Cromohs 2012 - autore - titolo

Senza la barriera delle Alpi.
La seta e l'eredità intellettuale di Matthieu Bonafous tra Lyon e Torino[1]

Claudio Zanier
Università di Pisa
Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociales - Paris
Claudio Zanier, “Senza la barriera delle Alpi. La seta e l'eredità intellettuale di Matthieu Bonafous tra Lyon e Torino”, Cromohs, 17 (2017): 1-11

Abstract

This essay deals with the role played by Matthieu Bonafous (Lyon 1793-Paris 1852), Director for decades of the Turin (Piedmont) Botanical Gardens, in fostering agronomical research at a European level particularly with regard to sericulture, and in tracing down his former Library and Archive. Bonafous' family had been active since early eighteenth century as forwarding agents for huge quantities of Italian silk products collected in Turin and sent via Alpine roads to Lyon and elsewhere. Bonafous’ father was instrumental in planning and building a cartable road through the Alps that eased transit between Italy and France. A few years after his sudden demise in 1852 the whole library of Matthieu Bonafous, including thousands of  rare and precious books and scores of  folders of his personal research archive, were donated by his brothers to Lyon, constituting for several years a specialised and much appreciated section of the town's public library. In the early twentieth century an unfortunate reorganization of Lyon's Municipal Library dispersed the whole “Donation Bonafous” within the mass of  Lyon's Library books. The catalogue of the “Donation” disappeared too. A painstaking research undertaken since the early 1980s has begun bringing to light some of the main elements of the Bonafous’ Archive. A few samples of his research papers are here illustrated.

1. Un rapporto di interdipendenza

Per quasi due secoli, tra la seconda metà del ‘600 ed i primi decenni dell’800, la principale attività manifatturiera lionese – la fabbricazione di tessuti di seta di alta qualità – e la più dinamica delle attività produttive piemontesi – la produzione di superiori filati di seta – furono strettamente legate e interdipendenti[2].

Le manifatture lionesi dipendevano in maniera pressochéesclusiva, per le stoffe più pregiate, dall’importazione di organzini piemontesi (impiegati nell’ordito dei tessuti) che nessun’altra area produttiva al mondo riuscirà ad eguagliare in qualità sino all’incirca agli anni ‘30 del XIX secolo. Il Piemonte, dal canto suo, aveva in Lyon il suo più importante, sicuro e costante mercato di sbocco per un articolo che impiegava a tempo pieno migliaia di persone in decine di stabilimenti di torcitura del filo di seta. Si trattava di stabilimenti di dimensioni cospicue che sin dai loro inizi, alla fine del ‘600, avevano assunto caratteristiche decisamente industriali e che utilizzavano sistematicamente l’energia idraulica[3].

Nell’arco di tempo considerato – dagli anni ‘60 e ‘70 del ‘600 sino agli anni ‘30 e ‘40 dell’800 – la tendenza di fondodel flusso di esportazioni di sete torte dal Piemonte a Lyon fu costantemente crescente, assumendo dimensioni economiche di grandissimo rilievo. Ma Lyon non assorbiva solo le speciali sete torte del Piemonte. Sul suo mercato affluivano altre sete piemontesi e, soprattutto, a causa delle regolamentazioni monopolistiche risalenti al XVI secolo, per la dogana di Lyon transitavano obbligatoriamente la totalità delle sete – di qualsiasi tipo esse fossero – che venivano impiegate nei setifici francesi, ovunque questi fossero collocati. Una parte notevole e crescente di queste sete, specie quelle dell’area padana non piemontese, anche se non destinate espressamente ad essere utilizzate a Lyon, si incanalarono anch’esse lungo il percorso Torino-Lyon, inclusa una parte delle sete destinate a utilizzatori non francesi tramite riesportazione. Non credo sia esagerato sostenere che ‘la via della seta’ tra Piemonte e Lyon nel XVIII secolo fosse uno degli assi commerciali di maggior valore economico nel quadro dei traffici e delle produzioni manifatturiere ’Europa.

La seta, già allo stato di matasse di seta greggia (cioè di filo svolto dai bozzoli per mezzo della trattura) aveva un altissimo valore unitario relativamente ad altre merci. Tale valore cresceva di molto per il filo di seta di alta qualità successivamente ritorto in organzino. I costi di trasporto, anche su lunghissime distanze, incidevano pertanto in maniera molto modesta sul costo complessivo del filo di seta commercializzato (agli inizi del ‘300 si era andati a piedi dal Mediterraneo in Cina a comprare seta greggia di qualità, con eccellenti margini di profitto). In questo senso, gli effettivi itinerari percorsi dalle sete dal Piemonte a Lyon erano relativamente ininfluenti sui costi finali all’arrivo, mentre contavano molto, in un flusso organico di quel genere, la celerità e la puntualità delle consegne, la regolarità dei pesi netti delle confezioni, la sicurezza assoluta degli imballaggi contro gli eventi atmosferici e gli incidenti di viaggio, la garanzia dell’assenza non solo di furti, ma anche di manipolazioni truffaldine dei colli nel corso del viaggio.

I fornitori inoltre erano molti e molti di essi non risiedevano a Torino e spesso neanche in Piemonte. Allo stesso modo, numerosi erano i destinatari della seta a Lyon, tra utilizzatori finali in loco e case mercantili che redistribuivano il prodotto in Francia e all’estero. La figura professionale dello spedizioniere, ovvero di un intermediario in grado di garantire un trasporto ordinato, regolare e sicuro, dovette però emergere ben presto, divenendo un elemento essenziale del flusso di sete nel lungo periodo e del suo costante sviluppo quantitativo.
I percorsi possibili tra il Piemonte sabaudo e Lyon erano numerosi, tra la via del mare diretta (Nizza) o indiretta (porti liguri) e le numerose vie di passaggio delle Alpi. Anche se tutti questi diversi itinerari presenteranno cicli di fortuna più o meno estesi nel periodo considerato, il percorso cardine tra Torino, il principale centro di raccolta delle sete piemontesi e padane, e Lyon sarà quello più diretto del Moncenisio, per St. Jean de Maurienne e Chambery, ove si apriva un braccio di transiti non secondari per Ginevra.
Mentre fu compito dello stato sabaudo di garantire l’assoluta sicurezza di questo, come degli altri percorsi, dal banditismo di strada, fu compito degli spedizionieri di organizzare, gestire e garantire commercialmente il trasporto nella sua interezza. Un compito che implicava un’alta professionalità e la conquista dell’assoluta fiducia di clienti assai difficili, ma che poteva consentire, proprio per la costanza del flusso e la sua crescita continua in termini di quantità e valore, ingenti margini di profitto.

2. I Bonafous imprenditori

La storia di questo aspetto cruciale delle relazioni tra i due versanti delle Alpi resta ancora per molte parti da scrivere[4], ma è certo che tra le figure più importanti del mondo degli spedizionieri internazionali emerse con forza, nel corso del ‘700, quella dei Bonafous, imprenditori originari di Lyon, ma già parzialmente inseritisi in ambito sabaudo[5]. Sotto varie denominazioni societarie, tra le quali possiamo ricordare la Bonafous, Bourg et Cie (fondata nel 1760), o le Bonafous frères e le Messageries Royales d’Italie degli anni ‘40 del secolo successivo, e spesso dividendosi tra rami stessi della famiglia o associandosi temporaneamente ad altri, i Bonafous assunsero ben presto un ruolo di assoluta preminenza nel convogliare e gestire i traffici serici tra Piemonte e Lyon.

Accanto alle sete – che restarono sempre il più rilevante in assoluto e il più lucroso dei settori di operazione – e alle altre merci di collettame che effettuavano lo stesso tragitto, si aggiunsero i servizi di posta, venendo a creare un vero e proprio conglomerato nel settore trasporti, comprendente privative e privilegi, ma sempre basato sulla capacità di soddisfare appieno le pressanti richieste dell’esigente clientela mercantile. A questi fini, pur mantenendo una delle loro basi operative a Lyon, i Bonafous ritennero essenziale, sin dalla seconda metà del ‘700, trasferire una parte della famiglia e il centro delle loro operazioni a Torino, dove essi continueranno ad abitare ancora agli inizi degli anni ‘50 dell’800 e dove la ditta manterrà una sua sede sino al dissolvimento finale della società nel 1864[6].

Sarà questo anche il destino di Matthieu, nato a Lyon nel 1793 e trasferitosi a Torino nel 1812, dove già abitavano il nonno materno[7] e uno zio, per rimanervi residente, con cittadinanza sabauda, per il resto della sua vita, nonostante i fortissimi legami che l’univano alla città natale e le sue frequenti e prolungate presenze negli ambienti scientifici e culturali francesi, tanto a Lyon che a Paris. A Torino risiederanno molto più stabilmente alcuni dei suoi fratelli, più di lui coinvolti nella diuturna gestione concreta della ditta[8].

3. La trasformazione delle vie di comunicazione

Il ruolo di spicco dei Bonafous sulla ‘via della seta’ tra Torino e Lyon non dipese solo dalle capacità gestionali manifestate riguardo al traffico in questione e a quelli ad esso collegati (e per il quale apriranno, nel 1819, due altre importanti sedi, a Genova, per i percorsi a sbocco marittimo, e a Milano, per la più pronta raccolta delle sete padane)[9], ma si rafforzò, assumendo caratteri di semi-monopolio, per le capacità mostrate nell’inserirsi, con adeguate iniziative imprenditoriali e significativi investimenti, nei processi di modernizzazione del difficile percorso montano transalpino intrapresi dal Governo sabaudo prima e da quello napoleonico in seguito.

Tradizionalmente, il passaggio del Moncenisio e il percorso nella tormentata e angusta vallata della Maurienne verso Chambery si svolgevano in convogli someggiati in cui ai muli, in certi tratti più difficili, si sostituivano o si affiancavano i trasporti a dorso d’uomo. Per una parte cospicua della popolazione maschile di quella valle povera e climaticamente misera, il noleggio dei muli e il trasporto di colli era da secoli una risorsa integrativa insostituibile – per molti unica – che si era fatta sempre più ricca con il crescere del prezioso transito delle sete.

Si trattava però di una strozzatura tecnica del percorso che con il tempo si era fatta sempre più intollerabile. Diminuiva l’affidabilità dei trasporti per gli inevitabili intoppi climatici o di disponibilità di mano d’opera e animali da soma nei periodi di punta e manteneva inaccettabilmente alti – più di due settimane – i tempi di viaggio, oltre a obbligare a un minuto frazionamento delle singole partite tra numerosi portatori, con tutti i rischi che questo comportava, inclusa la difficoltà materiale di un adeguato e continuo controllo diretto su merci delicate e di valore da parte dei dipendenti delle ditte spedizioniere e dei Bonafous in primo luogo.
Diveniva perciò vitale, per lo Stato sabaudo come per gli interessi lionesi, inserirsi in quell’anticipo della rivoluzione dei trasporti che sarà costituita, in tutta Europa e oltre e a fianco delle grandi costruzioni di canali navigabili, dalla trasformazione dei vecchi sentieri in strade carrabili ‘ogni tempo’. L’opera richiese molti anni di lavoro, impegnative risorse finanziarie e la soluzione di non facili problemi con le popolazioni locali, ma i tempi di percorrenza si ridussero di quasi la metà, trasformando il percorso dal suo asfittico assetto di stampo medievale in uno rispondente ai tempi e ai volumi di traffico che vi transitavano con la costruzione ex-novo di lunghi tratti di moderne strade atte al passaggio continuo dei carri e delle diligenze.

I Bonafous furono tra i maggiori beneficiari e insieme gli artefici di quel radicale cambiamento, appoggiando con vigore tutte le successive migliorie e soprattutto i nuovi e più estesi massicci interventi napoleonici. Il padre di Matthieu, Franklin Bonafous – che era pervenuto alla guida della ditta dopo la morte di suo padre nel 1770 – si distinse in modo particolare nel sostenere concretamente le iniziative di Napoleone in questo settore. Dopo Marengo, a Franklin Bonafous, che aveva contribuito in maniera determinante a faire disparaître la barrière des Alpes, venne offerta la prestigiosa carica di Prefetto di Genova. Egli ritenne tuttavia di non dover accettare la lusinghiera proposta, dedicandosi invece con maggior lena allo sviluppo della ditta (per la quale aveva ottenuto il privilegio delle messaggerie) e introducendo, a partire dal 1801, tipologie di vetture speciali (le berline) appositamente progettate e costruite per le esigenze specifiche di quel percorso.

I progressi della ditta furono da allora continui e il suo ruolo divenne a tal punto insostituibile da non soffrire minimamente del brusco cambiamento politico al momento del rientro dei Savoia, dai quali i Bonafous ottennero anzi ulteriori privilegi.

4. Matthieu Bonafous (1793-1852): la formazione intellettuale

Matthieu Bonafous ereditò dalla famiglia prestigio sociale, sicure e assai cospicue disponibilità finanziarie, reti di conoscenze influenti e cosmopolite e precise competenze nella gestione razionale di un’attività economica. Dei cinque fratelli (quattro maschi e una femmina) egli fu inoltre il solo ad avere la possibilità di dedicarsi con coerenza e successo alla carriera scientifica, pur senza tralasciare del tutto di interessarsi alla ditta di cui era comunque socio comproprietario[10] e restando fortemente legato alla famiglia (nessuno dei maschi si sposò o ebbe figli)[11] e alla sua tradizione di sistematici interventi filantropici.

