Cromohs 2009 - Cavarzere - Censura libraria e Inquisizione romana nella prima età moderna: alcune riflessioni

Censura libraria e Inquisizione romana nella prima età moderna:
alcune riflessioni

Marco Cavarzere
Università di Pisa
Marco Cavarzere, «Censura libraria e Inquisizione romana nella prima età moderna: alcune riflessioni»,
Cromohs
, 14 (2009): 1-5
<URL: http://www.cromohs.unifi.it/14_2009/cavarzere_censura.html>

1. A quasi dieci anni dall’apertura dell’archivio della Congregazione per la dottrina della fede, dove sono stati celati per secoli i documenti del Sant’Uffizio, l’ampia opera di Andrea Del Col qui discussa offre al lettore anche non specialista una sintesi completa ed efficace della ricca storiografia dedicata all’argomento e, allo stesso tempo, testimonia il lavoro pluridecennale di uno storico che ha dedicato la sua vita di studioso alla Inquisizione romana. In più di novecento pagine, sempre chiare e dettagliate, sono ripercorse le complesse vicende di un’istituzione che ha esercitato un potere difficilmente sottostimabile nella storia della Chiesa e della Penisola italiana a partire dai suoi inizi medievali fino alla riforma attuata dopo il Concilio Vaticano II.
In questa storia di lunghissimo periodo indiscutibile punto di svolta fu la nascita della Congregazione dell’Inquisizione nel 1542, nuovo organismo centralizzato, che veniva a sostituire l’inquisizione di età medievale. Come mostra il volume, in breve tempo la nuova Congregazione, inserendosi nel più generale processo di rafforzamento del potere pontificio, riuscì ad ampliare progressivamente la sua sfera d’influenza a molti aspetti della vita religiosa al di fuori dell’eterodossia propriamente detta. Anche se ufficialmente compito precipuo degli inquisitori restò sempre quello di indagare sull’eresia, con il tempo vennero fatti rientrare nel novero dei crimini perseguibili dai tribunali dell’Inquisizione anche bestemmia, bigamia, sollecitazione in confessionale, considerati nell’ottica giudiziaria del sospetto di eresia. La stampa, fomite per eccellenza della “eresia luterana”, fu posta sotto il controllo del Sant’Uffizio fin dalla bolla di fondazione e, nonostante che nel 1572 fosse stata creata la Congregazione dell’Indice con specifici compiti di censura, libri e stampa rimasero sempre ambito di interesse particolare per gli inquisitori. Tuttavia, la presenza di istituzioni espressamente rivolte a sorvegliare la circolazione libraria – si ricordi che la Congregazione dell’Indice era affiancata anche dal Maestro del Sacro Palazzo – ebbe l’effetto di relegare la censura ad una posizione quasi marginale nell’attività complessiva del Sant’Uffizio romano, che mantenne comunque una supremazia di fatto e di diritto anche su questa delicata materia. La storia dell’Inquisizione di Del Col riflette una tale situazione e si occupa pertanto di censura solo in modo tangenziale, concentrandosi sull’aspetto più peculiare della politica censoria della Chiesa cattolica: la formazione degli Indici dei libri proibiti [1].

