Tra il 1983 e il 1991 ho avuto occasione di collaborare a una ricerca di lessicologia promossa e diretta da P

Evoluzionismo e gestaltismo

La psicologia della forma e il problema della genesi

Michele Gardini

1. Il problema

Nessuno studioso votato alla verità scientifica può ormai seriamente mettere in dubbio l’og­get­tività delle leggi gestaltiche della percezione (olismo, pregnanza, stabilità, costanza, ecc.). Theodor Adorno denunciò ripetutamente le Gestalten come false integrazioni esperienziali, effetto e sintomo di una società anch’essa falsa, nonché illusoria riconciliazione di ordine storico e culturale; pochi – tuttavia – potrebbero seguire ancora le sue indicazioni. Le leggi che descrivono le strutture integrate e invarianti della percezione, com’è ben noto senza necessitare di ulteriore enfasi, rappresentano al contrario una delle massime acquisizioni della psicologia novecentesca. La loro importanza storica, poi, non è un mistero neppure oltre i confini della psicologia spe­rimentale. Parte niente affatto trascurabile dell’esperienza estetica del ’900 sarebbe impen­­sabile senza l’esplo­razione delle transizioni implicite tra elementi, della condensazione figurale, della concisione percettiva, di tutto ciò – in una formula – che rifiuta e supera il vecchio e stantio atomismo empiristico. L’oscura im­plicitezza che ne risulta porta spesso con sé qualcosa d’innegabilmente primitivo, che ci osserva con sguardo enigmatico e inquietante come le maschere africane di Picasso; ma questo aspetto verrà illuminato solo dalle conclusioni del presente lavoro. Ciò che è oggetto di controversia non è dunque la verità di queste leggi, ma la loro epistemologia. La psicologia della forma ha correttamente interpretato la realtà che percepiamo, ma ha altrettanto correttamente interpretato se stessa? Ovvero, nella sua autointerpretazione, non si è forse applicata i propri criteri percettivi? La teoria gestaltica, in altre parole, non diviene contemporaneamente per se stessa oggetto gestaltico?

La psicologia della forma non è in assoluto una teoria spiritualista. Non rifiuta l’imple­men­tazione organica delle sue leggi, ma rifiuta – per la precisione – la loro filogenesi. Arnheim, che già ripudia come eccessivamente estrinseche le teorie dell’empatia – costruzioni a posteriori in luogo di genuine e immediate intuizioni –, è ancora più severo nei confronti del padre dell’evo­lu­zionismo: «Darwin, nel suo libro sull’espressione delle emozioni, de­dicò alcune pagine allo stes­­so problema. Egli riteneva che le manifestazioni esterne e i loro equivalenti psichici fossero posti in relazione da parte dell’osservatore vuoi sulla base d’un innato istinto, vuoi sulla base dell’apprendimento». Tra realtà psichica ed espressione, l’evolu­zio­nismo darwiniano costruisce faticosamente un ponte con le pietre e i puntelli dell’asso­cia­zione di idee, del riflesso lentamente assimilato, della supererogazione di energia nervosa. In ef­fetti Darwin, nella celebre opera menzionata da Arnheim, aveva tentato in modo piuttosto o­scuro e aneddotico di connettere i fenomeni emotivi ed espressivi mediante una serie di teoremi meccanici e del tutto ateleologici: «Alcuni atti complessi hanno un’utilità diretta o indiretta in certi stati d’animo, perché alleviano o soddisfano particolari sensazioni, desideri e così via; ogni volta che si riproduce lo stesso stato d’animo, anche se appena accennato c’è la tendenza – in forza dell’abi­tu­di­ne o per associazione – a ripetere quegli stessi movimenti, anche se in quel momento non danno alcun vantaggio»(Darwin [1872], it.: 70).La formulazione non è perspicua e probabilmente, per qualche motivo non solo di superficie, tale deve rimanere (cfr. infra). Tutto il testo darwinia­no, fra l’altro, è appesantito da un massiccio lamarckismo, e l’ostinazione che – pena il temuto ricadere in un modello teologico e provvidenzialistico di linguaggio espres­sivo – conduce l’au­tore a negare qualunque funzione comunicativa ai fenomeni espressivi non favorisce certo la sua fruizione, neanche da un limitato punto di vista etologico. Tirate le somme, Arn­heim con­clude che «[c]omune a tutte le varietà della teorizzazione tradizionale è il di­niego di qualsiasi parentela intrinseca tra l’apparenza percepita e l’espressione trasmessa» (Arnheim [1954], it.: 364 s.).

È, al contrario, da un’intrinsecità quasi fusionale tra i suddetti fenomeni che si sviluppa la stra­na epistemologia gestaltica che ora ci proponiamo di interrogare.

2. Isomorfismo: dall’estetica all’epistemologia della forma

L’intollerabile «diniego», per Arnheim, impone un diniego uguale e contrario. Le prestazioni fi­gu­rali del nostro apparato percettivo non sono solo indipendenti dalla memoria organica del singolo, ma anche dalla più abissale memoria di un’intera storia naturale, come la storia del senso è indipendente e segregata dalle funzioni organiche, e la forma lo è dalla pulsione. Questa massiccia amputazione filogenetica conduce curiosamente la teoria in prossimità del tanto criticato illuminismo analitico e atomistico. Mentre la «negazione determinata» rappresenta, per Hegel, quel «togliere» e «superare» che è insieme un «conservare», l’illuminismo è il più esemplare rappresentante della negazione radicale e assoluta. Dopo avere distrutto criticamen­te le tradizioni, nella sua esasperazione giacobina passa a fare tabula rasa di statue, chiese, calendari, ad abolire il tempo passato e a ricominciarne il computo, a ribattezzare le stagioni e a venerare, con nuove feste, nuovi dèi. Alla scuola di Adorno e Horkheimer abbiamo però appreso cosa significhi «l’autodistruzione incessante dell’illuminismo», e come «se l’illumi­ni­smo non accoglie in sé la coscienza di questo momento regressivo, firma la propria condanna»(Adorno, Horkheimer [1944], it.: 3, 5).

