Tra il 1983 e il 1991 ho avuto occasione di collaborare a una ricerca di lessicologia promossa e diretta da P

«La bellezza è un sentimento istintivo»

L’estetico nei Notebooks darwiniani

Lorenzo Bartalesi

Una riformulazione su base naturalistica del dominio concettuale dell’estetica filosofica non può rinunciare all’apporto della teoria darwiniana dell’evoluzione. Negli ultimi anni il dibattito attorno ad una prospettiva evoluzionistica sui fatti estetici si è notevolmente vivacizzato e la letteratura si è ampliata e arricchita di contributi provenienti da molteplici domini disciplinari. Basti qui citare il classico di Geoffrey Miller, The Mating Mind (2000), il volume collettaneo Evolutionary Aesthetics curato dai biologi Eckart Voland e Karl Grammer (2003), The Art Instinct (2009) di Dennis Dutton o i due volumi dedicati all’argomento dal filosofo tedesco Winfried Menninghaus, Das Versprechen der Schönheit (2003) e Wozu Kunst? Ästhetik nach Darwin (2011).

Questo articolo è dedicato a mettere in luce un elemento di criticità del dibattito contemporaneo legato ad una visione dell’estetico eccessivamente vincolata alla tesi darwiniana della selezione sessuale. Il principale obiettivo di questo articolo è quindi quello di abbozzare una via darwiniana all’estetico che integri quella presentata dallo stesso Darwin nelle celebri pagine di Descent of Man (1871) dedicate al sense of beauty animale. Una serie di annotazioni contenute nei taccuini darwiniani tradizionalmente conosciuti con il titolo di Metaphysical Enquiries (Darwin [2010]) costituiranno quindi il punto di partenza per un’ipotetica ricostruzione della storia evolutiva delle nostre condotte estetiche e del loro ruolo nell’evoluzione cognitiva umana.

1. Darwin e la scelta estetica femminile

Se limitiamo la nostra attenzione alla sola opera del 1871, l’idea di un sense of beauty animale ha per Darwin la funzione di una tesi di sostegno alla teoria della selezione sessuale. Posto di fronte a straordinari esempi di dimorfismo, Darwin comprende che la selezione sessuale, per produrre risultati come quelli osservati negli ornamenti del fagiano argo, del pavone o del babbuino, deve essere guidata non da una logica adattiva diretta ma da un elemento incerto capace di produrre variazioni rapide e imprevedibili : la «scelta estetica» femminile. Darwin si convince cioè «che il maschio del fagiano argo abbia acquisito la sua bellezza gradualmente, per la preferenza della femmina nel corso di molte generazioni per i maschi più adorni ; in quanto la capacità estetica delle femmine si è sviluppata per l’esercizio o l’abitudine, così come il nostro gusto è aumentato gradualmente» (Darwin [2006] : 461). Il gusto estetico «quasi umano» che guida la scelta femminile è dunque la forza selettiva che manca a Darwin per spiegare il dimorfismo sessuale e i caratteri ornamentali dispendiosi e apparentemente inutili. La scelta estetica femminile, in quanto forza selettiva che favorisce la riproduzione di quegli individui che differiscono geneticamente nel carattere selezionato, è agli occhi di Darwin un potente motore delle variazioni strutturali e mentali animali. Nella formulazione definitiva che ne darà mezzo secolo dopo il biologo inglese Ronald Fisher (Fisher [1915]), il meccanismo evolutivo responsabile della selezione sessuale è una sorta di training effect in cui preferenza estetica e carattere sessuale coevolvono rincorrendosi in uno stesso binario evoluzionistico. La correlazione genetica tra caratteri e preferenze sessuali mette cioè in moto un rapidissimo «processo a cascata» (runaway process) in cui gusto femminile e ornamento maschile si rinforzano reciprocamente in una sequenza a retroazione positiva che genera una loro rapida progressione finchè non interviene una controselezione.

