscire meno somigliante6. A provocare lo stridore più acuto è proprio linsistita assimilazione ad una teorica finalistico-meccanicistica. Spengler, va rilevato, altro non fa che restituire il succo di una diuturna aberrazione, pressoché coestesa al Fortleben darwiniano nei diversi contesti nazionali. In Germania il processo di diffusione delle tesi darwiniane si identificò per larga parte con la ricodifica compiuta da un canto da Carl Gegenbaur e Ernst Haeckel, dal­laltro dalla Entwicklungsmechanik der Organismen di Wilhelm Roux (cfr. Nyhart [1995]; Di Gregorio [2005]; Richards [2009]). Spengler reagisce sia a Roux sia, con veemenza pari alla sua straordinaria fortuna, al monismo di Haeckel, in cui le teorie del naturalista inglese, ingrediente certo determinante, subiscono una profonda osmosi con la tradizione morfologica (da Goethe a Lorenz Oken, fino al britannico Richard Owen). Percorrendo questo binario, Haeckel curva la teoria darwiniana, incentrata sulla cernita operata dallambiente sulle modificazioni fortuite, alla dimensione inedita, ad un tempo normativa e predittiva, del biogenetisches Grundgesetz, ovvero la nota teoria della ricapitolazione della filogenesi nellontogenesi, che Haeckel trapiantava dalla tradizione morfologica predarwiniana della Naturphilosophie (cfr. Gould [1977]; Rasmussen [1991]). Fungendo la legge da filo dArianna, il biologo tedesco stringeva in un plesso unico il gradualismo filetico e il monofiletismo assoluto, riuscendo a conferire al processo di trasformazione dei viventi un grado di compattezza inconsueto per lantigrafo darwiniano.

Quando Spengler frequenta luniversità, il monismo haeckeliano e la Entwicklungs­mechanik der Organismen sono decisamente in panne: si è anzi in piena “eclissi del darwinismo”, sotto lazione, separata e diversamente congiunta, delle teorie neolamarckiana, mutazionistica ed ortogenetica. Ma si sta levando anche lastro nascente del mendelismo e della genetica, che, muovendo da una comune opposizione al darwinismo, stravolgerà il paesaggio, accelerando lestinzione del neolamarckismo, incorporando il mutazionismo e alleandosi per un tratto con lortogenesi7. Nel telegrafico profilo autobiografico posto in fine alla tesi dottorale su Eraclito (Spengler [1904]: p.n.n. [ma 53]) Spengler fornisce un elenco dei professori, divisi in tre fasce corrispondenti alle sedi della peregrinatio academica, Halle, Monaco e Berlino. Limitando lo scrutinio alle discipline naturalistiche, per Halle sono registrati Otto Paul Luedecke, mineralogista e cristallografo; Karl Freiherr von Fritsch, ormai a fine carriera, ma stimato geologo, noto per le ricerche sulla geologia delle isole Canarie, autore di una Allgemeine Geologie (1888) curata da Friedrich Ratzel; il chimico Jakob Volhard, lo zoologo Hermann Grenacher e il botanico Georg Klebs; per Berlino Wilhelm von Branca (o Branco) geologo, paleontologo ed esperto vulcanologo; a Monaco Kurt Göbel, docente di botanica, e Richard Hertwig, professore di zoologia, fratello dellaltrettanto celebre Oskar, docente di anatomia a Berlino, presumibilmente ben noto a Spengler. I nomi sono uno spaccato della reazione in atto: Göbel, partito da posizioni blandamente critiche, succedendo a Monaco sulla cattedra di Carl von Nägeli, passerà, come documenta Einleitung in die experimentelle Morphologie der Pflanzen (1908), ad un netto dissenso nei confronti della darwiniana selezione naturale. Uguale parabola compie Hertwig, in un crescendo culminante nella Einleitung a Die Abstammungslehre (1911) un volume a più voci (in dettaglio Othenio Abel, Richard Goldschmidt, Richard Semon, Franz Dolflein, August Barauer, Paul Kammerer, Otto Maas, Hermann Klaatsch, Karl Giesenhagen, Edgar Dacqué), inteso a salmodiare il De profundis della haeckeliana Deszendenztheorie.

In quegli anni di formazione universitaria tramite Göbel o Klebs, che ne discuteva in Willkürliche Entwickelungsänderung bei Pflanzen (1903), Spengler poté entrare in contatto con la teoria mutazionistica del botanico olandese Hugo de Vries:

La prima dimostrazione del fatto che le forme fondamentali del regno vegetale ed animale non si sono «evolute» ma sono apparse dun tratto, lha data H. de Vries sin dal 1886, con la sua teoria delle mutazioni. Usando la lingua di Goethe si può dire così: noi vediamo come una forma impressa si sviluppa nei singoli esemplari, non vediamo però come essa si sia determinata per tutta una specie. (Spengler [2008]: 1434, nota 6 = [1989]: 570, nota 1)

Anche qui il “ritratto” non è esente da problemi. Vediamo perché. Quando de Vries cominciò a rendere noti gli esperimenti su Oenothera lamarckia, il fenomeno della brusca comparsa di nuovi caratteri, le variazioni discontinue, era noto e già tematizzato in contesti di aurorale distacco dal gradualismo darwiniano e haeckeliano. Uno dei focolai polemici era rappresentato dalla biologia statunitense: nel 1883 William Keith Brooks pubblicava The Laws of Heredity; nel 1894 William Bateson Materials for the Study of Variations, volto a dimostrare il prevalente valore non-adattativo delle variazioni e il carattere evidentemente discontinuo, “saltatorio”, di quelle più significative. Larga parte dei casi studiati da Bateson rientravano nel perimetro delle mere “fluttuazioni”, mentre per le mutazioni devriesiane potevano assurgere al rango di veri e propri “caratteri”, atti cioè a determinare salti interspecifici. Lolandese riteneva di aver sperimentalmente assodato che la medesima variazione occorresse simultaneamente, determinandosi così fulmineamente unarea «sottospecifica». La simultaneità era un requisito indispensabile per garantire lefficacia della mutazione, altrimenti destinata ad un fatale riallineamento nella media del corredo genetico.

Nel paesaggio spengleriano la teoria mutazionistica resiste e da Untergang des Abendlandes transita in Der Mensch und die Technik del 1931: «Es ist eine innere Wandlung, die plötzlich alle Exemplare einer Gattung ergreift, ohne “Ursache” selbstverständlich, wie alles in der Wirklichkeit. Es ist geheimnisvolle Rhythmus des Wirklichen» (Spengler [1931]: 28). A prescindere dal dato inesatto, poiché la teoria devriesiana non asserisce che lintera popolazione di una specie muti, la sua persistenza potrebbe stupire: infatti, se è vero che la “mutazione” in sé si oppone al gradualismo, per conto de Vries, in diametrale opposizione a Spengler e ai suoi estimatori statunitensi, Bateson e Thomas Hunt Morgan, non espunse mai il meccanismo della selezione darwiniana: riuscendogli però irricevibile la dimensione individualistica, su cui Darwin fondava la dialettica con lambiente, le riservò una sfera di influenza ad un livello tassonomico superiore. Mediante la salvaguardia della selezione darwiniana e negando pervicacemente che il sincronismo nelle mutazioni implicasse una finalismo, de Vries si proponeva di scongiurare la deriva teleologica verso cui inclinava leccessiva sottolineatura del carattere non adattativo dei mutamenti (Vries [1905]: 566-568).

Spengler è invece un granitico sostenitore del carattere assolutamente non adattativo delle mutazioni, come si evince sia da Untergang des Abendlandes sia dai frammenti raccolti in Urfragen: «Lorigine di un organo e la sua utilità sono completamente indipendenti luno dallaltra. Lanimale può servirsi a suo vantaggio di un organo ormai perfezionatosi, ma certo non per questo sorigina lorgano; anzi fintanto che il suo sviluppo non è completo, esso risulta inutile» (Spengler [1971]: 382). In questa affermazione si avverte leco di un dibattito che imperversò in ogni fase della reazione antidarwiniana: come spiegare in termini utilitaristici la simmetria bilaterale oppure la tendenza ad un aumento incontrollato delle dimensioni del soma intero o di strutture peculiari, come ad esempio i palchi dei cervi? O ancora: come conciliare il mutamento radicale di habitat, nei cetacei ad esempio, alla luce di una lenta, graduale modificazione degli organi, durante la quale lanimale era fatalmente atteso ad una illogica condizione di inadattabilità sia allhabitat di partenza che a quello di arrivo? Queste erano le domande che si ponevano soprattutto i paleontologi, sollecitati dalla ricorrenza con cui tali fenomeni erano documentati nellarchivio delle testimonianza fossili. Ernst Koken, docente a Tübingen, nel 1902 in un agile libretto intitolato Palaeontologie und Descendenzlehre, riferendosi al passaggio dalla vita terrestre a quella acquatica dei grandi rettili estinti nel Cretaceo, aveva chiamato in causa lazione di una volontà istintiva o guidata:

Es sind auch wohl schwerlich so viel verschiedene und doch gleichwertige Nüancierung des nützlichsten nebeneinander denkbar, dass wir die verschiedene organisation am Ichthyosaurus, Mosasaurus, Plesiosaurus auf das Wirken der Selektion zurückführen können. Viel näher liegt die Annhame, dass die Tiere von vornherein auf verschiedene Weise sich fortzubewegen suchthe, dass also instinktives oder gerichtetes Wollen in erster Linie dafür verantwortlich ist, wenn die Anpassung bei Ichthyosaurus derart ausfiel, dass ein Hauptteil der Fortbewegung vom Schwanze übernommen wird, wäharend bei Plesiosaurus mehr die Ruder herangezogen und entsprechend ausgestaltet sind. […] Jenes regt die Instinkte, den Willen der Tiere an und zieht die Gewöhnung und damit die Anpassung nach sich, dieses führt zunächst zu einem brutalen Kampfe um die existenz, der für die morphologische Ausbildung viel wenigerbefruchtend wirkt. (Koken [1902]: 18, 33)

Riprendendo la questione a qualche anno di distanza, Karl Diener, docente di paleontologia a Vienna, esprimeva un giudizio assai più cauto: «Dunkel bleiben dagegen die Ursachen, die ein Landtier überhaupt bestimmen konnten, sich dem Leben in Wasser anzupassen und eine neue Lebensweise zu verfolgen, der die Beschaffenheit seines Skelettes noch gar micht entsprach» (Diener [1910]: 138). Sulle cause incombeva una fitta nebbia e la sola volontà, istintiva o guidata che fosse, a cui Koken alludeva, non poteva superare il cumulo di ostacoli che innalzava lAnpassung ad un ambiente tanto ostile alla situazione morfologica e fisiologica di partenza: «Die Erkenntnis der Anpassungserscheinungen ist eine Sache der Erfahrung, aber die Erklärung, wie eine solche Anpassung den Zellgruppen eines komplizierten Organismus möglich wird, gehört bereits in das Gebiet der Metaphysik» (Diener [1910]: 138).