Fin qui si tratta, naturalmente, di considerazioni generali o addirittura generiche. Ma dove, se mai è possibile farlo, collocare con maggior precisione il revenant illuministico nel disegno della psicologia della forma?

Sosteniamo che carattere illuministico della psicologia della forma e la sua negazione astratta e indeterminata sono latenti come possibilità – ma niente affatto come necessità – almeno in uno dei suoi rinvenimenti giustamente più celebrati, il principio dell’iso­morfismo. Si tratta di una norma psicolo­gica ed estetica ben nota per l’ampiezza del suo raggio d’azione, tan­to che sarà sufficiente richiamarla attraverso brevi esemplificazioni. Come una melodia resta la stessa anche mutando tonalità (e per conseguenza conserva la sua identità seppure alterando tutti gli stimoli fisici), anche sensi diversi possono sovrapporsi e scambiarsi l’oggetto qualitativo per traslazione. L’al­tez­za del suono richiama certi gradi di saturazione del colore, o certe sensazioni tattili (caldo, freddo); il profumo si spande con qualità ponderali (greve, leggero), e l’opera figurale appare poetica come la parola udita.

Gli psicologi gestaltisti affermano che il comportamento espressivo rivela il proprio significato direttamente nella percezione. Tale posizione si fonda sul principio dell’isomorfismo, secondo il quale processi che hanno luogo in mezzi differenti possono risultare, nondimeno, simili nella loro organizzazione strutturale. Applicato al corpo ed alla mente, ciò significa che se le forze che determinano il comportamento corporeo sono strutturalmente simili a quelle che caratterizzano gli stati mentali corrispondenti, si potrà forse intendere il motivo per cui il significato psichico può venir letto direttamente dall’aspetto e dalla condotta di una persona. (Arnheim [1966], it.: 75)

L’inevitabile passo ulteriore, come si evince dalla citazione, consiste nell’estendere questa legge che coordina i fenomeni mondani al rapporto interno-esterno nell’uomo. Il gioco non si svolge più tra i sensi propriamente detti, ma tra questi ultimi e il cosiddetto “senso interno”. Rileviamo dunque come dato di fatto primitivo e originario – non per associazione, abitudine, o semplice caso – che esiste un’intrinseca corrispondenza figurale tra stato d’animo ed espressione. La prostrazione morale si specchia senza mediazioni di sorta in un’espressione abbattuta, in una postura curva, in una prosodia sistematicamente calante. L’esplosione interiore di gioia, a propria volta, non si trasmette meccanicamente al corpo, ma vi ritrova piuttosto un Doppelgänger, un doppio gemellare che allarga i suoi arti e mulina le braccia quasi a voler abbracciare l’intero spazio.

I meriti di quest’impostazione non possono essere disconosciuti. Uno tra tutti, lo spazzare via d’un solo colpo la tediosa domanda: «i sentimenti espressi in forma visiva e sonora sono quelli dell’artista che li ha creati o quelli del ricevente?»(Arnheim [1954], it.: 365). Domanda evidentemente antiquata e in ogni caso superflua, una volta riconosciuto che la struttura del sentimento è, semmai, interna allo stesso pattern espressivo. Domanda però che, se letta sotto un altro taglio di luce, potrebbe apparire meno retrò e denunciare l’e­si­sten­za di un problema meno ingenuo. Più, infatti, l’assimilazione di interno ed esterno procede agglutinandosi in un tutto olistico, più il sen­so del sé recede fino ad atrofizzarsi del tutto. Determinate questioni, di conseguenza, perdono di significato tanto quanto lo perdono ruoli caratteristici della soggettività quali il creatore e il fruitore.

Non si tratta di un’illazione. La psicologia della forma ha davvero compreso se stessa come nullificazione del sé in nome di una specie di oggettività sintetica o di campo che si muove solo globalmente. Così come Ulrich è senza dubbio il personaggio più sbiadito de L’uomo senza qualità, Metzger parla ad esempio, in un passo di carattere etico-politico della sua Psychologie (1941), dello «sforzo di far acquistare una visione d’insieme […] e di sciogliere ogni “senso del sé” che potrebbe vanificare un comportamento oggettivo, rispondente alle esigenze della situa­zione obiettiva»(cit. in Legrenzi, Luccio [1994]: 130). Da una teoria della corrispondenza isomorfica si slitta così, un passo dopo l’altro, in una teoria della costituzione (o piuttosto della destrutturazione) della soggettività. Gradualmente e insensibilmente, l’ispirazione estetica diventa schema epistemologico. Per que­­­­sto Piaget ha annoverato la Gestaltpsychologie tra le teorie strutturalistiche: «proprio perché così concepita, la Gestalt rappresenta un tipo di “struttura” che piace a un certo numero di strutturalisti, il cui ideale, implicito o confessato, consiste nel cercare strutture che essi possono considerare “pure”, poiché le vorrebbero senza storia e a fortiori senza genesi, senza funzio­ni e senza relazioni con il soggetto» (Piaget [1968], it.: 87). Senza genesi e senza soggetto: due aspetti che, in verità, sono i due volti (isomorfi!) di un medesimo problema, e che dunque dovrebbero essere coinvolti nella medesima interrogazione.

