Tra il 1983 e il 1991 ho avuto occasione di collaborare a una ricerca di lessicologia promossa e diretta da P

Sulla genesi estetica del simbolico

A partire da Terrence Deacon

Mariagrazia Portera

L’orizzonte entro cui andranno disposte le considerazioni che seguono, relative all’e­stetico, alla sua origine e ai rapporti che intrattiene col simbolico, è quello delle spiegazioni evoluzionistiche, che si rifanno cioè alla teoria darwiniana dell’evoluzione per selezione naturale. Quanto si tenterà è un’ibridazione tra lo strumentario concettuale evoluzionistico e quello propriamente estetologico, nella convinzione che ciò possa fornire un’occasione feconda per mettere a fuoco, rilanciare e ripensare alcuni dei nodi problematici fondamentali dell’estetica.

Il saggio ha un’articolazione tripartita: nella prima parte verranno esposte le tesi di Terrence Deacon, antropologo e neuroscienziato presso l’Università della California, a Berkeley, in merito alla genesi della facoltà estetica umana; nella seconda si metteranno in luce alcuni luoghi critici della proposta di Deacon, destinandoli all’approfondimento e alla discussione; nella terza parte, infine, si assumerà un punto di vista più generale e, prendendo spunto dallo specifico di quanto sostenuto da Deacon, si svolgeranno alcune considerazioni circa le potenzialità di un’assunzione di ipotesi exattative in estetica, con particolare riferimento al concetto gouldiano di spandrel[1], che non ricorre esplicitamente in Deacon ma che può senz’altro venire applicato alla sua proposta teorica in merito alla genesi dell’estetico.

1. Veniamo dunque alla prima parte del nostro ragionamento. È utile anzitutto muovere da una contestualizzazione: le posizioni di Terrence Deacon in merito alla genesi dell’e­stetico si inseriscono all’interno della più ampia ricerca portata avanti dall’autore circa il linguaggio simbolico. L’estetico è in Deacon, come vedremo, funzione del simbolico. Il riferimento è all’insieme di tesi sviluppate in Deacon (1997), lavoro nel quale si sostiene la specie-specificità umana del linguaggio simbolico.

Homo sapiens è, a tutti gli effetti, la specie simbolica, in un regime di continuità/di­scontinuità rispetto agli altri animali. Se infatti è vero che forme di comunicazione, anche complesse, sono diffuse tra varie specie animali (in particolare scimmie antropomorfe) e che si danno numerosi casi di scimpanzé i quali, opportunamente istruiti, riescono a raggiungere una certa competenza linguistica[2], la soglia simbolica rimane un ostacolo non altrimenti aggirabile per gli animali non umani. Il linguaggio umano, detto altrimenti, non è l’evoluzione, graduale e perciò senza soluzione di continuità, delle forme di comunicazione per richiami, versi e gesti diffuse tra gli animali, bensì qualcosa di affatto diverso da esse.

A consentire a Homo sapiens l’acquisto di una inedita competenza simbolica è, secondo Deacon, una serie di adattamenti (in particolare la riorganizzazione funzionale del cervello umano, con la straordinaria espansione della corteccia prefrontale) susseguitisi nel corso di molto tempo: secondo l’autore, infatti, la comunicazione simbolica è stata a lungo parte dell’evoluzione degli ominidi. La stima che egli fornisce è di circa due milioni di anni di coevoluzione tra linguaggio e cervelli.

Si è detto “coevoluzione”: si tratta dell’altra tesi essenziale di Deacon. Secondo il neuroscienziato americano, infatti, non solo il cervello degli ominidi si è progressivamente cablato sulla competenza simbolica, ma sono state soprattutto le lingue (le diverse lingue storico-naturali) ad adattare i loro caratteri, nel corso del tempo, alle specificità dei cervelli ancora immaturi dei cuccioli di sapiens. «Le lingue hanno più bisogno dei bambini che i bambini della lingua» è una delle tesi centrali di Deacon ([2007]: 90). L’impressio­nante facilità – che ciascuno di noi può apprezzare in figli, cugini o nipoti – con cui i bambini acquisiscono la competenza linguistica, a dispetto delle differenze individuali e culturali, risulta appunto dal fatto che nel corso di migliaia di anni le lingue si sono sempre più adattate ai cervelli dei bambini[3]. Dobbiamo pensare alle lingue, seguendo Deacon, come a degli organismi viventi che parassitano i nostri cervelli: per garantirsi sopravvivenza e ampia diffusione, esse si adattano ai caratteri dei loro portatori, cioè i bambini, sfruttando tutte le soluzioni possibili per superare quel collo di bottiglia che è rappresentato dai cervelli umani ancora immaturi. Qui il debito di Deacon alla memetica di Richard Dawkins è evidente[4].