2. Perché le femmine scelgono come scelgono? Il modello standard di estetica evoluzionistica

A partire da Charles Darwin, il quadro teorico dell’estetica evoluzionistica è stato prevalentemente quello dello selezione sessuale. In particolare l’attenzione si è concentrata sulla natura dei criteri della scelta femminile : perchè le femmine scelgono come scelgono? Il dibattito sorto attorno a tale questione ha condotto lo studio evoluzionistico dei fatti estetici nei binari di un’indagine sulla qualità delle preferenze sessuali animali. Le femmine scelgono facendosi guidare esclusivamente dal loro senso estetico oppure la bellezza degli ornamenti maschili ha la sola funzione di indicare un miglior equipaggiamento genetico (cfr. Cronin [1995] : 225)? Intorno a queste opposte soluzioni si sono consolidate oggi due prospettive di ricerca. Se la prima riconosce autonomia ad una scelta propriamente estetico-percettiva – come nel caso del già citato Miller o degli studi etologici che insistono sul ruolo della disposizione sensoriale (Endler, Basolo [1998]) e delle inclinazioni psicologiche (Guilford, Dawkins [1991]) –, la seconda, di stampo adattazionista, risolve la logica selettiva sessuale in quella naturale, riconducendo l’estetico ad una decodifica diretta dell’ornamento come indice della fitness maschile – «teoria degli indicatori di fitness», a cui appartengono prospettive quali quella di Mithen sul valore estetico delle amigdale acheuleane (Mithen [2003]) o quella di Voland sulla funzione sessuale dei primi artefatti estetici (Voland [2003]). Al di là delle sostanziali differenze, in entrambe le prospettive l’analisi è centrata su quei meccanismi di scelta e di preferenza sessuale che trovano fondamento in quelli che Eibl-Eibesfeldt chiama i «pregiudizi specie-specifici della percezione con rilevanza estetica » (Eibl-Eibesfeldt [2001] : 445). Entrambi gli approcci sono cioè tesi a individuare e descrivere le preferenze estetiche come quei processi basilari della percezione che nel corso dell’evoluzione umana hanno assunto una rilevanza estetica per il loro valore riproduttivo o direttamente adattivo (super-segnali, simmetria, coerenza, principi gestaltici, ecc.) Questo modello standard di indagine evoluzionistica sui fatti estetici, dominante nell’attuale dibattito, presenta tuttavia un rischio teorico legato proprio alla posizione occupata dall’originaria ipotesi darwiniana del sense of beauty nel contesto della teoria dell’evoluzione. Rischio che è duplice : da una parte, una riduzione del senso estetico a mero effetto collaterale di una spinta sessuale, dall’altra, una soluzione adattazionista priva di qualsiasi riferimento alla dimensione energetica dell’attitudine estetica.

3. La questione energetica e l’emergenza dell’attitudine estetica umana

Nella tesi presentata da Darwin nelle pagine di Descent il piacere provocato dalla percezione della bellezza è strettamente vincolato al desiderio sessuale. Il desiderio sessuale rappresenta cioè la condizione di base del piacere estetico e la bellezza è il modo con cui tale desiderio si attiva. Il semplice riferimento al contesto sessuale del senso estetico rischia tuttavia di ridurre la cruciale questione energetica del piacere estetico ad una sublimazione del piacere sessuale, occasionalmente generato dalla bellezza percepita. Per una comprensione della specificità dell’emergere di un senso estetico umano nella continuità/discontinuità con gli altri animali, non basta, dunque, osservare che la percezione estetica è allo stesso tempo distinta funzionalmente ma energeticamente dipendente dal desiderio sessuale – come opportunamente sottolineato da Wolfgang Welsch nel suo importante Animal aesthetics (Welsch [2004]) – ma occorre porre l’attenzione sull’e­lemento energetico che contraddistingue l’attitudine estetica; sul suo carattere dispendioso che introduce nell’evoluzione umana un surplus svincolato dalle strategie funzionali alla sopravvivenza. In altre parole, si tratta di individuare quello che Fabrizio Desideri opportunamente identifica come il «il punto critico dell’emergenza della funzione estetica » vale a dire lo « svincolarsi del desiderio dal suo originario legame con l’impulso sessuale in una correlativa indeterminazione dell’ambiente in cui esercitare la preferenza estetica» (Desideri [2011] : 113-114).

L’attitudine estetica specie-specifico umana potrebbe quindi essere il risultato del coevolvere di sense of beauty animale – darwinianamente inteso come «generatore di oggetti che preferisce» (Menninghaus [2003] : 200) – e di una molteplicità di tratti ambientali esteticamente salienti. La genesi evolutiva dell’estetico in quanto funzione autonoma ed energeticamente dispendiosa della cognizione andrebbe di conseguenza cercata nello svincolarsi dell’originaria forma di scelta estetica, funzionante sul modello binario attrazione/repulsione, dal contesto di utilità sessuale. Da qui l’evoluzione del senso estetico avrebbe preso la direzione di un’estensione delle oggettualità su cui esercitarsi rispetto alla sola selezione sessuale del partner rendendo così possibile, parallelamente a un raffinamento della capacità di discriminazione delle qualità esteticamente significative, il formarsi di preferenze estetiche standard reiterabili in situazioni diverse.