L’isomorfismo aveva esordito, anche intuitivamente, come teoria della traslazione isomodale, cioè interna alla stessa modalità sensibile: il trasporto di una melodia in tonalità differenti è l’esempio più ricorrente. Aveva poi proseguito la sua carriera ampliando il proprio campo d’a­zione tra differenti ambiti della sensibilità (Goethe affermava, ad es., di gustare il «sapore alcalino» dell’azzurro). Dimenticando apparentemente l’esigen­za vitale, filogenetica e ontogenetica, di unificare ambiti diversi in ampie concatenazioni metaforiche ai fini di un agire prudenziale che minimizzi il rischio (criterio di minimax), aveva presentato il suo reperto teorico – per co­sì dire – in forma “depurata”[1]. Il criterio isomorfico è stato poi esteso con risultati interessanti al rapporto emozionale-espres­sivo, ovvero “interno-esterno”, cominciando però a corrodere la stessa funzione strutturale della soggettività. Sembra inevitabile ora un passo ulteriore, che ripieghi il principio sull’autocomprensione della teoria e sul posto del soggetto in essa. E, in effetti, se l’“interno” è agglutinato all’“esterno”, non solo lo psicologo sarà condotto verso un’e­pi­stemologia di tipo spinoziano, che ponga sistematicamente in parallelo fenomeni psichici e ma­­teriali, senza interazione meccanica reciproca. Sarà addirittura la sua stessa elaborazione e comprensione teorica a dover corrispondere gestalticamente all’oggetto della teoria. Invece di distinguersi dal suo oggetto, il soggetto teorizzatore dovrà rispecchiarvisi ritrovando in esso u­na struttura isomorfa. In questo modo l’isomorfismo, da oggetto estetico e quindi percettivo, diviene criterio fondatore di un’intera epistemologia, e ciò che valeva – poniamo – tra co­lore e suono decifra ora il rapporto universale tra soggetto e oggetto, ascendendo fino al livello della stessa elaborazione teorica. Potrebbe trattarsi – ed è più di un semplice sospetto – di una metabasis eis allo genos, in forza della quale l’isomorfismo si dispone quindi con una certa naturalezza nell’involucro del monismo spinoziano.

Willis D. Ellis, riassumendo per la sua antologia americana il saggio di Wertheimer Untersuchungen zur Lehre von der Gestalt (1912), scrive che «le percezioni devono essere trattate dal punto di vista delle costellazioni di stimoli da una parte e dei fenomeni gestaltici mentali effettivamente dati dall’altra. E ciò porta nella teoria fisiologica all’assunzione di processi totali. Le cel­lule di un organismo sono parti della totalità e le eccitazioni che si verificano in esse devono quindi essere viste come processi parziali funzionalmente connessi ai processi totali dell’intero organismo» (cit. in Mecacci [1998]: 58). L’ultima configurazione che il soggetto sembra poter assumere è crudamente organica: un sistema di eccitazioni cellulari che, nel loro pattern complessivo, sembrano dovere o potere replicare il pattern dello stimolo esterno. È un’episte­mo­lo­gia piuttosto seccamente delineata[2], che peraltro sembra una conseguenza inevitabile di una certa opzione teorica preliminare. Se la storia organica, la filogenesi, non sta alle spalle del fenomeno psichico e del suo senso, può ricomparire solo come suo doppio parallelo. Per questo, come dicevamo, la psicolo­gia della forma non è in sé esclusivamente spiritualistica, e ora notiamo dove colloca la componente organica: «Gli stimoli ricevuti dal cervello derivano dai brani isolati di materia colorata o di suono che costituiscono i dipinti o i mezzi musicali in quanto oggetti fisici. Ma, nel campo cerebrale, tali stimoli risvegliano patterns di forze che agiscono come componenti di processi totali di tipo integrato. I processi di campo che ne risultano consistono nell’influenza esercitata da tutto su tutto» (ivi: 282).

In Köhler, ad es., in un passo che solo la prudenza può indurre a definire controverso, è esplicito il fatto «miracoloso» per cui il cervello è in grado di ricostruite l’unità già insita nell’og­get­to fisico o nella situazione, e che necessariamente va in parte perduta nella trasmissione de­gli stimoli da oggetto a soggetto.

Diviene evidente l’enorme valore biologico dell’organizzazione sensoriale. Abbiamo visto che questa organizzazione tende a produrre risultati che concordano con le entità del mondo fisico presenti al momento; in altre parole, abbiamo visto che lo “appartenersi l’uno all’altro” di elementi nel­l’esperienza sensoriale tende ad accompagnarsi all’“essere un’unità” in senso fisico, e l’iso­la­men­to entro il campo sensoriale all’essere diviso dal punto di vista della fisica. Così in innumerevoli casi organizzazione sensoriale significa una ricostruzione di quegli aspetti di situazioni fisiche che sono andati perduti nei messaggi-onde che vengono a colpire la retina. (Köhler [1947], it.: 111)

È vero che il “rumore di fondo” ostacola la trasmissione, ma è anche vero che questa descri­zione offre un quadro altamente improbabile: il quadro di un mondo già autonomamente configurato che, per qualche dono provvidenziale, è in grado di produrre uno stato mentale isomorfo passando per un mezzo incongruo. Potremmo definirlo un esempio di biologia miracolosa, o assumerlo d’altra parte come documento della vitalità secolare del modello spinoziano, nel quale – com’è noto – il soggetto aspira infine a dissolversi come un frammento nel mare dell’amor Dei intellectualis.