Lo scambio di battute è oltremodo istruttivo, sia per il contesto disciplinare in cui avviene, sia per la cronologia, infine per le implicazioni teoriche che lo determinano. E partiamo dal contesto disciplinare, ovvero la paleontologia. Bisognerà anche qui provare in poche battute a descrivere un fenomeno assai complesso, ma credo basti ricordare che già lo stesso Darwin si trovò a constatare a malincuore che, a dispetto delle attese, larchivio dei fossili suggeriva linsorgenza di un cammino costitutivamente discontinuo e fratturato, «a salti». Lo stesso de Vries notò che la categoria dei fenomeni da lui sperimentalmente indotti su Oenotheria lamarckia presentava una sorprendente analogia con il saltazionismo osservato dai paleontologi, e nel secondo volume della Mutationstheorie citava in proposito la teoria della iterative Artbildung di Koken8, analoga alla teoria delle anastrofi elaborata nello stesso torno di anni da Johann Walther, docente di geologia ad Halle:

Gelegentlich haben Geologen und Paläontologen von einer “Umprägung”, einer “sprungweisen” oder “explosionartigen Entwicklung” gesprochen, um dieselbe Tatsache zu bezeichnen, aber sie verbanden damit die Vorstellung, als ob es sich um eine Ausnahme handle, die den natürlichen Gang erdgeschichtlichen Ereignisse unterbrach. Auch Cuvier kannte ein Bruchstück dieser Tatsachen und nahm zu ihrer Erklärung wiederholte Katastrophen an; aber er legte das Hauptgewicht auf die Vernichtung bestehenden Lebens, während wir vom Standpunkt der Entwicklungslehre das Wesentliche der Erscheinung in der rascheren Umbildung früher lebender Formen zu neur Blüte erblicken. Wir haben zu zeigen versucht, dass jenes rasche Aufblühen, das bald nur eine Gattung, bald eine Familie ergreift, in allen Pflanzen- und Tier-gruppen und in allen Perioden der Erdgeschichte vorgekommen ist, und also eine gesetzmäßige Phase in der organischen Entwicklung bedeutet. Daher wollen wir diese Erscheinung mit einem besonderen Ausdruck als die Anastrophe bezeichnen. (Walther [1908]: 550-551)

Koken era un paleontologo di impostazione pluralista, con una preferenza per il lamarckismo, così come Gustav Steinmann e Otto Jäckel9. La tendenza neolamarckista fra gli anni dieci e venti cedette il passo allortogenesi, a cui aderivano, su posizioni fra loro differenziate, Rudolf Wedekind, Friedrich Freiherr von Huene, Othenio Abel, Edwin Hennig, e i cosiddetti tipostrofisti, fra cui lo stesso Dacqué, Karl Buerlen e Otto Schindewolf. Era lesito di un movimento più stratificato, giacché, al graduale riassorbimento del mutazionismo nella genetica, nel mentre si evidenziava sperimentalmente linsussistenza dellereditarietà dei caratteri acquisiti, perno del lamarckismo, ampi e ragionevolmente auspicabili apparivano invece i margini per adattare i dati sperimentali allortogenesi. In tale direzione sinoltrò Thomas Hunt Morgan già negli anni seguenti la pubblicazione di Evolution and Adaptation del 1903. Tale sintonia cominciò già sul finire degli anni venti a mostrarsi illusoria: le mutazioni, via via che il protocollo sperimentale si perfezionava, risultavano veramente casuali, incoraggiando così fra gli anni trenta e quaranta una ripresa del selezionismo darwiniano, che avrebbe portato alla cosiddetta «Sintesi Moderna». Ma questa è altra storia.

Quando Spengler lavora alla stesura di Untergang des Abendlandes, lalleanza fra mutazionismo e ortogenesi ha già una storia, e per giunta consistente. Leffetto più consistente di questo connubio fu, per ironia della sorte, la rapida dismissione dellappello devriesiano a salvaguardare la selezione darwiniana come antidoto al teleologismo, verso cui lortogenesi inclina naturalmente postulando lesistenza di una preordinata direzionalità del processo trasformativo. Ma anche il modello di interazione individuo/am­biente di ascendenza lamarckiana perdeva aderenza, essendogli contestato il possesso dei requisiti minimi per giustificare la direzionalità in casi di mutamento così radicale delle condizioni di vita, come ad esempio il passaggio dalla terra allacqua o dalla terra allaria. Lo scambio fra i due paleontologi testimonia quanto avanzato sia lin­trec­cio fra ortogenesi e paleontologia, e specialmente in Germania, dove la tradizione ortogenetica si è ritagliata un ruolo tuttaltro che marginale nella reazione al darwinismo e al monismo haeckeliano, già negli ultimi due decenni del secolo precedente, grazie a tre sistemazioni teoriche di notevole rilievo, quella del botanico Carl von Nägeli, e degli zoologi Wilhelm Haacke, coniatore del termine “ortogenesi”, e Theodor Eimer10. Su displuvio di questa doppia alleanza va collocata la ricezione e la persistenza del mutazionismo devriesiano nellorizzonte spengleriano, come daltro canto documenta il contesto in cui cade il richiamo a de Vries nel secondo volume di Untergang des Abendlandes:

Nulla, meglio dei risultati della paleontologia, serve a confutare Darwin. In base ad un semplice calcolo delle probabilità i fossili trovati dovrebbero valerci come prove dassaggio. Ognuno di essi dovrebbe attestarci uno stadio evolutivo distinto. Vi sarebbero solo «forme di transizione», non vi sarebbero dei limiti e quindi nemmeno delle vere specie. Ebbene, noi invece troviamo forme del tutto fisse e invariabili in lunghissimi periodi, forme che non si sono sviluppate per adattamento ma che sono apparse dun tratto nella loro struttura definitiva, che non si trasformano in altre più adatte allambiente ma si fanno invece sempre più rare e infine scompaiono, mentre altre specie, del tutto diverse, si manifestano. A dispiegarsi in una ricchezza sempre maggiore di forme sono le grandi classi e i grandi generi degli esseri viventi, i quali fin dalle origini e senza transizioni sono esistiti nelle loro attuali articolazioni. Fra i pesci, noi vediamo come i numerosi generi dei selaciani con le loro forme semplici stanno dapprima al primo piano della storia naturale, per passare poi a poco a poco in sottoordine quando, coi teleosteri, va gradatamente a predominare una forma più perfetta di pesce; lo stesso si dica per le forme vegetali delle felci e dellequiseto, le ultime specie delle quali oggi stanno quasi scomparendo dal regno perfettamente evoluto delle piante a fiori. Supporre, a tale riguardo, lazione di cause deterministiche e, in genere, visibili, è cosa affatto priva di un fondamento reale. È un destino che ha fatto anzitutto nascere la vita in genere e che ha poi determinato lantitesi sempre più netta fra pianta e animale, che ha formato ogni singolo tipo, ogni specie ed ogni genere. E insieme allessere ogni specie ed ogni tipo hanno ricevuto una certa varia energia della forma in base alla quale questa stessa forma nel corso del suo sviluppo può manifestarsi in modo puro e perfetto ovvero ambiguo e confuso, deviando e dissociandosi in molte sottospecie o varietà. Comunque la vita di questa forma ha un limite, una durata che può essere abbreviata da qualche contingenza, non intervenendo la quale si avrà un naturale invecchiare ed estinguersi della specie e del tipo corrispondente. (Spengler [2008]: 694-695 = [1989]: 570)

Il quadro può veramente essere appeso come scorcio e sintesi di buona parte dei motivi che dominano la letteratura paleontologica del momento, in Germania, e fuori Germania, da Ologenesi (1918) di Daniele Rosa, a The Origin and Evolution of Life (1917) di Henry Fairfield Osborn, da Les Transformations du monde animal (1907) di Charles Depéret a Doctrinas y descubrimientos (1917) di Florentino Ameghino. A ragione dunque Dacqué, scrivendo a Spengler il 14 giugno 1922, si riferiva a questo Abschnitt, definendolo, quasi con sorpresa, «überwältigend klar und “richtig”» (Spengler [1963]: 198). A conferire ulteriore profondità e drammaticità, la «visione paleontologica della natura» fu incline a radicalizzare lopzione poligenista, al punto tale da sostituire lalbero filogenetico haeckeliano con un fascio di rami paralleli, inquadrando la loro irrelazione o come conforme a realtà in ragione di una loro indipendente comparsa o «creazione», o, come prevede la teoria ologenetica di Daniele Rosa, solo apparente, essendosi la biforcazione compiuta nei primordi e in condizioni di consistenza materiale del vivente tale da non poter subire alcun processo di fossilizzazione. Si arriva così a volte a prospettare una sorta di «evoluzione a rovescio». Un caso, peraltro piuttosto “esotico”, di evoluzione a rovescio è quella di Dacqué. Un accenno a tale teoria si trova anche in Benjamin nei primi appunti parigini:

Una teoria veramente singolare in Dacqué: luomo sarebbe un germe. (vi sono forme germinali della natura che si manifestano come embrioni germinati, ma non trasformati). Luomo e le specie animali affini, le scimmie antropomorfe sarebbe in realtà formato nel modo più adeguato, più «umano» nello stato primordiale: nellembrione adulto delluomo e dello scimpanzé (cioè nelluomo e nello scimpanzé adulto) emergerebbero di nuovo tratti animaleschi ma <interrotto>. (Benjamin [2002]: II, 943 = [1972-1989]: V.2, 1031)

Dacqué muove dal postulato metafisico in ragione del quale, discendendo come logicamente impossibile che la forma umana possa derivare da una animale, gerarchicamente inferiore, la creazione del typus umano è posta ab initio mundi in una inverificabile capsula protoplasmatica (Dacqué [1928]: 256 e 77-100; lesposizione dettagliata è nel capitolo intitolato Körpermerkmale des sagenhafte Urmenschen). In Urwelt, Sage un Menschheit Dacqué inserisce una tabella intitolata Entwurf zu einer Tabelle der Menschheitsentwicklung in den erdgeschichtlichen Zeitaltern, dove il primo stadio, denominato Steinkohlenzeit e geologicamente anteriore al Permiano, sarebbe caratterizzato dalla presenza dei cosiddetti horngepanzerten Adamiten, altrimenti detti, ma la definizione è posta interrogativamente, Uradamiten o Skorpionmenschen. Si tratterebbe comunque di una forma anfibia, con cui Dacqué dà prova di una vis imaginativa rispetto alla quale il Raubtier spengleriano quasi impallidisce per convenzionalità (Spengler [1931]: 14-36].