2. Dopo aver esaminato la convulsa fase cinquecentesca, durante la quale all’interno delle gerarchie ecclesiastiche furono stabilite le regole della pratica censoria, Del Col si sofferma più ampiamente sulla nascita dell’Indice clementino del 1596, il caposaldo della censura romana per il successivo secolo e mezzo della sua attività, e sulla sua applicazione. Rifacendosi ai numerosi studi disponibili sul tema, Del Col dà conto della persecuzione di cui furono fatte oggetto le volgarizzazioni bibliche e del fallimento del grandioso progetto espurgatorio, che prevedeva una pressoché completa riscrittura della letteratura italiana dei secoli precedenti. Tuttavia, secondo l’impostazione generale del libro, che si interessa all’intera Penisola, Del Col non si arresta alla descrizione dell’Italia continentale, ma allarga lo sguardo anche alle vicende di Sicilia e Sardegna, soggette all’Inquisizione spagnola, in cui i bandi di libri decisi a Roma ebbero corso, seppure con molte limitazioni. La constatazione dell’influenza degli Indici romani in Sicilia e Sardegna risulta assai interessante in quanto consente di osservare la peculiarità del regime censorio qui in vigore rispetto alla norma prescritta per la Spagna e a valutare il potere effettivo del Papato sull’Italia intera a dispetto dei limiti giurisdizionali posti all’Inquisizione romana. Nelle due isole, per esempio, la censura preventiva rimase quasi sempre nelle mani dei vescovi e non fu invece esercitata dagli ufficiali regi, come previsto dalla prammatica reale del 1554 e come accadeva negli altri territori degli Asburgo spagnoli. Inoltre, in qualche caso anche noto, come quello sorto dalla controversia storica sulla lettera della Madonna ai Messinesi studiata da Maria Pia Fantini [2], le dispute librarie siciliane venivano risolte a Roma e non a Madrid, come ci si sarebbe potuti aspettare.
Alla puntuale disamina dei passaggi fondamentali occorsi nella storia della censura in Italia nei decenni che seguirono la promulgazione dell’Indice clementino segue una sezione dedicata più specificamente ad uno degli aspetti più importanti dell’azione della Chiesa cattolica in età moderna, ovvero alla sistematica lotta ingaggiata dall’Inquisizione romana contro le nuove correnti di pensiero che tra Cinque e Seicento si stavano affacciando in Italia. La discussione di carattere più generale cede qui il passo ad una rassegna minuta delle cause celebri di Telesio, Patrizi da Cherso, Della Porta, Pucci, Bruno, Campanella, Cremonini, Vanini e dei libertini eruditi, silloge che trova il suo naturale culmine col processo per antonomasia contro la scienza moderna, quello di Galileo Galilei [3]. In quasi tutte queste vicende la repressione delle voci dissenzienti passò per la proibizione di opere scientifiche o filosofiche e pertanto riguarda, almeno in parte, la storia della censura. Il preciso resoconto fornito da Del Col permette non solo di cogliere la portata repressiva della macchina censoria sulla cultura dell’epoca, ma anche di comprendere la molteplicità degli atteggiamenti possibili nel nuovo clima della Controriforma: il racconto delle singole vicende biografiche, oltre ad aprire uno scorcio sulle vittime in un’opera che parla spesso di persecutori o di istituzioni repressive, informa anche delle strategie messe in atto dagli uomini del tempo per poter continuare a scrivere, sebbene sotto la paterna tutela della Chiesa, o, più semplicemente, per sopravvivere. Quasi sempre le uniche vie percorribili, anche se incerte e talvolta inadeguate ai loro scopi, erano quelle della dissimulazione e dell’autocensura. Telesio, Patrizi da Cherso e soprattutto il geniale Campanella si servirono di queste armi per salvare le loro opere e la loro vita dalla persecuzione; uomini come Cremonini e i libertini eruditi basarono la loro stessa esistenza intellettuale sulla distinzione tra l’intus della libera speculazione e il foris di un adeguamento formale alla religione dominante.