3. Piaget: l’epistemologia genetica e la costruzione della forma

Piaget va annoverato tra i critici più severi della Gestaltpsychologie. Egli giunge fino ad affermare che «[n]on sapremmo accordare altro merito alla psicologia della forma se non quello della precisione delle sue descrizioni» (Piaget [1947], it.: 76).In realtà, questa frase non rende giustizia al complesso rapporto dell’autore con una posizione teorica della quale non ha mai disconosciuto i risultati. Tutto il problema critico grava invece sulla loro giustificazione – o mancata giustificazione – epistemologica, cosicché «la teoria della forma si ricongiunge in fondo, malgrado la maggiore raffinatezza del suo pensiero, alle posizioni dell’em­pi­rismo classico […] giacché in ambedue le te­orie l’attività operatoria è pur sempre dissolta nel sensibile a vantaggio della passività dei meccanismi automatici» (ivi: 80 s.). L’osservazione di Piaget è molto importante perché avvalora il rilievo del carattere regressivo della Gestalt­psychologie, e la sua ricaduta in quel modello sensistico e atomistico – “illuministico” – che essa aveva voluto superare e congedare del tutto e per sem­pre. La Gestaltpsychologie cancella il passato, e il passato ritorna questa volta proprio in forma di illuminismo.

Dietro la percezione della «buona forma» c’è – appunto – un passato, e questo passato è per Piaget la storia delle operazioni del bambino, storia che bisogna disseppellire e trarre alla luce dal suo oblio. Secondo la Gestaltpsychologie, «le costanze percettive non sarebbero il risultato di un processo di acquisizione ma sarebbero identiche a partire da tutti i livelli di sviluppo, tanto nell’animale e nel lattante quanto nell’adulto» (ivi: 73). Per Piaget,

le leggi di equilibrio invocate sono leggi di un universo di già costituito e statico e non di un processo di stabilizzazione biologica e progressiva. È questa la ragione per cui, nell’ambito della percezione, gli psicologi della Gestalt si sono impegnati soprattutto nel tentativo di dimostrare che le strutture principali non si evolvono con l’età, particolarmente le famose “costanti” della grandezza (valutazione della grandezza reale a distanza), o della forma, ecc.(Piaget [1970], it.: 141)

Il reperimento “estetico” di «costanti» percettive nell’esperienza mondana, in forza della me­tabasis estetico-epistemologica che abbiamo già denunciato, ha evidentemente indotto i gestaltisti a intendere come costanti anche le proprie strutture teoriche. Queste strutture sono invece evolutive, e la costanza (di colore, di forma, di dimensione) non appare più come un fatto, ma come un risultato. Si tratta di una lunga, paziente e accidentata costruzione storica, una via lungo la quale l’individuo, attraverso continue contrattazioni con la realtà fatte di «assimilazioni» e «accomodamenti», finisce per realizzare un complesso e raffinato meccanismo omeostatico, l’«adattamento» all’ambiente, nel quale ogni livello d’integrazione via via raggiunto non cancella, ma ingloba in sé il precedente, lo conserva e lo conduce a un superiore livello di perfezione: «È possibile allora concepire le strutture totali come il prodotto di una successiva costruzione il cui processo non è dato da una successione di “sintesi” ma da una combinazione di differenziazioni accomodatrici e di assimilazioni. È possibile ancora stabilire una relazione fra tale costruzione ed una intelligenza che si esprima in una attività reale, in opposizione all’ipotesi che si rifà ad un meccanismo di strutture prestabilite» (Piaget [1947], it.: 80). Tramite esperimento ed errore, tentativi reiterati, “aggiustiamo” un passo dopo l’altro il nostro interno sull’esterno e l’e­ster­no sull’interno, piuttosto che far collassare direttamente esterno e interno l’uno sull’altro con il celebre «colpo di pistola» hegeliano.

Ma denunciare la carenza di analisi esperienziale propria della psicologia della forma («si può sicuramente sostenere che tale principio essenziale [la costanza percettiva, NdA] è contraddetto nei fatti»; ivi: 77) assume, a questo punto, un significato e un valore metaesperienziali. Più siamo in grado di dimostrare che determinate costanti percettive sono frutto di un lavoro silenzioso e sotterraneo e di una transazione prolungata dell’individuo con l’ambiente, più questa dimostrazione si rifletterà anche sul superiore piano della teoria, gettando luce sulla sua rimozione del piano storico-evolutivo.

Va riscontrata «l’inesistenza di una costanza specifica in profondità per il fanciullo ed, al con­trario, un accrescersi sensibile delle azioni regolatrici miranti a detta costanza, proporzionalmente all’età» (ivi: 78).A una percezione centrata sul soggetto come asse di riferimento, ma casuale nella scelta e nella fissazione della messa a fuoco ambientale, segue, mese dopo mese, anno dopo anno, una pratica percettiva che impara a decentrarsi, ad assumere punti di vista sempre più extrasoggettivi, e allo stesso tempo a ordinare le proprie messe a fuoco in una procedura sistematica e logicamente coerente. È attraverso la conquista del «decentramento» che il mondo circostante di stabilizza sempre più in forme oggettive, e si avvia l’intelligenza alla conquista della superiore oggettività della logica formale. Ciò che prima veniva riferito egocentricamente al soggetto è progressivamente compreso e studiato come forma autonoma, stabile e in sé coerente. Del decentramento fa parte, naturalmente, anche l’assumere il punto di vista dell’altro nell’esercizio dialogico dell’intelligenza.

