Cromohs 2012 - Lucci- Rec. Peter Forsskål, Pensieri sulla libertà civile (1759) a cura di Elisa Bianco

Peter Forsskål, Pensieri sulla libertà civile (1759)
a cura di Elisa Bianco
Macerata, Liberilibri, 2012, pp. 112
[ISBN 978-88-95481-83-8; € 14,00]

Diego Lucci
American University in Bulgaria
Peter Forsskål, Pensieri sulla libertà civile (1759), a cura di Elisa Bianco, Macerata, Liberilibri, 2012, pp. 112, Cromohs, 17 (2012): 1-8

1. Questo volume curato da Elisa Bianco, giovane studiosa dell’Età dei Lumi, presenta la prima traduzione italiana dei Pensieri sulla libertà civile (1759) di Peter Forsskål, pensatore finno-svedese del Settecento. Il volume presenta inoltre un saggio introduttivo della curatrice e la traduzione italiana di tre brevi scritti apparsi nell’edizione bilingue del testo, inglese e svedese, del 2009[1]: si tratta di una breve prefazione di David Goldberg, di una nota al testo di Gunilla Jonsson, e di un’interessante introduzione di Thomas von Vegesack. Infine, il volume è corredato, in appendice, dall’Editto sulla libertà di stampa, emanato nel 1766 da re Adolfo Federico di Svezia. La traduzione italiana del testo di Forsskål è stata condotta in base al manoscritto autografo in svedese, Tankar om borgerliga friheten, che è conservato presso gli Archivi Nazionali di Svezia, a Stoccolma, e il cui testo è stato pubblicato nella citata edizione del 2009 e, da parte degli stessi curatori dell’edizione bilingue, nel sito internet dedicato a Forsskål e alla sua opera[2]. La scelta di basarsi sul manoscritto, invece che sulla prima versione a stampa del 1759 (versione peraltro ripubblicata nel 1970, nel 1980 e ancora nel 1984, come spiega la Jonsson nella sua nota al testo), è stata dettata dal fatto che quella prima edizione risentì ampiamente degli interventi del censore di stato. Il manoscritto presenta invece il testo originale di Forsskål, e le modifiche ordinate dal censore vi sono state riportate dallo stesso Forsskål con un inchiostro diverso: essendo chiaramente riconoscibili, tali modifiche sono state dunque omesse sia dai curatori dell’edizione bilingue e del sito su Forsskål, sia dalla Bianco. Una seconda edizione settecentesca dell’opera, pubblicata nel 1792, cioè quasi un trentennio dopo la morte di Forsskål e in pieno clima rivoluzionario, probabilmente a cura dell’intellettuale antimonarchico Bengt Holmén, presentava significative modifiche e riproponeva la questione della libertà di coscienza e di espressione dopo l’assassinio di re Gustavo III, il quale aveva di fatto revocato le norme sulla libertà di stampa emanate da suo padre nel 1766. Considerate le sostanziali differenze tra il contesto in cui l’opera venne originariamente composta e pubblicata e la situazione socio-politica e culturale del periodo rivoluzionario, che condusse all’edizione del 1792, tanto i curatori dell’edizione bilingue del 2009, quanto la curatrice di questa prima traduzione italiana hanno preferito tralasciare un’analisi della seconda edizione dell’opera.

