Cromohs 2007 - Bianchi - L’istruzione dei principi nell’Europa secentesca: la traduzione italiana (1677) degli scritti per il principe di La Mothe le Vayer

L’istruzione dei principi nell’Europa secentesca: la traduzione italiana (1677) degli scritti per il principe di La Mothe le Vayer

Lorenzo Bianchi
Università L'Orientale, Napoli
L. Bianchi, «L’istruzione dei principi nell’Europa secentesca: la traduzione italiana (1677) degli scritti per il principe di La Mothe le Vayer»,
Cromohs
, 12 (2007): 1-10.
<URL: http://www.cromohs.unifi.it/12_2007/bianchi_lamothe.html>

 

1. La fortuna in Italia di La Mothe le Vayer è per più versi paradossale. Questo pensatore scettico francese, vissuto tra il 1588 e il 1672, e che fu uno dei rappresentanti principali – insieme a Gassendi o Naudé – del libertinismo erudito della prima metà del XVII secolo, occupando insieme alcune importanti cariche ufficiali come storiografo di corte, come sostituto procuratore generale al parlamento di Parigi (1625-1649) o come membro dell’Académie Française, ebbe alcuni dei suoi scritti, ma essenzialmente quelli più ufficiali e pedagogici, relativi all’istruzione dei principi, immediatamente tradotti nella nostra lingua. Parallelamente, invece, altre sue opere, e non delle minori, anzi particolarmente rappresentative della sua ampia produzione scettica, sono rimaste – e in molti casi restano tuttora - sostanzialmente ignorate dalla nostra cultura.
Certo non stupisce che non siano stati immediatamente tradotti i Quatre Dialogues faits à l’imitation des Anciens (De la philosophie sceptique, Le banquet sceptique, De la vie privée e Des asnes de ce temps) pubblicati nel 1630 a Parigi ma con falsa data e falsa indicazione tipografica sotto il nome di Orasius Tubero, a cui fanno seguito l’anno seguente ulteriori Cincq Dialogues (De l’ignorance louable, De la divinité, De l’opiniastreté, De la politique, Du mariage), sempre attribuiti a Orasius Tubero.[1] Apparsi sotto falso nome per essere letti da pochi amici questi dialoghi, che recuperano i “tropoi” di Sesto Empirico e la sua “epoché”, paiono radicalizzare gli esiti di Montaigne proponendo un ritorno all’antichità classica che s’incarna in un progetto pirroniano che sottopone a critica ogni sistema, compreso quello religioso, e che avanza, celandosi dietro un prudente fideismo, un ideale pagano di vita e una morale naturale. E ugualmente non circolano in Italia – con una piccolissima eccezione, come vedremo – né i suoi Petits traités, pubblicati tra il 1648 e il 1660, né altri importanti scritti come il De la vertu des payens (1642, seconda edizione 1647) o le opere più tarde come i Soliloques sceptiques (1670) o L’Hexaméron rustique (1670).[2]
Del resto bisognerà attendere gli anni quaranta del secolo scorso, quando la monumentale “thèse” di R. Pintard[3] porrà nuovamente al centro del dibattito culturale francese e europeo il tema del “libertinage érudit” e i suoi principali rappresentanti – La Mothe le Vayer e Naudé, Gassendi e Diodati, ma anche, seppure in maniera più trasversale, Patin o Sorbière – perché l’attenzione e l’interesse per questi autori si riaccenda nuovamente. E se gli ultimi venticinque anni in Italia hanno registrato una rinascita di studi sulla tradizione libertina francese e europea o sui rapporti tra cultura italiana e “libertinage érudit”, le traduzioni italiane di La Mothe sono rimaste sostanzialmente rare e isolate e, al pari degli interventi critici, si sono focalizzate sulla preponderante componente scettica di questo autore. Tra gli anni ottanta e novanta del secolo scorso sono infatti apparsi in traduzione italiana alcuni scritti pirroniani di La Mothe, quali il Piccolo trattato scettico sul senso comune, il Dialogo scettico sulla politica, o il Della poca certezza che c’è nella storia.[4] Si è comunque prodotto nell’intervallo di tre secoli che separa le traduzioni secentesche da quelle di fine Novecento una netta cesura che testimonia la poca attenzione, quando non il disinteresse, dopo il XVII secolo, per un autore la cui presenza, per più versi rilevante nella tradizione filosofica francese, risulta più marginale nella cultura europea. Ma parallellamente va anche registrata in Italia una differente sensibilità per la sua produzione culturale se è vero che gli scritti di La Mothe che vengono tradotti e che circolano nel XVII secolo – probabilmente anche per motivi di ordine censorio o di opportunità religiosa - sono essenzialmente quelli legati all’istruzione dei principi, mentre quelli apparsi negli ultimi decenni recuperano in maniera esclusiva il La Mothe scettico.