I vari e celebri stadi piagetiani dell’intelligenza (pre-simbolico, intuitivo, operatorio concreto, formale) assumono così una fisionomia evolutiva molto lontana dalla staticità atemporale del­la Gestaltpsychologie. Ciascuno di essi supera e conserva il precedente; riposa, cioè, sul­l’in­te­grazione conseguita dal grado evolutivo preliminare su un insieme più ristretto, e tenta di am­pliarla a un insieme più vasto di fenomeni. Un esempio lo presenta proprio la costanza gestaltica di grandezza. Mentre il bambino di pochi mesi sembra fallire sistematicamente nella sua rilevazione (in realtà nella sua costruzione), l’evoluzione individuale stabilizza progressivamente la prestazione fino a che, nell’a­dulto, appare riscontrabile ormai solo il risultato, che la psicologia della forma ha esattamente colto e codificato. Ma vediamo in quali termini dovrebbe essere appropriatamente descritto questo stato di cose.

È proprio questa super-costanza [nell’adulto, NdA], ingiustificabile in un’ipotesi fisicalista, la spia di un’indubitabile precauzione inconscia contro l’errore, di una “decisione” dunque nel senso della teoria dei giochi, condotta inoltre secondo il criterio minimax (minimizzazione massimale del rischio), fenomeno che non è più assimilabile ad un puro equilibrio di forze fisiche e trova invece il suo equivalente in certe forme biologiche di omeostasia come super-compensazione in caso di incidente, e non con compensazione esatta. (Piaget [1970], it.: 141)

La costanza di grandezza non è affatto oggetto di un rilievo percettivo diretto, come se fosse implicita nei fenomeni stessi (formula, oltretutto, assai difficile da comprendere in questo con­testo, e ancor più da amministrare teoricamente). Essa non è solo una costruzione, ma è piuttosto una decisione nel senso della teoria dei giochi: una scommessa prudente o «precauzione inconscia» che, appunto inconsciamente, ha lo scopo di porre l’individuo al riparo da pos­sibili minacce ambientali. L’esaltazione della dimensione in lontananza è dunque un investi­mento prudenziale che minimizza il rischio pagando, naturalmente, il prezzo di un numero piut­tosto elevato di “falsi positivi”. Ma è soprattutto una decisione, nel senso ben determinato di momento critico e sospeso che ristruttura i rapporti tra individuo e ambiente nella loro globalità. Le costanti percettive non vengono rilevate sui fenomeni, ma vengono volta per volta decise in momenti critici di ristrutturazione dell’intero rapporto sog­getto-oggetto.

4. Eibl-Eibesfeldt: il contributo dell’etologia al problema della forma

Solo uno studio ben più vasto del presente potrebbe esplorare i rapporti tra l’epistemo­logia pia­getiana, costruttiva ed evolutiva, e l’etologia di Eibl-Eibesfeldt, allievo di Konrad Lorenz e par­ticolarmente sensibile al diritto dei fattori innati (selezionati filogeneticamente) che guidano o almeno veicolano la nostra esperienza della realtà. Nei limiti di questo lavoro, possiamo notare che il palese contrasto, se fosse approfondito scrupolosamente, potrebbe risultare meno stridente del previsto. Piaget non manca di ammettere che «c’è infine l’ostacolo più grave, ed è il mistero inesplorato che si addensa ancora largamente sui fattori di maturazione nervosa, che indubbiamente intervengono in parte nello sviluppo delle operazioni intellettuali»[3] (ivi: 147) lasciando in questo modo “socchiusa” la possibilità di riconoscere il ruolo dei fattori organici (in­nati) nell’evoluzione dell’intelligenza. Da parte sua, Eibl-Eibesfeldt non solo non ha mai disconosciuto l’importanza di fattori genericamente “culturali” e appresi nel modellare l’espe­rien­za umana, ma ha anche – più specificamente – ammesso che le disposizioni innate dovrebbero essere assecondate, al “momento giusto”, da apprendimenti specifici: «Nello sviluppo vi sono periodi di sensibilizzazione nei quali si verifica la fissazione – analoga al­l’imprinting – degli atteggiamenti fondamentali etici ed estetici […]. Se si lascia passare inutilizzato quel periodo si possono produrre danni permanenti» (Eibl-Eibesfeldt [1970], it.: 44). Ciò non significa, naturalmente, che le due teorie possano sovrapporsi senza tensioni. Piaget riconosce senz’altro che non è l’apprendimento a determinare lo sviluppo, ma è lo sviluppo che determina l’apprendimento. Lo sviluppo viene dun­que prima. Egli aggiunge però:

Se, infatti, lo sviluppo precede e determina l’apprendimento, ciò non significa affatto ammettere il carattere innato della conoscenza o conoscenze acquisite indipendentemente dall’apprendimento: significa, invece, che ogni apprendimento comporta, oltre ai dati esteriori S o alle reazioni osservabili R, un insieme di coordinazioni attive, il cui processo di progressiva equilibrazione costituisce un fattore fondamentale e rappresenta in effetti una logica o un’algebra. (Piaget [1970], it.: 168)

Eibl-Eibesfeldt, per contro, ha ripetutamente lamentato che «[i]nvece di accettare il fatto che noi uomini veniamo al mondo con una certa serie di adattamenti filogenetici, si preferisce semplicemente sottacere questo dato scientifico»: «Di fronte alla varietà dei rituali e delle usanze si è preferito in passato sottolineare, con interpretazione riduttiva, l’indubbia duttilità del comportamento umano, perdendo così di vista l’universalità di moduli comportamentali co­­me pure di determinate strategie d’interazione»(Eibl-Eibesfeldt [1988], it.: 113, 85). Altre pagine di Eibl-Eibesfeldt sembrano essere tacitamente rivolte proprio contro Piaget (Eibl-Eibesfeldt [1967], it.: 327 ss.). L’uomo come essere totalmente culturalizzato e storicizzato appare ai suoi occhi una tragica caricatura ideologica.