Al di là delle peculiari movenze, si delinea un percorso lungo il quale ciascun raggruppamento animale e vegetale è atteso al fatale conseguimento di una esiziale rigidità cadaverica. Non a caso alla «progressiva riduzione» del dinamismo interno si va associando uninsistita ripresa della metaforica del cristallo come equivalente dello schematismo rigido che si riverbera su ciascuno dei livelli strutturali del vivente. Ne è un esito eloquente Carl von Nägeli: «Damit treten die Organismen in Uebereinstimmung mit den Krystallen, deren Bau ebenfalls im Wesentlichen von den der krystallisirenden Substanz innewohnenden Kräften und nur in unwesentlichen Dingen von des äusseren Umständen abhägt» (Nägeli [1881]: 294); ma si tenga conto che lanalogia, assurta a tópos già a fine Settecento (Stevens [1984]), è potentemente attivata anche da Haeckel e verrà ampiamente tematizzata, per vie diverse, da Giovanni Schiaparelli in Studio comparativo tra le forme organiche materiali e le forme geometriche pure (1898), da Edward Stuart Russell in Form and Function (1916) e da DArcy Thompson in On Growth and Form (1917). La consentaneità di Spengler a questo plesso di motivi è evidente, a partire dalla cosiddetta teoria delle pseudomorfosi, che in calco traduce la versione estrema della fissità e della rigidità dellorganismo, equiparando ogni forma di apertura ad una crisi didentità del sistema stesso (cfr. Cacciatore [2005]: 41-64).

Lindividuazione della rilettura del mutazionismo in chiave ortogenetica è in grado di fornire un parametro utile per precisare ulteriormente la metafisica biologica spengleriana. Bisognerà qui muovere da altre due considerazioni: giacché nella teoria ortogenetica Carl von Nägeli aveva invocato lazione di innewohnende Kräfte:

Nach der Theorie der directen Bewirkung dagegen ist Bau und Function der Organismen in den Hauptzügen eine nothwendige Folge von den der Substanz innewohnenden Kräften und somit unabhängig von äusseren Zufalligkeiten. Auch wenn die klimatischen Veränderungen und die Wanderungen der Organismen in früheren Perioden sich wesentlich anders gestaltet hätten, so mussten die Organisationstufen gerade so, und die Anpassungen konnten nicht viel anders werden, als sie jeztz sind. (Nägeli [1884]: 294)

Giacché Nägeli venne subito accusato di voler resuscitare il fantasma delle qualitates occultae, sia Haacke che Eimer, per reazione polare, traghettarono le cause della direzionalità predeterminata ad un rigoroso e radicale riduzionismo chimico-fisico. Secondariamente, lortogenesi, nel reagire al monismo haeckeliano, non mette mai in discussione il biogenetisches Grudgesetz; gli impone solo un contenimento al raggio di applicazione in conformità con il subentro dei «tipi», fra loro irrelati, al gradualismo filetico, così come accade in Eimer:

Auch die individuelle Entwicklung oder Ontogenie ist ein unter besonderen Bedingungen stattfindendes abgekürztes phylogenetisches Wachsen. Noch heute entiwickeln sich die höchsten Lebewesen aus einfache Zellen, wachsen gewissermassen aus ihnen heran, wiederholen in ihrer Entwicklung der Einzelwesen, der Ontogenie, stattfindende Wiederholung der Stammesgeschichte, der Phylogenie, besteht zugleich in der gedrängten, abgekürzten Vorführung der von der Gesammtheit der Vorfahren des sich entwickelnden Individuum erwerbenen und bis zu ihn vererbten Eigenschaften die Phylogenie ist die mechanische Ursache der Ontogenie. (Eimer [1888-1901]: I, 28)

Nel rapporto fra fenomenologia individuale e tipologica, fra Individuum e Gattung, non solo il parallelismo si mantiene inalterato, ma si presenta in una forma intensificata, recuperandosi in forma perfetta la sovrapponibilità delle tre fasi cruciali della vita (nascita, maturazione e morte). Non a caso in Eimer si registra una viva attenzione per la questione della «individualità»; ma è un tema assai dibattuto fra i biologi, singolarmente sollecitati dai fenomeni della metameria e dellorganizzazione coloniale a rivedere tutti i parametri concettuali installati nella definizione di individuo biologico, in anni in cui il confine fra biologia e la nascente psicologia sperimentale era assai frastagliato.

È quanto meno fuor di dubbio che Spengler trovasse irricevibile lortogenesi nella versione riduzionistica di Haacke ed Eimer. Con un movimento ad essi speculare Spengler ritorna alle «ragioni» di Carl von Nägeli. La visuale subisce una traslazione dalla natura alla storia, la morfologia è ricondotta ad una stilistica fisiognomica, e questultima diviene la superficie lucida ove Spengler può contemplare il cristallo del riduzionismo fisico-chimico dellortogenesi biologica riflesso nella nera silhouette dello Schicksal. Di qui dunque anche quel methodus, che Schröter non esitava a definire «als morphologisch und als physiognomisch» (Schröter [1922]: 81, nota 1), riconducendo la duplicità ad una sorta di endiadi, che a mio avviso va difesa. Lidiografismo spengleriano segna il momento in cui il biologismo tipologico risale al culmine della metafisica dello Schiksal che lo determina: la dicotomia, o contraddizione, che il momento idiografico (fisiognomico) intratterrebbe con quello tipologico (morfologico) può apparire tale solo se non si smaschera il carattere retorico dello sguardo intuitivo, di cui i profili sbalzati sarebbero il frutto, maschera invece della procedura deduttiva da cui discendono11. Passando per Goethe, campione del pensiero tedesco e ispiratore della morfologia anti-meccani­ci­sti­ca, Spengler risaliva alla lezione fisiognomica, tenendo presente soprattutto Lavater, co­me notava sobriamente Otto Neurath già nel 1922 nel suo Anti-Spengler: «La fisiognomica di Spengler, sia dal punto di vista dei contenuti, sia dal punto di vista storico, è imparentata con quella di Lavater» (Neurath [1993]: 77).

Nellottobre del 1928 Benjamin terminava la voce Goethe destinata alla Grande Enciclopedia Sovietica. Fermamente convinto che «[gli] studi scientifico-naturali occupano nel contesto della sua opera quel posto che spesso in artisti minori è occupato dalleste­ti­ca», Benjamin approda alla questione morfologica, dedicandovi due densi commenti:

Il concetto in cui Goethe riassume le proprie scoperte in campo fisico è quello del «fenomeno originario». Esso si formò originariamente nel contesto dei suoi studi botanici e anatomici. Nel 1784 Goethe scopre la formazione morfologica delle ossa craniche, come modificazione delle ossa della colonna vertebrale, un anno più tardi la «metamorfosi delle piante». Con questa denominazione egli intendeva il fatto che tutti gli organi della pianta, dalle radici fino agli stami, sono soltanto trasformazioni della foglia. Così egli perviene al concetto di «pianta originaria», pianta che Schiller nel suo celebre primo colloquio col poeta dichiarò essere un«idea». Mentre Goethe insisteva ad accordarle una certa evidenza sensibile. […] Lo­rientamento filosofico di Goethe va inteso a partire non tanto dalle sue opere poetiche, quanto dai suoi scritti scientifico-naturali. A partire dallilluminazione giovanile consegnata al celebre frammento Natur, Spinoza è rimasto per lui patrono dei suoi studi morfologici. Più tardi essi gli consentirono di misurarsi con Kant. Goethe, mentre resta insensibile al suo capolavoro critico La Critica della ragion pura e del pari alla Critica della ragion pratica letica , nutrì la massima ammirazione per la Critica del Giudizio. Là infatti Kant rigetta lesplicazione teleologica della natura che costituiva un supporto della filosofia dellillumini­smo e del Deismo. Qui Goethe non poteva non consentire con lui, dal momento che le sue stesse ricerche anatomiche e botaniche rappresentavano posizioni assai avanzate nellattac­co della scienza naturale borghese contro quella teleologica. La definizione kantiana del mondo organico come di una finalità il cui scopo si trova, non già al di fuori, bensì allinterno della creatura stessa, corrispondeva invece alle idee di Goethe. Lunità del bello, anche del bello naturale, è sempre indipendente dagli scopi: in ciò Kant e Goethe concordano. (Benjamin [1993]: 186-87, 188-189 = [1972-1989]: II.2, 719, 721)

Il quadro pur conciso è un accessus equilibrato ad una materia così complicata come è la morfologia di Goethe. Sarà utile fornire qualche integrazione. Quando Goethe elabora il concetto di Typus per lanatomia dei vertebrati parallelamente a quello di Urpflanze per la morfologia vegetale, è totalmente immerso e profondamente vincolato ad un preciso contesto. Lambito della filosofia naturale era scosso da un acceso dibattito, in cui si consumò la crisi irreversibile delle tradizionali forme con cui si traducevano i principi di pienezza, di uniformità e di perfezione della natura. Vi è una specola da cui si può osservare con singolare efficacia le fasi di questa vicenda, ovvero le «immagini» della natura, la cui vicenda documenta la definitiva eclissi della scala naturae o «catena degli enti naturali». Ad andare in frantumi sono i principali «requisiti» a cui quella immagine rispondeva appieno, ovvero la declinazione della totalità degli enti unilineare, continua e ascendente, teleologicamente orientata verso il gradino più alto della perfezione del creato, ovvero luomo. In sua vece cominciò a diffondersi la mappa, la cui logica conduceva ad una distribuzione reticolare o labirintica. Sovente chi adottava la mappa muoveva da una visione discontinuista e lo scontro che oppose continuisti e discontinuisti assunse un pathos particolare per le evidenti ricadute sul piano dogmatico, giacché la discontinuità, ove ammessa, metteva in crisi la predicabilità della perfezione del creato, di per sé inammissibile sul piano teologico. La mappa non è però intrinsecamente incompatibile con il principio di continuità, motivo per cui storicamente vi furono diversi naturalisti che la adottarono, tenendo per fermo quel principio (Barsanti [1992]). Ciò peraltro interessa direttamente Goethe, di cui è nota lamicizia e la vicendevole stima con August Johann Batsch, uno dei più influenti esponenti della Abkehr dai sistemi essenzialisti, e che, da convinto continuista, come anche Goethe era, elaborò una Tabula affinitatum esempio di una delle più vertiginosi distribuzioni reticolari della natura (Barsanti [1992]; Polianski [2004], Breidbach [2006]).