Studiò a Lyon, a Chambery e a Paris, seguendo la strada della laurea in medicina che per lui come per molti altri suoi contemporanei era in realtà quella delle scienze naturali e il presupposto necessario per dedicarsi a fondo e da protagonisti al processo di innovazione scientifica dell’agronomia e delle discipline ad essa collegate. Alla Sorbona ed al Collége de France in particolare ebbe modo di assistere e di partecipare al vigoroso dibattito che contrapponeva la scuola di Lamarck e di Geoffroy de Saint Hilaire a quella di Cuvier. Ebbe ancora come maestri personalità di spicco quali Giovan Battista Balbis[12], che gli offrì accesso alle più avanzate cognizioni botaniche del suo tempo, mettendolo in contatto con l’allora dinamico e stimolante mondo degli sperimentatori e degli orti botanici, Michele Buniva[13], un’autorità nello studio dei parassiti delle piante e, sopratutto, J.-B. Huzard[14].

Huzard, uno degli edificatori della moderna scienza veterinaria, aprirà a Matthieu orizzonti intellettuali assai vasti, ponendogli a disposizione i tesori della sua biblioteca di naturalista, introducendolo negli ambienti ove più avanzata era la ricerca, facilitando le sue relazioni con personaggi del massimo rilievo politico e culturale, quali Jean Antoine Chaptal (con cui Matthieu svilupperà un rapporto assai intenso)[15] e spingendo i suoi interessi sperimentali alla comparazione con stimolanti realtà agronomiche ben al di fuori dell’ambito europeo.

Con gli Huzard Bonafous manterrà profondi legami di amicizia personale e tramite la famiglia Huzard, editori-stampatori di prestigio cui si devono pubblicazioni classiche come le Annales de l’Agriculture Française e decine di opere basilari nel filone delle nuove scienze pratiche ed in particolare in quelle agronomiche[16], Matthieu avrà facilitati i suoi contatti con il mondo editoriale e con quello più generale degli archivisti, dei bibliotecari e dei bibliofili, due settori nei quali si esplicheranno alcune delle sue attività scientifiche e intellettuali più significative.
Dopo la morte di J.-B. Huzard nel 1839, la famiglia si vide costretta a mettere all’asta il suo ricchissimo patrimonio di libri e manoscritti[17]. Matthieu intervenne alla vendita, che si svolse a Paris nel 1842, in maniera massiccia, acquisendo alcune sezioni tra le più rare e significative di una collezione unica che egli ben conosceva per averla lungamente utilizzata nei suoi studi e impedendone la dispersione, ma facendo anche dono agli Huzard stessi di alcune preziose raccolte alle quali essi avevano dovuto rinunciare[18].

5. Le attività di ricerca e sperimentazione

Gli interessi scientifici di Matthieu Bonafous – nominato sin dal 1823 Direttore dell’Orto Sperimentale della Crocetta dell’Accademia di Agricoltura di Torino – lo portarono ad occuparsi di quei settori agronomici nei quali egli avvertiva fosse maggiore la possibilità o la necessità di una rapida evoluzione produttiva, in primo luogo per l’area dello Stato sabaudo. Studiò a fondo il mais – la sua Histoire du maïs ebbe grandi riconoscimenti internazionali e numerose traduzioni[19] – e altre piante dal recente sviluppo industriale come la barbabietola e la colza (colzat) oltre a nuove varietà di riso. Ma si dedicò anche sistematicamente al tema della introduzione e della acclimatazione di nuove razze di animali domestici, suini, ovini, caprini, per i quali sollecitò ed eseguì anche in proprio numerosi esperimenti.

Alcuni di questi ultimi erano legati alle attività filantropiche dei Bonafous nei confronti della regione della Maurienne. L’area aveva pesantemente risentito della fine dei trasporti someggiati accrescendo la miseria di moltissime famiglie. La povera agricoltura tradizionale aveva scarse possibilità di espandersi e offriva rese unitarie molto basse. Bonafous, assieme al Dottor Mottard, istituì a St. Jean de Maurienne un centro sperimentale per acclimatare e per far conoscere piante alimentari più produttive e le loro tecniche di coltivazione, per allevare e diffondere ovini e caprini di maggior pregio, per favorire il rimboschimento con essenze legnose più ricche[20].

Accanto alle sperimentazioni con piante industriali e con animali destinati alla grande diffusione, il settore delle agricolture e pastorizie delle difficili aree montane – ove ormai stava iniziando in tutta Europa un irreversibile spopolamento – fu sempre al centro della sua attenzione ed egli svolse un ruolo attivo nei tentativi, che a volte ebbero anche buona riuscita, di importare da regioni lontane animali domestici selezionati da generazioni per climi aspri e difficili, ma in grado di dare prodotti ben apprezzati dal mercato. Tale fu il caso dei montoni d’Islanda, delle pecore merinos, delle capre cosiddette del Thibet (in realtà del Kashmir), degli alpaca e dei lama delle Ande.

6. Sperimentazione e innovazione in campo sericolo

Ma i settori dove maggiormente si concentrarono le sue energie intellettuali furono quelli legati al ciclo produttivo della seta, riflettendo in questo l’antico e radicato rapporto della famiglia con quel prodotto. Matthieu Bonafous scrisse numerosi testi di gelsicoltura e di bachicoltura, in cui si riproponevano, aggiornati e integrati dalle nuove conoscenze della botanica e dell’entomologia, gli insegnamenti standard degli scrittori classici sull’argomento, anche quelli più antichi e che alcuni potevano considerare superati, per la cui razionale lucidità egli manifestò sempre un’ammirata stima, da Monsignor Vida a Olivier de Serres, da Boissier de Sauvages a Dandolo[21]. Seguì con attenzione l’introduzione del vapore nel riscaldamento delle bacinelle di trattura della seta e la lunga e contrastata gestazione delle sue applicazioni industriali negli anni ‘20 e nei primi anni ‘30, dopo gli iniziali, troppo facili, entusiasmi. È dalle sue carte che è stato possibile ricavare preziosi dati statistici sulla prima diffusione del nuovo sistema dopo il 1810 tra i grandi filandieri del Piemonte e informazioni concrete sulla continua introduzione di migliorie sperimentali da parte di tecnici piemontesi e lombardi al metodo come originariamente presentato al pubblico e alle autorità da Gensoul nel 1807 proprio a Torino[22].

L’innovazione e le possibilità di migliorare e accelerare i cicli produttivi furono sempre il fulcro essenziale delle sue ricerche. In questa prospettiva egli, con un attivismo che i contemporanei sentirono alle volte eccessivo, si dedicò a sperimentare e diffondere nuove varietà di gelsi a crescita più rapida e/o più produttivi in foglie, quali il gelso cinese noto come Gelso delle Filippine, o nuove tecniche accelerate di coltivazione di quella pianta. Similmente, si appassionò e sostenne gli sforzi che Camille Beauvais, coniugando tecniche particolari di allevamento accelerato su modello cinese con i sistemi di aerazione razionale delle camere d’allevamento proposti dal chimico D’Arcet, faceva da anni presso Paris per acclimatare varietà cinesi di bachi da seta in aree che erano tradizionalmente al di fuori della bachicoltura Europea. L’esperimento di Beauvais non ebbe particolare fortuna applicativa, ma non v’è dubbio che le ricerche e le prove sperimentali che ad esso si collegarono, e tra le quali emersero per rigore scientifico quelle condotte da Matthieu, offrirono una messe molto importante di conoscenze sul ciclo vitale del baco da seta e sui suoi rapporti – in termini di rese produttive – con le variazioni della temperatura e dell’umidità delle bigattiere, con la frequenza dei pasti e altro ancora. I migliori manuali di bacologia di metà ‘800, dal Loselier de Longchamps al Freschi manifestano un chiaro debito alla stagione sperimentale degli anni ‘20 e ‘30 e in particolare ai lavori di Bonafous.

7. L’interesse per l’Asia Orientale

Senza mai abbandonare lo spirito critico e l’atteggiamento pragmatico con cui affrontava ogni sperimentazione, Matthieu Bonafous sentì fortemente il fascino – che ancora permeava una parte della cultura continentale europea – verso le eccezionali capacità produttive dell’agricoltura intensiva cinese e del suo settore serico in particolare. Lontano da esaltazioni liriche, come era stato invece il caso dello stesso Beauvais, Bonafous si propose di verificare, nei campi di suo specifico interesse, la realtà e l’eventuale possibilità effettiva di trapianto in Europa di piante, animali, pratiche e tecniche cinesi o più in generale dell’Estremo Oriente.

Rientrano in questa prospettiva, certamente influenzata dall’analoga, vivacissima, curiosità scientifico/intellettuale di J.-B Huzard, sia gli esperimenti paralleli a Beauvais di cui si è appena detto, sia una lunga serie di attività e promozioni sperimentali che vanno dal suino cinese (che già si andava provando in Gran Bretagna, e con successo, in sostituzione delle meno produttive razze indigene europee), a diverse varietà di gelsi, a bachi ‘selvatici’ allevati all’aperto su alberi della famiglia del faggio, della quercia o sulle foglie del ricino, sino a prove sistematiche, a partire dalla fine degli anni ‘20, per introdurre in Europa il baco cinese a bozzolo bianco-candido. In quest’ultimo esperimento egli operò in stretto e proficuo contatto con altre personalità di rilievo della nuova agronomia italiana, come Ridolfi in Toscana o Gera nel Veneto, così come aveva operato di conserva con Moretti a Pavia per gli aspetti innovativi in gelsicoltura[23].

Dalla solida connessione con il mondo degli affari che gli veniva dalle attività di famiglia, deriva probabilmente la sua grande dimestichezza con le nuove e dinamicissime figure dei grandi vivaisti internazionali, veicolo essenziale, nella visione di Bonafous, per diffondere e far radicare le innovazioni agronomiche. Costante fu il suo rapporto con la ditta Burdindi Chambery, tra i maggiori operatori del settore in Europa e nel bacino del Mediterraneo, e che furono tra i principali propagatori dei gelsi proposti da Bonafous, in particolare del gelso delle Filippine[24]: sono comunque decine i nomi di case vivaistiche specializzate in piante agricole che emergono dalla lettura delle sue carte o che appaiono citate nei suoi testi.

8. Le traduzioni di testi agronomici cinesi e giapponesi

L’interesse per la Cina e l’Asia Orientale in generale portò Matthieu Bonafous anche su di un diverso terreno di divulgazione, analogo per certi versi alle riedizioni di classici della bachicoltura che egli avrebbe curato – Vida[25] e Olivier de Serres[26] – ovvero quello della traduzione, a fini comparativi e con estese note sulle verifiche sperimentali da lui stesso eseguite, di testi cinesi e giapponesi.

I manoscritti della Donation Bonafousalla Bibliothèque Municipale di Lyon fanno intravedere l’attiva compartecipazione di Matthieu Bonafous all’operazione di traduzione, ufficialmente sponsorizzata dal Governo francese ed apparsa nel 1837, di alcuni testi cinesi di bachicoltura presenti nella Bibliothèque Royale di Paris, indicando anche un insospettato rapporto di deferenza del traduttore, Stanislas Julien, docente di cinese al Collége de France, nei confronti di Matthieu. In contemporanea al ricco testo francese, Bonafous pubblicherà una fortunatissima versione italiana di quel volume, munita per di più di ampie note sperimentali, assai apprezzate dagli esperti in tutta Europa, relative a prove pratiche effettuate nella sua bigattiera di Alpignano[27]. Per la loro importanza scientifica, le note di Bonafous, presenti solo nel testo italiano, verranno incluse anche in tutte le successive traduzioni straniere del testo francese curato da Julien[28].

In collaborazione con Julien venne inoltre prospettata la traduzione – che in questo caso sarebbe stata interamente a spese di Bonafous – di un testo cinese di risicoltura, per il quale Julien aveva già fornito alcuni specimen di traduzione a Bonafous[29]. Il progetto non andò però a buon fine, non sappiamo se per ragioni finanziarie o altro.

Migliore sorte toccò alla traduzione in francese di un testo di bachicoltura giapponese, curato, annotato ed edito da Bonafous nella traduzione di J. Hoffmann e apparso nel 1848 presso Bocca a Torino e presso la stamperia di Madame veuve Bouchard-Huzard di Paris, a rinsaldare l’antica amicizia con i Huzard. Il testo giapponese – Yo-san-fi-rok – nell’incerta translitterazione di allora[30], fu uno dei pochissimi testi che fossero stati tradotti sino ad allora dal giapponese in una lingua occidentale[31] e ciò avvenne in una fase in cui l’interesse per il paese del Sol Levante andava facendosi sempre più vivo e si moltiplicavano le pressioni perché esso consentisse qualche forma di apertura commerciale agli occidentali. Altrettanto pochi erano gli europei che avessero effettivamente mai visitato il Giappone. Il testo proveniva infatti dalle collezioni che il medico tedesco Siebold, aggregato alla stazione commerciale olandese – unica presenza europea consentita in Giappone dopo il 1640, ma rigorosamente segregata nell’isoletta di Deshima nella rada di Nagasaki – era riuscito a far uscire dal paese di nascosto e sulle quali avrebbe poi composto la sua monumentale Beschreibung, la maggior relazione sul Giappone dopo quella del suo conterraneo, Kaempfer, degli inizi del ‘700[32].

Sotto questi aspetti lo Yo-san-fi-rok costituiva, al di là della grande attenzione che vi dedicarono i sericultori, una novità di rilevante valore culturale, per la quale Bonafous non lesinò spese, utilizzando tecniche litografiche d’avanguardia per riprodurre con la massima fedeltà possibile una cinquantina delle 75 tavole originali del volume, cosicché il testo venne a proporre – per la prima volta in un’opera a stampa – le illustrazioni dell’opera da cui proveniva senza i pesanti adattamenti ai canoni estetici europei e ai modelli dell’esotismo allora in voga che erano stati la regola le rare volte in cui si erano riportate in testi tradotti, ad esempio dal cinese, anche le tavole.