In ogni caso l’analisi delle traduzioni secentesche permette di cogliere un aspetto non marginale della produzione di questo autore, legato al suo ruolo ufficiale e pubblico e ai suoi tentativi di interloquire con i rappresentanti del potere politico francese, a partire da Richelieu.

2. La Mothe dedica a Richelieu nel 1640 il De l’Instruction de Monseigneur le Dauphin[5] proponendosi esplicitamente come precettore del futuro Delfino, una funzione, questa, a cui il cardinale-ministro doveva essere favorevole. Come ricorda Jean Chapelin in una lettera a Balzac del luglio 1641, “le seigneur Tubero aspire, dit-on, à l’instruction vocale aussi bien que littérale de notre jeune prince pour faire le Plutarque dans cette Cour”.[6] La Mothe dovrà comunque attendere fino al 1649 per esercitare questa sua funzione di Plutarco di corte, che non svolgerà comunque per il Delfino ma per il fratello di questi, il più giovane Filippo d’Anjou. Infatti, dopo la morte di Richelieu, sopravvenuta nel dicembre del 1642, la regina madre Anna d’Austria, reggente, non affiderà tale incarico a La Mothe in quanto, come ci ricorda G. Naudé nel suo Mascurat, non intendeva “donner cet employ à aucun homme qui fut marié”; e la scelta cadrà su un altro precettore, Hardouin de Péréfixe, abate di Beaumont.[7] Nel decennio passato a corte come precettore del duca d’Anjou (che diventerà più tardi il duca d’Orléans) La Mothe compone, tra il 1651 e il 1658, i suoi scritti sull’istruzione del principe intitolati la Géographie du Prince, la Morale du Prince, la Rhétorique du Prince, l’Oeconomique du Prince, la Politique du Prince, la Logique du Prince e la Physique du Prince;[8] il fatto che queste operette siano state realizzate quando era precettore del duca d’Orléans non esclude comunque che essi siano stati pensate per il Delfino stesso, della cui educazione, come testimonia anche Bayle, nella voce “Vayer” del suo Dictionnaire, doveva occuparsi in maniera più diretta a partire dal 1652. [9]
Si tratta di scritti pedagogico-politici, opere d’occasione, che mostrano comunque un’attenzione per quei temi legati al governo e all’organizzazione culturale a cui saranno sensibili altri autori libertini – in primo luogo il medico, erudito e bibliotecario Gabriel Naudé, che comporrà anch’egli dei trattati ad uso dei nobili per i nipoti del cardinale di Bagni, quali il Syntagma de studio liberali (1632) o il Syntagma de studio militari (1637).[10] Inoltre sia La Mothe le Vayer sia Naudé dedicheranno alcune loro composizioni al tema delle biblioteche, còlto anch’esso nella prospettiva della riorganizzazione del sapere e delle conoscenze, e connesso al tema più generale del governo di sé e degli altri su cui questi due autori si sono interrogati a più riprese.