Se quel che abbiamo detto è vero, è plausibile sostenere che nel lungo periodo in cui gli ominidi hanno adattato i loro cervelli per far fronte alle richieste dell’apprendimento, produzione e comprensione dei simboli sia cambiato anche il loro (e con ciò il nostro, oggi) modo di pensare, il loro stile cognitivo. È a questo punto, all’interno del quadro teorico che abbiamo appena delineato, che si inserisce la questione della genesi dell’estetico[5].

Anche la facoltà estetica, in quanto funzione del simbolico – come si espliciterà tra poco – non può che essere specie-specifica umana. Questo, appunto, non perché vi siano nella nostra mente moduli specializzati per l’esercizio della facoltà estetica (come ritiene gran parte della psicologia evoluzionistica) né circuiti neurali nel nostro cervello espressamente forgiati dalla selezione naturale per consentirci un’esperienza estetica, ma perché la facoltà estetica consiste in un certo modo di interagire della nostra competenza simbolica (che è solo umana) con il pool delle emozioni primarie (molte delle quali, in effetti, condividiamo anche con altri animali).

La tesi di Deacon, che enuncio subito, è questa: «l’esperienza estetica umana è funzione tanto di uno slittamento intrinseco nella struttura motivazionale dell’uomo, che favorisce esplorazioni associative di tipo combinatorio [...] quanto di un aumento della libertà combinatoria nella manipolazione delle rappresentazioni mentali e dei loro correlati emozionali»[6]. E, più in particolare: «la questione di quali aspetti della cognizione estetica hanno antecedenti filogenetici e quali aspetti sono unicamente umani può essere presentata come una questione di emozioni» (Deacon [2006]: 37). Vediamo in che modo l’autore argomenta per dimostrare entrambe le tesi che abbiamo enunciato.

Come detto, nelle sue considerazioni Deacon è generalmente attento a sottolineare il nesso di continuità/discontinuità che lega (e a un tempo separa) l’uomo agli altri animali. Ciò accade anche nello specifico della discussione circa la genesi della facoltà estetica.

Mutuando l’espressione di Daniel Dennett (applicata però, in Dennett, all’intenziona­lità), Deacon afferma anzitutto che c’è una representational stance comune a tutti i mammiferi e quindi anche all’uomo (questo è l’antecedente evolutivo, non specie- specifico, della condotta estetica), vale a dire una tendenza a trattare alcune cose del mondo come segni di qualcosa che è altro da esse. Nei mammiferi la representational stance si dà peculiarmente nella forma della finzione ludica (Deacon [2006]: 30).

Pensiamo ad esempio ai cuccioli, di cane o di gatto, che giocano tra loro mordicchiandosi: il loro mordicchiarsi ha il significato del morso, ma senza i correlati fisici del morso (il dolore, la ferita), dunque risulta un comportamento di combattimento senza tuttavia essere un combattimento vero e proprio. In termini semiotici i comportamenti di lotta per gioco sono iconici della lotta, ma il fatto che in essi risultino eliminate alcune conseguenze chiave della lotta è indice che si tratta solo di una rappresentazione (ibidem).

La representational stance in chiave ludica è presente anche nell’uomo, per il quale, però, il gioco si carica di convenzioni e prevede l’introduzione di relazioni simboliche, paradigmaticamente espresse in forma linguistica, come nei giochi che i bambini introducono con la formula «facciamo che...?». L’ipotesi di Deacon è precisamente questa: la nostra representational stance, che condividiamo con tutti i mammiferi, è stata radicalmente modificata nell’uomo attraverso l’uso dei simboli e attraverso una serie di adattamenti serviti da supporto per agevolare l’acquisizione della competenza simbolica nel corso della nostra evoluzione.

È da qui che comincia il discorso più preciso sull’estetica. L’attitudine rappresentativa dei mammiferi è il sostrato cognitivo-emozionale exattato nell’esperienza estetica umana[7], passando per il medio della competenza simbolica: l’estetico può essere perciò inteso come il by-product – o lo spandrel, come diremo tra dopo – del simbolico.