Per cogliere adeguatamente la specifica curvatura che la morfologia assume con Goethe si dovrà tenere per fermo due dati macroscopici: il primo è che lo scontro, in tutte le sue differenti configurazioni, fu uno scontro immerso in una visione della natura non evolutiva. Che si ricorresse alla scala o alla mappa, la bidimensionalità dellimmagine non suggeriva alcuna rinuncia, per la semplice ragione che lassenza di profondità sarebbe stata percepita come sacrificata solo se quella profondità, ovvero la dimensione del tempo, fosse stata significativa. Ed invece ancora di fatto non lo è. E ciò non perché la natura sia destoricizzata o de-temporalizzata tout court, ma perché la storia è ancora una «storia naturale», vale a dire è la storia che sulla scorta delle osservazioni compiute e sugli esperimenti condotti si può scrivere su ciascun ente, singolarmente considerato, e non una storia della natura, come avverrà con Lamarck e Darwin12. Lo stesso Buffon, che nel 1778 in Les Époques de la nature propose la scandalosa cifra di 70.000 anni, non intese mai tradurre quello sfondamento allindietro in una teoria evolutiva. La degenerazione, che egli teorizzava, descriveva solo il processo di decadimento indotto dalle mutate condizioni climatiche e ambientale sulloriginario stato di perfezione di ogni singola specie, indipendentemente luna dallaltra. La cosmologia buffoniana non implicava una revisione del concetto di specie, che manteneva inalterato lo statuto di sistema chiuso, sebbene caratterizzato da un grado di elasticità interno, che Buffon, da epigenista, poteva naturalmente incorporare nella sua teoria.

Goethe elabora lUrpflanze e il Typus come modalità dellUrphänomen, inteso a sua volta come medium attraverso cui lidea regolativa di ascendenza kantiana si determina come «congegno metodologico». La contemporaneità, che Benjamin coglie, ha un rilievo preciso, giacché se la concettualizzazione del typus avviene nei termini di uno strumento consapevolmente artificiale, a tale connotazione non si sottrae neanche lUrpflanze13. E basterebbe, pur tenendo conto delle oscillazioni con cui Goethe stesso vi si riferì, il passo del Viaggio in Italia:

La Urpflanze sarà la creatura più meravigliosa del mondo, che la natura stessa mi dovrà invidiare. Con questo modello (Modell) e la sua chiave si possono infatti inventare piante allinfi­nito, che devono essere coerenti, che, benché non esistano, tuttavia potrebbero esistere e non tanto come ombre o parvenze poetiche o pittoriche, quanto in base ad una interna verità o necessità. (Goethe [1993], 359 = [1887-1919]: I.31, 240)

A ragione dunque la Giacomoni, a bilancio di una sequela di disparate interpretazione dellUrphänomenon, afferma doversi piuttosto assimilare al concetto di «invariante», a ciò che al variare degli esperimenti «appare costante»14. A ridosso della pubblicazione di Die Metamorphose der Pflanzen, Goethe tornava a riflettere in Der Versuch als Vermittler von Object und Subject sulle procedure metodologiche adottate. Riferendosi ai Beiträge zur Optik, affermava: «Ho cercato appunto di allineare una serie di esperimenti che confinano e si toccano immediatamente; che anzi, a conoscerli e abbracciarli come (gleichsam) un tutto, rappresentano un solo esperimento, una sola esperienza presentati sotto gli angoli più diversi» (Goethe [1983], p. 131 = [1887-1919]: II.11, 33). Ciò che la strategia compositiva, intesa come realizzata nei Beiträge, era chiamata a restituire era la rappresentazione di quel processo di accerchiamento del fenomeno originario che il ricercatore perseguiva praxis, mediante un progressivo adeguamento del protocollo sperimentale fino alla soglia del cosiddetto «esperimento di ordine superiore» (Erfahrung der höhern Art). Qui Goethe sbozza il piano che dettagliatamente declinerà in Erfahrung und Wissenschaft risalente al 1798, dove il processo viene distinto in tre stadi, «fenomeno empirico», «fenomeno scientifico», «fenomeno puro», la cui determinazione è intercettata con lesperimento di ordine superiore:

Ciò che del nostro lavoro dovremmo illustrare sarebbe dunque: 1. Il fenomeno empirico che ogni uomo percepisce in natura che in seguito, 2. Mediante lesperimento si eleva a fenomeno scientifico, rappresentandolo in circostanze e condizioni diverse da quelle in cui lo si era dapprima conosciuto e in una più o meno felice successione. 3. Il fenomeno puro, come risultato ultimo di tutte le esperienze e di tutti gli esperimenti. Esso non può mai essere isolato, ma si mostra in una serie costante di fenomeni; per rappresentarlo, lo spirito umano determina lempiricamente oscillante, esclude il casuale, isola limpuro, sviluppa lincerto, e scopre lignoto. (Goethe [198], 136 = [1887-1919]: II.11, p. 40)

Mi sembrano difficilmente eludibili le lucide e solide considerazioni di Paolo Giacomoni, quando mette giustamente in guardia contro le ripetute e ricorrenti strologazioni sulleminenza mistica e simbolica del «fenomeno puro», quando con estrema chiarezza qui Goethe sta descrivendo le condizioni di esistenza di un fenomeno che, certo non identificabile con il singolo fatto empirico, è punto di convergenza di un protocollo di sperimentazione multipla e seriale, ovvero «linvariante che il mutare delle condizioni mette in luce, […] lidea generale cui è possibile giungere considerando lo spettro delle variazioni e la sua direzione prevalente» (Giacomoni [1993]: 198).

Daltro canto, pur tenendo conto delle oscillazioni riscontrabili nei pronunciamenti distribuiti in un arco di tempo così ampio, un punto non passibile di ambiguità pertiene la distinzione che Goethe pone fra attività scientifica ed artistica, che per la methodus poggia addirittura su una contrarietà:

Perciò, in campo scientifico va fatto esattamente il contrario di quello che sembra consigliabile allartista; questi ha ragione di non rendere pubblica lopera darte prima che sia compiuta, perché non è facile che altri possa consigliarlo o dargli aiuto, mentre giunto al termine della sua fatica, deve riflettere sul biasimo e la lode, e farne tesoro aggiungendoli alla propria esperienza e preparandosi così a nuove creazioni: nelle scienze invece, conviene rendere pubblica ogni singola esperienza e perfino ogni ipotesi, ed è altamente consigliabile non procedere alla costruzione di un edificio scientifico prima che il piano dellopera e i relativi materiali siano universalmente conosciuti, giudicati e vagliati. (Goethe [1983], 128 = [1887-1919]: II.11, 26)

Non è il caso di cadere nel rischio di promuovere unimmagine esente da chiaroscuri; ciò assodato, tenendo conto dellinestricabile viluppo di ritardi e lucide consapevolezze, in cui si è faticosamente dibattuto Goethe, la netta assunzione della forma pubblica della scienza, rispetto al tópos della segretezza, della conoscenza oracolare, sarebbe motivo di per sé sufficiente a guardare quanto meno con perplessità ai tentativi, anche recenti, di resuscitare la morfologia goethiana negli alambicchi di consumate alchimie interpretative.

In tal senso, non è mio avviso condivisibile il tentativo ricondurre il divaricamento fra la morfologia di Goethe e lars physiognomica di Lavater alla stregua di due momenti polari di una supposta autenticità della tradizione fisiognomica, come fossero il capitolo di una phyisiognomonia perennis, che è categoria quanto meno storicamente vuota15. Riferendosi alla fisiognomica, ciò che si intercetta è la vicenda diacronicamente diffratta, frantumata, discontinua, di un agglomerato disomogeneo di diversi archivi di corrispondenze, che neanche la cosmesi, pur teoricamente raffinata, del trattato pseudoaristotelico è riuscita a mascherare16. Un percorso caratterizzato da un accentuato carsismo, in ragione del quale i punti di risalita storicamente osservabili vanno a coincidere con contesti, ambienti e figure particolari, in cui si sono prodotte le condizioni perché ci si interrogasse sulla possibilità di consolidare epistemicamente questo corpus di competenze. La configurazione, che lars physiognomica ha di volta in volta conseguito, è sempre le­sito di una complessa interazione con i singoli e storicamente determinati orientamenti filosofici e scientifici, con cui si è dovuta confrontare è il caso della medicina astrologica e del corpo dottrinario fisiognomico di Giovan Battista della Porta (Torrini [1990]; Trabucco [2001], Balbiani [2001]). Dopo la fase tardo-rinascimentale, in cui è il medesimo metodo analogico a fungere da membrana semipermeabile fra la fisiognomica e la nascente anatomia comparata animale e vegetale, ogni successivo tentativo di riscattare il corpus fisiognomico, costitutivamente receptum e tralatizio, dalla sua connaturata e ormai irrimediabile fragilità epistemica, ricade sempre più nellancoramento ad un metafisica della natura, finalisticamente ed ontologicamente iperdeterminata, e più la sua procedura si determina come protocollare e deduttiva, tanto più la sua retorica discorsiva si struttura su un grado crescente di superfetazione del motivo dellinsondabi­le intuizione, della veggenza.