Ma non furono solo gli aspetti tecnici del volume ad essere curati con la massima attenzione. Bonafous seguì passo per passo la traduzione di Hoffmann, intervenendo di continuo, come mostra il manoscritto delle bozze per la stampa rinvenuto da chi scrive nella Bibliothèque Municipale di Lyon, su tutte quelle espressioni che non rendevano un’adeguata corrispondenza ai termini della bachicoltura europea – termini con i quali Hoffmann non era familiare – rischiando di rendere oscuro il senso del manuale giapponese ai lettori europei. A traduzione completata, Matthieu volle recarsi di persona da Siebold a Leyden, per discutere ancora con lui e con Hoffmann dei punti rimasti in sospeso, ma soprattutto per aggiornarsi sui testi di Siebold e su quelli presenti nelle raccolte orientalistiche olandesi – allora certamente le più fornite sul Giappone – sulle condizioni generali del paese orientale, sulla sua agricoltura e sulla sua storia più recente.

Il risultato di quegli approfondimenti venne riversato nella snella ed efficace prefazione e si trova riflesso in molte delle note di Bonafous che costellano il testo. L’ultima tavola del volume, non presente nell’edizione originale giapponese, è una carta geografica del Giappone redatta e aggiornata sulla base delle indicazioni fornite a Bonafous dallo stesso Siebold[33].

Il testo dello Yosan-fi-rok venne stampato in una ricca veste editoriale in trecento copie ed ebbe una serie di recensioni lusinghiere sulle principali pubblicazioni, agronomiche e non, dell’epoca. Ma il valore innovativo dello sforzo non venne colto che in parte dai contemporanei. Molti anni più tardi, quando la crisi della malattia del baco da seta – la pebrina – obbligò i sericultori europei a riversare sul Giappone le speranze di trovare colà uova di baco da seta non infette per salvare la sericoltura nostrana, il volume venne riproposto, a volte con edizioni pirata di assai scadente qualità. La copia della prima edizione originale dell’opera oggi alla Bibliothèque Municipale di Lyon porta la dedica di mano di Matthieu Bonafous “à la Bibliothèque de sa ville natale”, a sottolineare il forte legame che continuava a unirlo alla città.

Va anche aggiunto che a operazione Yo-san-fi-rok felicemente conclusa, Bonafous rimase in contatto con Hoffmann per la traduzione di alcuni testi cinesi e giapponesi sulla coltura del riso (forse la ripresa del vecchio progetto, mai decollato, con il sinologo Julien). Una lettera dell’agosto 1850 di Hoffmann a Bonafous indica che si stava progredendo sull’argomento, ma l’improvvisa scomparsa di Bonafous nel marzo del 1852 vi mise certo fine[34].

9. il traguardo più ambizioso: la biblioteca serica

Agli inizi degli anni ‘50 Matthieu Bonafous era una figura di tutto rilievo nel panorama della moderna agronomia europea. Alle sue ricerche e alle sperimentazioni che egli aveva stimolato, come a quelle che egli svolgeva all’Orto Sperimentale della Crocetta o presso le sue stesse proprietà, si guardava da tutta Europa e, anche se polemiche e ostilità non erano a volte assenti, la sua opera contribuiva in maniera significativa alla rapida evoluzione delle scienze agronomiche applicate. Suoi scritti apparivano sulle principali pubblicazioni periodiche del settore e riferimenti ai suoi esperimenti erano di continuo presenti nelle sezioni della stampa quotidiana che parlavano di agricoltura o di sericoltura. Era membro di decine di accademie e di istituti di prestigio e, in particolare, era stato nominato membro corrispondente dell’Institut de France, un segno di riconoscimento elargito allora con molta parsimonia.
I frammenti della sua corrispondenza che si sono sinora potuti identificare mostrano un arco di intense relazioni scientifiche e intellettuali che spaziavano letteralmente su tutto il globo.[35] Al centro dell’attenzione negli scambi epistolari sono sempre le sperimentazioni destinate ad accelerare i ritmi o ad accorciare i cicli vegetativi o vitali, ad aumentare le rese, a ridurre i tempi di entrata in produzione delle piante, in un esplicito tentativo di adeguare il settore agricolo alla velocizzazione delle produzioni della rivoluzione industriale, ovvero di rendere "industriali" agricoltura e zootecnia. Una scelta di indirizzo sulla cui opportunità di lungo periodo e sulle cui conseguenze per l’equilibrio ecologico globale si avanzano oggi delle fondate riserve, ma che allora era indubbiamente la punta di diamante della ricerca operativa.
Ma non era solo la ricerca agronomica ad appassionarlo. Come già nel caso delle riedizioni di opere classiche e delle traduzioni di testi agronomici dell’Asia Orientale, lo studio e la raccolta di opere specialistiche e la loro messa a disposizione del pubblico, organizzata e commentata, faceva parte del suo modo di intendere quel movimento per la “diffusione delle cognizioni utili” che si poneva allora quale ponte tra la tradizione illuminista e l’operare scientifico in campo pratico del positivismo[36]. Nella pratica di Bonafous, la ricerca sperimentale, rigorosamente determinata dall’applicazione dei moderni principi scientifici, non poteva prescindere dall’altrettanto rigorosa conoscenza dei processi storici del suo sviluppo e degli ambienti e dei presupposti culturali ove questo sviluppo era maturato. Appare evidente, in questo senso, come Bonafous desse un valore essenziale alla competenza e all’ampiezza delle conoscenze storico-culturali di chi operava nel campo delle scienze applicate, assieme alla disponibilità a confrontarsi, senza pregiudizi, con ambiti culturali diversi.
Nascono da questo atteggiamento – dove ancora una volta si riconosce l’influsso dello stile di vita e di ricerca di Huzard – sia la storia del mais, sia le traduzioni delle opere orientali, ma soprattutto l’opera che avrebbe dovuto coronare uno dei percorsi di ricerca che più lo avevano appassionato, la storia della sericoltura, della sua evoluzione e di coloro che l’avevano studiata.
Nel corso del 1851 egli aveva infatti pressoché completato un’opera cui teneva molto e per la quale aveva speso per lunghi anni grandi energie intellettuali e risorse finanziarie niente affatto trascurabili: la Biblioteca Serica, una raccolta bibliografica commentata di tutte le opere apparse nel mondo occidentale sulla sericoltura dal tardo medioevo in poi. A questo fine Bonafous aveva raccolto e già sistemato in una forma pronta per la stampa undici volumi di schede bibliografiche commentate disposte in ordine cronologico. Si trattava di un lavoro di amplissimo respiro che non aveva precedenti e che non sarebbe mai più stato tentato da nessuno sino ai giorni nostri. Per esso Bonafous aveva direttamente attinto a biblioteche e archivi pubblici e privati nel corso dei suoi numerosi viaggi in Italia ed in Europa, mettendo in piedi una rete di rapporti epistolari diretti o indiretti (uno dei tramiti privilegiati era stato svolto da Mme Huzard) con studiosi, bibliotecari e bibliofili di tutto il mondo[37]. L’opera era già stata annunciata dalla stampa periodica come di imminente pubblicazione quando la morte di Bonafous troncò anche questo progetto.

10. Gli eredi e il trasferimento delle carte e della biblioteca a Lyon

Il cordoglio degli ambienti culturali e scientifici in cui Matthieu Bonafous aveva operato fu grande e ne sono testimonianza le ampie biografie commemorative che gli venero dedicate negli anni successivi alla morte da personaggi di rilievo nel campo accademico internazionale e pubblicate in sedi prestigiose[38], ma non vi fu purtroppo alcuno che fosse in grado di prendere in mano i lavori che Bonafous aveva lasciato incompiuti per portarli a termine.

Matthieu Bonafous non pare avesse né allievi né collaboratori del suo livello e i suoi rapporti personali con l’ambiente agronomico torinese da qualche tempo dovevano essersi deteriorati, anche per i suoi lunghi periodi di assenza da Torino, tanto che si scorge una certa malevolenza nelle prime relazioni di chi lo sostituì alla Direzione dell’Orto dell’Accademia di Agricoltura[39]. I fratelli superstiti, dal canto loro, non si erano mai occupati di altro che non fosse la ditta o le attività caritatevoli e filantropiche della famiglia. L’impresa stessa, del resto, cominciava a sentire la concorrenza di mezzi di trasporto più moderni, della liberalizzazione commerciale che aveva tolto a Lyon i suoi antichi privilegi di accentratrice di tutti i traffici serici francesi, dello spostamento dell’asse produttivo delle sete italiane sempre più verso la Lombardia e infine della nascita di compagnie spedizioniere con orizzonti e con mezzi assai più ampi[40]. Non vi fu nella famiglia un altro Franklin Bonafous in grado di inserire la società nelle nuove rivoluzioni dei trasporti e della produzione e non vi fu quindi neanche, possiamo presumere, l’interesse a investire i capitali, che certo Matthieu aveva previsto, per completare il processo editoriale e far uscire i volumi della Biblioteca Serica.

Non è chiaro se per reazione alla freddezza dell’ambiente torinese o per ingraziarsi maggiormente le autorità lionesi in un momento in cui le attività residue della ditta si integravano con imprenditori francesi, i Bonafous decisero, nel 1859, sette anni dopo la morte di Matthieu, di rimuovere da Torino la sua biblioteca personale e di farne dono alla municipalità di Lyon.

Nonostante il valore anche materiale della donazione, priva di qualsiasi onere per il ricevente e anzi accompagnata da un rilevante contributo per l’adeguata sistemazione delle opere, e nonostante la rinomanza del nome dello scomparso proprietario, l’accoglienza della città di Lyon fu alquanto tiepida, forse per il brusco alterarsi dei rapporti tra Francia e Piemonte nel corso di quell’anno particolare. In seguito, comunque, la Bibliothèque Bonafous fu ancora per qualche decennio annoverata tra le ricchezze culturali della città, anche se ormai la memoria di Matthieu andava gradualmente svanendo. Tra le perle di quei fondi venivano a volte citati i volumi della Biblioteca Serica, in realtà ancora manoscritti e che probabilmente nessuno ebbe più l’opportunità o l’interesse a consultare in una città che andava sempre più allontanandosi dalle antiche glorie di capitale europea della seta.

L’insieme della donazione, oltre 6000 tra libri e opuscoli più un numero imprecisato di pezzi classificati come manoscritti, rimase per oltre mezzo secolo una sezione separata di una delle biblioteche pubbliche di Lyon, per confluire infine, dopo il 1912, nella Bibliothèque Municipale della città. All’atto dell’incorporazione o probabilmente alcuni anni più tardi – nell’ambito di una di quelle operazioni di presunto riordino razionale dei fondi che hanno così spesso provocato tanti irreparabili danni al patrimonio culturale delle raccolte bibliotecarie e archivistiche in ogni parte del mondo – si decise di eliminare la specificità della Bibliothèque Bonafous, disperdendo l’unitarietà della raccolta, testi a stampa e manoscritti, tra le centinaia di migliaia di testi della biblioteca, senza neppure conservare copia del catalogo che la riguardava[41]. La Bibliothèque Bonafous, già da tempo caduta nel dimenticatoio assieme al ricordo della figura del suo possessore originario, scomparve così del tutto dalla visibilità degli studiosi e dalla memoria pubblica. Quando infatti, più di venti anni or sono, nell’ambito di alcune ricerche sulla storia dell’agronomia europea e in particolare su coloro che avevano operato nella sericoltura, riprese l’interesse per la figura e per il ruolo di Matthieu Bonafous, non esisteva più alcuna traccia apparente, nei luoghi in cui egli aveva di preferenza operato – Lyon e Torino in primo luogo – che permettesse di localizzare o di identificare gli strumenti del suo lavoro, né biblioteca, né archivio, poiché era del tutto scomparso il ricordo della donazione fatta alla città di Lyon e del suo contenuto.

I volumi e le carte di Bonafous donate nel 1859 e disperse una sessantina d’anni dopo, hanno iniziato faticosamente a riemergere attraverso un paziente lavoro di recupero e di identificazione ad opera di studiosi singoli. Di recente, la stessa Bibliothèque Municipale ha preso ad interessarsi alla questione pubblicando un breve contributo sulla figura di Bonafous e sul valore librario della donazione del 1859[42].

Nei paragrafi che seguono si presenterà un primo tentativo di ricostruzione dell’itinerario di questi due fondi (bibliotecario ed archivistico) e si daranno in particolare degli esempi del contenuto effettivo di alcuni dei faldoni di quanto è stato identificato con certezza come appartenente all’archivio personale di lavoro di Matthieu Bonafous.

11. La biblioteca e l’archivio di Matthieu Bonafous e il fondo "Donation Bonafous" alla Bibliothèque Municipale di Lyon.

I. La donazione

La donazione della Biblioteca di Matthieu Bonafous si perfezionò con l’accettazione formale di essa da parte del Consiglio Municipale di Lyon che vi dedicò una parte della seduta del 29 aprile 1859[43].

La lettera con cui gli eredi comunicavano l’atto di donazione risaliva al 9 febbraio di quell’anno ed era stata in seguito soddisfatta la condizione, posta dai beneficiari, relativa al pagamento delle eventuali spese doganali sabaude per il trasferimento del materiale da Torino a Lyon, dato che l’amministrazione delle dogane francesi aveva concesso l’esonero totale da ogni dazio.

Alla data della delibera del Consiglio Municipale di Lyon la Biblioteca era già arrivata in città, accompagnata dal ritratto a olio di Matthieu Bonafous dipinto dal Bonnefond e offerto da Alphonse Bonafous al Palais des Arts[44].