È utile a questo punto aprire una breve parentesi e precisare che cosa Deacon intende con il concetto di simbolo e con l’espressione “riferimento simbolico”. I debiti con la semiotica di Peirce sono piuttosto evidenti. Il riferimento simbolico – scrive l’autore – a differenza di quello indicale e di quello iconico (secondo la nota tripartizione di Peirce) è un riferimento mediato da un sistema chiuso di relazioni indicali che, preso insieme, si riferisce olisticamente a un sistema di relazioni nel mondo. Questo significa, semplificando, che il modo in cui una parola si riferisce al suo oggetto non è diretto, bensì mediato dall’insieme delle relazioni indicali tra quella parola e le altre parole comprese nella lingua data, mediato dalla cornice sintattica della lingua e dai suoi vincoli grammaticali. Così, quando un uomo usa ad esempio la parola “casa”, il modo in cui la parola “casa” si riferisce all’oggetto “casa” è mediato da una molteplicità di riferimenti e nessi intermedi ad altre parole, e funziona solo in forza di ciò. Il tesauro, che è appunto una collezione di termini connessi l’uno all’altro per aspetti onomasiologici, senza che per ciascuno di essi venga fornita una definizione, è per certi versi un’esemplificazione del modo in cui funziona il riferimento simbolico.

Ora, imparare a far uso dei simboli è complicato: si tratta, come detto, di una forma di riferimento che richiede l’acquisizione di un complesso schema relazionale da dominare, inoltre, con agilità a livello mnemonico. Non sorprende, perciò, che siano progressivamente intervenuti, nei nostri antenati, degli adattamenti per rendere più agevole il lavoro di competenza simbolica, anzitutto a livello di sistema mnemonico.

Il maggiore di questi adattamenti, secondo Deacon, è il potenziamento della memoria a breve termine, in modo che essa risulti in grado di resistere alle interferenze originate dai correlati diretti (emozionali, percettivi, comportamentali) dell’oggetto cognitivo, guadagnando così quella libertà semiotica che è, appunto, l’interpolazione di un sistema complesso di relazioni tra il simbolo e ciò che esso rappresenta. L’accrescimento della corteccia prefrontale in sapiens è il segno a livello neuroanatomico di tali adattamenti. Ma cerchiamo di capire meglio.

Non c’è oggetto cognitivo o rappresentazione mentale (e i simboli sono, in questo senso, oggetti cognitivi), secondo Deacon, che non si dia in correlazione a un certo tono emozionale: le emozioni fungono infatti da marcatori degli oggetti cognitivi, consentendone l’individuazione tra altri oggetti cognitivi e la loro organizzazione secondo diverse scale di priorità. Ora, nel processo di coevoluzione di cervello e linguaggio simbolico, l’uomo ha progressivamente guadagnato la capacità di resistere ai correlati diretti – secondo correlazioni altamente programmate e filogeneticamente conservative – dello stimolo, cioè di allentare il nesso tra oggetto cognitivo e suo tono emozionale, aprendo, con ciò, all’esplorazione combinatoria di tutta una serie di correlazioni emozionali alternative. Non solo: l’allentamento del nesso tra oggetto cognitivo e correlato ha avuto come conseguenza che si svincolassero a loro volta anche le correlazioni, le interdipendenze e le dissociazioni tra gli stessi stati emozionali correlati.

Si è reso così possibile un tipo di sperimentazione associativa e combinatoria che ha infine consentito, in Homo sapiens, la giustapposizione e la composizione, mediata simbolicamente, di stati emozionali che altrimenti sarebbero rimasti tra loro mutualmente esclusivi. Dunque una possibilità di ricombinare, associare gli opposti, giustapporli in stato di irrisolta tensione: tutto ciò con l’effetto di dar vita a sinergie cognitivo-emozionali inedite, qualitativamente non comparabili ai substrati emozionali primari che le compongono, e soprattutto, esclusivamente umane. Dei blends o miscele emozionali, per utilizzare i termini impiegati da Deacon.