2. Nato nel 1732 in Finlandia, allora dominio svedese, Forsskål ebbe una vita breve ma intensa. Studente dall’ingegno precocissimo, si iscrisse a dieci anni all’Università di Uppsala, dove fu uno dei più brillanti allievi di Linneo. In seguito, ottenne una borsa di studio che gli consentì di continuare gli studi in Germania, presso la prestigiosa Università di Gottinga, dove fu allievo di uno dei maggiori orientalisti del Settecento, Johann David Michaelis. Si interessò non solo alle scienze naturali, ma anche a discipline quali teologia, filosofia, economia e teoria politica, e studiò lingue semitiche. Fu autore di varie opere di argomento filosofico, economico e politico, tra cui la sua dissertazione di dottorato del 1756, che evidenziava le aporie dell’allora dominante filosofia di Christian Wolff e di altri sistemi metafisici dell’epoca. Al ritorno in Svezia, Forsskål cercò di intraprendere la carriera accademica e propose all’Università di Uppsala una dissertazione sul tema della libertà civile, intitolata De libertate civili e scritta in latino, ma con acclusa una traduzione svedese. Tuttavia, il suo carattere scontroso e le sue idee innovatrici, in un paese ancora fortemente conservatore, gli impedirono non solo di ottenere una cattedra universitaria, ma perfino di discutere presso la maggiore università del regno la sua tesi sulla libertà civile. Forsskål non si diede però per vinto e, nel novembre 1759, pubblicò comunque in svedese la sua tesi, ma solo dopo averla adattata alle esigenze di un pubblico più ampio, rispetto agli ambienti accademici, e dopo avervi apportato numerosi tagli e modifiche imposte dalla censura di stato. Come spiega il saggio introduttivo di Thomas von Vegesack, che descrive il contesto in cui apparve l’opera e le vicissitudini sia precedenti che successive alla sua pubblicazione, fu così che videro la luce i Pensieri sulla libertà civile. E fu così che Forsskål perse qualunque speranza in una carriera accademica nella sua madrepatria. Nonostante il censore di stato, Niklas von Oelreich, ne avesse autorizzato la pubblicazione, il pamphlet di Forsskål venne prontamente vietato dalla cancelleria di stato. Il censore Oelreich pagò il proprio errore di valutazione con la perdita del suo importante incarico, mentre Forsskål e lo stampatore Lars Salvius furono semplicemente ammoniti dalle autorità inquirenti. Inoltre Linneo, all’epoca rettore dell’Università di Uppsala, venne incaricato di rintracciare e consegnare alle autorità le cinquecento copie del libro del suo allievo, ma non poté trovarne che una settantina. La rivincita di Forsskål, tuttavia, non tardò a venire: un anno dopo, grazie alla mediazione di Michaelis e col beneplacito di Linneo, al giovane studioso svedese fu offerto di partecipare a un’importante spedizione, organizzata dal governo danese, in Arabia Felix, la regione meridionale della Penisola Arabica oggi nota come Yemen[3]. Durante la spedizione, Forsskål si adoperò per raccogliere esemplari della flora e della fauna della regione e descrisse, in due dettagliati resoconti, le specie vegetali e animali incontrate in Medio Oriente. Ma purtroppo soltanto uno degli studiosi imbarcatisi in quella sfortunata impresa (1761–67) tornò dall’Arabia Felix, e non si trattava di Forsskål, bensì del matematico, cartografo e orientalista tedesco Carsten Niebuhr, che portò con sé in Europa i manoscritti dello svedese e in seguito ne curò la pubblicazione. Nell’estate del 1763 la malaria aveva colpito Forsskål. Egli si spense in quelle terre lontane a soli trentun anni, e dunque non poté assistere a una sua nuova rivincita: tre anni dopo, nel 1766, re Adolfo Federico di Svezia emanò un Editto sulla libertà di stampa che, per certi versi, riecheggiava le teorie di Forsskål sull’argomento, anche se con molta prudenza e con significativi limiti riguardo ai risvolti pratici della questione.