Alphonse si era inoltre offerto di assumere su di sé tutte le spese per la costruzione di dodici grandi armadi-librerie destinati a contenere i volumi, gli opuscoli e i manoscritti che costituivano la Biblioteca. Anche la sala ove gli armadi erano stati sistemati (e dove sarà esposto il ritratto di Matthieu) pare esser stata oggetto di un restauro pagato da Alphonse[45]

Sarà in questi armadi che la Bibliothèque Bonafous rimarrà sistemata, come sezione speciale, dotata di un proprio specifico catalogo, della Bibliothèque du Palas des Arts di Lyon, nella sede di Palais-St. Pierre[46], sino alla sua incorporazione con la Bibliothèque Municipale nel 1912[47] e all’infelice intervento successivo di indiscriminata fusione della Bibliothèque Bonafous con il resto del patrimonio librario della Bibliothèque Municipale.

Va anche segnalato che l’anno successivo all’arrivo della Biblioteca di Matthieu Bonafousa Lyon, il fratello Alphonse, con la partecipazione della sorella Aline, proseguendo nella robusta tradizione degli interventi filantropici che aveva caratterizzato la famiglia e in particolare le attività di Matthieu, istituiva nel suo testamento un legato di 22.000 franchi alla Ville de Lyon per una rendita perpetua di 1000 franchi destinata a maritare una ragazza povera della Parrocchia di St. Pierre. La somma verrà in effetti corrisposta regolarmente ogni anno a partire dal 1873 (Alphonse era morto nel 1869) sino al 1930, quando ormai i 1000 franchi avevano perso gran parte del loro non trascurabile valore iniziale per effetto della svalutazione[48].

II. I "manoscritti"

Come si è accennato, la donazione del 1859 non comprendeva soltanto i libri e gli opuscoli della biblioteca personale di Matthieu Bonafous, ma includeva una mole cospicua di non meglio specificati manoscritti, che oggi possiamo affermare con sicurezza facessero parte del suo archivio di lavoro. All’atto della fusione della Bibliothèque Bonafous nel corpo della Bibliothèque Municipale di Lyon – presumibilmente qualche anno dopo il 1912 – le "carte" della donazione o più precisamente tutto ciò che non poteva venir classificato come volume a stampa come i libri e gli opuscoli, venne classificato come manoscritto.

Questa sorte toccò quindi, indiscriminatamente, sia ai veri e propri volumi manoscritti sia a tutte le altre carte, sciolte o riunite, che in realtà avevano costituito l’archivio e gli strumenti di lavoro di Matthieu Bonafous: corrispondenze, appunti, brogliacci, ritagli di giornale, bozze, recensioni, fascicoli di ricopiature di testi, fogli e foglietti a stampa, immagini o disegni sciolti o raccolti in album, raccolte a fini statistici di stampati compilati a mano, testi manoscritti inviatigli in visione per un parere e così via. L’insieme di queste carte, eterogeneo solo nell’aspetto fisico, ma in realtà solidamente unitario nel riflettere gli interessi e l’operosità intellettuale di Bonafous, era stato raccolto, Matthieu vivente, in grandi faldoni di contenuto valutato omogeneo da chi lo utilizzava e i faldoni avevano fatto parte integrante della donazione della Biblioteca fatta da Alphonse Bonafous e da Aline Bonafous Bouniols alla città di Lyon nel 1859. Come tali essi erano stati sistemati negli armadi che Alphonse aveva fatto costruire per la sala destinata a ospitare la Bibliothèque Bonafous al Palais St.-Pierre, allora sede della Bibliothèque du Palas des Arts di Lyon. Non è stato sinora possibile rintracciare né il catalogo originario della Bibliothèque Bonafous di Palais des Arts, né l’eventuale elenco di versamento dei fondi, per cui non è possibile sapere né quanti fossero i faldoni originali trasferiti da Torino a Lyon, né se vi fossero altre carte più o meno sciolte che li accompagnassero.

Al momento della successiva fusione, agli inizi del ‘900, della Donation nella Bibliothèque Municipale, ciascun faldone venne classificato come un singolo ‘manoscritto’, con un singolo numero di collocazione, e ciò a prescindere dal contenuto del faldone, forse in attesa di smembrare i contenuti dei faldoni, evento ancor più disastroso e irrimediabile che per fortuna non pare essersi verificato se non in qualche caso isolato[49]. Hanno così un singolo numero di collocazione sia i faldoni che racchiudono un solo pezzo (ad es. la preziosa copia degli inizi del XV secolo dell’Agricoltura del Palladio), sia quelli che racchiudono le migliaia di foglietti volanti degli appunti di Bonafous.

Nell’attuale catalogo a schede dei manoscritti della sezione “Fondi antichi”della Bibliothèque Municipale, tutti i manoscritti in possesso della Biblioteca e che siano stati sino ad oggi classificati, sono rintracciabili secondo l’ordine progressivo del numero di collocazione, accanto al quale vi è un sintetico titoletto, con alle volte delle date ed eventualmente il nome del ‘fondo’ originario di cui erano parte (in genere il nome del donatore o quello della Biblioteca di provenienza).

Nel caso dei faldoni della ex-Bibliothèque Bonafous abbiamo appurato che la relativa indicazione che dovrebbe identificarli – “Don. Bonafous”o equivalenti – manca alle volte sulla scheda del catalogo, anche quando essa sia stata apposta in origine sul faldone stesso, cosicché la progressiva individuazione dei faldoni dell’Archivio di Matthieu Bonafous è stata per una parte da noi realizzata attraverso ripetuti tentativi basati essenzialmente sul porre a confronto il contenuto dei titoletti a catalogo con gli interessi di ricerca di Bonafous.
Si è anche potuto constatare che i titoletti del catalogo a schede non riproducono che in parte o in maniera alterata gli eventuali titoli apposti sull’esterno dei faldoni e che per di più non sempre c’è corrispondenza – e in svariati casi essa manca del tutto – tra questi titoli e il reale contenuto del faldone, ad indicare, riteniamo, un’apposizione di titolo sul faldone affrettata e superficiale, sicuramente posteriore alla morte di Matthieu. Va aggiunto che una parte dei faldoni, pur facendo parte del fondo dei manoscritti di Bonafous donati nel 1859, contiene ‘manoscritti’ originariamente appartenuti a J.-B. Huzard e che Bonafous aveva acquistato all’asta del 1842, come nel caso della raccolta di stampe cinesi sui bachi selvatici del Ms 6060, qui commentato più oltre per esteso[50]

Si è appurato inoltre che in alcuni casi tali faldoni risultano oggi catalogati non come Don. Bonafous, ma, erroneamente, come provenienti da una “venditaHuzard”. Con quest’ultima espressione ci si riferisce evidentemente alla già citata asta post mortem dei libri di Huzard, dalla quale i manoscritti in questione le pervennero attraverso l’acquisto fattovi da Matthieu e la successiva donazione alla Bibliothèque Municipale da parte dei suoi eredi. L’equivoco deriva probabilmente dalla scritta “vente Huzard” apposta a mano, forse da Bonafous stesso, su alcuni dei manoscritti così acquistati.

L’archivio e la biblioteca di Matthieu Bonafous e la “Donation Bonafous”

Da questa complessa operazione di minuziosa ricerca indiziaria – per la quale solo la penna di Georges Simenon avrebbe potuto darci adeguato riconoscimento – sono così finora riemersi alla luce, dopo quasi un secolo di pervicace oblio, una sessantina dei faldoni originariamente inclusi dai fratelli Bonafous nella donazione del 1859. Quanta parte questi faldoni rappresentino di un originale "Archivio Bonafous" non è possibile, allo stato delle cose, neppure ipotizzare. Oltre alle eventuali carte sciolte presenti nella donazione e delle quali si ignora il destino, vi sono i faldoni non ancora individuati, quelli il cui contenuto sia stato rimosso e/o collocato in maniera diversa e, sopratutto, tutte le carte che per un motivo o per un altro non si ritenne di dover includere nella donazione e trasferire a Lyon, così come del resto non siamo in grado di conoscere quanta parte dei volumi della biblioteca di Bonafous siano stati egualmente inclusi nella donazione[51]. Alcune altre casse di "carte Bonafous" sono state in effetti individuate a Torino alcuni anni or sono, ma non è stato per ora possibile accedervi e verificare se esse appartengano allo studio di Matthieu, a qualcuno dei fratelli o alle attività della Ditta. Nulla esclude che altre carte si siano disperse in direzioni ancora da identificare.

Pur con tutti questi limiti, lo spoglio parziale dei volumi a stampa e l’esame, campionario  dei cosiddetti ‘manoscritti’testimoniano dell’enorme valore scientifico, culturale e materiale del fondo.

I “manoscritti” della Donation Bonafous

Non intendiamo, in questa sede, soffermarci più oltre sull’esame delle opere a stampa, che richiederebbe una lunga ed approfondita analisi dell’insieme e di molti singoli volumi o di collezioni specifiche, anche se non si può non segnalare come esse includano molte interessanti rarità del XVI e XVII secolo, svariati pezzi pressoché unici, inclusi alcuni incunaboli, edizioni speciali di gran pregio e raccolte di pubblicazioni periodiche specialistiche dell’epoca che non è certo facile oggi reperire.

Merita invece dedicare una qualche maggiore attenzione, sia pure del tutto esemplificativa, alle carte dell’archivio poiché esse costituiscono senza alcun dubbio il nucleo più significativo del grande lascito culturale di Matthieu Bonafous, testimonianza della profondità e dell’originalità dei suoi interessi ed allo stesso tempo preziosa fonte di ricerca sulla storia dello sviluppo del pensiero tecnico-scientifico e dei suoi più vasti orizzonti intellettuali, ricca di dati inediti su aspetti cruciali della storia economica delle contigue regioni del Lionese e del Piemonte. E’da augurarsi – e qualche segno positivo ed incoraggiante in questa direzione vi è già stato – che si possa procedere nel prossimo futuro ad una sistematica opera di inventariazione e di spoglio ragionato dell’archivio di Bonafous alla Bibliothèque Municipale di Lyon e magari alla pubblicazione delle parti più significative di esso o di opere inedite già completate così da contribuire a far nuovamente sparire quella barriera delle Alpi sulla sua opera che l’oblio, unito all'insipienza di molti, aveva ricreato.

Manoscritti della Donazione Bonafous alla Bibliothèque Municipale di Lyon. Alcuni esempi.

Vengono qui presentati, a titolo esemplificativo, i contenuti di quattro degli originali faldoni della Biblioteca e dell’Archivio di Matthieu Bonafous, oggi classificati come "manoscritti".

A) Ms 6060 – Recueil de dessins chinois[52]

Si tratta di 26 disegni a colori[53], eseguiti da uno o più artisti cinesi e databili al 1740 o agli anni immediatamente precedenti, rappresentanti tutte le successive fasi del ciclo di allevamento allo stato semi-naturale, ovvero all’aperto e su alberi, ma sotto stretto controllo umano, di un tipo particolare di lepidottero serigeno (un "baco selvatico" nell’accezione oggi comune), che si praticava abbastanza estesamente in alcune regioni della Cina meridionale e dal quale si ricavava una sorta di seta selvatica, affine alle attuali "tussur" indiane, di discrete qualità merceologiche e di buon valore commerciale, anche se notevolmente inferiori alla seta del ben più diffuso baco da seta domestico, il Bombyx Mori.

I disegni erano stati commissionati, e forse anche diretti nella loro esecuzione, dal missionario gesuita Pierre d’Incarville (1706-1757), che era apparentemente riuscito a raggiungere e a visitare, quasi certamente senza permesso e all’insaputa delle autorità di Pechino, le regioni interessate e ad assistere di persona al ciclo di allevamento. D’Incarville aveva potuto così porre il suo commento tecnico-esplicativo alla base di ogni tavola. Le tavole ed i commenti erano in seguito serviti per la compilazione di una memoria sui bachi da seta selvatici che sarà pubblicata in Francia molti anni dopo la morte di d’Incarville[54], ma essa non avrebbe contenuto alcuna immagine, mentre riportava in maniera molto parziale e confusa le tappe del ciclo di allevamento del lepidottero serigeno osservate ed annotate con tanta diligenza dal padre missionario ed illustrate dai suoi collaboratori cinesi.

Quel genere di lepidotteri e i relativi metodi di allevamento erano allora noti solo in maniera assai vaga ed indiretta agli europei che per molti secoli avevano casualmente avuto delle scarne notizie più o meno fantasiose su bachi da seta allevati allo stato naturale. Si favoleggiava che tali allevamenti avessero costi bassissimi e che quindi vi fossero mirabolanti prospettive economiche nel loro impiego. Da qui un intenso interesse per il soggetto la cui concreta localizzazione geografica sfuggiva però come un miraggio: nei secoli passati se ne era parlato persino per la Calabria – ove non risulta in realtà fosse mai esistito nulla del genere[55] – e poi per il Vicino Oriente e per l’Armenia, ma col progredire delle conoscenze geografiche degli europei l’obiettivo si spostava sempre più ad oriente e verso aree dal clima più tropicale. Erano infine emerse concrete indicazioni per l’India, dove effettivamente allevamenti del genere venivano compiuti in zone di assai difficile accesso e con produzioni di ben scarso valore, ma la notizia che lo si facesse anche in Cina, la madrepatria della sericoltura mondiale, aveva riacceso negli europei le più vive speranze di poter sfruttare e magari trapiantare in Occidente quegli allevamenti.