Trascorrendo a Lavater, la centralità della dimensione cristologica è il riflesso del fatto che la sua fisiognomica è essenzialmente una fisiognomica del volto umano; al contempo sul piano eminentemente teorico ciò è epifenomenico e derivativo17. Lennesima rivendicazione, che Lavater si carica sulle spalle, della consistenza espistemica della fisiognomica sarebbe riuscita quanto meno risibile, se egli non avesse previamente intercettato una compatibile cornice teorica, filosofica e scientifica, che conferisse a tale petizione una patente di riconoscibilità entro il codice partecipato nellEuropa savante. Tale cornice sarà proprio quel plesso di convincimenti teologici e filosofici che egli vedeva incarnati nel naturalista ginevrino Charles Bonnet, seguace ad un tempo di Leibniz e critico di Kant18. Lavater ne tradusse tempestivamente sia le Recherches philosphique sur les preuves du christianisme, sia Palingénesie Philosophique, provocando la reazione di Moses Mendelssohn, a cui era stata aveva provocatoriamente dedicata la traduzione della prima. Scorrendo i temi elaborati da Bonnet fra il 1755 e il 1764, oltre a ciò che Lavater poteva più facilmente curvare sul piano della dogmatica, si trovano, come già notato (Wyder [1994]: 74-84), anche i due motivi che costituiscono il circostanziato retroterra teologico e scientifico, il principio di continuità unito allarmonia degli enti naturali, che Bonnet formulava risalendo esplicitamente a Leibniz, e la dottrina della preesistenza dei germi: ed è proprio il rapporto che sussiste fra luovo, immesso da Dio nellutero di Eva e la serie completa degli embrioni, in esso implicati, esaustivi di tutte le creature umane previste nel piano di salvezza divino, a fondare la logica per cui il volto di Cristo, implicandoli tutti, può fungere da modello per ogni volto del genere umano.

Ricondurre la differenza sussistente fra la morfologia di Goethe e la fisiognomica di Lavater allattitudine pietista del secondo e al «paganesimo» del primo significa davvero rimanere sulla superficie, benché appariscente, di unopposizione che ha ben altre geografia e batimetria: la matrice spinoziana, il rapporto intenso che Goethe stabilisce con la Critica del giudizio, nellaccordo per un finalismo interno, diametralmente opposto al finalismo e al determinismo lavateriano elementi questi, tutti presenti nella diagnosi benjaminiana e, dato questo altrettanto significativo, ladesione, esente da fanatismi, allepigenismo, la teoria embriologica, che fu propria del campo dei philosophes, da Diderot a Buffon, fatta eccezione per Kaspar Friedrich Wolff, la cui Theoria generationis del 1759 fu peraltro assai stimata da Goethe19. È più che sufficiente per asserire che, pur assecondando il tentativo, del tutto discutibile, di astrarre dalla fisiologia lavateriana il “momento cristologico”, il residuo ottenuto ricadrebbe parimenti lontano dal perimetro teorico della morfologia di Goethe. Non a caso Benjamin nel presentare la vicenda di questo rapporto si limita ad una brevissima indicazione: «Questo viaggio [scil. in Svizzera] fu per lui contrassegnato dallincontro con Lavater. Nella sua fisiognomica, che faceva allora sensazione in Europa, Goethe riconobbe qualcosa della propria visione. Ma la concezione naturalistica di Lavater era troppo legata al pietismo, e più tardi Goethe ne avrebbe preso le distanze» (Benjamin [1993]: 177 = [1972-1989]: II.2, 710). Lallontana­mento dal naturalismo lavateriano, e perciò dalla sua caratterizzazione pietista, muove da uniniziale condizione di sintonia, che Benjamin deve aver ritenuto assai labile, data la laconicità del termine adoperato (etwas). In effetti, sulla scorta di unanalisi, condotta con equilibrio e aderenza alla documentazione (Giacomoni [1993]: 25-46), si può affermare che Goethe sia stato incoraggiato ad una osservazione più attenta del dettaglio e del cangiante rapporto fra la parte e il tutto. Altro non sarebbe sensato azzardare. E Benjamin se ne è guardato bene.

Tornando a Der Versuch von Object und Subjekt, è agevole individuare la “formula” compositiva a cui Goethe voleva concretamente affidare la rappresentazione di quelle­sperimento: è quella invalsa per Die Metamorphose der Pflanzen, da cui Goethe esemplava la Farbenlehre del 1810, punto di confluenza dei citati Beiträge. Il trattato botanico è costruito assemblando centoventitrè aforismi, numerati progressivamente e distribuiti in diciotto sezioni, anchesse progressivamente numerate. Sarà utile rilevare che, nella pur ampia letteratura aforistica, che Goethe poteva pur contemplare, la ricerca del­lexemplar farebbe bene a tener presente, dato il contesto schiettamente botanico, proprio il modello linneano, e in particolar modo la Philosophia botanica e i Fundamenta botanica (entrambi privi, come Die Metamorphose der Pflanzen, di apparati iconografici). Goethe mediante la teoria della metamorfosi voleva offrire uno strumento atto a dipanare con un movimento unico il nodo fra ordine e varietà nella natura, lannoso problema della sistematica. Linneo fu, e non poteva essere altrimenti, un punto di riferimento costante, come eloquentemente attestato in Geschichte meines botanisches Studium:

La Filosofia botanica di Linneo era il mio studio quotidiano; così cercando di assorbire il più possibile della tradizione scritta, io avanzavo nella conoscenza e visione generale della natura. A quale approdo sia giunto, e come un insegnamento così insolito abbia agito su di me, può forse risultare dal corso di queste comunicazioni; per ora mi limiterò a riconoscere che linfluenza maggiore, dopo Shakespeare e Spinoza, mi è venuta da Linneo, e proprio attraverso la posizione polemica alla quale egli mi spingeva. (Goethe [1983], 49-50 = [1887-1919]: II.6, 104, 380)

Nel febbraio del 1823, in una lettera, poi pubblicata nel secondo dei Morphologische Hefte, indirizzata ad Ernst Meyer, docente di botanica a Königsberg, scriveva: «Sistema naturale: unespressione contraddittoria» (Goethe [1983], 144 = [1887-1919]: II.7, 75). Goethe così significava il proprio definitivo divorzio dal grande tema ufficialmente varato nel 1783, con la pubblicazione di Genera plantarum da parte di Antoine-Laurent de Jussieu (cfr. Stevens [1994]), quando cioè lordine del giorno diramato a tutti i naturalisti era quello di giungere alla determinazione di un sistema “naturale”, laddove il prototipo dellartificialità era polemicamente fatto coincidere con il systema naturae di Linneo. Tornava a distanza di anni la fedeltà a Linneo, svolta su accenti inediti:

La natura non ha sistema, essa ha vita, essa è vita e successione da un centro ignoto verso un confine non conoscibile. La contemplazione della natura è perciò senza fine: si può procedere nella sua suddivisione nei più piccoli particolari, oppure seguirne nellinsieme le tracce nelle dimensioni più estese e profonde. Lidea della metamorfosi è un dono che viene dallalto, molto solenne, ma al tempo stesso pericoloso. Esso conduce allassenza di forma; distrugge il sapere, lo disgrega. È simile alla vis centrifuga e si perderebbe nellinfinito se non avesse un contrappeso: voglio dire listinto di specificazione, la tenace capacità di persistere di ciò che una volta è divenuto realtà. È come una vis centripeta che nessuna esteriorità può danneggiare nel suo fondamento più profondo. Si consideri il genere delle eriche. Entrambe le forze operano là contemporaneamente: per questo dovremmo rappresentarle contemporaneamente anche in una prospettiva didattica, cosa che sembra impossibile. Possiamo forse ancora una volta salvarci da questa situazione imbarazzante con un procedimento artificiale. (Goethe [1983], 144 = [1887-1919]: II.7, 75)

La critica ha sovente sottolineato come in vecchiaia Goethe tenda ad accentuare la valenza simbolica dellUrphänomen, quasi ad esorcizzare quello spazio vuoto, e inquie­tante, che si va aprendo allo scollamento fra piano ideale ed empirico che la teoria delle metamorfosi non sembra più in grado di rimarginare. Ma è igienico non calcare troppo su questa accentuazione, prefigurando svolte che ad una più attenta valutazione non ci sono state, come daltro canto conferma il richiamo al künstliches Verfahren in sostanziale continuità con le coordinate metodologiche espresse nel 1792, dove se si osserva linesausta perfettibilità, a cui non può sottrarsi ogni accerchiamento conseguito con il singolo esperimento di ordine superiore, vi scorgiamo, altrimenti alluso, il riferimento a quellincompiuto che la vis centrifuga insedia nella sua rappresentazione mimetica.

Sarebbe perfettamente lecito chiedersi quanto di tutto questo si ravvisi in Spengler. La risposta è: praticamente nulla. E altrettanto prevedibilmente. Se infatti la morfologia è introiettata in una fisiognomica, e questultima è la fisiognomica lavateriana, allora ben si comprende il motivo per cui Spengler fu tra coloro che vollero ravvisare in Goethe una netta ascendenza leibniziana20, giungendo a sostenere, data la rarefazione dei documenti a sostegno di tale tesi, che Goethe ne fosse del tutto inconsapevole:

Leibniz ist der große Lehrmeister Goethes gewesen, obwohl Goethe sich dieses Zusammenhanges nie bewußt wurde und stets den Namen des ihm ganz wesensfremdem Spinoza anrief, wenn er durch den Einfluß Herders oder durch unmittelbare Wahlverwandschaft einen echten Gedanken von Leibniz in seine Anschauungsweise gebracht hatte. (Spengler [1937]: 65)

Ma tale ascendenza è strategica poiché, assimilato alla monade leibniziana, lUrphä­nomen goethiano assume una consistenza ontologica, che in realtà non ha. A scanso di equivoci: Se sarà pur vero asserire che Goethe, ammettendo il principio di continuità, vi rifletta anche la tradizione settecentesca leibniziana-bonnetiana, bisognerà bene tenere, proprio in riferimento alla succitata consistenza ontologica, qui, così come per il concetto di entelechìa, il discorso di Goethe si mantiene sempre sul piano euristico, mai metafisico (Giacomoni [1995]): 54, 58)21. Tale consistenza non pertiene alla monade benjaminiana (Barale [2009]: 122). Quando Benjamin scrive nella Premessa «[m]entre la salvazione dei fenomeni si compie per mezzo delle idee, la rappresentazione delle idee si compie nel medium dellempiria. Poiché si rappresentano non in se stesse, ma solo e unicamente attraverso una coordinazione di elementi cosali nel concetti: ossia in quanto configurazioni di elementi» (Benjamin [1999]: 9: = [1972-1989]: I.1, 214) sembra davvero egli stia recuperando la descrizione di Goethe dellesperimento di ordine superiore. Daltro, canto, come si accennava sopra, Benjamin vi arriva da quel frammento giovanile in cui era riconosciuta nellUrphänomen quella notazione sistematica, che individua un punto di resistenza, di cui spetterà al Dramma barocco tedesco svolgere le implicazioni.