L’esperienza estetica è precisamente – arriviamo infine a chiudere il cerchio dell’argomentazione – una di queste emozioni emergenti tipicamente umane, e si capisce adesso perché Deacon affermi che «la questione di quali aspetti della cognizione estetica hanno antecedenti filogenetici e quali aspetti sono unicamente umani può essere presentata come una questione di emozioni» (Deacon [2006]: 38). L’antecedente filogenetico dell’esperienza estetica è infatti quella representational stance di cui si è detto prima (comune anche agli altri mammiferi), mentre l’esperienza estetica tipicamente umana si nutre di questo ricombinare le emozioni correlate ai vari stati cognitivi sino a generare schemi emozionali inediti che schiudono nuovi spazi cognitivi.

L’arte è il locus elettivo per la generazione e la sperimentazione di stati emozionali estetici: è anzi preciso intento delle arti, secondo Deacon, espandere continuamente lo spazio degli stati emozionali emergenti di cui gli uomini possono fare esperienza (ibidem). L’esperienza dell’opera d’arte si dà in un blend di substrati cognitivo-emozionali contrastanti, che permangono in stato di tensione senza approdare ad alcuna sintesi: una sorta di effetto alla cubo di Necker, un’oscillazione irrisolta in cui sembra che le emozioni si trasformino continuamente l’una nell’altra e insieme si alternino l’una all’altra[8].

2. Passiamo adesso alla seconda parte del nostro ragionamento, mettendo in luce alcuni luoghi problematici nelle tesi di Deacon. Anzitutto, tornando alla cornice entro cui si inseriscono le considerazioni dell’autore sull’estetico, cioè alle riflessioni sulla specie simbolica e la genesi del linguaggio, notiamo come il concetto di “coevoluzione”, proposto da Deacon per descrivere il rapporto tra lingue e cervelli, sia stato oggetto di più d’una critica[9]. Pur affermato in linea di principio, pare infatti che il concetto non sia fatto valere da Deacon sino in fondo. Se infatti per coevoluzione occorre intendere, restando almeno al significato minimale del termine, un «rapporto bidirezionale di costituzione», cioè un rapporto in cui «se il linguaggio si adatta ai vincoli imposti dal cervello anche il cervello deve adattarsi ai vincoli imposti dal linguaggio», Deacon parrebbe restare troppo ancorato al primato del cervello sul linguaggio: per lui «è il cervello», infine, «a dare forma al linguaggio, e non viceversa» (Ferretti [2010]: 157). Detto altrimenti, l’impressio­ne è che il rapporto tra mente e sistema simbolico, piuttosto che nei termini di una coevoluzione bidirezionale – come pure si afferma – venga inteso in quelli di una invasione della lingua nella scatola cranica, cioè un processo che va esclusivamente dall’esterno verso l’interno. Ci si potrebbe appellare, per rendere ragione almeno in parte di questa posizione, alle diverse velocità dell’evoluzione culturale e dell’evoluzione biologica: le modificazioni indotte dai cervelli a carico delle lingue devono senz’altro essere più rapide di quelle indotte dalle lingue sui cervelli, trattandosi per le lingue di prodotti culturali mentre per i cervelli di strutture anatomiche, le cui trasformazioni si definiscono secondo tempi lunghissimi. Ma ne risulterebbe indebolito il principio stesso della coevoluzione, se inteso rigorosamente come influenza bidirezionale da lingua a cervello e da cervello a lingua.

Anche la proposta specifica dell’autore circa la genesi dell’estetico può essere oggetto di alcune annotazioni. In particolare, mi soffermo sulla questione della dipendenza, evolutiva e funzionale, della facoltà estetica dalla capacità simbolica. Come si è visto, per Deacon la facoltà estetica emerge come effetto collaterale, o by-product, del perfezionarsi della competenza simbolica, in forza degli adattamenti neuropsicologici che agevolano l’acquisizione di quest’ultima e all’interno di un orizzonte cognitivista. Lo sviluppo del pensiero simbolico è presupposto per il darsi di un’esperienza estetica, giacché quella giustapposizione inedita e creativa di substrati cognitivo-emozionali che fa l’estetico può emergere solo come conseguenza del commercio umano coi simboli. Anzi, dal momento che, per Deacon, il pensiero simbolico è in certo modo l’internalizzarsi del linguaggio, che lo precede funzionalmente ed evolutivamente, si può dire allora che l’estetico è funzione del linguistico (Deacon [1997]: 4). Ciò significa tra l’altro che, benché vi siano tracce di estetico anche negli animali non-umani (Deacon fa un accenno al noto caso degli uccelli giardinieri), di estetico possa parlarsi in senso proprio solo in relazione a Homo sapiens.