I disegni ed i commenti tecnici di padre d’Incarville rappresentavano pertanto la prima accurata descrizione scientifica del ciclo di vita di un lepidottero serigeno diverso dal comune baco da seta domestico – il Bombyx Mori, ben noto nelle sue varietà nell’area del Mediterraneo agli europei che lo allevavano da secoli – e sopratutto del procedimento concreto di allevamento di quel particolare lepidottero con l’ausilio delle foglie di un albero diverso dal gelso, che è invece l’unico alimento possibile per il Bombyx Mori. In questo senso la raccolta di disegni rientrava nelle tante operazioni di "spionaggio industriale" che gli europei attuarono in Asia, ed in Cina in particolare, in tutti quei settori dove vi era un consistente divario tecnologico o produttivo a svantaggio delle equivalenti produzioni europee, ma sopratutto in quelli relativi a tessili e porcellane.

Al suo arrivo in Europa, il rapporto figurato di d’Incarville suscitò grande interesse, anche perché, per molti decenni in seguito, non si ebbero altre relazioni dirette e dettagliate di quel genere su quello o su altri lepidotteri serigeni che pur ormai si sapeva essere realmente utilizzati, sia pure in misura ridotta o sporadica in una vasta area tra l’India nord-orientale, la Cina meridionale ed il Giappone, e sui quali sarebbero cresciute – specie nell’800 ed in modo a volte del tutto irragionevole – le aspettative economiche degli europei per eventuali acclimatazioni su vasta scala in Europa o in piantagioni da essi controllate in aree coloniali. Ma grande interesse per i lepidotteri serigeni selvatici vi era anche nel mondo più strettamente scientifico, ed in particolare in quello della entomologia, già da tempo debitrice al baco da seta di alcune pionieristiche ricerche di anatomia e fisiologia animale con Aldrovandi, Malpighi e Leeunwenhoek.
Il percorso del rapporto d’Incarville in Europa riflette le due facce dell’interesse che esso suscitava, quello potenzialmente produttivo e quello più specificamente entomologico, ma a differenza di molti altri album o testi a figure cinesi illustranti cicli produttivi che attiravano gli europei, le sue immagini non ebbero mai alcuna diffusione pubblica.
Sappiamo dall’abate Pierre-Augustin Boissier de Sauvages, autore di un innovativo testo di scienza dell’allevamento del baco da seta che può ben esser posto all’origine della moderna bacologia scientifica di Verri e di Dandolo, che il manoscritto illustrato di d’Incarville venne fatto pervenire in Francia da Mairan nel 1749[56]. Ne avrebbe in seguito accennato un altro grande specialista del campo serico, il Paulet[57], ad indicare che la raccolta di disegni aveva attirato l’attenzione concreta degli esperti del settore. Ancora più tardi, come si è già detto, un resoconto rielaborato della "scoperta", ma del tutto privo di quelle fondamentali immagini commentate, sarebbe stato incluso dal padre missionario Pierre Cibot nel volume deiMémoires concernant l’Histoire.des Chinois apparso nel 1777.

La raccolta dei disegni cinesi di padre d’Incarville era allora in possesso di uno stampatore parigino, Delatour, ma doveva essere possibile accedervi, dato che Paulet ne aveva preso visione e che la fama di quel manoscritto era diffusa nei circoli scientifici francesi. Dopo la morte di Delatour, l’avrebbe acquistato infatti, nel 1810, uno dei maggiori naturalisti di allora, J.-B. Huzard.
Si è già parlato del ruolo di J.-B. Huzard nella costruzione di una moderna scienza veterinaria e degli strettissimi rapporti di Matthieu Bonafous con lo scienziato e con la sua famiglia. Sicuramente Bonafous aveva visto e consultato l’album di d’Incarville presso Huzard e ne conosceva appieno l’alto valore scientifico. Tra le opere che vennero acquistate da Bonafous, dopo la morte di Huzard, all’asta della sua biblioteca del 1842, vi fu infatti anche la raccolta dei disegni di d’Incarville, in un momento in cui le sperimentazioni bacologiche e le possibili innovazioni provenienti all’Asia Orientale e sopratutto dalla Cina erano al centro della sua attenzione e delle sue attività scientifiche, divulgative ed editoriali.

Non sappiamo nulla della fortuna del manoscritto presso i colleghi ed i collaboratori di Bonafous nei dieci anni in cui esso rimase a Torino prima della repentina scomparsa di Matthieu nel 1852, ma non si può non sottolineare come nel rinnovato interesse che si ebbe per i bachi selvatici cinesi in quel periodo, i missionari piemontesi in Cina giocassero un ruolo di primissimo piano nell’individuare, raccogliere e far pervenire a Torino campioni di lepidotteri serigeni che gli scienziati piemontesi studiavano e divulgavano in tutta Europa. I testi, i manoscritti, i disegni – inclusa la raccolta di cui stiamo trattando – che Bonafous, Direttore allora dell’Orto Sperimentale dell’Accademia di Agricoltura di Torino e massimo esperto sabaudo del settore, possedeva, contribuirono certamente a quel significativo risultato, anche se tutto l’intreccio tra le attività missionarie e i concreti interessi economici e scientifici delle patrie che i singoli padri rappresentavano resta ancora da esplorare in dettaglio[58].

B) Ms 6041 Yo-san-fi-rok
C) MS 6046 Promenade en Hollande

Come già segnalato nel testo, sono stati identificati due faldoni relativi al processo di traduzione ed edizione, curato da Matthieu Bonafous, di un volume di sericoltura giapponese, lo Yôsan Hiroku di Kamigaki (Uegaki) Morikuni che apparve in versione francese nel 1848 con il titolo di Yo-san-fi-rok. L’art d’élever les vers à soie aux Japon.
Il primo dei due faldoni – Ms 6041contiene il testo, pronto per la stampa, della traduzione dello Yôsan Hiroku curata dal tedesco J. Hoffmann[59] con le annotazioni e le correzioni di mano di Bonafous. Il secondo – MS 6046consiste nel lungo diario del viaggio effettuato da Bonafous nel 1847 per recarsi da Paris a Leyden per incontrarsi sia con Hoffmann che con Siebold[60] e discutere con essi della redazione definitiva del volume ed in particolare dell’introduzione storica che ad esso avrebbe preposto Bonafous stesso. I due testi consentono di seguire in dettaglio il processo di scelta delle parti da riprodurre (alcune brevi porzioni dell’originale giapponese non furono infatti incluse)[61] e quello di verifica della traduzione di Hoffmann da parte di Bonafous e dell’elaborazione delle note relative. La stesura dell’introduzione, completata dopo il viaggio, risentì in maniera determinante dei contatti e delle discussioni avute in Olanda, delle letture che ivi gli fu possibile effettuare e delle fonti primarie che potè consultrare. Alle illustrazioni del volume venne aggiunta quella di una carta geografica del Giappone che Bonafous ebbe modo di far comporre sulla base di un’aggiornata cartografia fornitagli direttamente da Siebold[62]. I miti e le leggende giapponesi sull’origine della sericoltura vennero rivisti alla luce delle conoscenze dei suoi ospiti in Olanda e delle indicazioni che poté ricavare dalla letteratura, così da consentire il taglio comparativistico con cui tali argomenti sono indicati nell’introduzione al volume: "ce livre, enfin, avec ses mythes, ses légendes jetés à travers d’utiles préceptes, éclairera les esprit curieux d’étudier l’origine, les phases et les progrès d’une industrie associée à la marche active de notre civilisation"[63].

E’anche possibile seguire il processo di riproduzione delle illustrazioni. Nella sua edizione originale del 1802/3, il volume giapponese presentava 75 figure, 49 delle quali vennero riprodotte nell’edizione francese, omettendo quelle che non avevano, agli occhi di Bonafous, una specifica rilevanza per la conoscenza delle tecniche bachicole giapponesi che si volevano analizzare.
Di particolare interesse e novità per l’epoca, fu la cura meticolosa posta da Bonafous per restare il più possibile fedele agli originali di quelle immagini. A questo scopo egli si mise in contatto, nel corso del suo viaggio, con il litografo che operava per la casa regnante olandese utilizzando tecniche particolarmente innovative, facendogli eseguire alcune riproduzioni del testo giapponese che Bonafous giudicò molto soddisfacenti[64].

Il manoscritto contiene anche tre specimen relativi alla realizzazione finale delle illustrazioni: una pagina originale del testo giapponese contenente una delle illustrazioni[65], una prima versione litografata di quest’ultima e la versione finale che sarà inclusa nel testo tradotto come tavola n. 46[66].

L’esame comparato delle tre immagini mette in evidenza l’estrema cura nella riproduzione, sino ai minimi dettagli, rispetto all’originale. Ciò è particolarmente vero per tutti le parti tecniche delle immagini. Le uniche variazioni – peraltro minime – riguardano infatti alcuni particolari del disegno dei volti e delle mani dei personaggi raffigurati, per i quali l’artista europeo non è riuscito a resistere alla tentazione di occidentalizzarne i tratti salienti, ad esempio la linea del naso.
Per quanto riguarda in particolare il Ms 6046, intitolato Promenade en Hollande, di ben 349 ff., bisogna rilevare che esso contiene, oltre ai resoconti degli incontri e delle discussioni con Hoffmann e con Siebold, numerosi riferimenti alle visite di Bonafous a raccolte librarie orientalistiche olandesi, in particolare alla biblioteca personale dell’ex- governatore generale delle Indie olandesi, alle cui dipendenze Siebold aveva operato, ma anche un’estesa serie di note e di osservazioni, che a volte coprono numerose pagine, su molti altri aspetti di quanto egli ebbe occasione di vedere tanto in Olanda quanto, nel viaggio di ritorno, nel Belgio. Il viaggio infatti, durò oltre due mesi[67] e permise a Bonafous, come egli stesso ebbe a sottolineare, di soddisfare molte sue curiosità, di visitare luoghi che aveva desiderato vedere da lungo tempo e di incontrare persone con le quali era stato in corrispondenza da anni, ma che non aveva mai avuto occasione di vedere direttamente.

Di grande interesse i suoi commenti sulla natura delle campagne che attraversa e sulle colture che vi si possono notare, anche se Bonafous si lagna spesso di come il treno, pur con la sua grande comodità e velocità, limiti gravemente le possibilità di un esame accurato degli ambienti naturali che si attraversano e che solo può essere compiuto percorrendo a piedi o a cavallo i luoghi che debbono essere studiati, soffermandosi spesso a discutere e ad analizzarne di persona le singole particolarità, secondo la prassi delle escursioni ampiamente utilizzate dai migliori studiosi di agronomia e di economia rurale dell’epoca, Bonafous incluso[68].

Nelle sue osservazioni sono naturalmente in prima fila le aziende o gli enti dove venivano effettuate sperimentazioni agronomiche, così come non mancano incontri e discussioni con colleghi del mondo scientifico, ma un posto di rilievo viene riservato alle sperimentazioni sericole che continuavano ad essere effettuate in quei paesi su scala imprenditoriale nonostante le difficoltà climatiche. Bonafous, che aveva sempre appoggiato tentativi del genere e le cui ricerche applicative si erano indirizzate spesso ad individuare e selezionare varietà di gelsi atti ad essere sfogliati senza danni permanenti in climi relativamente rigidi, era ansioso di vedere di persona tali esperimenti e di discuterne con i responsabili.

D) Ms 5371 Soies de Turin / 1841-48

Questo faldone contiene le registrazioni delle spedizioni di balle da seta da Torino verso Lyon, London e Milano effettuati dalle ditte facenti capo ai Bonafous[69] ed i prospetti riassuntivi dei movimenti internazionali complessivi di sete da Torino negli otto anni considerati, costituendo un insieme di dati statistici dettagliati di cui non risulta esservi alcun altro corrispondente per il periodo. La sua rilevanza, ai fini di una ricerca storica sui movimenti di sete imperniati sull’asse Lyon – Torino è indubbiamente eccezionale. Non vi è, nel faldone, alcuno scritto o nota esplicativa di mano di Bonafous che indichi il motivo della presenza di queste carte nel suo archivio o gli scopi che egli si prefiggeva di raggiungere utilizzandole. Si deve pertanto presumere che Bonafous avesse prelevato dagli archivi della sua ditta il materiale in questione per compiervi qualche studio che non ci risulta esser stato pubblicato, ma non è escluso che lo spoglio di altre carte del fondo possa chiarire meglio la questione nel prossimo futuro.
I dati che sono riportati nelle carte di questo faldone venivano registrati da qualche impiegato della ditta Bonafous in parte su foglietti parzialmente pre-stampati, in parte su grandi fogli riassuntivi, entrambi compilati a scadenza mensile. Le cifre riportate erano verosimilmente ricavate dai registri giornalieri della ditta e di alcune altre ditte ad essa collegate, mentre quelle più generali provenivano dall’insieme delle informazioni sul funzionamento dell’intero mercato europeo che la stessa ditta ricavava da altre fonti (che non sono citate). E’da presumersi che i foglietti pre-stampati – di cui si rinvengono nel faldone numerosi esemplari in bianco – fossero destinati ad una qualche circolazione, vuoi tra i clienti di rilievo, com’era prassi dei maggiori Commissionari i quali fornivano ai propri clienti analoghi foglietti con i prezzi correnti rilevati sul mercato nel quale operavano per le merci trattate per conto di essi, vuoi, forse, per le autorità piemontesi a fini statistici.
Ogni singola annata è suddivisa in fascicoletti mensili, composti, in genere, di due distinti pezzi principali con l’occasionale aggiunta di altri fogli. I due pezzi principali sono:

a) Un foglio grande (ca. cm. 35 x 25), interamente compilato a mano, la cui intestazione è del seguente tenore "Note des Balles de Ville expédiées en (nome del mese e anno)"
Il foglio è poi suddiviso, in genere, in quattro colonne. Prendendo ad esempio i fogli mensili relativi all’anno (solare) 1841, le prime due colonne risultano di regola intestate alla Bonafous frères, la terza alla Mestrallet fils, la quarta alla Bonafous Père et Fils. Non di rado, quando non sia sufficiente lo spazio destinato alle prime due colonne dei Bonafous frères, una quinta colonna con intestazione Bonafous frères viene aggiunta sotto la quarta. Le intestazioni delle singole ditte variano nel tempo a seconda delle variazioni delle denominazioni ufficiali, ma, nell’insieme, la suddivisione in quote relative rimane proporzionalmente piuttosto simile, ad indicare una ripartizione del mercato a netto vantaggio della Bonafous frères per tutto l’arco di tempo coperto dalle carte in questione[70].
Al di sotto delle singole intestazioni sono incolonnate verticalmente le date del giorno del mese ed a fianco di ciascuna di esse un nome e tre cifre relative alle balle spedite per le tre destinazioni di France, Milan e Londres. Nel caso della Bonafous frères le spedizioni sono spesso a cadenza giornaliera ed il numero dei nomi alto, talché lo spazio occupato è molto maggiore di quanto occupino gli altri due (o più) intestatari[71].