Dal nostro limitato punto di vista, porre in sequenza questi due autori è però sensato. Se Piaget ha posto, alle spalle delle strutture gestaltiche, una sostruzione individuale, un’evolu­zio­ne storica del singolo, è come se Eibl-Eibesfeldt avesse ampliato questa narrazione singolare al­la vastità di un’intera storia naturale. Di fronte a quest’ampiezza d’orizzonte, il fatto che al­l’in­dividuo si riconoscano nuovamente alcune prestazioni gestaltiche innate tende a passare in secondo piano: ciò che è a priori per l’individuo è a posteriori per la specie. La lunghissima e ca­­otica filogenesi ha, con passaggi impercettibili, distillato per mutazione casuale e selezione una serie di caratteristiche proprie non solo del fenotipo esteriore, ma dell’intero apparato psichico, seguendo il criterio darwiniano dell’adattamento e della sopravvivenza nell’ambiente: «La percezione gestaltica […] nel corso della filogenesi […] si è evoluta in modo da farci riconoscere le regolarità» (Eibl-Eibesfeldt [1984], it.: 70). Per l’uomo, infatti, essere povero di risorse organiche e ancor più di sche­mi istintuali premontati, è essenziale ai fini della sopravvivenza riconoscere la regolarità am­bientale, ma anche enfatizzarla e addirittura in­­trodurla laddove sembra essere carente. Il caso della costanza di grandezza sembra essere qui particolarmente calzante. Ma è in generale il carattere “ordinato” proprio della «buona forma» estetica a vedere, improvvisamente, aprirsi sotto di sé un intero orizzonte antropologico e una giustificazione in termini di selezione naturale che erano stati quasi completamente rimossi dalla Gestaltpsychologie: «Anche la nostra predisposizione all’ordine si radica nella motivazione della fuga. Ordine significa orientamento nel tempo e nello spazio, e non solo correlato a oggetti esterni: ci dà sicurezza anche la possibilità di predire ciò che gli altri faranno e di sapere cosa potremo fare noi» (Eibl-Eibesfeldt [1970], it.: 206).

È in tale contesto che Eibl-Eibesfeldt riprende la tesi darwiniana sul carattere estrinseco e as­­sociativo dell’espressione rispetto all’emozione. Il passo darwiniano citato nel §1 del presente lavoro risulta così riformulato in modo un po’ più perspicuo e circostanziato da numerosi esempi etologici.

Qualsiasi modulo comportamentale che accompagni uno stato emotivo di un animale abbastanza regolarmente da poterlo caratterizzare può costituire il punto di partenza per un simile sviluppo; e allora può diventare per un congenere segno caratteristico di quello stato emotivo […]. Se è vantaggioso per il trasmissore aver modo di esprimere un’emozione, sicché un altro lo comprenda, l’espressione dell’emozione, tramite la selezione naturale, viene sempre più transvalutata a segnale (ivi: 66 s.).

Evidentemente resta sempre qualcosa d’impenetrabile, o meglio sfocato, ogniqualvolta il linguaggio – che pure in Eibl-Eibesfeldt è di norma cristallino – si approssima alla descrizione di questi nessi (si tratta probabilmente di un limite ma non di una carenza, come cercheremo di suggerire nel conclusivo §5). Ci sfugge, fra l’altro, quale sia il valore di questo «accompagnare», e quale interpretazione dare al «caratteristico». È come se dentro ciascuno di questi termini chiave, che dovrebbero essere discriminanti, lo stesso problema del discrimine risuscitasse come un fantasma. La soglia che separa la semplice regolarità meccanica dall’espressione autonoma del senso non solo si ricostituisce al loro interno, ma si sposta continuamente, rivelandosi tanto più evanescente quanto più cerchiamo di fissarla sotto la lente teoretica. Insomma, è come se i tentativi via via più accorti di risolvere quest’articolazione non possano evitare di riproporre il problema in forme via via più elusive.

Non possiamo dunque, transitoriamente, che limitarci a fissare in generale alcuni dei punti più “didascalici” di questa posizione teorica. Il senso e il valore dell’espressione, almeno dal punto di vista della loro costituzione filogenetica, non stanno nei fenomeni – ammesso che ciò possa significare qualcosa di chiaro. Al contrario, «lo sviluppo del segnale viene sempre dettato dal recettore, il quale riconosce un significato nel modulo comportamentale del partner, e dunque lo eleva al rango di segnale» (ivi: 72).Il recettore svolge in questo sistema la funzione di esercitare la pressione selettiva sul segnale espressivo, costituendolo di fatto come tale. Quest’ultimo, poi, non gode di “intrinsecità” rispetto allo stato emotivo. È, piuttosto, l’effetto di un bricolage, del­l’as­semblaggio di alcune sopravvivenze vestigiali che hanno tramandato rudimenti comportamentali originariamente impiegati per tutt’altra funzione e selezionatisi sotto tutt’altra forma di pressione evolutiva: «Nel processo della ritualizzazione, i moduli comportamentali vengono transvalutati a segnali (movimenti espressivi), spesso anche con la contemporanea insorgenza di particolari strutture somatiche. In tale processo, essi subiscono modificazioni intese a confor­mare il segnale in modo tale che esso colpisca l’attenzione e risulti inequivoco; e ciò vale anche per segnali che sorgono nel corso della ritualizzazione culturale» (ivi: 76).