Ora, è interessante notare come sia il De l’instruction de Monseigneur le Dauphin sia i trattati sul principe vengano tradotti in italiano nel giro di pochi anni: a distanza di sette anni il primo, circa vent’anni dopo i secondi. Il De l’instruction de Monseigneur le Dauphin trova infatti una tempestiva traduzione con il titolo Istruttione de’ Prencipi a Venezia nel 1647 per opera di Mutio Ziccatta.[11] E lo stesso Ziccatta tradurrà anche, due anni dopo, sempre a Venezia, un’opera di istruzioni per qualche verso simile dello spagnolo de Vera, dedicata a Il perfetto ambasciatore, riprendendo con tutta probabilità la versione francese di questo scritto apparsa a Parigi nel 1635 e poi nel 1642.[12] E sempre a Ziccatta si devono altre traduzioni dal francese, tra cui quelle de Le Ministre d’Estat di Silhon e de Le conseiller d’Estat, anch’essa attribuita al Silhon.[13]
Più tarda, invece, ma ampiamente circolante, come testimoniano le diverse edizioni, la traduzione italiana degli scritti per il principe, pubblicata nel 1676 a Bologna. Il volume, tradotto da Scipione Alerani, appare con il titolo Scuola de’ Prencipi, e de’ Cavalieri, Cioè la Geografia, la Rettorica, la Morale, l’Economia, la Politica, la Logica, e la Fisica, Cavate, e tradotte nella nostra lingua dall’Opere Francesi del Sig. Della Motta le Vayer, Che le hà distese per istruttione di Luigi XIV. rè di Francia dall’ Abbate Scipione Alerani.[14]

3. Poche le notizie sull’Alerani,[15] che dedica questa sua traduzione a D. Egidio Colonna duca d’Anticoli, nipote del pontefice Clemente X, e che nella lettera dedicatoria dichiara di avere intrapreso questa sua opera – definita “incolte primizie della mia penna” – durante gli ozi della “villeggiatura della passata State” per soddisfare alle reiterate insistenze di “Amici non men discreti che dotti”[16] e che, come si ricorda poche pagine dopo, fu “cominciata, e finita, in men di due Mesi”.[17] In questa stessa lettera si sostiene come si sia pensato di “trasportare nel volgar nostro idioma alcune Operette Francesi del Signor della Motta le Vayer scelte frà l’altre sue, come giudicate da me più di tutte capaci d’apportare ad un tempo e pascolo alla curiosità, ed ornamento all’ingegno”.[18] Nella Lettera al “Lettore Amico” (ff. 6r-8v) che precede la traduzione, l’Alerani interviene sui criteri da lui utilizzati come traduttore e insieme giustifica il tentativo di rendere gli scritti di La Mothe appetibili a un pubblico più ampio, non solo di nobili e principi ma anche di cavalieri. Si è così scelto di variare il titolo del libro “chiamandolo Scuola de Prencipi, e de Cavalieri, mentre l’Autore Francese ha riferito à soli Principi nel frontespizio delle sue Opere il trattato di queste scienze”. Questo libro, inoltre, si presenta come “un ristretto delle più nobili discipline dichiarate dall’Autore primitivo con un tal metodo” che “rende quest’Opera oggetto proporzionato, e degno dell’attenzione, non solo d’un gran Monarca, qual è quello per cui ella è stata, e concepita, e distesa, mà altresì, per mio credere, di qualunque altro Prencipe, ò Cavaliere”.[19]
L’Alerani dichiara poi la propria inesperienza di traduttore augurandosi comunque di essere riuscito a non travisare “le rare perfezioni di quella penna famosa”: “così mi lusingo pur anche colla speranza, che le rare perfezioni di quella penna famosa, debbano rendere meno sensibili i difetti della mia; e la dovizia delle cose espresse in questi componimenti, debba supplire alla povertà della frase, con cui hò procurato d’interpretarle al meglio, che hò saputo nella nostra lingua à prò di chi non hà cognizione della Francese”.[20] Si forniscono infine talune indicazioni sui criteri seguiti nella traduzione, riportabili essenzialmente al tentativo di evitare ogni inutile libertà interpretativa e di attenersi il più possibile all’originale. Vi è inoltre un richiamo alle “leggi della traduzione”, le quali richiedono che nulla di proprio venga aggiunto al testo originale: “Imperòche essend’Io doppiamente costretto, e dalle leggi della traduzione, e dall’inopia del proprio talento, a mettervi poco, ò nulla del mio, resterà tanto maggiormente visibile la tessitura maestrevole, e vaga di un fondo cotanto ricco, e pellegrino”.[21] Una fedeltà all’originale che sarà effettivamente il criterio a cui l’Alerani si atterrà costantemente, al punto di non variare o integrare, per quanto riguarda il trattato di geografia, quei riferimenti storici relativi ai cambiamenti sopravvenuti nel frattempo “per non alterare le sue [di La Mothe] osservazioni” e “non interessare la verità”. [22]