b) Un foglietto delle dimensioni di metà A/4 su carta celestina con intestazione stampata. L’intestazione varia nel tempo, pur facendo sempre riferimento alla stessa ditta. Ad esempio, per l’ottobre 1841, l’intestazione è la seguente: "Stabilimento di Forgoni celeri e Condotte / dalla Francia per l’Italia e viceversa / Servizio generale di trasporti / Fratelli Bonafous" con l’indicazione delle quattro sedi di Milano, Torino, Genova, Lyon[72]. In seguito (dal 1842) apparirà anche la scritta Messageries Générales d’Italie e, dal 1845, quella di Messageries Royales d’Italie. Sempre a stampa seguono le indicazioni delle Esportazioni (per il mese in oggetto) espresse in libbre piccole da 12 once, suddivise per destinazione (Lione, Londra, Svizzera e Germania, Vienna in consumo, Russia. Quest’ultima destinazione è divisa secondo due percorsi, uno dei quali è sempre via Lubecca). Alcune di queste destinazioni hanno ulteriori suddivisioni, che si estendono alle volte al retro del foglietto, ad esempio Vienna in consumo è suddivisa per provenienze (Milano e Bergamo, Brescia, Venezia e Vicenza, Udine).
I dati quantitativi, che sono ovviamente scritti a penna, sono a loro volta suddivisi in tre categorie merceologiche: Sete greggie, Sete lavorate, Strazza e Cascami.
In alcune annate, i fascicoletti mensili sono integrati da un ulteriore foglietto a stampa indicante il movimento del condizionamento (ovvero la deumidificazione industriale) delle sete di Lyon, espresso anch’esso in termini di quantità.
La mole dei dati contenuti nei fascicoletti mensili è molto elevata, ma è sopratutto interessante il dettaglio e la distribuzione temporale di questi, senza praticamente soluzioni di continuità e tali da consentire l’elaborazione di indici statistici di grande rilevanza storica.
Non v’è dubbio comunque che uno degli aspetti di maggior interesse delle carte raccolte in questo faldone sia dato dalla possibilità di individuare nominativamente e giorno per giorno i partecipanti alle spedizioni di sete gregge e lavorate (ossia torte) lungo l’asse Torino-Lyon e Torino-Milano con i relativi quantitativi inviati. Si noti, a questo proposito, che alcuni primi saggi di calcolo effettuati, ponendo a paragone le quantità complessivamente movimentate indicate nei fogli riassuntivi per i traffici europei con le quantità affidate al trasporto delle ditte dei Bonafous, indicherebbero la quota di questi ultimi pari all’incirca al 30-35% del totale. Si tratta ovviamente di dati da verificare compiutamente in un contesto statistico definito con molta maggiore precisione e su dati regolarmente distribuiti in un arco temporale più ampio possibile, ma resta l’indicazione del ruolo di grandissimo rilievo per la ditta in questione ed insieme la conferma dell’osservatorio assolutamente privilegiato nel quale Matthieu Bonafous ebbe la possibilità di operare per tanti anni.

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Antonio Zanon, Dell’agricoltura, delle arti e del commercio, Venezia 1763-1767, 7 voll.

Note

[1] Le ricerche inerenti questo saggio sono state svolte principalmente presso i fondi della Bibliothèque Municipale di Lyon, con il contributo essenziale della collaborazione di Roberto Tolaini che sin dai tempi della preparazione della sua Tesi di Laurea aveva affrontato la questione dell’individuazione delle carte di Matthieu Bonafous. Un doveroso ringraziamento va alla cortesia, alla competenza e alla disponibilità del personale della Bibliothèque Municipale di Lyon e in particolare a M. Guinard, della sezione Fonds Anciens. Il saggio era stato completato sin dal 2003, ma non fu allora possibile pubblicarlo; lo si fa ora previo qualche piccolo intervento di aggiornamento.

[2] Si veda in particolare Giuseppe Chicco, La seta in Piemonte. 1650-1850, Milano, Angeli, 1995.

[3] Oltre al volume di Chicco citato alla nota precedente, si veda P. Chierici, "Da Torino tutt’intorno: le “fabbriche da seta”dell’antico regime", in G. Bracco (a cura di), Torino sul filo della seta, Torino, Archivio Storico della Città di Torino, 1992, pp. 177-202; P. Chierici, L. Palmucci, "L’architettura delle “fabbriche magnifiche”", in Id. (a cura di), Le fabbriche magnifiche. La seta in Provincia di Cuneo tra Seicento e Ottocento, Cuneo, L’Arciere, 1993, pp. 113-140; A. Mellano, A. Toselli, "Palazzo e “fabbrica”: il setificio di Caraglio", in L. Molà, R. C. Mueller, C. Zanier, La seta in Italia dal Medioevo al Seicento. Dal baco al drappo, Fondazione Giorgio Cini, Venezia, Marsilio, 2000, pp.123-150.

[4] Rimane basilare sul tema lo scritto di L. Bulferetti, “Gli itinerari Torino-Lione nel secolo XVIII, dal trasporto someggiato al trasporto su carro”, Annali di ricerche e studi di geografia, XVII, 1961.

[5] Il nonno di Matthieu, forse per motivi religiosi (i Bonafous avrebbero in seguito aderito al cattolicesimo), si sarebbe spostato prima a Barcellonette e poi a Carmagnola, interessandosi inizialmente al traffico della borra di seta, lavorata nelle valli alpine e successivamente trasportata a Lyon.

[6] Alla metà dell’800, quando la concorrenza ferroviaria si faceva già sentire, le destinazioni servite dalla Fratelli Bonafous da Torino includevano: Aix-les-Bains, Arona, Bologna, Chambery, Cremona, Lyon, Lodi, Mantova, Milano, Novara, Paris, Parma, Piacenza, Roma, Senigallia, Vercelli, Verona. Cfr. Nuovissima Guida del Viaggiatore in Italia, Milano, Ronchi, 1856. Alcuni decenni prima la rete dei collegamenti si estendeva anche a Londra, Bruxelles, Amsterdam e Strasbourg.

[7] Matthieu Verne, di cui Bonafous portava il nome, era un valente agronomo ed era stato in stretta amicizia con l’abate François Rozier, cui si deve l’ideazione e la redazione del grande Cours complet d’agriculture, in 12 volumi, pubblicato a partire dal 1781 con il concorso dei maggiori nomi dell’agronomia e delle scienze naturali di Francia.

[8]Un appunto, senza data, indica la sua abitazione di Torino in Via Bogino 13.

[9] Stabilimento di Forgoni celeri e Condotte / dalla Francia per l’Italia e viceversa / Servizio generale di trasporti / Fratelli Bonafous., come recita l’intestazione a stampa di un foglietto della Ditta degli anni ‘40 inserito nel faldone Ms 5371 della Bibliothèque Municipale di Lyon dove sono anche indicate le quattro sedi di Milano, Torino, Genova e Lyon. Sui contenuti del faldone Ms 5371 si veda la parte conclusiva di questo saggio.

[10] Dopo la morte di Franklin nel 1812, la direzione della sede torinese passò a Matthieu cui si affiancò, alcuni anni più tardi il giovanissimo fratello Leon, consentendo a Matthieu di dedicarsi con più assiduità agli studi. A Leon, morto nel 1835, subentrò Alphonse (figlio, come la sorella Aline, della seconda moglie di Franklin). Alla gestione della ditta partecipavano in qualche misura anche alcuni degli zii paterni, così come Emile Bouniols, marito di Aline, che dirigerà la sede di Lyon dal 1841 al 1851.

[11] Anche Aline, sposatasi a Lyon con Emile Bouniols non avrà figli.

[12] G.B. Balbis (1765-1831), piemontese, già esiliato per essersi opposto ai Savoia nel 1793, fu attivo sulla scena politica e fu Direttore dell’Orto Botanico di Torino in periodo napoleonico. Cacciato nuovamente al momento della restaurazione dei Savoia, venne nominato Direttore dell’Orto Botanico di Lyon nel 1821. Fu docente di botanica all’università di Lyon e fondatore della Société Linneenne. L’aperta frequentazione e l’amicizia con Balbis è forse alla radice di una certa qual freddezza con cui le autorità sabaude trattarono sempre Matthieu, pur con tutto il rispetto dovuto alla famiglia per il suo peso economico ed allo scienziato per la notorietà internazionale di cui godeva.

[13] M. Buniva (1762-1834), piemontese. Fu molto attivo nel periodo napoleonico dedicandosi in particolare alla divulgazione della pratica delle vaccinazioni e delle sue tecniche, alla modernizzazione degli allevamenti ed all’igiene pubblica. Venne anch’egli fortemente penalizzato con la restaurazione dei Savoia. Al suo insegnamento ed alle sue sperimentazioni si formarono numerosi naturalisti ed entomologi italiani della prima metà del secolo.

[14] Jean-Baptiste Huzard (1755-1839), fu uno dei primi e dei più brillanti allievi di Claude Bourgelat, il fondatore nel 1763 della prima scuola veterinaria francese – la Scuola Veterinaria di Alfort. Huzard fu in seguito membro dell’Institut de France e Ispettore Generale delle Scuole Veterinarie di Francia, carica che mantenne, per gli indiscussi meriti scientifici, anche dopo la caduta di Napoleone. Fondamentali i suoi contributi per l’elaborazione di una moderna e razionale giurisprudenza veterinaria. Su di lui si veda la Notice historique sur J.-B. Huzard, Paris, Dupont (1840), ripresa da Louis Hombre-Firmas nelle Biographie des membres de la Société Impériale et centrale d’agriculture, Paris 1865.

[15] J.A. Chaptal (1756-1832), chimico teorico di rilievo, autore di numerose pubblicazioni, si dedicherà con successo a pionieristiche applicazioni industriali di quella scienza fondando o dirigendo stabilimenti industriali di grande importanza, quali la prima fabbrica di produzione dell’acido solforico o le manifatture pubbliche di esplosivi. Sarà Ministro degli Interni sotto Napoleone (1800-1804) e in quella veste curerà l’istituzione delle Camere di Commercio e delle Scuole di Arti e Mestieri. Dopo la sua morte, Matthieu Bonafous si assumerà l’onere dell’educazione dei nipoti, rimasti in difficoltà, seguendoli ed assistendoli per molti anni. Uno di questi, Victor Chaptal, verrà aggregato alla spedizione scientifica di Hebért in Cina nel 1837 e compirà per conto di Bonafous una serie di ricerche in Cina sui bachi da seta tradizionali e su quelli selvatici delle quali rimane traccia nei manoscritti di Bonafous alla Bibliothèque Municipale di Lyon.

[16] La moglie di J.-B. Huzard possedeva una rinomata stamperia che sarebbe passata, nel 1823, alla figlia, sposata con L. Bouchard (1784-1841) ed in seguito al nipote, J.-B-L. Bouchard, detto Bouchard-Huzard (1824-1873), mantenendo la specializzazione in opere agronomiche e di alta divulgazione tecnico-scientifica, sotto le successive denominazioni d’impresa di Huzard, Mme Veuve Huzard-Bouchard, Bouchard-Huzard.

[17] In vista della vendita all’asta venne pubblicato un catalogo della biblioteca, redatto da P. Leblanc (Catalogue des livres, dessins et estampes de la bibliothèque de feu de M.J.-B. Huzard, Paris, Mme Ve Bouchard-Huzard, 1842).

[18] J.-B. Huzard aveva sistematicamente raccolto tutte le opere – a stampa o manoscritte – prodotte dai membri de l’Institut a partire dalla sua fondazione nel 1795 e non inserite nelle pubblicazioni degli atti. I 280 volumi della raccolta, comprendenti un gran numero di inediti di personaggi ormai famosi nel mondo scientifico, vennero acquistati da Bonafous per una cifra rilevante e donati a Louis Bouchard-Huzard.

[19] Matthieu Bonafous, Histoire naturelle, agricole et économique du maïs, Paris, M.me Huzard, 1836. Oltre alla versione italiana, curata da Ignazio Lomeni, vi furono subito una traduzione olandese ed una in arabo.

[20] “Jardin expérimental d’agriculture crée à Saint-Jean-de-Maurienne par M. le chevalier Bonafous”, Annali della Reale Società d’Agricoltura di Torino, II, 1842.