Della posizione di Deacon in merito alla genesi dell’estetico si apprezza il rilievo della connessione necessaria tra oggetto cognitivo e tono emozionale, salda a tal punto che, come s’è visto, per l’autore non esiste oggetto cognitivo o rappresentazione mentale che sia privo di un certo tono emozionale o risonanza emotiva. E tuttavia possiamo chiederci: l’idea di Deacon della dipendenza genetico-funzionale dell’estetico dal simbolico-linguistico è l’unica strada percorribile? Senz’altro no, e proprio questo nesso tra simbolico ed estetico può essere rovesciato in una relazione in cui l’estetico, in quanto libera sintesi e armonizzazione di strati emozionali primari e strati cognitivi, valga da anticipazione cognitiva e da alveo in cui prende geneticamente forma il senso simbolico-se­man­tico del mondo. È precisamente questa la proposta sviluppata da Fabrizio Desideri in La percezione riflessa[10], dove, in riferimento al rapporto tra estetico e linguistico, si suggerisce come «le prime forme di atteggiamento estetico si delineino ontogeneticamente (e forse anche filogeneticamente) già prima dello sviluppo di un linguaggio verbale, offrendo piuttosto il terreno propizio per il suo apprendimento» (Desideri [2011]: 135). Ontogeneticamente è possibile rinvenire la proto-forma di ogni atteggiamento estetico nello scambio di sguardi, nel commercio di sorrisi tra il neonato e sua madre già nei primissimi mesi di vita del piccolo, dunque prima dell’apprendimento del linguaggio. Il sorriso del bambino, che ricambia quello della madre, sarebbe così il «primo comportamento estetico, [la] prima espressione corporea di un’attitudine estetica nei confronti del mondo» (ivi: 53). Ma forse anche filogeneticamente l’estetico precede il linguistico, benché su questo secondo versante l’onere della prova sia piuttosto gravoso, e debba necessariamente avvalersi, in un quadro interdisciplinare complesso, di dati provenienti dalla paleoantropologia, dalla paleozoologia, dagli studi comparativi anche in prospettiva evo-devo.

Ecco, dunque, chiarito il titolo di questo breve saggio: a partire da Deacon, e cioè apprezzandone la forza innovativa delle ricerche e l’acutezza di molte conclusioni ma rovesciandone senz’altro la tesi fondamentale, prospettiamo la possibilità di una genesi estetica del simbolico, anziché di una genesi simbolica dell’estetico.

3. Vengo infine alla parte conclusiva del mio intervento, nella quale, muovendo dallo specifico della proposta teorica di Deacon, vorrei provare a enucleare un nodo problematico più generale: la questione dell’interpretazione della genesi dell’estetico come spandrel, con riferimento al concetto coniato dal paleoantropologo Stephen Jay Gould, teorizzatore insieme a Niles Eldredge della nota teoria degli equilibri punteggiati[11].

Il concetto di spandrel non ricorre esplicitamente in questi testi di Deacon sulla facoltà estetica, ma la proposta teorica dell’antropologo statunitense si presta a essere interpretata attraverso la lente del concetto gouldiano. Davies (2010) riporta il testo di Deacon sulla aesthetic faculty come uno degli esempi dell’interpretazione dell’arte in quanto spandrel.

Anzitutto chiariamo che cosa si intende per spandrel. Il riferimento è a Gould, Lewontin (1979), noto articolo in cui i due autori, giovandosi di una complessa e affascinante metafora architettonica, sottolineano l’importanza negli organismi viventi di quegli elementi secondari, non immediatamente adattivi, che risultano conseguenze collaterali di certe impostazioni strutturali di base: gli spandrels o pennacchi, appunto[12]. Nei viventi non tutto ha valore adattivo, sostengono Gould e Lewontin, né si può ritenere che tutto sia stato espressamente plasmato dalla selezione naturale per assolvere a una certa funzione specifica: alcuni elementi, piuttosto, emergono come effetto di vincoli strutturali o di adattamenti a livello basilare, per ottenere solo in seguito, all’occorrenza e non necessariamente, una funzionalità. In Gould (2002) il senso degli spandrels viene precisato ulteriormente, distinguendone la tipologia specifica di cross-level spendrel, cioè di pennacchi trasversali: nell’ambito di una teoria gerarchica della selezione, i pennacchi trasversali sono determinati dal fatto che «ogni innovazione introdotta per un qualche motivo (di solito adattivo) a un livello propaga una serie di effetti che si ripercuotono sugli individui biologici ad altri livelli della gerarchia» (Gould [2002]: 1582).