3. Con la persecuzione inquisitoriale della nuova filosofia, come si esprime lo stesso Del Col, si conclude quasi completamente il discorso sulla censura della prima età moderna sviluppato nel volume [4]: l’autore, sempre attentissimo ai più recenti sviluppi della ricerca storica, si deve infatti fermare di fronte al parziale silenzio della storiografia sulle vicende della censura in età successive all’epoca della redazione degli Indici romani. Il Seicento e il Settecento, che conobbero la piena affermazione del progetto culturale e religioso postridentino, non hanno finora goduto delle stesse attenzioni con cui si è sceverata la storia della censura cinquecentesca, anche se le lacune stanno venendo rapidamente colmate da una ricca messe di ottimi studi, come quello di Elisa Rebellato sulla formazione degli Indici nel Sei-Settecento e il lavoro di Patrizia Delpiano sul XVIII secolo [5]. Tuttavia, a ben vedere, la dettagliata storia dell’Inquisizione di Del Col offre un contributo specifico a chiarire anche il periodo meno noto della storia della censura, dal momento che, leggendo le pagine del volume dedicate al Sant’Uffizio, si evince con chiarezza come le vicende del controllo sulla stampa si esemplarono spesso su quelle dell’Inquisizione romana, non soltanto perché la struttura della Congregazione dell’Indice si fondò sulla rete degli inquisitori, ma per la stessa evoluzione interna delle due istituzioni. Come il Sant’Uffizio, anche la censura subì una spinta centralizzatrice nei primi decenni del Seicento, quando il Maestro del Sacro Palazzo fu di fatto relegato ai margini in favore della Congregazione dell’Indice, che dal 1613 fino agli anni Cinquanta del Seicento detenne l’esclusiva nella promulgazione dei decreti proibitori in materia libraria. Molte delle decisioni prima delegate alla periferia furono allora avocate dal potere centrale: le licenze di leggere libri proibiti furono decise da Roma, le espurgazioni divennero materia riservata alla Congregazione dell’Indice e anche la censura preventiva, di norma lasciata alle cure degli inquisitori locali, fu sempre più sottoposta al controllo romano. Da quest’ultimo punto di vista la Congregazione dell’Indice si dimostrò interessata a registrare chi fossero i revisori dei libri nelle varie città italiane e gli stessi inquisitori preferirono rivolgersi ai loro superiori per avere indicazioni su come comportarsi con determinate opere e autori. In parallelo a questa svolta dirigistica delle congregazioni vaticane si sviluppò inevitabilmente anche un processo di burocratizzazione del lavoro dei censori: il centro decisionale, per poter essere efficiente ed esercitare un effettivo potere sulla periferia, ha bisogno di formare una rete informativa stabile e capace. La Congregazione dell’Indice iniziò quindi a domandare che le fossero costantemente spediti tutti i frontespizi delle opere stampate nelle numerose tipografie italiane e, più in generale, vi fu un tentativo di fissare una prassi precisa per tutte le pratiche della censura [6]. Nel caso della Congregazione dell’Indice non è tuttavia chiaro se questa tendenza all’accentramento abbia veramente sortito i risultati auspicati: di fatto, nell’archivio della Congregazione non si trova tutto il materiale che fu richiesto alle sedi periferiche, mentre si incontrano di frequente lettere circolari in cui di anno in anno si rinnovano i medesimi ordini.

4. Mutatis mutandis, si può discernere un’equiparazione tra l’Inquisizione e la Congregazione dell’Indice anche per quanto riguarda i metodi impiegati: in entrambe le istituzioni si fece strada sempre più il ricorso a sistemi, per così dire, ‘penitenziali’. Nel caso della censura, si passò dalle condanne senz’appello alla possibilità, concessa con sempre maggiore frequenza, di correggere le proprie opere. Del Col è consapevole di queste conseguenze della repressione censoria e nel suo libro cita gli esempi celebri di Giovanni Battista Gelli e di Torquato Tasso, anche se gli sfuggono forse l’ampiezza del fenomeno e i suoi sviluppi secenteschi [7]. Nel XVII secolo divenne infatti quasi una consuetudine che gli autori si rivolgessero a Roma per chiedere venia delle proprie colpe e per ottenere il permesso di correggere, secondo i suggerimenti della Congregazione dell’Indice, il proprio testo, giudicato non del tutto idoneo dalla censura. L’autore in qualche modo chiedeva di sostituire il censore romano, applicando da sé le modifiche impostegli. Poi, a correzione conclusa, prima di ristampare il proprio scritto, l’autore doveva di nuovo rivolgersi agli organi dell’Indice per ottenere l’approvazione finale. Solo dopo che il consultore delegato dalla Congregazione aveva preso visione della versione corretta e l’aveva trovata soddisfacente, veniva concesso il permesso di ristampare l’opera. Da Roma si sottolineava però quasi sempre che lo scritto così espurgato non doveva contenere alcun riferimento all’intervento di controllo della Congregazione dell’Indice: una dichiarazione ufficiale avrebbe significato implicitamente un avallo della nuova versione, che invece doveva apparire come il frutto della resipiscenza dello scrittore. Talvolta, nei casi considerati irredimibili, gli autori potevano giungere al rinnegamento stesso della propria opera messa all’Indice attraverso uno scritto di pentimento: così Francesco Pona, romanziere libertino e medico veronese, pubblicò a distanza di anni un’Antilucerna per poter cancellare la macchia di infamia derivatagli dalla pubblicazione in gioventù del romanzo proibito La lucerna.