[21] De l’éducation des vers à soie d’après la méthode du Comte Dandolo, Lyon, Barret, 1821. Il volume ebbe due successive edizioni (1824 e 1827) ed una traduzione in russo (St. Petersburg 1828), in coincidenza con i tentativi che la Russia aveva sistematicamente avviato per estendere la bachicoltura nelle regioni meridionali e nella Georgia. Altrettanto fortunato il De la culture des mûriers, Lyon, Barret, 1821, con due riedizioni a pochi anni di distanza.

[22] Cfr. R. Tolaini, “Cambiamenti tecnologici nell’industria serica: la trattura nella prima metà dell’Ottocento. Casi eproblemi”, Società e Storia, 64, 1994. Il sistema prevedeva il riscaldamento centralizzato per mezzo di una caldaia a vapore delle bacinelle di trattura di una filanda, tradizionalmente riscaldate singolarmente o in coppia con un fornello a legna a fuoco diretto, e non riguardava, allora e per molto tempo ancora, alcuna meccanizzazione di movimenti, come si continua a ritenere erroneamente da molti. Gensoul aveva eseguito i primi esperimenti in Linguadoca già nel 1805, ma il vero test scientifico e pratico del suo sistema avvenne a Torino nel 1807 alla presenza dei membri dell’Accademia delle Scienze e dei principali filandieri locali. L’esperimento fu considerato un grande successo, ma le successive applicazioni industriali, tanto in Francia quanto in Piemonte e in Lombardia degli anni tra il 1810 ed il 1820 furono deludenti sul piano economico e su quello della qualità del prodotto ottenuto. Il sistema di trattura a vapore non divenne pienamente competitivo con quelli migliori a fuoco diretto prima della metà degli anni ‘30, dopo una lunga serie di migliorie innovative, ma cominciò a prevalere su quelli a fuoco diretto nella pratica applicazione industriale, solo dopo la metà del secolo.

[23] Sull’intera questione delle innovazioni di provenienza asiatica nella sericoltura europea, con ampi riferimenti al ruolo di M. Bonafous, mi permetto di rimandare a: C. Zanier, “La sericoltura europea di fronte alla sfida asiatica: laricerca di tecniche e pratiche estremo-orientali (1825-1850)”, Società e Storia,39,1988, e al più generale: C. Zanier, “Lasericoltura dell’Europa mediterranea dalla supremazia mondiale al tracollo: un capitolo della competizione economica tra Asia orientale ed Europa”, Quaderni Storici, 73,1, 1990.

[24] R. Tolaini, “Agronomi e vivaisti nella prima metà dell’800: M. Bonafous e il Gelso delle Filippine”, Società e Storia, 49, 1990.

[25] Le ver à soie, poème de Marc-Jérome Vida, traduit en vers français, avec le texte latin en regard, par Matthieu Bonafous, de l’Institut de France, Paris, Bouchard-Huzard, 1840 (una seconda edizione nel 1844). L’opera dell’insigne umanista – il De Bombyce – era apparsa, in latino, nel 1527, conseguendo vasta fama sia tra i letterati che tra gli esperti bacologi, con numerose traduzioni e riedizioni successive. Bonafous aveva cercato di fondere gli aspetti di eleganza formale con una rigorosa aderenza all’aspetto didascalico dei precetti impartiti, aggiungendovi un ampio apparato di note tecnico-scientifiche.
[26] La cueillette de la soye, par la nourriture des vers qui la font. Echantillò du Thêatre d’agriculture d’Olivier de Serres, Seigneur du Pradel; édition annotée par Matthieu Bonafous, Paris, Mme Ve Bouchard-Huzard, MDCCCXLIII.
L’opera di O. de Serres, apparsa nel 1599 come stralcio anticipato, dietro pressioni della Corte di Francia imbarcatasi in un ambizioso tentativo di estendere massicciamente la sericoltura nella Francia centro-settentrionale, del Thêatre d’agriculture che sarebbe stato pubblicato l’anno successivo, può considerarsi il più completo e razionale manuale europeo di gelsi-bachicoltura dell’epoca. A differenza del poema del Vida, rimasto sempre in auge, la Cueillette fu oggetto di un radicale ostracismo, sopratutto dopo la revoca dell’editto di Nantes. a causa della fede ugonotta del de Serres. La riedizione accuratamente annotata di Bonafous rientra nella tardiva riscoperta di Olivier de Serres da parte dell’agronomia francese.

[27] Alla gestione della bigattiera di Alpignano avrebbe collaborato un dipendente della sede di Torino della ditta Bonafous che Matthieu aveva in gran stima, Francesco Bal. Si trattava di quel Bal che era stato direttore delle moderne filande “alla piemontese” di Reggio Calabria negli anni finali del ‘700 e sulle cui affascinanti peripezie Maria Carla Lamberti ha curato due volumi (M.C. Lamberti, Splendori e miserie di Francesco Bal. 1766-1836, Torino 1994 e Vita di Francesco Bal scritta da lui medesimo, a cura di M.C. Lamberti, Milano, Angeli, 1994). Di Francesco Bal rimane, tra le carte di Bonafous a Lyon, il manoscritto di un Catechismo [sericolo] per il Regno di Napoli che tramite Matthieu venne inoltrato al Ministro Medici a Napoli nel 1817 e che non risulta sia mai stato pubblicato.

[28] Résumé des principaux traités chinois sur la culture des mûriers et l’éducation des vers à soie. Traduit par Stanislas Julien, Publié par ordre du Ministre des travaux publics de l’agriculture et du commerce. Paris, Imprimerie Royale, MDCCCXXXVII. L’edizione italiana, corredata dalle note di Bonafous (non presenti in quella francese), apparve lo stesso anno con il titolo Dell’arte di coltivare i gelsi e di governare i bachi da seta secondo il metodo chinese. Sunto di libri chinesi tradotto in francese da Stanislao Julien membro del Real Istituto di Francia. Versione italiana con note e sperimenti del cavaliere Matteo Bonafous.Direttore dell’Orto Agrario di Torino, Torino 1837.

[29] Sul tema della risicoltura in Cina Bonafous aveva raccolto svariato materiale tra cui un Recueil de 24 peintures chinoises sur la culture du riz che oggi si trova nel Ms 6700 della Biblioteca municipale di Lyon.

[30]Yo-san-fi-rok. L’art d’élever les vers à soie aux Japon par Ouekaki-Morikouni, annoté et publié par Matthieu Bonafous, membre-correspondant de l’Institut; avec cinquante planches gravées d’après les dessins originaux. Ouvrage traduit du texte Japonais par le docteur J. Hoffmann interprète de S. M. le Roy des Pays-Bas, Paris-Turin, MDCCCXLVIII. Il testo originale, Yôsan Hiroku, di Kamigaki (Uegaki) Morikuni, era stato pubblicato nel terzo anno dell’era Kyôwa (1802-1803) ed è stato ristampato nel vol. 35 di una raccolta di testi classici giapponesi di agricoltura (Nihon nôsho zenshû, Tokyo, Nôsan gyoson bunka kyôkai, 1981).

[31] Secondo Hide Ikehara Inada (Bibliography of Translations from the Japanese into Western Languages, Tokyo, Sophia University, 1971), che però include nel numero anche le grammatiche della lingua giapponese pubblicate sin dalla seconda metà del ‘500 dai missionari, il volume curato da Bonafous sarebbe stato il 18° testo giapponese tradotto in una lingua occidentale sino al 1848.

[32] Philipp Franz von Siebold, Nippon, Archiv zu Beschreibung von Japan, Leyden, 18 voll., 1832-1858. Engelbert Kaempfer (1651-1716), naturalista e medico tedesco, viaggiò a lungo in Asia. Il Giappone era allora rigorosamente chiuso a tutti gli europei, esclusi pochi olandesi ammessi a commerciare nello stabilimento di Deshima nella rada di Nagasaki. Presentato come olandese, Kaempfer poté soggiornare due anni a Deshima (1690-1692) ed ebbe anche l' eccezionale opportunità, in riconoscimento delle sue cognizioni mediche, di visitare la capitale. Kaempfer scrisse la sua storia del Giappone in tedesco, ma la prima edizione apparve, postuma, in inglese, nel 1727 (The History of Japan) e venne subito tradotta in olandese (Amsterdam 1729) ed in francese (La Haye 1729), con numerose successive ristampe e riedizioni in tutta Europa. Data la continua e rigida chiusura del Giappone, quasi tutti i successivi riferimenti al Giappone nella letteratura occidentale si basarono in maniera assolutamente prevalente, sino alla prima metà dell’800, ed all'apparizione dei volumi di Siebold, sull’opera di Kaempfer la cui versione inglese del 1727 è stata tuttavia sottoposta dagli storici contemporanei a severe critiche, dando luogo a numerose revisioni.

[33] Sull’elaborato processo di edizione del testo posto in essere da Bonafous e qui sintetizzato si veda: C. Zanier, "The European quest for East-Asian sericultural techniques. Matthieu Bonafous and the translation of Yôsan Hiroku in 1848" in Id., Where the Roads Met. East and West in the Silk Production Processes (17th to 19th Century), Kyoto, Italian School of East Asian Studies, 1994, pp. 71-94.

[34] Matthieu Bonafous morì a Paris, dove si trovava per le sue ricerche, il 23 marzo 1852, dopo una brevissima malattia.

[35] A titolo puramente esemplificativo si può citare la lettera di ventuno densissime facciate spedita a Bonafous da Benjamin Huger, uno dei maggiori piantatori e sperimentatori della South Carolina, particolarmente interessato alle prove con varietà di riso da comparare con le esperienze piemontesi. La missiva, non datata, ma di fine anni 1830 o di poco dopo, è inclusa nel MS 5376. Per la corretta identificazione del mittente sono debitore a Ben Marsh della Stirling University. 

[36] Significativa la sua adesione – sin dal 1818 – e la sua attiva collaborazione, alla Société d’Encouragement pour l’Industrie Nationale, il cui Bulletin raccoglieva e diffondeva le più avanzate proposte sperimentali di migliorie tecnico-pratiche nel campo manifatturiero.

[37] Indicativo a questo proposito il MS 6031, contenente un manoscritto di 47 ff., in spagnolo, di Tomas de Otero, vice-segretario della Sociedad economica de Valencia, intitolato Instruction sobre la cria del gusano de la seda conforme a las observaciones mas recientes con una lettera di accompagnamento firmata dal bibliofilo e letterato catalano Vicente Salvà che rivolgendosi a “madame” (quasi certamente la Huzard), le invia il manoscritto di Otero per quel “monsieur de Turin qui désirait avoir tout ce qu’on connoissat en espagnol sur les vers a soie”.

[38] Di particolare rilievo, per l’estensione e la ricchezza dei dati bio-bibliografici, l’elogio storico di Charles Marie Despine letto nella seduta del 5 febbraio 1853 dell’Accademia Reale di Agricoltura di Torino, ma pubblicato molti anni dopo(“Eloge historique du chevalierMatthieu Bonafous”, Annali dell’Accademia di Agricoltura di Torino, voll. VI-VII, 1859) e la più tarda memoria di Louis Hombre-Firmas nel I volume delle Biographie des membres de la Société Impériale et centrale d’agriculture,(“Le chevalier de Bonafous”), Paris 1865. A Lyon vennero pubblicati due lavori commemorativi su Bonafous:P. A. Cap, Matthieu Bonafous, Dumoulin, Lyon 1854 e J. Forest, Eloge historique de M. Bonafous, Lyon 1860. L. Bouchard-Huzard, l’editore nipote di J.-B. Huzard di cui si è già detto, ne lesse la commemorazione alla seduta del 15 maggio 1853 della Société Impériale d’horticulture de Paris et centrale de France. Un’ampia sintesi della vita e delle opere in R. Tolaini, La diffusione delle pratiche della sericoltura estremo orientale in Europa nella prima metà del XIX secolo: l’opera di Matthieu Bonafous (1793-1852), Tesi di Laurea, Dipartimento di Storia Moderna e Contemporanea, Università di Pisa, Pisa 1988.

[39] Cfr. G. B. Delponte, “Stato dell’Orto agrario sperimentale, nuove colture in esso introdotte e proposte di miglioramento. Relazione (1852)”, Annali della reale Accademia di Agricoltura di Torino, VI, 1859, e Id., “Cenno intorno ad alcune innovazioni e nuove piantagioni fatte nell’orto sperimentale dell’Accademia (1853)”, Ibid., VII, 1859.

[40] L’ultimo dei fratelli, Alphonse, associò la propria ditta nel 1858 al concorrente maggiore, le Messaggerie Imperiali francesi e si ritirò definitivamente dagli affari nel 1864.

[41] Attraverso lo spoglio sistematico di un vecchio elenco inventariale dei volumi della Bibliothèque Municipale, sembrava in teoria possibile identificare i volumi ex-Bonafous, utilizzando la relativa indicazione (Don. Bonafous) apposta dopo il titolo. Alcuni saggi di spoglio effettuati ci hanno mostrato tuttavia che non tutti i volumi che si sanno esser stati donati portano tale indicazione nell’elenco e che probabilmente gli opuscoli non sono stati per una gran parte inclusi in esso. Restano inoltre esclusi tutti i “manoscritti”. Tra questi ultimi, il Ms 6086 consente di avere un quadro della biblioteca personale di Bonafous al 1826, quand’essa era tuttavia ancora relativamente modesta.

[42] Si veda: Aurélie Blanc, “Aux origins de la soie”, Gryphe. Revue de la Bibliothèque de Lyon, 13, Mars 2006, pp. 11-18, in cui l’accento è però posto quasi esclusivamente sulla preziosità e rarità di un certo numero dei volumi della donazione, ma dove vi è solo un fugace accenno ai manoscritti dell’archivio dello studioso che costituiscono al contrario il nucleo di riferimento del presente saggio.