Ecco, la spiegazione genetica della facoltà estetica proposta da Deacon, mutatis mutandis, può essere letta nei termini di uno spandrel: si tratta infatti dell’emergenza spontanea di schemi emozionali inediti, non immediatamente dotati di valore adattivo bensì conseguenze collaterali del verificarsi di adattamenti a livello più basilare (gli adattamenti neuropsicologici utili ad agevolare l’acquisizione della competenza simbolica). Che l’esperienza estetica e le pratiche artistiche abbiamo poco a che fare con adattamenti diretti lo precisa del resto lo stesso Deacon, quando sottolinea che è assai improbabile che le competenze estetiche-artistiche siano state favorite direttamente dalla selezione naturale; piuttosto, è verosimile che esse siano supportate da capacità cognitive evolutesi per altre ragioni (Deacon [2006]: 23).

La possibilità di leggere il problema della genesi dell’estetico, nell’uomo, attraverso la lente delle ipotesi exattive (exaptation, spandrel, cross-level spandrel) è ancora in parte da testare e le stesse indicazioni di Deacon, come visto, si prestano a più di un’annotazione critica. In generale, ricorrere a ipotesi exattive per spiegare l’evoluzione di competenze umane complesse come quelle simboliche, linguistiche e anche estetiche è operazione impegnativa (cfr. Pievani, Serrelli [2011]). Per chi voglia sostenere tali ipotesi, il maggior onere è quello di identificare con precisione le strutture exattate (sia con shift nella funzionalità sia con vero e proprio spandrel). Infatti, «where conditions do not make it possible to identify structures and substructures exaptation bears a markedly speculative status, although it still continues the important function of stimulating debate on general evolutionary models, anticipating and directing further research» (Pie­va­ni, Serrelli [2011]). Deacon accenna a una via di ricerca in tal senso, segnalando gli adattamenti mnemonici per l’apprendimento del linguaggio simbolico come base da cui emergono spontaneamente le emozioni estetiche.

Tuttavia, occorre a questo punto chiedersi: se davvero l’estetico è ontogeneticamente e filogeneticamente precedente al linguistico – rovesciando, come si è suggerito sopra, l’assunto di Deacon –, quali strutture o meccanismi psicologici sarebbero stati exattati per dare origine al senso estetico umano? Certo non quelli correlati all’esercizio del linguaggio, dal momento che l’estetico si ritiene precedente e non successivo alla competenza simbolico-linguistica. Quali, allora? Prendere sul serio questo interrogativo apre a molte storie alternative sull’origine del senso estetico, che ci riserviamo di raccontare altrove.

Bibliografia

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Chomsky, N., 1988: Language and Problems of Knowledge. The Managua Lectures, The MIT Press, Cambridge, Mass. Trad. it. Linguaggio e problemi della conoscenza, Il Mulino, Bologna 1988.

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Desideri, F., 2011: La percezione riflessa. Estetica e filosofia della mente, Raffaello Cortina editore, Milano.

Ferretti, F., 2010: Alle origini del linguaggio umano. Il punto di vista evoluzionistico, Laterza, Roma-Bari.

Ferretti, F., 2010: Coevoluzionismo senza se e senza ma, “Rivista di Estetica”, n.s., 44, pp. 29-43.

Gould, S. J, Lewontin R. C., 1979: The Spandrels of San Marco and the Panglossian Paradigm: a Critique of the Adaptationist Programme, “Proceedings of the Royal Society of London”, B, 205, pp. 581-598. Trad. it. I pennacchi di San Marco e il paradigma di Pangloss, Piccola biblioteca Einaudi, www.einaudi.it.

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Pievani, T., Serrelli, E., 2011: Exaptation in Human Evolution: How to Test Adaptive vs Exaptive Evolutionary Hypotheses, “Journal of Anthropological Sciences”, vol. 89, pp. 1-16.



[1] Cfr. Gould, Vrba (1982), Gould (2002).

[2] Deacon dà ampiamente conto di questi studi condotti su scimmie antropomorfe. Cfr. in particolare la prima parte di Deacon (1997).