4. La Scuola de’ Prencipi, e de’ Cavalieri doveva comunque ottenere un qualche successo, se è vero che l’anno successivo – nel 1677 – viene ripubblicata sempre a Bologna e per i tipi di Giacomo Monti una seconda edizione con l’aggiunta della traduzione di due lettere di La Mothe tratte dai Petits traitez en forme de Lettres. Come dichiara “Lo Stampatore a chi legge”, la fortuna ottenuta da questo libro lo ha spinto a ripubblicarlo con qualcosa di nuovo: “L’applauso incontrato da questo Libro nella sua prima impressione, m’hà invitato à stimolare l’Auttore della traduzione a comunicarmi qualch’altra cosa attinente allo stesso soggetto, e cavata dal medesimo fonte da aggiungere à questa seconda impressione. Hò havuta fortuna di riportarne le due Lettere, che seguono, la prima delle quali può servire d’incitamento allo studio, descrivendone i vantaggi, e le prerogative; e l’altra prescrive la norma di formare una piccola Biblioteca di soli cento Libri poco più, poco meno, mà de’ più scelti in qualsivoglia Arte, ò Scienza; in modo che con poca spesa, e minore ingombro possa ivi una persona amica delle Muse trovar pascolo proporzionato ad ogni sua onesta, e virtuosa curiosità”. [23]
Così, delle due lettere che completano questa seconda edizione, la prima “che è la 148. nelle Opere Francesi del Signore de la Mote le Vayer”, corrisponde al De la continuation des études, e la seconda, “che è la 13. nelle Opere Francesi del mentovato Autore, In qual modo si possa formare una Biblioteca di cento Libri”, [24] traduce il breve trattato Du moien de dresser une bibliothèque d’une centaine de livres seulement.
E’ possibile richiamare solo per brevi accenni la struttura e il contenuto dei sette trattati che compongono la Scuola de’ Prencipi, e de’ Cavalieri. La Geografia del Prencipe, la più ampia delle sette composizioni insieme alla Fisica del Prencipe, fornisce indicazioni sulla struttura fisica della terra e sull’Europa, l’Asia, l’Africa, l’America e la Terra Australe. Da questo scritto emerge inoltre la ricchezza di informazioni e l’enorme interesse che La Mothe ha sempre avuto per i resoconti di viaggio, che utilizzerà ampiamente nei suoi scritti scettici alla luce del decimo tropo di Sesto, relativo alle differenze culturali e storiche che sussistono tra i diversi popoli. Un decimo modo, quello sestiano, relativo essenzialmente ai fatti morali e che - per usare le parole di Sesto Empirico - “si riferisce agl’indirizzi, ai costumi, alle leggi, alle credenze favolose e alle opinioni dogmatiche”.[25]
La Rettorica del Principe pone l’accento sull’utilità di questa disciplina, ne ripercorre i diversi generi (“demostrativo”, “deliberativo”, “giudiciario”), analizza la disposizione e la struttura oratoria e conclude (cap. 17) sul “pregio dell’eloquenza”. La Morale del Prencipe considera la filosofia morale in generale e la centralità della morale per il ben condursi di un principe, elenca poi le passioni in generale e quelle particolari e considera le quattro virtù cardinali, prudenza, giustizia, fortezza e temperanza.

5. L’ Economica del Prencipe colpisce per l’assoluta sua brevità: 3 capitoli per un totale di appena 10 pagine. Si tratta in effetti di una breve enunciazione della scienza economica (cap. 1), delle sue parti principali (cap. 2) e delle leggi economiche relative a “l’acquisto, la conservazione, e la distribuzione dei beni” (cap. 3). La Politica del Prencipe affronta in nove capitoli e in meno di cinquanta pagine il tema della politica in generale e le massime proprie alle tre forme di governo: la democrazia, l’aristocrazia e la monarchia. I tre ultimi capitoli sono poi dedicati alla “Scienza di un Monarca” (cap. 7), alla “Bontà di un Monarca” (cap. 8) e alla “Potenza di un Monarca” (cap. 9). La Logica del Prencipe considera invece in 8 capitoli per un totale di trenta pagine circa le operazioni dell’intelletto, informa il lettore sulle “cinque voci di Porfirio” (cap. 4) e le “dieci categorie di Aristotele” (cap. 5) e conclude sulle “massime generali per lo discorso Logico, e che servono a discernere le buone dalle cattive consequenze” (cap. 8). Infine la Fisica del Prencipe analizza in 32 capitoli e 180 pagine circa i temi principali della fisica partendo dalla distinzione aristotelica di materia, forma e privazione per poi considerare il moto in generale, il cielo, i quattro elementi (fuoco, aria, acqua, terra) e le meteore. Considera inoltre i corpi animati, gli animali, gli uomini, i cinque sensi e il senso comune per concludere con un capitolo relativo alla salute e alla malattia (cap. 32 “Della gioventù e della vecchiaia, della sanità, e della malattia, della vigilia e del sonno, della vita e della morte”).