La Gestaltpsychologie ha cancellato, nella sua disposizione platonica, la storia di queste vestigia e il maldestro, ma stupefacente bricolage che la vita compie silenziosamente, a tentoni, sui propri rudimenti. Lo splendore estetico del senso risultante ha emarginato nell’oscurità l’ag­grovigliato non-senso nel quale affonda le sue radici. Questa “illuminazione”, come abbiamo visto, non è solo estetica, ma metaesperienziale: diviene, nell’isomorfismo tra teorizzante e teorizzato, la stessa autocomprensione della teoria, cosicché le qualità della forma innalzano l’impalcatura della stessa psicologia della forma. L’etologia fornisce a tal proposito le conferme decisive, che potremmo schematicamente organizzare secondo tre aspetti distinguibili, anche se intrinsecamente connessi.

a) «Percepiamo la chiarezza, la pregnanza con un senso di benessere: ne facciamo esperienza provando un godimento estetico. L’astrazione è spesso più efficace della realtà e noi siamo fatti, o meglio siamo stati selezionati, in modo che tutto quanto corrisponde al desiderio di ordine dei nostri sensi venga ricompensato con sensazioni positive. Proprio in ciò trova fondamento una delle tendenze all’autorinforzo proprie del dogmatismo: in un certo senso, il testo dogmatico si rivolge a noi sollecitandoci sul piano estetico»(Eibl-Eibesfeldt [1988], it.: 58). La splendida organicità estetica non è solo un attributo della «buona forma» percepita, ma anche dell’affascinante semplicità e simmetria della teoria. Più questa teoria si specchia narcisisticamente sulla superficie del­la «pregnanza», più il suo dogmatismo viene rinforzato in un circolo chiuso e in un gioco infinito di autogratificazione.

b) «La tendenza alla “pregnanza” ci induce a pensare per contrari, il che porta a una polarizzazione del nostro pensiero, e allo stesso tempo rivela una notevole capacità di ordine da parte del nostro cervello. I contrari vengono ricavati secondo il principio dell’accentuazione del contra­sto, e ciò facilita la distinzione concettuale e porta chiarezza, ma d’altra parte induce a una visione semplicistica del mondo» (Eibl-Eibesfeldt [1984], it.: 70).La legge fondamentale della percezione, quasi la matrice di ogni altra qualità gestaltica, è quella che norma lo “staccarsi”, per «accentuazione del contrasto», della figura dallo sfondo. Allo stesso modo, la Gestaltpsychologie pretende di staccare semplicisticamente il proscenio luminoso del senso dall’oscuro non-senso che lo ha generato, respingendo la propria matrice nel­l’oblio.

c) «Un’ulteriore tendenza di pensiero che spesso ci induce in errore, sia nella vita di tutti i giorni sia nella ricerca, è il pensiero monocausale. È sicuramente importante per un individuo co­gliere rapidamente la causa diretta di un evento […]. Nella ricerca, però, un tale modo di pen­sare è riduttivo, e ciò non consente di valutare obiettivamente la variabilità dei fenomeni» (ivi: 71); e inoltre: «Siamo attrezzati soprattutto per riconoscere le cause immediate: si tratta di un vantaggio, che oggi però potrebbe trasformarsi in un handicap. Esso infatti ci induce, quando discutiamo, a riconoscere come vere e proprie cause i motivi contingenti» (Eibl-Eibesfeldt [1988], it.: 45). La Gestalt­psychologie è, come sappiamo, decisamente allergica allo schema causale, del quale non si stan­ca di denunciare il carattere estrinseco e l’associazione meccanica. Lo sfoltisce dunque nella sua multilateralità e ne accorcia le catene fino di fatto ad annullarlo. La vista, per inciso, è il senso che più di tutti è in grado di “rimuovere” e lasciare dietro di sé l’impatto dell’i­ni­ziale stimolazione sensibile. Semplificare le implicazioni causali è però un pericoloso sintomo di dogmatismo. Sembra così inevitabile che le forme, come «idee» o «strutture», restino sospese in una specie di vuoto eidetico, quasi pianeti senza atmosfera.

5. Alcune osservazioni conclusive

Vorremmo concludere questa riflessione con tre osservazioni riepilogative, che non hanno naturalmente la pretesa di risolvere alcuno dei tortuosi problemi qui presentati, ma possono forse offrire un minimo contributo affinché lo sguardo critico sia indirizzato nella giusta direzione.