3. Come sottolinea Elisa Bianco nel suo saggio introduttivo, «al centro della tesi [di Forsskål] c’è la libertà di stampa» (p. 25). A tal riguardo, lo studioso svedese subì l’influsso del dibattito europeo, che egli conobbe principalmente nel corso dei suoi studi a Gottinga e attraverso la mediazione di intellettuali tedeschi, o comunque attivi in Germania, come il biblista Johann Lorenz Schmidt e l’editore ugonotto Elie Luzac. La lettura dei testi di questi autori consentì al giovane Forsskål di esaminare le tesi sulla libertà di espressione formulate, nei decenni precedenti i suoi studi in Germania, da pensatori quali Montesquieu, La Mettrie e i deisti inglesi, in particolare Matthew Tindal[4]. Forsskål ammirava l’esempio di paesi come Inghilterra e Olanda, dove «la libertà di stampa, e largamente di coscienza, nascono da sé, come necessità sociali e non in virtù di atti legislativi ex alto, e in qualche modo non necessitano di questi ultimi» (p. 38). A differenza di altri protagonisti di quel dibattito europeo, lo scrittore svedese fu tutt’altro che incline a idee repubblicane: fa bene Elisa Bianco a sottolineare questo aspetto del pensiero di Forsskål, che, altrove, è stato invece presentato come un “illuminista radicale”[5]. Per meglio comprendere la sua posizione di illuminista non radicale né rivoluzionario, bensì “riformatore”, bisogna considerare il contesto della Svezia nella cosiddetta “età della libertà” (1719-1772), quando una costituzione filo-aristocratica rafforzò i poteri della nobiltà, facendone di fatto la classe dirigente, a scapito della corona da una parte e degli altri tre “stati”, cioè borghesia, clero e contadini, dall’altra. Per il raggiungimento di un nuovo ordine sociale, fondato su merito e ragione e non su privilegio e tradizione, Forsskål sperava in una nuova alleanza tra un rinnovato potere monarchico, centralizzato e stabile, e i tre ceti tenuti in disparte dall’aristocrazia: egli fu quindi tra gli esponenti di un «Illuminismo antiaristocratico, ma filo-assolutistico, centralistico, anticorporativo, filo-giurisdizionalistico» (pp. 31-32). Una posizione tutt’altro che isolata: il pensiero di Forsskål rappresentò infatti una delle tante sfumature di quell’Illuminismo riformatore che, estendendosi dagli stati italiani fino alla Scandinavia e alla Russia, e passando per l’Impero asburgico e le terre tedesche, stimolò e sostenne l’opera di razionalizzazione e centralizzazione, intrapresa da vari “despoti illuminati”, di strutture statali quali scuole, eserciti, ospedali, la burocrazia, il sistema giudiziario e quello fiscale. Dunque, come osserva la curatrice, «la sua difesa della libertà di stampa non è un attacco allo Stato, ma un suggerimento per rafforzare lo Stato stesso. E questo vale anche per la tolleranza religiosa» (p. 37).

4. Forsskål giustifica la propria preferenza per un regime assolutistico, benché illuminato, nei capitoli iniziali del suo trattato. Il testo si apre con una concezione giusnaturalistica della libertà civile, secondo cui libertà fondamentali come quella di coscienza, di espressione, di azione e di proprietà sono radicate nella ragione stessa e rappresentano, nelle parole di Forsskål, «un beneficio, tale da essere così amato dall’uomo, [che] non ha bisogno di alcuna limitazione, quando ognuno ama la virtù» (p. 77). Tuttavia, per quanto riguarda la libertà di azione in particolare, lo scrittore svedese riconosce che vizi e cattive tendenze possono condurci a nuocere ad altri membri della società civile. Per questo motivo, secondo Forsskål, «occorre che vengano posti dei limiti per la nostra azione, la libertà deve perdere la sua parte pericolosa, e a noi deve rimanere solo in misura tale che ognuno, in accordo con il proprio intimo volere, possa con essa beneficiare gli altri e se stesso, ma non fare del male a nessuno» (p. 77). Proprio perché «i sudditi possono anche essere oppressi l’uno dall’altro» (p. 78), secondo l’autore svedese, regimi repubblicani come quelli di alcuni stati italiani possono risultare particolarmente pericolosi per le libertà individuali. In breve, anche se il suo discorso non presenta certo la complessità e la profondità delle analisi di autori ottocenteschi quali Tocqueville o Mill, lo scrittore svedese ci mette in guardia contro i rischi di una “tirannia della maggioranza”. Ma Forsskål non ignora che un sovrano assoluto possa opprimere i suoi sudditi. Per questa ragione, egli rifiuta la tesi della “sacralità” del potere politico e precisa che «la vitalità e la forza della libertà civile consistono in un governo limitato e in una illimitata libertà della parola scritta» (p. 80). La libertà di stampa, infatti, garantisce che ognuno possa «legittimamente parlare a proposito di ciò che si sta facendo a detrimento dei migliori interessi del pubblico» (p. 80) e possa dunque contribuire a porre rimedi, o almeno spingere coloro che esercitano il potere politico ad adottare una condotta migliore. «La libertà deve essere protetta grazie alla libertà» (p. 81).