Lo scorcio che va dal 1927 al 1930 si rivela prezioso per sondare la centralità di Goethe su due differenti registri, quello degli interventi “pubblici”, in cui Benjamin si impegna a rifondere i temi già fissati nella Premessa gnoseologica al Dramma barocco tedesco, quello privato e magmatico, qui in larga parte coincidente con la raccolta dei materiali che costituiranno lo strato archegetico del Passagen-Werk, in cui la lezione di Goethe si insedia sul terreno della strategia compositiva: «Formula: costruzione a partire dai fatti. Costruire con la completa eliminazione della teoria. Cosa che solo Goethe ha tentato nei suoi scritti morfologici» (Benjamin [2002]: II, 946 = [1972-1989]: V.2, 1033). Su questo breve appunto diresse la sua attenzione Susan Buck-Morss (Buck-Morrs [1989]: 71-77). La studiosa vi giungeva come effetto di ritorno causato dal felice accostamento istituito fra il noto frammento simmeliano a quello relativo al “montaggio letterario”, migrato nel Passagen-Werk dal medesimo strato archegetico: «Metodo di questo lavoro: montaggio letterario. Non ho nulla da dire. Solo da mostrare. Non sottrarrò nulla di prezioso e non mi approprierò di alcuna espressione ingegnosa. Stracci e rifiuti, invece, ma non per farne linventario, bensì per rendere loro giustizia nell'unico modo possibile: usandoli» (Benjamin [2002]: I, 514 = [1972-1989]: V.1, 574). Dalla sinossi dei due stadi redazionali, si poteva dunque restituire il nesso fra la questione “costruttiva” e la morfologia goethiana ad un grado di esplicitazione che dalla selezione dei materiali migrati nel Passagen-Werk riusciva invece assai meno perspicua. La studiosa americana, che muoveva da una ravvicinata analisi dei rapporti fra Benjamin e Adorno (Buck-Morrs [1977]), giungeva a questo snodo al fine di sostanziare la sua tesi, secondo la quale fra i motivi che contribuirono a mantenere incolmata la distanza, uno debba essere identificato con la incapacità da parte di Adorno di cogliere quel momento costruttivo inerente al progetto benjaminiano (Buck-Morrs [1989]: 77).

Tesaurizzando la traccia di Buck-Morrs, dal frammento “goethiano” dei Primi appunti si può impostare un duplice percorso. Scrivendo a Scholem il 30 gennaio 1928, Benjamin confida lintenzione di riprendere a studiare lebraico. Il frangente è, a suo dire, davvero propizio:

Non appena avrò concluso in un modo o nellaltro il lavoro che attualmente, cautamente e temporaneamente mi occupa: lesperimento molto precario ed estremamente singolare I «passages» di Parigi. Una fantasmagoria dialettica (dal momento che non ho mai scritto con un simile rischio di fallimento), si chiuderà per me un cerchio produttivo quello di Strada a senso unico così come il libro sul dramma barocco chiuse il cerchio degli studi di germanistica. I motivi profani di Strada a senso unico sfileranno qui con un crescendo diabolico. Non posso svelare di più di questa faccenda, perché non ho neppure unidea definitiva dellam­piezza del lavoro. Sarà in ogni caso un lavoro di poche settimane. (Benjamin [2002]: II, 1028-1029 = [1995-2000]: III, 322-323)

La previsione di un rapido assolvimento riposava sulla fedeltà alla «forma ridotta», con cui Benjamin, scrivendo a Sigfried Kracauer nel giugno dellanno precedente, intendeva conformarsi per i lavori in corso, non escluso quel «qualcosa di ancor più sorprendente», di cui non intendeva «rivelare neppure il titolo». Il 10 marzo, con la ragionevole congettura che loggetto in questione sia lo stesso, Benjamin, incalzato da Kracauer, forniva en passant qualche delucidazione, da cui si evinceva in primo luogo che quella previsione era ormai inattendibile: «Mi lasci eludere per oggi la sua cortese domanda circa i Passages. Da quindici giorni mi sono di nuovo portato così a ridosso del lavoro senza scrivere, nel senso stretto del termine che non mi lascia il respiro necessario per fargliene un resoconto. È più che probabile che se dovesse riuscire, solo in Strada a senso unico prenderebbe la forma in essa prevista». Anzi, in altra lettera, inviata a Scholem il giorno seguente, confessava che i «Passages di Parigi», erano divenuti «uno studio» deputato ad «assumere dimensioni molto maggiori di quelle […] previste», per cui così prosegue la lettera «timidamente è in tono il “negozio di francobolli” di Strada a senso unico». Fra accelerazioni e battute darresto, lo studio, come ammesso ancora a Scholem per lettera il 28 ottobre 1931, si era arenato (Benjamin (2002): II, 1027-1028, 1030-1031, 1046 = (1995-2000): III, 263, 342, 345; IV, 61).

A parziale risarcimento, si potevano contare i «prolegomeni» e «paralipomeni», che da quel lavoro erano sbalzati fuori, non ultimo il saggio sul Surrealismo, pubblicato nel 1929 e l«audace Goethe», ovvero la già richiamata voce enciclopedica. Dunque, dato per assodato che loggetto, a cui Benjamin riferisce, si identifichi, fino allo stadio di contingente incompiutezza, con i Primi appunti; e, in secondo luogo, che lequivalenza, cui si riferisce il frammento, coincida con quella che egli intendeva riprodurre, in termini di struttura compositiva, fra Strada a senso unico e i progredenti Passages; ne conseguirebbe che, date le caratteristiche dellunico membro noto, Strada a senso unico, Benjamin deve avere avuto in mente soprattutto Die Metamorphose der Pflanzen come modello in cui Goethe ha effettuato «la scomparsa della teoria». Stando così le cose, allora il trattato botanico si potrebbe allegare come exemplar accanto al surrealismo e alla tradizione emblematistica. Il che ben si accorderebbe con la presenza di Goethe evocata nella posizione quasi proemiale di Vestibül (Benjamin [2006]: 5 = [2009]: 13).

La marcata sottolineatura spinoziana e kantiana del retroterra filosofico della morfologia di Goethe e il giusto contenimento dellinfluenza lavateriana situa Benjamin su un versante radicalmente opposto alla linea leibniziana-lavateriana intrinseca al progetto spen­gleriano, fondata sullinsediamento della logica morfologica e atemporale dellUrphäno­men nel corpo della filogenesi, come anima, forza interna, Schicksal della processualità stessa. Una riprova del fatto che Benjamin deve aver avuto sicuramente presente le implicazioni giunge proprio dal testo del Referat su Dacqué, irto di trabocchetti e di fulminanti sfumature. Ad un primo approccio il lettore ha la sensazione che Benjamin sia ben intenzionato i punti di contatto che gli veniva di istituire fra la morfologia di Dacqué e alcune proposizioni del Dramma barocco tedesco. Nellaffermare che Dacqué «pone una vita che sempre rinnova il suo inizio in forma limitate, numerabili» (Benjamin [1993]: 313 = [1972-1989]; IV.1, 536) come non scorgervi in filigrana i caratteri dellidea?: «Ogni idea è un sole, e il suo rapporto con le altre idee è come un rapporto fra altrettanti soli. Il rapporto armonioso fra queste essenze è la verità. La loro molteplicità denominata è numerabile. Poiché il regime delle essenze è la discontinuità […]» (Benjamin [1999]: 11-12 = [1972-1989]: I.1, 218). Inoltre la contrapposizione fra la morfologia idealistica e la filogenesi di Haeckel è sorprendentemente assimilabile a quella fra la storia letteraria e il trattato di filosofia dellarte, risultando identica e necessitata la funzione svolta dagli estremi, dal momento che sono proprio le aberrazioni, poste ai margini dellarea di distribuzione della serie, a decidere i punti in corrispondenza dei quali il typus, espletando il giro, esprime per intero il suo potenziale morfologico22:

Il dramma barocco, considerato dal punto di vista del trattato di filosofia dellarte, è unidea. Essa si differenzia nel modo più chiaro da quella della storia letteraria nel fatto che nel primo caso è presupposta ununità, mentre nella seconda incombe di dimostrare una molteplicità. Le differenze e gli estremi, che lanalisi storico-letteraria stabilisce e seleziona e relativizza come qualcosa che è in divenire, acquistano nello sviluppo concettuale il rango di energie complementari, e la storia appare soltanto come la frangia colorata di una simultaneità cristallina. Per la filosofia dellarte sono gli estremi ad apparire necessari, mentre virtuale è il corso storico. […] La storia filosofica in quanto scienza dellorigine è la forma che, dagli estremi  più remoti, dagli apparenti eccessi dello sviluppo [Entwicklung], fa emergere la configurazione dellidea in quanto totalità contrassegnata da una possibile coesistenza di quegli opposti. (Benjamin [1999]: pp. 15 e 21 = [1972-1989]: I.1, 215 e 218)

Ma torniamo alla cronaca della conferenza, nel punto in cui Dacqué scorre sulle sue singolari connessioni:

Uno di questi [cespugli], dunque, sarebbe luomo. Luomo, la cui entelechia, la cui forma non sarebbe ancora apparsa nella sua purezza e che si colloca nel regno animale con la grande riserva, per così dire, di non essere mai interamente specializzato; luomo che, per parlare con S. Friedlaender (ma Dacqué non lo cita), si contraddistingue nel regno animale per unanti­chissima «indifferenza creativa», come un asse rotante che, per arrivare allelaborazione della sua pura forma, fa girare lelemento propriamente animale in tutte le direzioni. Questa figura originaria non ancora realizzata sarebbe nondimeno inscritta, in forma simbolica, nel­luomo così come lo conosciamo. Questa prospettiva sfocia, per quanto è dato di capire, in una visione delluomo come fenomeno originario di una serie animale oppure del regno animale tout court? Il profano non può azzardarsi a criticare questa teoria. Certo non potrà nascondere la sua sorpresa, e gli sarà facile obiettare, ad esempio, che noi incontriamo tracce umane soltanto fino agli strati del terziario. (Benjamin [1993]: 312 = [1972-1989]: IV.1, 536)