In primo luogo, dobbiamo riconoscere che il senso si articola sul non-senso. Anche le nostre più alte funzioni intellettuali sono un remoto effetto di pressioni selettive, rudimenti vestigiali, transvalutazione e conversione di precedenti funzioni, atrofizzazioni, assemblaggi più o meno fortuiti e bricolage. Non si tratta di una prospettiva riduzionista, ma di un’impostazione rigorosamente dialettica. Chi pretende di ridurre tutta l’umana teleologia del senso al caotico afinalismo di questo labirinto evolutivo ha tanto torto quanto chi pretende che, con la prima alba del senso, l’uomo sia entrato in un mondo totalmente nuovo, senza più nulla da spartire con la storia della sua genesi. La Dialettica dell’illuminismo ci ha dimostrato una volta per tutte che queste due opzioni non sono opposte, ma omologhe, perché entrambe non dialettiche: «La falsa chiarezza è solo un altro modo di indicare il mito» (Adorno, Horkheimer [1944], it.: 6). La splendida chiarezza e le simmetrie ordinate della Gestaltpsychologie ricadono dunque, quanto al loro senso e valore, in un’osc­uri­tà mitica. Non per caso, la teoria ha così potentemente ispirato il primitivismo delle avanguardie storiche, che ne hanno immediatamente intuito un’affinità con il proprio progetto.

In secondo luogo, nel corso del presente lavoro abbiamo denunciato la scarsa chiarezza di alcuni passaggi relativi al comportamento espressivo (Darwin nel §1, Eibl-Eibesfeldt nel §4) il cui oggetto di ultima istanza era, non a caso, l’articolazione della teleologia del comportamento espressivo sull’ateleologico dell’associazione meccanica. Quest’inafferrabilità, abbiamo detto, è sicuramente un limite, ma non una carenza. La chiarezza, al contrario, potrebbe essere qui solo la «falsa chiarezza» della barbarie teorica e della regressione mitica denunciata da Adorno e Horkheimer. Il senso ha – appunto – senso solo se resta in una zona, oscura e indeterminabile, di tensione (superamento e conservazione) con il non-senso. Evidentemente l’articolazione tra non-senso e senso, che già si abbozza nell’espressione emotiva dell’animale, e d’altra parte nell’uomo non può essere ridotta alla tradizionale opposizione tra “natura” e “cultura”, non si riconduce alla semplicità di una connessione puntuale, e neppure a una giustapposizio­ne di presunti opposti. Tale articolazione deve anzi essere preservata nella sua indeterminatezza dia­lettica: è come se il linguaggio, supremo organo umano del senso, si approssimasse indefinitamente a questo luogo originario senza poterlo mai enunciare in modo trasparente. Potrebbe non essere inutile richiamare in questo contesto una suggestiva metafora di Antonio Damasio. Affrontando metodologicamente il problema della “collocazione” della coscienza, al crocevia tra descrizione in terza e in prima persona, tra l’afinalismo del fenomeno organico oggetto di descrizione e il finalismo del senso afferrabile per introspezione, Damasio afferma che la coscienza è sfocata. Non sono sfocati, e magari irrimediabilmente inadeguati, i modi di afferrarla, ma alla coscienza stessa accade qualcosa di simile all’attore in una scena del film di Woody Allen Harry a pezzi: «È l’attore che non è a fuoco! È intrinsecamente sfocato, e chiunque lo guardi vede un’im­magine sbiadita» (Damasio [1999], it.: 107).

In terzo e ultimo luogo, l’evoluzionismo darwiniano si presta meglio della Gestaltpsychologie a circoscrivere questa zona d’ombra e a dare ragione di questa tensione tra senso e non-senso, a patto – naturalmente – che non venga inteso in senso inappropriatamente riduzionistico. La psicologia della forma non ha carattere dialettico, perché il suo modo di negare è piuttosto illuministico, ovvero indeterminato e assoluto, dunque regressivo[4]. Al contrario, «[i]l darwinismo, il quale più di ogni altra teoria è responsabile dell’ormai dominante visione evolutiva di tutta la realtà», secondo una mirabile osservazione di Hans Jonas, «fu un evento fondamentalmente dialettico»(Jonas [1994], it.: 74).

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[1] Cfr. infra, §3. Qua e là si manifesta invero qualche “ritorno del rimosso”. Lo stesso Arnheim ([1966], it.: 80 s.) nota che la percezione (particolarmente la percezione espressiva) avrebbe una funzione di adattamento e di difesa biologici dell’individuo nei confronti dell’ambiente.

[2] In Arnheim ([1966], it.: 76), compare addirittura un’istruttiva tabella che coordina agli stati percettivi e cinestetici caratteri organico-fisici quali «elettrochimico», «meccanico», «psicologico», «geometrico».

[3] Una dimostrazione dell’ambiguità fondamentale che pervade l’inevitabile confronto di posizioni Si può evincere dal seguente passo piagetiano: «Ora, l’esistenza di tali legami, di cui si è dimostrata la possibilità tra l’organizzazione biologica e quella della conoscenza […] non autorizza affatto eventuali tentativi riduzionisti, e ciò per una ragione evidente dal punto di vista della psicologia dello sviluppo: e cioè che l’intelligenza non appare nel suo manifestarsi come già dotata di tutte le sue strutture, quasi fosse anteriormente contenuta in nuce nell’organismo, né si evolve in modo rettilineo a partire da meccanismi elementari, che bisognerebbe in tale caso supporre come preformati nei sistemi nervoso e genetico; l’intelligenza si costruisce, in realtà, a poco a poco, grado per grado» (Ivi: 137). Non si esclude infatti che a emergere in tempi successivi siano proprio (e unicamente) disposizioni preformate.

[4] A titolo di curiosità, si può riportare l’ipotesi di Kosslyn (1987), secondo la quale l’approccio gestaltico alla percezione e all’immagine sarebbe (ovviamente nei destrimani) lateralizzato nell’emi­sfero cerebrale destro, quello che buona parte della letteratura neuropsicologica tende a considerare filogeneticamente più arcaico.



DOI: http://dx.doi.org/10.13128/Aisthesis-13778



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