Anche qui, come nella geografia, si ritrovano interessanti rinvii a storie e racconti di viaggio; si citano tra gli altri il Viaggio delle Indie Orientali di Gasparo Balbi o il Delle navigationi et viaggi di Ramusio, l’ Histoire des Incas, rois du Pérou di Garcias Lasso de la Vega o Les voyages di François Le Gouz de la Boullaye, i Voyages du Levant di Louis Hayes[26] o talune osservazioni sulle acque in Ungheria tratte dalle Epistolae di Paolo Giovio.[27] Tutte queste testimonianze sono comunque affiancate a quelle classiche tratte da Aristotele, Strabone, Plutarco o dalla Naturalis historia di Plinio.
Merita infine ricordare in questa ricostruzione un cauto riferimento alla concezione copernicana, messa scetticamente in relazione all’esistenza di “tanti sistemi differenti” che “appartengono più tosto alla Matematica, che alla Fisica”.[28] La Mothe dichiara qui esplicitamente di non volere pigliare partito a favore della nuova ipotesi eliocentrica, memore con tutta probabilità della condanna del Galilei e degli echi francesi di questa vicenda. A suo avviso, infatti, “fà di mestieri aspettare, che la Chiesa almeno li tolleri [tanti sistemi differenti], se pure non vuole approvarli, prima di far professione di seguirli, e di abbandonare quello di Tolomeo, che hà tanta conformità cò passaggi della sagra Scrittura, che si citano in questo proposito, e per li quali viene l’altra opinione ad essere discreditata”.[29]

6. Per la loro struttura tutti questi trattati si rivelano opere di circostanza, elaborate ad usum Delphini – è il caso di dirlo - e certamente lontane dalla libertà filosofica dimostrata da La Mothe le Vayer solo pochi anni prima nei suoi Dialogues. Gli impegni di corte sembrano avere depotenziato ogni tensione pirroniana a favore di un’esigenza pedagogica nella quale l’erudizione trova un prudente equilibrio con la tradizione. Ciononostante il rapporto preferenziale mantenuto con la filosofia antica porta La Mothe a esporre, come avviene nella Fisica del Prencipe, talune opinioni che sono poi state corrette dall’autorità della scrittura e della Chiesa,[30] quali l’onnipotenza della natura, l’eternità del mondo, il movimento della terra – a proposito del quale si cita l’opinione di Cleante di Samo –,[31] o ancora, la ragione degli animali o la mortalità dell’anima.[32]
Nel corso di tutto il suo lavoro di volgarizzatore l’Alerani sembra adattarsi a quelle “leggi della traduzione” che lo costringono a attenersi fedelmente all’originale. Si tratta di una scelta di metodo pienamente rispettata che permette di ritrovare in italiano tutti i capitoli e tutte le partizioni dell’originale, anche se vengono meno talvolta taluni rinvii in margine a testi o a autori, probabilmente più per involontaria omissione che per scelta manifesta. Ciononostante emergono dall’analisi della traduzione dei sette trattati di La Mothe alcune variazioni di poco conto ma che risultano di qualche interesse. In particolare si ritrovano taluni cambiamenti in due trattati, il primo relativo alla Geografia del Prencipe e il quinto dedicato alla Politica del Prencipe, che mostrano un’esigenza di censura – o meglio di autocensura – a proposito di temi politici o religiosi collegati al ruolo della Chiesa o alla situazione di alcuni stati italiani.