5. Come per il resto dell’attività dell’Inquisizione romana, il baricentro degli interessi della Chiesa, anche nel caso della censura, si volse nel Seicento verso l’interno del mondo cattolico. Nella raggiunta consapevolezza della separazione ormai attuata tra l’Europa cattolica e l’Europa della Riforma, gli scritti dei protestanti facevano sempre meno paura, mentre erano tenuti sotto stretta sorveglianza le opere dei cattolici. Non a caso in questo periodo la Chiesa è attraversata da accese dispute di carattere teologico-giuridico, che dividono tra loro i principali ordini religiosi della Controriforma. Da qui nasce lo scrupoloso controllo dei censori sui manuali di teologia e di casistica, alla ricerca di proposizioni troppo lasse o troppe rigorose o di dottrine, come quella della Immacolata concezione, non ancora universalmente accettate e prive dell’ufficiale approvazione pontificia. Dello zelo di solerti censori fece le spese anche qualche futuro santo della Chiesa cattolica, allora ancora in attesa di canonizzazione, che fu privato degli altisonanti elogi che la retorica devota gli voleva riservare. In questo clima prende avvio anche la battaglia della censura contro alcune dottrine, sospettate di eterodossia, nate nel grembo stesso della Chiesa, come il giansenismo e il quietismo: la seconda metà del Seicento e gli inizi del secolo successivo furono infatti costellati dalle ricorrenti pronunce romane contro queste correnti della teologia e della spiritualità cattolica e contro i libri che le propugnavano. D’altra parte la censura si trasforma anche in uno strumento politico: nel momento del massimo sforzo teorico e concettuale di giuristi e filosofi nel tentativo di costruire un nuovo diritto pubblico e nuovi modelli costituzionali, il Papato, potere spirituale e temporale insieme, usò la censura per contrastare la circolazione di tutte quelle opere che in più modi mettevano in discussione le prerogative giurisdizionali e la supremazia temporale della Chiesa di Roma. Più di ogni altro argomento testimonia al meglio l’avanzata della censura romana nel campo politico l’esempio della Venezia secentesca: la patria di Paolo Sarpi riuscì a pubblicare nel corso del secolo ogni genere di scritto libertino, ma non ospitò nessuna riedizione delle opere del Servita dopo la sua morte [8].
In conclusione, al lettore che sappia cercare tra la ponderosa mole di materiale, l’importante libro di Andrea Del Col fornisce uno scenario generale e di grande interesse sulla censura romana della prima età moderna. Tuttavia, quello che mi pare il pregio maggiore del lavoro di Del Col è la sua capacità di coniugare la visione d’insieme con l’indagine minuziosa anche delle sedi periferiche del Sant’Uffizio. Costituisce infatti un risultato in assoluto originale di questa storia dell’Inquisizione la raccolta di dati, anche statistici, sui processi dell’Inquisizione, uno sforzo di analisi quantitativa che nell’ambito degli studi della censura riveste una certa rilevanza per comprendere quale fosse l’attenzione prestata dagli inquisitori locali alla lettura e alla stampa di libri proibiti. Del Col tratta soprattutto dei tribunali operanti nell’area della Repubblica veneta, un campione circoscritto, da cui tuttavia si possono ricavare alcune informazioni sull’interesse ben vivo nel XVII secolo per le pratiche di lettura proibita. Le strutture della repressione ecclesiastica restarono sempre consapevoli dei rischi che potevano sorgere dai libri e, al momento opportuno, seppero riaffermare con forza la loro autorità contro lettori imprudenti: è quello che accadde con l’inquisitore di Aquileia e Concordia Giulio Missini, che ancora alla metà del Seicento occupò più di un quarto delle sue energie investigative nel perseguire il possesso e la lettura di libri proibiti [9]. L’esempio dell’inquisitore friulano, seppur del tutto particolare nel panorama “pacificato” del pieno Seicento, tradisce ancora una volta l’importanza avuta dalla censura libraria nelle strategie di controllo religioso messe in opera dalla Chiesa cattolica nell’Italia della prima età moderna.