Come intuito dallo stesso Darwin, tale ampliamento dell’orizzonte su cui esercitare la preferenza estetica – dai caratteri sessuali del partner sessuale ai suoi fenotipi estesi sino alle caratteristiche ambientali – potrebbe essere coinciso con l’aumento del volume cerebrale e l’incremento della plasticità cognitiva. Tale ipotesi implica non solo l’aper­tura ad una rinnovata possibilità di studiare l’evoluzione della capacità estetica, ma conduce anche ad interrogarsi sul ruolo giocato da quest’ultima nella genesi della cognizione umana. Una riformulazione del modello standard di estetica evoluzionistica che aggiri i limiti intrinseci alla tesi darwiniana dell’origine sessuale del senso estetico animale pone, dunque, le basi per una comprensione dell’emergenza dell’attitudine estetica umana nel quadro più generale dell’evoluzione cognitiva della specie Homo.

4. Istinti estetici ed evoluzione umana

Le indicazioni per avviare tale riformulazione erano già presenti nella mente di Darwin e ne recano ampia traccia i Notebooks del biennio 1838-1840. Se vogliamo rendere conto in maniera globale della « teoria estetica » darwiniana occorre pertanto integrare a quanto pubblicato nelle pagine di Descent of Man, la riflessione frammentaria dei meno noti Notebooks. Non senza un certo stupore, sfogliando questi taccuini possiamo trovare ampi riferimenti ai maggiori autori dell’estetica inglese settecentesca (e non solo). Vi si possono leggere citazioni dalla Philosophical Enquiry into the Origin of Our Ideas of the Sublime and Beautiful di Edmund Burke e dai Seven Discourses on Art di Joshua Reynolds, così come accenni al saggio On the Sublime di Dugald Stewart o commenti agli Essays on the nature and principles of taste di Archibald Alison e al Laokoon di Gotthold Ephraim Lessing. È molto interessante constatare come in questi anni così decisivi per lo sviluppo della propria teoria Darwin rivolga grande attenzione alla natura dell’espe­rienza estetica e al suo ruolo nell’evoluzione animale. Dalla lettura di questi taccuini emerge inoltre in modo evidente come la questione dei comportamenti estetici sia, sin dalle prime riflessioni, intrecciata con il problema dell’origine della coscienza morale e con quello dello sviluppo graduale dell’intelligenza umana a partire dall’istinto animale. Nei taccuini M e N, Darwin presenta in forma frammentaria ma sorprendentemente chiara una teoria degli istinti, di esplicita ispirazione humiana, che pone in stretta connessione l’evoluzione della cognizione con l’emergenza di un’attitudine estetica umana. En passant si può qui osservare come in queste straordinarie pagine la nozione di istinto contenda all’idea di selezione naturale il ruolo di principale meccanismo della variazione strutturale animale (Richards [2005] : 173) mentre al contrario, nel capitolo 7 dell’Origin of species, Darwin subordinerà (probabilmente per il timore di incorrere in una forma di lamarckismo) l’influenza degli istinti sulle strutture corporee all’azione diretta della selezione sulle variazioni naturali. Ma la storia di questo rimosso della teoria darwiniana non finisce qui, la nozione di istinto trova infatti un’ulteriore formulazione nell’ultima fase della vita di Darwin, in particolare nel volume The Expression of the Emotions in Man and Animals (1872), vero e proprio atto di nascita della psicologia evoluzionistica.

In linea con il Treatise of Human Nature di Hume, Darwin descrive nei taccuini l’atti­vità mentale come la capacità di associare, per mezzo delle facoltà di immaginazione e memoria, i diversi contenuti mentali (idee) che provengono dalla percezione del mondo (impressioni). Rispetto a Hume, Darwin compie però un passo ulteriore ponendo la dinamica della mente nella logica selettiva dell’evoluzione organica. Le catene associative di idee e impressioni che attivano azioni corporee favorevoli alla sopravvivenza vengono selezionate con i loro correlati emozionali, si cristallizzano in abiti inconsci, i quali trasmettono ereditariamente «cementificandosi» in istinti (Darwin [2010] M 104 : 47). L’intelligenza animale diviene nella mani del Darwin lettore di Hume il prodotto dell’a­zione congiunta di abitudine e selezione naturale: una capacità che nasce dal consolidarsi di determinate associazioni mentali in abiti, i quali, reiterandosi più volte, si sedimentano in istinti che si trasmettono ereditariamente. Gli istinti sono quindi sedimentazioni socio-bio-cognitive di antiche scelte favorevoli e preferenze benefiche, ragioni passate annidate nella memoria corporea della specie ma oscure agli individui. Come scrive Darwin: «Se il giudizio permane, mentre la ragione è dimenticata, questo giudizio è coscienza o istinto» (Darwin [2010] M 61 : 28). Pertanto, quando in un’altra pagina dei suoi taccuini Darwin annota in maniera fulminea: «La bellezza è un sentimento istintivo, e questo taglia il Nodo», egli non fa altro che affermare la relazione di dipendenza dei nostri giudizi estetici dagli istinti gradualmente sedimentatisi nella storia naturale della nostra mente. «Io sarei del parere», scrive ancora Darwin, «che il grande principio del piacere sia semplicemente abito ereditario» (Darwin [2010] N 87 : 114). Parere poi ribadito nelle Old and Useless Notes about the moral sense: «in base alla mia teoria i nostri gusti del palato sono dovuti a abito ereditario (e modificato e associato durante il corso della vita)» (Darwin [2010] NSM 50 : 167). I giudizi estetici sono quindi per Darwin l’espressio­ne attiva di «emozioni istintive», effetti ereditari sulla struttura corporea di antiche sequenze di idee (trains of ideas) collegate stabilmente a sensazioni di piacere o di dolore.