5. Riguardo alla questione della tolleranza religiosa, il pensatore svedese si inserisce in quella tradizione di pensiero, di ascendenza lockeana, secondo cui non è la libertà di culto, bensì la persecuzione delle opinioni religiose a mettere in pericolo la pace civile. Misure volte a garantire tolleranza e libertà di coscienza garantirebbero non soltanto uno dei diritti fondamentali dell’individuo, ma anche una maggior coesione sociale. Pur avendo ricevuto un’educazione religiosa ed essendo particolarmente versato in questioni teologiche (suo padre era infatti un pastore luterano e aveva cercato, invano, di incoraggiare il giovane Peter a intraprendere a sua volta la carriera ecclesiastica), nel suo trattato Forsskål si astiene dall’esprimere le proprie convinzioni in fatto di religione. Tuttavia, il testo presenta un duro attacco contro le «dottrine ingannatrici dei Gesuiti» (p. 82). Infatti, Forsskål lavorò al suo trattato nel periodo in cui la Società di Gesù veniva colpita da una campagna diffamatoria, orchestrata dal ministro portoghese Pombal, in seguito ai conflitti di quest’ultimo con i Gesuiti (particolarmente in merito alle loro attività evangeliche ed economiche in Sud America) e l’aristocrazia che li appoggiava. Quella campagna condusse dapprima all’espulsione dei Gesuiti da Portogallo, Francia, Spagna e altri stati cattolici, e infine alla soppressione, nel 1773, della Società di Gesù (poi ricostituita nel 1814). I commenti di Forsskål risentirono dell’atmosfera di ostilità verso i Gesuiti, diffusa, all’epoca, tanto in stati cattolici quanto in paesi protestanti. Forsskål elogia invece i Mennoniti per le loro qualità morali e per la loro fedeltà allo stato. Apprezza inoltre la libertà di religione praticata in Pennsylvania, dove le «differenze tra le religioni possono sussistere senza disturbare l’unità civile» (p. 83): tale situazione consentiva alla popolazione della colonia americana di vivere in armonia e di essere «felice, e, grazie alla libertà, in continua crescita» (p. 83). Forsskål ritiene infatti che, «in un regime di libertà», dottrine ingannevoli o pericolose finiscano sempre col cedere «alla forza della verità e diminuiscono, mentre, quando sono eccitate da un insano zelo attraverso la persecuzione, si diffondono più violentemente come un fuoco tenuto coperto» (p. 83). Per questo motivo, egli sostiene la sua tesi di «una illimitata libertà della parola scritta» in merito soprattutto alle questioni religiose.

6. Nell’opera di Forsskål, la questione della libertà e dei diritti dell’individuo si intreccia continuamente con il tema dell’interesse comune. Il suo trattato presenta infatti un breve ma esplicito elogio della meritocrazia, in cui lo scrittore svedese denuncia la corruzione nell’accesso alle cariche pubbliche – pratica imperante sotto il regime aristocratico dell’epoca. Egli inoltre critica aspramente il sistema delle corporazioni, che limitava la libera iniziativa di artigiani, mercanti e professionisti, e la mancanza della libertà di insegnamento per scienziati e intellettuali. Forsskål conclude il suo pamphlet dichiarando che tutti sono «liberamente tenuti a contribuire al benessere della società [...]. Tuttavia, se questo deve accadere, deve anche essere possibile che la condizione di tale società sia resa nota a tutti, e ognuno deve potersi esprimere liberamente al riguardo» (p. 87).