La taccia di ingenuità, in cui solo un profano incorrerebbe obiettando che i resti umani fossili risalgono al terziario, è volutamente ironica. Benjamin sa che qualsiasi onesto biologo di professione poteva rivolgere a Dacqué tale rilievo, certo di inchiodarlo, se costretto a misurarsi entro i limiti di una serie indagine stratigrafica. La diciottesima delle Tesi sulla filosofia della storia, esordisce rammentando che «[i] miserabili cinquantamila anni dellhomo sapiens, dice un biologo moderno, rappresentano, in rapporto alla storia della vita organica sulla terra, qualcosa come due secondi al termine di una giornata di ventiquattrore. La storia dellumanità civilizzata, riportata su questa scala, occuperebbe inoltre un quinto dellultimo secondo dellultima ora» (Benjamin [1997]: 55)23. Di tutto questo ovviamente è ben conscio anche Dacqué. Però, come ha comunicato proprio a Spengler, fin dal tempo del conflitto mondiale ha in mente di rovesciare il significato scolastico delluomo e della sua antichità geologica:

Dieser neue Band hat mir die klare Formulierung der Tatsachen meiner Spezialwissenschaft gegeben, und ich hoffe, das “nutzbar” zu machen bei einer Arbeit über Menschheit und Erdgeschichte, die seit der Kriegsnot, in der ich steckte, in mir gereift ist. Ich glaube, ich kann Ihrer “mythischen” Zeit tief hinunter in die Urmenscheit nachspüren, und Sie müßten es sich schon gefallen lassen, wen ich Ihnen vielleicht ich weiß es noch nicht sicher schießlich die gemeinsame mythische Grundlage der Menschen aller Kulturen noch nachweise oder wahrscheinlich mache. Das ist der Punkt, in dem ich gerade als Erdgeschichtsforscher von Ihrer Gesamtanschauung differiere, daß nicht jede Kultur ihre eigene mythische Zeit und Geisterwelt, daß sondern sie aus einer gemeinsamen schöpfen, wenn auch die Zeit, in der jede Kultur daraus schöpft, natürlich verschieden ist. Diese gemeinsame Wurzel herauszuarbeiten ist mein “Problem”, an dem ich arbeite und mit dem ich zugleich mich über mein engbegrenztes Fach hinauszuheben, die Schulmeinung vom Menschen und seinem erdgeschichtlichen Alter, das auch Sie viel zu spät datieren, umzustoßen und mich bei jedem “anständigen” Fachmann unmöglich zu machen hoffe. (Spengler [1963]: 1999)

Dacqué compie ciò che il collega Adolf Naef avrebbe definito unincongruità metodologica: ammesso che il typus si riveli utile per stabilire la sequenza storica di una serie fossile, tale compito era logicamente esterno alla morfologia idealistica:

Wir haben der vorstehenden Darstellung die Anschauung zugrunde gelegt, es sei die Vielheit der auftretenden Gestaltungen der Ausdruck eines in der Zeit abgelaufenen Prozesses, nämlich einer Abwandlung der morphologischen Normen. Gegenstand unseres wissenschaftlichen Interesses sind in letzer Linie […] diese Normen selbst. Sie sind aber auch wieder Voraussetzungen gewesen. Die Typen bedeuteten die Grundlage für die Rekonstruktion einzelner Fossilien und die dabei gewonnenen Bilder waren wieder […] die Bestätigung für die Ausgangsvorstellung. So verhält es sich jedenfalls heute, nachdem wir das ganze Gebiet übersehen gelernt haben. (Naef [1922]: 295-296)

In buona sostanza è la medesima obiezione di Benjamin: latto di situarsi nello spazio della Ursprung non implica lo svuotamento dellEntstehung, giacché, come formulato in riferimento a Warburg, non si tratta di «contrapporre al mutamento storico una natura immobile» (Barale [2009]: 112). A ciò mira anche la diabolica allusione al mancato rinvio da parte di Dacqué alla teoria del punto di indifferenza creativa di Salomo Friedländer (Friedländer [2009]). In Der Erzähler Benjamin se ne serve per discutere la forma dellepos e della storiografia:

Ogni analisi di una determinata forma epica deve occuparsi del rapporto in cui essa si trova con la storiografia. Anzi possiamo andare oltre e porci il problema se la storiografia non rappresenti il punto dindifferenza creativa di tutte le forme dellepica. In questo caso la storia scritta starebbe alle forme epiche come la luce bianca ai colori delliride. […] Mnemosyne, colei che ricorda, era per i Greci la musa dellepica. Questo nome riporta losservatore a un bivio della storia universale. Se ciò che è registrato dal ricordo la storiografia rappresenta lindifferenza creativa delle varie forme epiche (come la grande prosa lindifferenza creativa fra le varie misure del verso), allora la forma più antica, lepos, racchiude in sé, in stato per così dire dindifferenza, la narrazione e il romanzo. (Benjamin [1962]: 260, 262 = [1972-1989]: II.2, 451-452)

Seppure emerga con chiarezza che il punto di indifferenza creativo è da Benjamin concettualizzato entro la logica del trattato filosofico, ciò non toglie che

[l]a trasformazione delle forme epiche va pensata compiersi in ritmi paragonabili a quelli della trasformazione che la superficie terrestre ha subito nel corso di migliaia di secoli. Poche forme di comunicazione umana sono cresciute e scomparse più lentamente. Il romanzo, i cui inizi risalgono allantichità, ha avuto bisogno di parecchi secoli prima di incontrare nella borghesia sorgente le condizioni che ne permisero la fioritura. Col sorgere di queste condizioni la narrazione cominciò subito, lentamente, a regredire fra gli arcaismi. (Benjamin [1962]: 252 = [1972-1989]: II.2, 443-444)

Intatte restano le rughe della terra, su cui si è ineludibilmente depositata anche la dimensione filogenetica della storia degli organismi, e delluomo, come testimonia lincipit di Sulla facoltà mimetica:

La natura produce somiglianze. Basta pensare al mimetismo animale. Ma la più alta capacità di produrre somiglianze è propria delluomo. Il dono di scorgere somiglianze, che egli possiede, non è che un resto rudimentale dellobbligo un tempo schiacciante di assimilarsi e condursi in conformità. Egli non possiede forse alcuna funzione superiore che non sia condizionata in modo decisivo dalla facoltà mimetica. Ma questa facoltà ha una storia, e in senso filogenetico come in senso ontogenetico. Per quanto riguarda questo secondo, la sua scuola è per molti versi il gioco. Il gioco infantile è tutto pervaso da condotte mimetiche, e il loro campo non è affatto limitato a ciò che un uomo imita dallaltro. Il bambino non gioca solo a «fare» il commerciante o il maestro, ma anche il mulino a vento e il treno. Quale utile trae propriamente da questa educazione della facoltà mimetica? La risposta presuppone la comprensione del significato filogenetico della facoltà mimetica. Dove non basta pensare a ciò che intendiamo oggi col concetto di somiglianza. È noto che lambito vitale che appariva un tempo governato dalla legge della somiglianza era quanto mai esteso: essa regnava nel microcosmo come nel macrocosmo. Ma quelle corrispondenze naturali acquistano tutto il loro peso solo quando si conosca che esse sono, nella loro totalità, stimolanti e reattivi della facoltà mimetica che risponde loro nelluomo. (Benjamin [1962]: 71 = [1972-1989]: II.1, 210-211)

Giacché ritorna il nodo filogenetico, è sempre giovevole osservare con rigore la cristallina distinzione introdotta da Richard Owen fra omologia e analogia24, che Spengler mutuò, giungendo però a vertici di tale vaghezza e confusione, su cui avrebbe satanicamente pasteggiato la critica di Neurath e di Robert Musil in Geist und Erfahrung (Musil [2000]: 1042-1059 = (1995): I, 37-60).

La presenza di interessi grafologici e di motivi fisiognomici nellorizzonte benjaminiano è fuori discussione; ma a voler riprendere quella distinzione, fra questa presenza e la funzione esercitata in Klages e Spengler si può tuttal più stabilire un rapporto di analogia, di mera convergenza adattativa, a voler insistere qui con le metafore biologiche25. Daltro canto Benjamin stesso, nellexposé del 1935, mette in guardia sullo sguardo fisiognomico, atteso al fallimento proprio per il suo indugio in una ingenua teorica dellindividualità:

Mais le cauchemar qui correspond à la perspicacité illusoire du physiognomiste dont nous avons parlé, cest de voir ces traits distinctifs, particuliers au sujet, se réveler à leur tour nêtre autre chose que les élements constituants dun type nouveau; de sort quen fin de compte lindividualité la mieux définie se trouverait être tel exemplaire dun type. (Benjamin [2002]: I, 29= [1972-1989]: V.1, 70-71)

Laccusa di «magia e «positivismo» che Adorno rivolge a Benjamin, per il fatto di ricalcare quella rivolta a Spengler, piuttosto che promuovere tentativi di assimilazione, dovrebbe una volta di più mettere sullavviso dellopacità dello sguardo di Adorno; in linea cioè a quanto suggerito da Susan Buck-Morrs e ora analiticamente ripreso da Alice Barale, la quale, in termini per me condivisibili, rileva in Adorno la difficoltà a comprendere sia che la «rappresentazione della fatticità» e la «costruzione» sono per Benjamin due momenti «reciprocamente necessari», sia che dalla penetrazione filologica del particolare non è attesa alcuna magia, perché il contenuto di verità non è proprietà immediata del medesimo (Barale [2009]: 88).