Nonostante i limiti delle conoscenze vittoriane sulla natura della cognizione e della neurofisiologia, Darwin collega l’evoluzione del senso estetico con lo sviluppo di strutture cerebrali e di una complessa rete di facoltà cognitivo-emozionali. Gli «istinti estetici», allo stesso tempo «effetto fisico del cervello» e risultato del lavoro trasformativo del­l’immaginazione, modificano non solo la struttura corporea ma anche la struttura cerebrale dell’uomo. Proprio questa reciprocità di comportamento ed ereditarietà, che anticipa e ispira le più recenti teorie neurofisiologiche della coscienza (Edelman [1995]), potrebbe essere vista come il punto critico dell’emergenza di un’attitudine estetica non solo funzionalmente autonoma dal desiderio sessuale ma soprattutto capace di convogliare il surplus energetico del sense of beauty animale in una forma altrettanto dispendiosa ma più libera di relazione ecologica.

Il differenziarsi e lo svilupparsi di «abiti estetici», i quali si trovano in uno spazio intermedio tra l’eredità genetica e la scelta cosciente, è infatti parte essenziale del processo evolutivo che ha condotto non solo all’emergenza di un’attitudine estetica ma anche della stessa cognizione umana. In straordinaria prossimità alla soluzione epigenetica di Jean-Pierre Changeux (Changeux [2002]), gli istinti estetici darwiniani, sorti dal rafforzarsi e stabilizzarsi di abiti estetici ovvero di regole di selezione e di preferenza, lasciano tracce di connessioni neuronali nell’evoluzione cerebrale umana. Proprio in ragione di ciò, è lecito affermare che lo sviluppo graduale della cognizione umana reca in sé le tracce delle esperienze estetiche dei nostri antenati ominidi.

A partire dal modello darwiniano di mente, potremmo quindi arrivare ad ipotizzare che la libertà trasformativa dell’immaginazione sui materiali mnemonici e sugli input sensoriali ambientali abbia accompagnato, attraverso il consolidarsi affettivo di abiti estetici, la riorganizzazione funzionale del cervello umano. Gli istinti estetici potrebbero cioè aver funzionato come schemi estetici primari, stabilizzati ma sufficientemente liberi per applicarsi a differenti livelli oggettuali dell’ambiente adattivo ed essere così cooptati per comportamenti legati alla sopravvivenza come la selezione dell’ambiente migliore in cui vivere o la ricerca di informazioni ecologicamente utili. In questo modo, attraverso l’«esercizio o l’abitudine» non si avrebbe soltanto una differenziazione degli standard estetici ma anche un radicale mutamento funzionale dello stesso senso estetico.

In conclusione, si può quindi ipotizzare che in un contesto di maggiore complessità delle preferenze ambientali, l’aumento della plasticità cerebrale sia avvenuto in corrispondenza di una crescita dell’elasticità e dell’estensione delle catene associative dei contenuti mentali e di una progressiva indeterminazione del desiderio. Seguendo questa ipotesi, l’attitudine estetica umana non sarebbe emersa in un contesto adattivo come una competenza cognitiva direttamente funzionale alla sopravvivenza ma come una capacità strettamente affine a tutta una serie di attività disinteressate come la curiosità o le attività ludiche che, nel nesso reciproco di reazioni affettive primarie e riconoscimenti percettivi di base, rappresenta una dimensione cruciale dell’evoluzione umana. In questa prospettiva, attività ordinarie presenti nei processi ontogenetici della nostra specie come la mimesi neonatale, le protoconversazioni – in cui avviene un sintonizzarsi emotivo di madre e figlio –, i giochi simbolici, le prime forme di finzione nelle attività infantili di pretence, costituirebbero l’antenato – in senso ontogenetico ma anche filogenetico – delle nostre esperienze estetiche e un punto di osservazione privilegiato sull’evoluzione cognitiva umana.