[3] Quella stessa impressionante facilità che aveva indotto Chomsky a teorizzare l'esistenza di un dispositivo innato (una Grammatica Universale, GU) per l'apprendimento del linguaggio, comune a tutti gli uomini. Cfr. Chomsky (1988): 31-32, che riassume il punto di vista dell'autore: «Sembra che il bambino si accosti al compito di acquisire il linguaggio con un ricco schema concettuale già instaurato ed anche con un ricco sistema di assunti circa la struttura del suono e la struttura di enunciati più complessi […]. Essi costituiscono una parte della dotazione biologica umana, che dev'essere risvegliata dall'esperienza e affinata e arricchita nel corso delle interazioni del bambino con il mondo umano e materiale».

[4] Cfr. il noto Dawkins (1976). In generale sui problemi dell'evoluzione culturale, cfr. Cavalli-Sforza (2010).

[5]Trattata specialmente in Deacon (2006).

[6] Riporto l'intero passaggio (ivi: 38): «What I am suggesting is that human aesthetic experience is both a function of an intrinsic shift in motivational structure favoring combinatorial associative exploration – a reflection of adaptation to ease the mnemonic difficulties of symobolization – and a function of the increased combinatorial freedom for manipulating mental representations and their emotional correlates with respect to one another. And this same freedom can also apply to the emotional correlates of these representations. Thus, aesthetic cognition may involve representational manipulation of emotional experiences that causes them to differ in significant ways from the emotions common to other primates (and mammals in general)».

[7] Sul concetto di exaptation, cfr. Gould, Vrba (1982).

[8] Ho accennato già prima al fatto che gli stati emozionali estetici sono, per Deacon, stati emergenti, cioè stati risultanti dall'interazione di processi cognitivo-emozionali più basilari, dotati di caratteristiche che sono discontinue o addirittura contrarie rispetto a quelle osservate al livello dei loro componenti. Più in particolare, il nostro autore definisce l'emergenza come la generazione spontanea di una nuova sinergia di livello più alto che scaturisce dall'interazione dei processi componenti. Le emozioni emergenti (estetiche) sono, chiaramente, proprie solo di Homo sapiens perché la loro emergenza è resa possibile espressamente dalla capacità simbolica umana. Alla questione dell'emergenza, davvero cruciale, Deacon dedica anche il suo ultimo lavoro, un'opera dalla mole imponente che si propone di gettare luce su un interrogativo cruciale: in che modo è emersa la mente dalla materia? Cfr. Deacon (2011). In particolare, l'autore si propone di dimostrare «how a causality dependent on specifically absent features and unrealized potentials can be compatible with our best sciences. I believe that this can be done without compromising either the rigor of our scientific tools or the special character of these enigmatic phenomena. I hope that by revealing the glaring presence of this fundamental incompleteness of nature, it will become impossible to ignore it any longer» (Deacon [2011]: 16-17). Tra i fenomeni “incompleti” Deacon annovera «concepts such information, function, purpose, meaning, intention, significance, consciousness, value» (ivi: 23), compreso l'aesthetic value, tutti «intrinsically defined by their fundamental incompleteness» (ibidem). Di tale incompleteness Deacon cerca di rendere ragione dal punto di vista scientifico, con un'argomentazione serrata e ad ampio spettro. Cfr. la mia recensione di Incomplete Nature in “Aisthesis”, vol. 5, n. 2 (2012), pp. 292-296.

[9] Cfr. Ferretti (2010), (2010a).

[10] «L'estetico si presenta [...] come quello spazio o dimensione dell'esperienza umana che mette a giorno il problema di articolare il mondo in senso simbolico-semantico, magari proprio a partire da quelle salienze indicizzate nel mapping attenzionale, dove anticipazioni categoriali e intel­li­genza emotiva dell'ambiente sono in stato di fusione». L'estetico vale da «terreno fecondo di for­mazione e sviluppo dell'atteggiamento simbolico e categorizzante così come di altri atteg­gia­men­ti specificamente umani» (Desideri [2011]: 55).

[11] Cfr. Gould, Eldredge (1977).

[12] Con il termine pennacchio, in architettura, si indica quella porzione di parete a forma di triangolo curvilineo compresa tra due archi a tutto sesto contigui e la linea ideale tangente gli archi stessi nel loro punto più alto.



DOI: http://dx.doi.org/10.13128/Aisthesis-11797



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