[43] Archives Municipales, Lyon, 1217WP97, Conseil Municipal de la Ville de Lyon / Régistre de Rapports et Délibérations de l’année 1859 / Séance du 29 Avril 1859 / “Bibliothèque Bonafous. Acceptation par la Ville de cette bibliothèque offerte par les héritiers de Mr Mathieu Bonafous”(pp. 264 – 265). L’accettazione del Consiglio è preceduta da un Rapport sulle procedure della donazione della Biblioteca come richiesto dall’Amministrazione del Département du Rhône (ibid., p. 263).

[44] Dovrebbe trattarsi del ritratto pubblicato dalla Blanc, op. cit., p. 11. Vi è notizia di almeno un altro precedente atto di liberalità dei Bonafous verso il Palais des Arts: nel 1824 Matthieu aveva donato all’istituzione cittadina il busto del pittore Pecheux, ma pare che il Conservatore l’avesse rifiutato, considerando l’opera di qualità scadente. Si trattava quasi sicuramente del lionese Laurent Pecheux, attivo a lungo a Torino dove era morto nel 1821. Non vi è di contro alcuna indicazione sull’autore del busto. Cfr. Archives Municipales, Lyon,78WP3, Inventaire / Lettres reçues: recueil 1790-1860. La lettera di Matthieu Bonafous che accompagna il dono è datata 29 maggio 1824.

[45] Annuaire du Département du Rhône, Lyon 1860, pp. 270-271 (Bibliothèque du Palais des Arts), dove la Biblioteca viene chiamata Biliothèque sericicole de Matthieu Bonafous, per il peso relativo dei preziosi testi e manoscritti sericoli nel complesso della raccolta. La spesa sostenuta da Alphonse sarebbe stata di 10.000 franchi. Si tratta di una cifra rilevante, che probabilmente include il costo dei dodici armadi. Le stesse notizie sono riportate nell’Annuaire administratif de Lyon et du Département du Rhône, Lyon 1875, p. 337.

[46] La Biblioteca del Palais des Arts era stata fondata nel 1831 intorno al prezioso nucleo librario donato all’Académie de Lyon nel 1763 dall’imprenditore della seta di origini varesine Pierre Adamoli e trasferito nel 1825 nell’ex-abbazia delle Benedettine (Palais St. Pierre). Cfr. Catalogue générale des manuscrits des Bibliothèques de France, T. XXXI, Paris 1898, pp. 1-3.

[47] P. Neveux, E. Dacier, Richesses des Bibliothèques provinciales de France, Paris 1932, p. 3.

[48] Archives Municipales, Lyon, Q3, Legs/Bonafous.

[49] Un gruppo di carte relative alle attività della ditta di famiglia, la Bonafous, Bourg et Cie, per l’anno 1786, ha una collocazione libraria e risulta elencato nello schedario per possessori sotto M. Bonafous. Al di là della bizzarra collocazione – tra i libri e non tra i manoscritti – si può pensare che si sia trattato o di un gruppo di carte appartenenti alla donazione e non inserite sin dall’origine tra i faldoni, oppure del risultato dello smembramento successivo del contenuto di uno dei faldoni. Si tratta per ora dell’unico caso del genere individuato.

[50] Tra i Mss ex Huzard si può citare (Ms 6032) il corposo fascicolo (193 ff. più alcune lettere) della prima stesura delle voci relative al baco da seta preparate da Armand Charles Firmas-Périés e trasmesse nel 1790 all’abate Henri Alexandre Tessier per la Encyclopédie Méthodique che egli aveva iniziato a redigere e pubblicare dal 1787. Tessier sarebbe stato tra i fondatori (nel 1798) delle Annalesde l’Agriculture Française e avrebbe collaborato a lungo con J.-B. Huzard.

[51] Come già segnalato, uno dei “manoscritti”, lo Ms 6086, include un catalogo della biblioteca personale di Matthieu compilato nel 1826. Esso è di aiuto limitato ai fini di valutare quanto della biblioteca di Bonafous, come esistente alla sua morte nel 1852, confluisse nella donazione del 1859, in quanto gran parte delle opere di maggior pregio oggi a Lyon non vi figurano, essendo entrate nel suo patrimonio dopo il 1826, come nel caso degli acquisti fatti nel 1842 all’asta della biblioteca di J.-B. Huzard. Si è tuttavia potuto constatare che alcune delle opere di carattere non-agronomico (letterarie, filosofiche e religiose, o di contenuto storico generale), elencate per il 1826, non risultano presenti nei cataloghi attuali della Bibliotèque Municipale di Lyon, ad indicare una probabile selezione, operata presumibilmente ancora a Torino prima della donazione. Su quale fine abbia fatto la parte rimanente dei libri di Matthieu non sappiamo per ora nulla.

[52] L’indicazione sulla costa rilegata recita: “Bibliothèque du Palais des Arts / Vers a soye sauvages / Mss Chinois” , la prima pagina interna riporta: “Vers-à-soye sauvages / et / travail de la soye / Recueil précieux / 25 feuilles”.

[53] Mentre l’indicazione di “25 feuilles”, invece dei 26 effettivamente presenti, segnalata alla nota che precede, è con tutta probabilità da attribuire alla presenza di due disegni (il 6° ed il 7°) di soggetto pressoché identico, suscita perplessità la notazione sul bordo della pagina che precede la prima immagine: “Vers a soye 33 feuillets” che parrebbe indicare un numero di immagini originariamente più ampio.

[54] "Mémoire sur les vers à soie sauvages" in: Mémoires concernant l’Histoire, les Sciences, les Arts, les Moeurs, les Usages etc. des Chinois, par les missionnaires de Pékin, Nyon, Paris 1777, Vol. II, pp. 575-597. La "Mémoire"venne parzialmente riprodotta in appendice al volume di traduzioni dal cinese di S. Julien pubblicato nel 1837.

[55] La pratica viene brevissimamente citata da Giulio Cesare Scaligero (Giulio Bordoni, 1484-1558) nelle sue Exotericarum Exercitationum (Paris, 1557, Ex.158, 9) senza dare fonti o particolari e non risulta altrimenti documentata in alcun modo, né è nota a nessuno di coloro che scrissero con cognizione della sericoltura calabrese. L’affermazione dello Scaligero, scrittore polemico e spesso assai fantasioso, venne ampiamente ridicolizzata già da Antonio Zanon nel suo lungo scritto sulla storia della sericoltura (Dell’agricoltura, delle arti e del commercio, t. II, Venezia 1763, p. 10 ), ma è stata più volte ripresa per vera, con superficialità e senza verifiche, sino ai nostri giorni.

[56]Pierre-Augustin Boissier de Sauvages, Mémoirs sur l’éducation des vers à soie, Nismes, Gaude, 1763. La notazione si ritrova nell’appendice intitolata Catalogue des auteurs qui ont écrit sur les vers à soie. Il Mairan cui fa riferimento Boissier de Sauvages dovrebbe essere lo scienziato Jean-Jacques Dortous de Mairan (1678-1771), fisico e matematico, di cui venne pubblicata una corrispondenza con i missionari gesuiti in Cina. Non risulta che Mairan sia stato personalmente in Cina, è probabile pertanto che la nota di Boissier de Sauvages si riferisca ad un possibile ruolo svolto da Mairan nel far pervenire il manoscritto di d’Incarville in Francia.

[57] Paulet, L’art du fabriquant d’étoffes de soie, Nimes 1773, 2 voll.

[58] Una Instruction pour l’envoi de l’Inde en Europe d’oeufs du Bombyx Cynthia, si trova negli archivi dell’Accademia d’Agricoltura di Torino. Il breve manoscritto, firmato M. Bonafous, non porta data né destinatario, ma si riferisce senza dubbio ai tentavi qui descritti. Sul Bombyx Cynthia, lepidottero serigeno parassita della pianta del ricino, Bonafous si diffonderà in uno dei suoi ultimi scritti: "Del ricino considerato sotto tutti i rapporti", che sarà pubblicato sugli Annali della R. Accademia d’Agricoltura di Torino (vol. IV, 1851) e su altre riviste specializzate in Italia ed in Francia.

[59] Johann J. Hoffmann (1805-1878). Incontratosi casualmente con Siebold, suo concittadino, che era da poco rientrato in Europa dal Giappone, entrò al suo servizio dando subito prova di eccezionali capacità di apprendimento linguistico, un settore nel quale Siebold era assai carente nonostante i suoi lunghi anni di permanenza in Giappone. Pur non essendo mai stato in Asia Orientale, Hoffmann imparò rapidamente i rudimenti del cinese e del giapponese con l’aiuto di un giovane cinese ed in breve si rese in grado di tradurre da solo molti dei testi che Siebold aveva portato dal Giappone. Venne in seguito nominato interprete personale del re d’Olanda e contribuì in maniera decisiva alla nascita della yamatologia europea. Per una breve sintesi bio-bibliografica si veda W. J. Boot, "Japanese studies in the Netherlands, Historical Background" in Japanese Studies in Europe, Tokyo,The Japan Foundation, 1985.

[60] Philip Franz von Siebold (1796-1866), medico tedesco, fu al servizio del Governatore generale delle Indie olandesi per conto del quale, e fingendosi olandese per i giapponesi che non ammettevano l’ingresso in Giappone di alcun altro europeo, si recò nello stabilimento commerciale olandese sull’isoletta artificiale di Deshima nella rada di Nagasaki, ove rimase per molti anni. Fu in contatto con intellettuali e funzionari giapponesi desiderosi di uscire dall’isolamento imposto sin dal 1640 al paese dal governo shogunale, fondando una scuola di medicina occidentale ed ebbe modo di raccogliere una imponente documentazione sul Giappone sia nel settore storico-letterario, sia in quello scientifico naturalistico. Al rientro in Europa si stabilì a Leyden e si avvalse a lungo dell’opera di traduttore di J. Hoffmann, contribuendo in maniera decisiva alla crescita degli studi orientali in Olanda oltre che, per i suoi vasti contatti scientifici, in tutto il resto d’Europa. Sulla sua figura e la sua opera si veda “Engelbert Kaempfer, Philipp Franz von Siebold. Gedenkschrift,” Mitteilungen der Deutschen Gesellschaft für Natur- und Völkerkunde Ostasiens, Supplementband XXVIII, 1966,Tokyo.

[61] Tra le parti non riprodotte vi fu la breve prefazione al volume, scritta dal letterato confuciano Sakurai Atsutada (1745-1803). La prefazione era stata tradotta da Hoffmann (con un improprietà di lettura del nome) – Avant propos du Prof. Sakurawi Toksiu – ma Bonafous non ritenne di includerla, così come non vennero incluse le poche pagine dell’introduzione dell’autore, anch’esse già tradotte da Hoffmann.

[62] La “costruzione” del testo nella sua traduzione e nelle immagini è stata esaminata in dettaglio in: C. Zanier, "The European quest for East-Asian sericultural techniques. Matthieu Bonafous and the translation of Yôsan Hiroku",cit.

[63] Yo-san-fi-rok, cit., p. 24, Introduzione di M. Bonafous.

[64]Mr Hoffmann nous conduisit chez Mr Mieling lithographe du Roi, où nous fîmes lithographier sous nos yeux toute une page en caractères Japonais de l’ouvrage que nous nous proposons de publier. L’opération fut faite en moins d’un quart d’heure”, Bibliothèque Municipale, Lyon, Ms 6046, cit., f. 172.

[65] E’da presumere che Bonafous avesse ricevuto da Siebold (direttamente o tramite Hoffmann) la pagina del testo originale giapponese o che fosse entrato in possesso dell’intero testo, magari acquistandolo da Siebold.

[66] Le tre successive versioni dell’illustrazione sono state riprodotte alle pp. 91-93 di C. Zanier, The European quest ,cit. [67] Bonafous partì, in treno, da Paris il 7 settembre 1847 e rientrò nella capitale francese il 15 novembre seguente.

[68] Si veda in proposito il manoscritto di 27 fogli di mano di Matthieu Bonafous – Excursion dans quelques vallées du Piedmont et au Mont Viso (all’interno del Ms 5374) – che descrive il viaggio effettuato a cavallo da Bonafous e da Buniva nel giugno del 1831 e dedicato sia agli aspetti dell’agricoltura e del paesaggio rurale nelle alte valli piemontesi, sia alla visita di alcuni stabilimenti sorti in loco per la lavorazione della seta. Un altro diario di viaggio (agosto/settembre 1831) riguarda il percorso Torino-Zurich ed è incluso nel Ms 5379.

[69] Mentre non vi sono dubbi per due delle ditte segnate, entrambe con il nome Bonafous e che da sole coprono in genere più dell’80% delle spedizioni, non è chiaro il legame con le altre due (una delle quali appare solo dopo il 1846). Abbiamo ritenuto che si tratti, anche per il ridotto volume, di ditte collegate, ma sarà necessario compiere accertamenti specifici.

[70] Dal 1846 si aggiunge anche la Tachis, Levi e Comp.

[71] Nel gennaio del 1841, ad esempio, su di un totale di 580 balle spedite (di cui 434 su Lyon), 406 (70%) sono dei Bonafous freres, 110 (19%) dei Mestrallet e 64 (11%) dei Bonafous Père et Fils. Si noti anche la regolarità dei flussi mensili, apparentemente ben poco influenzati ormai dal clima invernale dato il consistente miglioramento dei collegamenti stradali: a maggio del 1841 le balle spedite furono in totale 651, contro le 580 di gennaio.

[72]In Milano Contrada del Morone N. 1167 / In Torino Contrada d’Angennes N. 37 / In Genova Contrada Nuovissima N. 739 / In Lione Contrada Nuova N. 17“.



DOI: http://dx.doi.org/10.13128/Cromohs-13643



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