Così nel primo di questi due trattati, nel capitolo 27 dedicato a “Dell’Inghilterra in particolare”, lo scabro originale francese “Ella a quitté la Religion Romaine, & la protestante y domine qu’on appelle Eglise Anglicane” è così tradotto, o meglio, commentato: “Ma ella ha abbandonato la Religione Romana, ed è caduta pur dianzi, per ciò, che riguarda il temporale, nella più miserabile anarchia, che dir si possa, col Parricidio abbominevole del suo Re, ch’ella ha fatto morire sopra d’un Catafalco”.[33] Dove non sfugge la maggiore articolazione del testo italiano e insieme la durissima condanna della guerra civile inglese e della “più miserabile anarchia” subentrata con l’abbandono della religione cattolica e con la condanna a morte nel 1649 del re Giacomo I Stuart; un avvenimento, questo, che a più di venticinque anni di distanza doveva ancora suonare come insopportabilmente obbrobrioso.
A proposito della situazione politica italiana, invece, oggetto del cap. 34 “Dell’Italia”, il traduttore parlando di Genova non riporta un breve passo relativo al dominio esercitato da questa città sulla vicina Savona: “Elle a ruiné le port et la reputation de celle de Savone, autrefois République fameuse”.[34] Rimane invece invariato, in questo stesso capitolo, il passo originale sui poteri spirituali e temporali dello “Stato della Chiesa”; dove comunque, ciò che in francese poteva suonare come una posizione filogallicana e tendenzialmente critica nei confronti del potere di Roma, poteva venire recepito in italiano come una semplice considerazione sul potere politico raggiunto dalla chiesa di Roma: “Aggiungete a ciò [dopo la descrizione dei territori dello Stato vaticano] la Contea d’Avignone in Provenza, e ciò, che ricava il Sommo Pontefice da tutta la Christianità, e riconoscerete, che oltre lo Spirituale, egli è grandemente considerabile nel Temporale ancora”.[35]

7. Più contratto risulta invece rispetto all’originale il riferimento nello stesso capitolo a alcuni minori principati italiani – la casa dei Gonzaga, e poi Massa, Carrara o Correggio. Cade inoltre un accenno al Principato di Monaco “qui étoit mis en la protection de France” e le cinque o sei righe del testo originale si riducono a un più breve: “Tralascio a bello studio molti piccoli Prencipi, che s’intitolano Sovrani, poiché i loro piccioli Stati non meritano essere considerati”.[36]
Il capitolo 46 “Della Francia” è, come prevedibile, particolarmente ampio e contiene indicazioni sia geografiche – relative alla sua collocazione nella “zona temperata e per conseguenza nel sito più vantaggioso che possa desiderarsi” - sia politiche, con riferimenti ai parlamenti e ai tre stati. Il traduttore comunque aggiunge talune informazioni relative ai domìni francesi sui territori italiani – come Casale, Pinerolo, Piombino o Monaco – per concludere “che la Francia non ha posseduto mai maggior ampiezza di Paesi di quello, che fa presentemente”.[37] Né mancano in altri capitoli alcune brevi integrazioni di poche righe rispetto all’originale relative vuoi alla Danimarca (cap. 29) vuoi alla Svezia (cap. 30).[38]
Anche il quinto trattato dedicato alla Politica del Prencipe mostra poche ma interessanti variazioni dovute essenzialmente a motivi politici. Nel cap. 5 relativo a “Di ciò che è proprio dell’Aristocrazia” cadono nella traduzione italiana 15 righe prima del paragrafo IV, dove si leggono alcune allusioni alle pretese ingiustizie commesse dai regimi aristocratici di Venezia e di Genova.[39] Mentre nel cap. 7 “Della Scienza di un Monarca” manca nella traduzione italiana il riferimento critico a Roberto re di Napoli che trovava più piacere a intrattenersi con i propri libri “qu’à commander avec un pouvoir absolu”.[40] Ugualmente nel cap. 8 “Della Bontà di un Monarca” ci si trova di fronte a una diversa resa del testo in italiano dettata con ogni probabilità da un’autocensura politica. Infatti là dove si discute dei casi nei quali un re deve ricorrere alla severità, non si traducono le affermazioni che riportano il rigore del monarca a una decisione da prendersi solo in situazioni estreme e cade l’enunciazione che “les sages Souverains...n’emploient la rigueur qu’en toute extremité, comme forcez à le faire pour le salut de l’Etat”.[41]
Inoltre nel nono e ultimo capitolo di questo trattato (“Della Potenza di un Monarca”) sparisce completamente il primo dei XV paragrafi che lo compongono – con una sfasatura quindi di un paragrafo rispetto all’originale francese – che dedicava quasi una pagina a descrivere l’eccellenza della monarchia francese e la sua signoria nel mondo. [42]
Si tratta in tutti questi casi di variazioni marginali che testimoniano comunque lo sforzo del traduttore di intervenire per riequilibrare in senso più ortodosso alcune affermazioni sulla religione o per moderare o rettificare taluni giudizi troppo liberi sull’Italia. Non è casuale allora che la traduzione degli altri trattati segua invece alla lettera il testo francese, adeguandosi all’originale con una pignoleria a tratti pedantesca, con poche e rare eccezioni come nella Fisica del Prencipe.