Note

[1] Per la sezione dedicata alla censura nella prima età moderna si veda A. Del Col, L’Inquisizione in Italia. Dal XII al XXI secolo, Milano, Oscar Mondadori, 2006, pp. 527-565.

[2] Cfr. M. P. Fantini, La lettera della Madonna ai messinesi: apocrifa, vera o verisimile? Il dibattito tra il 1562 e il 1632, in Per il Cinquecento religioso italiano. Clero, cultura, società. Atti del Convegno internazionale di studi. Siena, 27-30 giugno 2001, a cura di M. Sangalli, Roma, Edizioni dell’Ateneo, 2003, pp. 523-555; Ead., Pouvoir des images, pouvoir sur les images. Rites de dévotion et stratégies de censure par l’Inquisition romaine (XVIe-XVIIe siècle), in Inquisition et pouvoir, a cura di G. Audisio, Aix-en-Provence, Publications de l’Université de Provence, 2004, pp. 269- 286.

[3] Sulla lotta alla nuova filosofia si veda ora S. Ricci, Inquisitori, censori, filosofi sullo scenario della Controriforma, Roma, Salerno, 2008.

[4] Non mancano però cenni sparsi nel resto del volume: sugli indici secenteschi si veda pp. 639-640 e sulla censura di testi mistici p. 677.

[5] Cfr. E. Rebellato, La fabbrica dei divieti. Gli Indici dei libri proibiti da Clemente VIII a Benedetto XIV, Milano, Edizioni Sylvestre Bonnard, 2008, e P. Delpiano, Il governo della lettura. Chiesa e libri nell’Italia del Settecento, Bologna, Il Mulino, 2007.

[6] Si sottolineano alcuni aspetti di questo processo di burocratizzazione dell’attività censoria in G. Fragnito, Un archivio conteso: le «carte» dell’Indice tra Congregazione e Maestro del Sacro Palazzo, in «Rivista storica italiana», CXIX, 2007, pp. 1276-1318.  

[7] Del Col, L’Inquisizione, p. 531.

[8] M. Infelise, Ricerche sulla fortuna editoriale di Paolo Sarpi (1619-1799), in Ripensando Paolo Sarpi. Atti del Convegno Internazionale di Studi nel 450° anniversario della nascita di Paolo Sarpi, a cura di C. Pin, Venezia, Ateneo Veneto, 2006, pp. 519-546, in particolare p. 527.

[9] Sull’attività di Missini si veda ora D. Visintin, L’attività dell’inquisitore fra Giulio Missini in Friuli (1645-1653): l’efficienza della normalità, Trieste-Montereale Valcellina, Edizioni Università di Trieste-Circolo Culturale Menocchio 2008.



DOI: http://dx.doi.org/10.13128/Cromohs-15481



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