In un saggio del 1915 dal titolo The fundamental problem of aesthetics seen in an evolutionary light, un giovane Moritz Schlick criticava la tesi della natura adattiva dei fatti estetici sostenuta dall’ortodossia darwinista del tempo. Alla luce di quanto emerso dalla nostra breve analisi, appaiono quanto mai attuali le sue parole: «Il problema fondamentale dell’estetica in un’ottica evoluzionistica», scrive Schlick, risiede nel fatto che «come un adattamento primario rende gli oggetti gradevoli nel senso del lavoro, così l’adattamento estetico ha l’effetto di rendere gli oggetti belli nel senso del gioco» (Schlick [1979] : 22).

Bibliografia

Changeux, J.-P., 2002: L’uomo di verità, Feltrinelli, Milano 2003.

Cronin, H., 1995: Il pavone e la formica. Selezione sessuale ed altruismo da Darwin ad oggi, il Saggiatore, Milano 1995.

Darwin, C., 2006: L’origine dell’uomo e la selezione sessuale, Newton Compton, Roma.

Darwin, C., 2010: Taccuini filosofici, a cura di A. Attanasio, Utet, Torino.

Desideri, F., 2001: La percezione riflessa. Estetica e filosofia della mente, Raffaello Cortina, Milano.

Dutton, D., 2009: The Art Instinct: Beauty, Pleasure, and Human Evolution, Bloomsbury Press, New York.

Eibl-Eibesfeldt, I., 2001: Etologia umana. Le basi biologiche e culturali del comportamento, Bollati Boringhieri, Torino.

Edelman, G., 1995: Darwinismo neurale, Einaudi, Torino.

Endler, J., Basolo, A., 1998: Sensory Ecology, Receiver Biases and Sexual Selection, “Trends in Ecology and Evolution”, 13, pp. 415-20.

Fisher, R., 1915: The Evolution of Sexual Preference, “Eugenics Review”, 7, pp. 184-92.

Guilford, T., Dawkins, M.S., 1991: Receiver Psychology and the Evolution of Animal Signals, “Animal Behaviour”, 42, pp. 1-14.

Menninghaus, W., 2003: Das Versprechen der Schönheit, Suhrkamp, Frankfurt am Main.

Menninghaus, W., 2011: Wozu Kunst? Ästhetik nach Darwin, Suhrkamp, Berlin.

Miller, G., 2000: The Mating Mind: How Sexual Choice Shaped the Evolution of Human Nature, Anchor Books, New York. Trad. it. Uomini, donne e code di pavone. La selezione sessuale e l’evoluzione della natura umana, Einaudi, Torino 2002.

Mithen, S., 2003: Handaxes: The First Aesthetic Artefacts, in Voland, E., Grammer, K. (a cura di), Evolutionary Aesthetics, Springer, Heidelberg.

Richards, R., 2005: Darwin’s Metaphysics of Mind, in Hosle, V., Illies, C. (a cura di), Darwinism and Philosophy, University of Notre Dame Press, Notre Dame.

Schlick, M., 1979: The Fundamental Problem of Aesthetics Seen in an Evolutionary Light, in Id., Philosophical Papers, vol. 1, 1909-1922, D. Reidel, Dordrecht-Boston.

Voland, E.,2003: Aesthetic Preferences in the World of Artifacts – Adaptations for the Evaluation of Honest Signals? in Voland, E., Grammer, K. (a cura di), Evolutionary Aesthetics, Springer, Heidelberg.

Voland, E., Grammer, K. (a cura di), 2003: Evolutionary Aesthetics, Springer, Heidelberg.

Welsch, W., 2004: Animal Aesthetics, “Contemporary Aesthetics”, Forum: Science in Aesthtics, www.contempaesthetics.org/newvolume/pages/article.php?articleID=243



DOI: http://dx.doi.org/10.13128/Aisthesis-11796



Creative Commons License

This work is licensed under a Creative Commons Attribution 4.0 International License (CC-BY- 4.0)

 
Firenze University Press
Via Cittadella, 7 - 50144 Firenze
Tel. (0039) 055 2757700 Fax (0039) 055 2757712
E-mail: info@fupress.com