Tra il 1983 e il 1991 ho avuto occasione di collaborare a una ricerca di lessicologia promossa e diretta da P

Otto tesi per una riconcezione dell’estetica

(e due conclusioni meta-estetiche)

Fabrizio Desideri

1.Se il mondo è la totalità dei fatti, i fatti estetici appartengono al genere dei fatti espressivi.

1.1. Che qualcosa sia in maniera espressiva è un fatto e non un’interpretazione.

1.2. Res e factum non sono coestensivi.

1.2.1. Il mondo delle res è più ampio di quello dei fatti. Una qualsiasi espressione è pur qualcosa.

1.3. I fatti estetici, in quanto espressivi, sono realmente a due livelli (introducono una verticalità nel loro essere).

1.3.1. La duplicità del loro essere (il loro carattere ontologicamente differenziale) li caratterizza come tendenzialmente riflessivi.

1.3.2. In quanto tendenzialmente (e immanentemente) riflessivi i fatti estetici sono anche disposizionalmente (ed esigenzialmente). rappresentativi.

1.3.3. Per questo aspetto l’estetico confina con l’artistico: ne è il necessario presupposto (la condizione di sfondo).



2. I fatti estetici non sono soggettivi e dunque sono irriducibili a valutazioni, emozioni, impressioni.

2.1. D’altra parte: una qualsiasi cosa è riconosciuta come espressiva all’interno di un contesto attenzionale.

2.1.1. Il contestualismo da difendere è moderato: la condizione della manifestazione non coincide con il suo essere. Il contesto non può avere valore causale. Per quel che ci interessa: nella modulazione attenzionale di processi percettivi qualcosa (una res) è colto nella sua qualità espressiva.

2.2. I qualia non stanno semplicemente nella testa, ma fuori. Nemmeno la coscienza vi sta (contro i mentalisti e gli epifenomenisti).

2.2.1. La soggettività è una conseguenza imprevista di fatti estetici nella contingenza di contesti attenzionali. E’ una risposta a input e sollecitazioni di vario tipo che provengono per così dire “da fuori”.



3. Se l’attitudine estetica è una risposta, l’estetica non è una filosofia prima (detto anche contra me ipsum).

3.1. Questa è una risposta alla maestà espressiva della res (alla qualità della cosa: al suo sguardo, come intuì Benjamin nella sua teoria materialista dell’aura). L’estetica non è una filosofia prima, perché non c’è una filosofia prima.

3.2. La percezione da cui sorge l’attitudine estetica (come sintesi favorevole o sfavorevole di tenore emotivo e cognitivo) è già riflessa prima di ogni intenzione.

3.2.1. Bentornato Kant (a queste condizioni)!

3.3. In ogni caso la filosofia sorge sempre in medias res: nell’interplay tra giochi linguistici e giochi di pensiero.



4. Anche (e forse soprattutto) l’estetico nasce quasi per gioco, al confine di ogni intenzione.

4.1.1. Il senso del “quasi” è qui quello di un quam si: di un come se mimetico.

4.2. In forza della capacità mimetica che l’accompagna come una risorsa, l’agire percettivo da cui nasce l’estetico non può esser detto un gioco a somma zero.

4.2.1. Le conseguenze dell’agire percettivo sono energeticamente eccedenti rispetto ad esso e allo stesso gioco estetico che configura.

4.3. Il senso di questa eccedenza energetica del gioco estetico-percettivo sta nell’antici­pazione.



5. L’emergenza dell’estetico è una risposta evolutiva all’essere sempre in ritardo della coscienza.

5.1. Relazioni cognitive e atteggiamenti etici sono anticipati, strutturalmente  e quindi inestinguibilmente, dall’esercizio di un’attitudine estetica.



6. La possibilità dell’anticipazione sta nel quid di indeterminazione che caratterizza l’intonazione estetica del percepire.

6.1. Il motivo di ciò sta nel fatto che il complesso della vita sensoriale è più ampio di quello della vita percettiva, questo è – a sua volta - più ampio delle sue articolazioni linguistiche e delle sue categorizzazioni implicite e queste, infine, sono più ampie delle categorizzazioni esplicite.

6.2. Nella dimensione estetica dell’esperienza sta la possibilità di percorrere in avanti e all’indietro questa serie di relazioni, riconfigurandole in forza dei gradi di libertà interni ai vincoli che le articolano.



7. Dal rapporto tra indeterminazione e anticipazione, in particolare dall’indeterminarsi del desiderio come cuneo tra percezione e azione, nasce la differenza tra un interno ed un esterno.

7.1. Il circolo dell’estetico si chiude e si apre, appunto, con questa differenza.

7.1.1. Fatti e atteggiamenti estetici sono irriducibili tanto in un senso mentalistico (sia esso rappresentazionale o psicologico) quanto in un senso comportamentistico.

7.2. La differenza tra un interno ed un esterno è la relazione interna (vedi Wittgenstein!) di tutte le proposizioni a tenore estetico.

7.2.1. Una ontologia deve tener conto di questa differenza.



8. L’estetico non è un circolo, ma un passaggio.

8.1. Il circolo dell’estetico non può che svanire.

8.1.2.Senza questo passaggio, del resto, non saremmo quelli che siamo. Ad esempio dei passanti che si stupiscono.

8.2. Anche di questo passaggio dovrebbe tener conto un’ontologia che ha letto il Sofista.



***

Da queste otto tesi intorno all’estetica possiamo trarre due conclusioni a carattere meta-estetico. La prima (a.) rileva la necessaria curvatura semantica di ogni ontologia. La seconda (b.) riguarda il fatto che tale curvatura emerge esteticamente. Molte le conseguenze da questo semplice fatto (implicato nel rapporto tra a. e b.).



DOI: http://dx.doi.org/10.13128/Aisthesis-11803



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