7. Purtroppo, a causa della sua morte prematura nella Penisola Arabica, Forsskål non poté commentare l’Editto sulla libertà di stampa emanato nel 1766 da re Alfonso Federico, che aboliva la censura di stato: l’editto, che in teoria confermava le tesi di Forsskål sull’argomento, in pratica poneva numerosi limiti alla libertà di stampa. Sanciva infatti numerose eccezioni, volte non solo a prevenire intenti diffamatori o impedire la divulgazione di informazioni riservate, ma anche a preservare l’immagine, il potere e i privilegi del ceto dominante. L’“età della libertà svedese” giunse al termine nel 1772, quando re Gustavo III limitò le prerogative del parlamento e inaugurò una nuova epoca di “assolutismo illuminato”: un’epoca che vide sì lo sviluppo delle scienze, la promozione della cultura e nuove norme in materia di tolleranza religiosa, ma che in merito alla questione delle libertà civili certo non condusse agli esiti che Forsskål auspicava (come è stato ricordato, Gustavo III di fatto revocò la pur limitata libertà di stampa sancita nel 1766).

8. Pur trattandosi di uno scritto minore tra quelli settecenteschi sulla libertà civile, e sulla libertà di espressione in particolare, l’opera di Forsskål è importante principalmente per due motivi, tutt’altro che secondari. Innanzitutto, il trattato di Forsskål rappresenta un esempio emblematico di pensiero filo-assolutistico e tuttavia riformatore, in merito soprattutto a questioni giuridiche e amministrative, nel contesto pan-europeo del sostegno illuministico a forme di “dispotismo illuminato”.[6] Inoltre, sia lo scritto dello studioso svedese, sia la brillante introduzione di Elisa Bianco e gli altri testi inseriti nel volume offrono al lettore un interessante spaccato della situazione sociale, politica e culturale della Svezia e, più in generale, della Scandinavia dell’epoca, aprendo dunque nuove prospettive di ricerca su un contesto, quello dell’“Illuminismo nordico”, ancora sottovalutato e poco studiato[7]. Questo volume rappresenta dunque un lodevole contributo agli studi sul pensiero politico del Settecento.

Note

[1] Cfr. Peter Forsskål, Tankar om borgerliga friheten – Thoughts on Civil Liberty, a cura di David Goldberg, Gunilla Jonsson, Helena Jäderblom, Gunnar Persson e Thomas von Vegesack (Stockholm: Atlantis, 2009).

[2] http://www.peterforsskal.com/

[3] La letteratura su questa spedizione è molto ampia. Per un contributo in italiano, cfr. in particolare Paolo Bernardini, “Arabia danica. Spigolature sull’origine e l’esito della spedizione Niebuhr nello Yemen (1761-1767)”, in Miscellanea di storia delle esplorazioni, XXI, 1996, pp. 253–73.

[4] Sul dibattito illuministico sulla libertà di stampa, cfr. Edoardo Tortarolo, L’invenzione della libertà di stampa. Censura e scrittori nel Settecento (Roma: Carocci, 2011).

[5] Cfr. Vesa Oittinen, “Peter Forsskål, a Radical Enlightener”, in The Enlightenment: Critique, Myth, Utopia, a cura di Minna Ahokas, Timo Kaitaro e Charlotta Wolff (Frankfurt am Main: Lang, 2011), pp. 154–66.

[6] Sul tema del “dispotismo illuminato”, cfr. Maurizio Bazzoli, Il pensiero politico dell’assolutismo illuminato (Firenze: La Nuova Italia, 1986).

[7] Sull’Illuminismo scandinavo, cfr. Nordic Light, a cura di Thomas Bredsdorff, Søren Peter Hansen e Anne-Marie Mai (Odense: University Press of Southern Denmark, 2007).



DOI: http://dx.doi.org/10.13128/Cromohs-13645



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