Il cielo della storia è, non diversamente dalle strade di Parigi, lo spazio sì di unillumi­nazione, ma profana: «noi scrive Benjamin quasi a chiusura del noto saggio Der Surrealismus riusciamo invece a penetrare il mistero solo nella misura in cui lo ritroviamo nella vita quotidiana, grazie a unottica dialettica che riconosce il quotidiano come impenetrabile, limpenetrabile come quotidiano» (Benjamin [1993]: 267 = [1972-1989]: II.1, 307). Compete allo storico materialista ricomporre al proprio interno la polarità dialettica fra astrologia e rivoluzione copernicana. Come altrimenti asserito:

Il progresso scientifico come quello storico è di volta in volta solo il primo passo, mai il secondo, il terzo o n + 1 posto che questi ultimi appartengano non solo allambito della scienza, ma al suo corpus. Questo, tuttavia, non è quanto accade veramente, poiché ogni tappa nel processo della dialettica (come ogni tappa in quello della storia stessa), per quanto possa essere condizionata dalla precedente, fa valere una svolta fondamentalmente nuova, che richiede uno svolgimento fondamentalmente nuovo. Il metodo scientifico si distingue quindi per il fatto che, introducendo nuovi oggetti, sviluppa nuovi metodi. Così come la forma si distingue nellarte, perché, delineando nuovi contenuti, sviluppa nuove forme. Soltanto dallesterno unopera darte ha solo ununica forma, e una trattazione dialettica solo un unico metodo. (Benjamin (2002): I, 532-533 = [1972-1989]: V.1, 593)

Spengler doveva davvero apparire a Benjamin lesemplificazione di questo sguardo esterno, giacché limmagine in cui si fissa listante del passo in sospensione fra n e n + 1 è costitutivamente preclusa a quella Gestalt in cui la storia si contrae nellunicità del destino che le è assegnato. Le mancano la logica e lo spazio per attuare la «piccola proposta di metodo»:

È molto facile operare per ogni epoca, nei suoi differenti «ambiti», bipartizioni secondo punti di vista determinati, di modo che da un lato si situi la parte dellepoca «fertile», «colma di futuro», «vitale» e positiva, e dallaltro quella inutile, arretrata e morta. Solo se si traccia il profilo di questa parte positiva di contro a quella negativa, si potranno far emergere i suoi contorni in modo netto. Ma daltra parte ogni negazione ha il suo valore solo come sfondo per i tratti del vitale, del positivo. Per questo è di decisiva importanza riapplicare alla parte negativa, che prima era stata eliminata, una divisione, di modo che, con uno spostamento dellangolo visuale (ma non dei parametri applicati!) riemerga anche in essa un lato positivo e diverso da quello prima designato. E così via allinfinito, fino a che tutto il passato sia immesso nel presente in una apocatastasi storica. (Benjamin [2002]: I, 513 = [1972-1989]: V.1, 573)

Una proposta piccola, come la sveglia che Benjamin invita a mettere sul comodino del Kitsch26, per ridestarsi dal ticchettio inflessibile e meccanicisticamente regolato del­lilluministico orologio del mondo, che Spengler illusoriamente credeva di dissolvere nel mastodontico gastér dello Schicksal.

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1 La definizione è in una lettera a Scholem (Zoppot, 15 agosto 1930): Benjamin (1978): 186 = (1995-2000): III, 537.

2 Sulla ricezione di Bachofen cfr. da ultimo Jesi (2005); Dörr (2007); Davies (2010); su Klages e sui “Cosmici” monacensi cfr. Falter (2002); Böschenstein et al. (2005); Müller (2007).

3 Cfr. Scheur (1995): 41-55; Hodge (1995); Steiner (1995) e (2002); Lacoste (2003); Pinotti (2003).

4 Benjamin accenna alla stesura in corso a Scholem (23 marzo 1929): «Ich habe ziemlich viel zu tun, kündige Dir daher für heute nur noch ein Referat über eine Vortrag von Dacqué an, das einer folgenden Nummern der “Literarische Welt” erscheinen soll» in Benjamin (1995-2000): III, 460.

5 Cfr. Dacqué (1928): 248 e ss.; sulla polemica fra Spengler e Frobenius cfr. Conte (1994): 143-167.

6 Si noti che se cè un punto che accomuna davvero Leibniz e Goethe, questo è lanticatastro­fi­smo; in questo modo però, a dispetto della disinvolta contrapposizione spengleriana, Goethe sarebbe concettualmente prossimo proprio alla tradizione inglese di Lyell e Darwin.

7 Su questo contesto e per le considerazioni successive cfr. Bowler (1986) e (1989).

8 Cfr. Vries (1901-1903): II, 704-706, in riferimento a Koken (1902): 13: «Hier knüpft die von mir als iterative Artbildung bezeichnete Erscheinung an. Eine persistente Art treibt von Zeit und Zeit Varietäten, die gleichsam schwamartig auftreten, während dazwischen mehr oder weniger lange Ruhephasen liegen. Ich beobachtete dies zuerst bei älteren Gastropoden, aber auch bei Craniaden, Pectiniden, etc. sind Fälle iterativer Artbildung beschrieben».

9 Cfr., a mo di esempio, Darwinismus und Descendenzlehre (1894) di Otto Jäkel e Die geologische Grundlagen der Abstammungslehere (1908) di Gustav Steinmann, su cui cfr. Reif (1983) e (1986).

10 Su questo contesto cfr. da ultimo Bowler (1986): Levit, Olsson (2006).

11 Conte (1994) ha ritenuto di scorgere in questo punto una dicotomia, se non una contraddizione, incorrendo nella critica di Gurisatti (2003): 115, nota 96, 117, nota 99; ma la sua proposta di sanare la contraddizione procede da una idea della fisiognomica lavateriana, e della fisiognomica in toto, con cui qui, come si vedrà infra, si è in disaccordo.

12 Barsanti (1979); questo ovviamente non esclude che Goethe nel 1830, quando scoppiò la controversia fra Georges Cuvier ed Étienne Geoffroy Saint-Hilaire, dichiarandosi più sintonico con il metodo sintetico del secondo, fosse in grado di coglierne le sottili implicazioni lamarckiane, che avevano indotto Cuvier alla resa dei conti finale: cfr. sul dibattito Appel (1985).

13 Giacomoni (1993): 132: «Si tratta, come si vede, di una proposta metodica consapevolmente artificiale, nel senso chiarito da quellaufstellen: non si tratta tanto di riconoscere un tipo obiettivamente presente nel mondo animale, ma di costruire un congegno metodologico utile per il lavoro di comparazione: non si tratta, ci pare, di mettere in luce unidea presente nel piano della creazione, ma di elaborare, quindi in funzione euristica, uno strumento sufficientemente generale da poter essere applicato in tutti i casi particolari in cui sia utile»; cfr. anche Lacoste (1997): 31-32, il quale pur assimilando opportunamente il concetto di Urpflanze ad un modello intellettuale, ad un meccanismo semplificato, scorgerebbe una tensione fra una concezione ontogenetica e una filogenetica; non riesco però a intravedere la seconda.

14 Giacomoni (1993): 17-18; unopinione discorde è in Gurisatti (2006): 131, che sostiene essere il fenomeno originario «oggetto di un sapere intuitivo, immediato, empirico, estetico» e il tipo derivante da un «sapere concettuale, mediato, astratto, discorsivo»; ma se si esclude lascendenza klagesiana e spengleriana, mi riesce difficile ravvisare su quale zona degli scritti morfologici goethiani Gurisatti fondi questa contrapposizione così netta; sul typus goethiano vd ora anche Schmitt (2001).

15 Cfr. ad esempio Gurisatti (1991) e (2006), di cui non condivido linterpretazione della morfologia di Goethe come «trasposizione della fisiognomica dello studio del volto umano a quello del volto dei fenomeni della natura», o di «una fisiognomica […] che spesso è molto più prossima al­lautentica fisiognomica di quanto non lo siano le raffinate esegesi cristologiche di Lavater» (Gurisatti [1991]: 31); così come non mi riesce di comprendere per quale “pubblico” e sotto quali condizioni storiche e culturali la fisiognomica di Lavater, in ragione del suo “cristocentrismo”, possa essere stata recepita come una “svolta ermeneutica”.

16 Cfr. Aristotele (2007); su cui almeno Lloyd (1987) e (1993); Vegetti (1983); Sassi (1988).

17 Su cui cfr. da ultimo Groddeck, Stadler (1994); Pestalozzi, Weigelt (1994); Percival, Tyler (2005).

18 Cfr. almeno Anderson (1982); Rieppel (1988); Duchesneau (2006); Müller, Pozzo (1988).

19 Cfr. il trittico Entdeckung eines trefflichen Vorarbeiters, Caspar Friedrich Wolf über Pflanzenbildung e Weniger Bemerkungen, in Goethe (1983): 91-95 = (1887-1919): 148-157.

20 Qui Spengler concorda con Simmel (1913): 3: «Dieses Sein entsprach am meisten der Leibnizischen Monade»; anche in Simmel si registra una secca sottostima dellinfluenza spinoziana e di Linneo, come effetto della tendenza a ricondurre la teoria delle metamorfosi al concetto di fluidità della vita, che è il perno della sua Lebensphilosophie (cfr Giacomoni [1995]: 54, 58) sul Goethe simmeliano Simonis (2001): 84-118 e Bollenbeck (2005). A questo orizzonte Benjamin, fatto salvo il debito riconosciuto a Simmel nel Passagen-Werk, mi sembra del tutto impermeabile.

21 La tesi della presenza leibniziana è anche in Eynde (1995): 288-290, che però si richiama ancora a Simmel.

22 Unidea analoga era già in Eimer (1888-1901): II, 21-22: «Je weiter aber vom Mittelpunkt des Verbreitungsgebietes einer Art erfernt, um so mehr werden jene Einflüsse klimatische und Ernährungsverhältnisse in umbildenden Sinne wirken können. So zeigen die Thatsachen des Abänderns wirklich um so mehr Abartung und Abarten, je weiter weg vom Mittelpunkt ihres Verbreitungsgebietes wir die Glieder einer Art untersuchen, und noch weiter entfernt davon werden neue Arten».

23 Il riferimento è Hérédité et racisme (1939) di Jean Rostand, di cui Benjamin scrisse una recensione, rimasta inedita: cfr. Benjamin (1979): 336-337 = (1972-1989): III, 586.

24 Owen (1848), p. 7: «Analogue: A part or organ in one animal which has the same function as another part or organ in a different animal. Homologue: The same organ in different animals under every variety of form and function».

25 Questa omologia è in buona sostanza adombrata da Gurisatti (2010): 185, che fra Spengler e Benjamin ritiene esservi «almeno in partenza, una manifesta affinità di intenti teorici», solo successivamente criticamente investita.

26 Mi riferisco a: «Noi costruiamo qui una sveglia che scuota il kitsch del secolo scorso e lo “chiami a raccolta”»: Benjamin (2002): I, 214 = (1972-1989): V.1, 271.



DOI: http://dx.doi.org/10.13128/Aisthesis-11028



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