Qui, ad esempio, si ritrova sia una breve frase alla fine del capitolo nono che manca nell’originale e che anticipa i contenuti del capitolo seguente,[43] sia una traduzione più cauta e prudente di un passo in coda all’esposizione di talune ipotesi antiche sulla potenza della natura. Infatti là dove il francese suona incisivamente “mais la Morale Chrêtienne doit être consultée là-dessus, afin qu’elle modifie ce qui pris trop cruëment causeroit du scandale, et feroit tomber dans l’erreur”, la traduzione italiana ricorre a un testo più ampio e circospetto: “Ma per procedere cautamente, dobbiam consultare intorno a ciò la Morale Christiana a fine di restringere dentro de’ suoi confini l’intelligenza di queste, ed altre simili proposizioni, le quali troppo crudamente proferite, ed intese, potrebbono essere occasione d’inciampo a i più deboli, e trabocchello di errori”.[44] Inoltre, nel capitolo ottavo, cade un riferimento allo scetticismo per cui “le sceptique peut opposer” diventa un generico “si potrebbe opporre”.[45]

8. Una succinta analisi della Morale del Prencipe permette di ripercorrere alcuni momenti del testo di La Mothe e insieme di valutare talune soluzioni adottate nella traduzione. La morale è definita nel capitolo primo come “una parte della Filosofia, che regola i nostri costumi, portandoci al cammino della virtù, ed allontanandoci da quello del vizio”, così che essa deve “essere nomata la Dottrina de i costumi, l’Arte del ben vivere, ò la Scienza del bene, e del male”.[46] Nell’esporre poi la teoria delle passioni – che “sono chiamate perturbazioni da i Filosofi latini” –[47] si delinea l’ipotesi di Aristotele e dei peripatetici “che hanno tenute le passioni per indifferenti”, sostenendo che la salute dello spirito “dipendeva dalla moderazione delle passioni più tosto, che dal loro totale sradicamento”, ma si richiama anche la soluzione stoica – secondo cui “Zeone, e gli Stoici facevano altrettanti vizi di tutte le passioni, che chiamavano malatie dell’Anima” e “non riconoscevano che quattro passioni, il Desiderio, ed il Timore, l’Allegrezza, e la Tristezza”–[48] o l’ipotesi di coloro che “sotto l’autorità di S. Agostino hanno proferito questo Paradosso Morale: che vi era una sola Passione, cioè l’Amore”.[49]
E’ interessante comunque sottolineare la torsione operativa che La Mothe attribuisce alla morale e che emerge in particolare nella disamina della prudenza, la prima delle quattro virtù cardinali. Tale prudenza morale, che differisce da quella naturale, comune anche agli animali, “s’acquista col tempo, e con diversi mezzi, che dipendono in parte dallo studio, e molto più dalla sperienza” Così “ella si definisce un’habito dell’Intelletto, che prescrive all’Appetito i mezzi honesti, e commodi per arrivare ad un buon fine. Cicerone si è accontentato di chiamarla l’Arte del ben vivere”.[50] Dopo tale definizione seguano quattordici aforismi che indicano le principali regole prudenziali utili a ben condursi nel mondo, da dove emerge la lezione degli antichi ma anche una qualche eco di quella saggezza charroniana che La Mothe doveva ben conoscere. E’ il caso dell’ultimo aforisma, il quattordicesimo, che invita a “non intraprendere già mai di riformare il Mondo, né di combattere contro al Secolo, essendo cosa ridicola il voler contendere con chi è Giudice, e parte nel medesimo tempo”,[51] dove gli echi di Charron sembrano affiancarsi all’invito cartesiano, nella terza massima morale del Discorso sul metodo a “vincere me stesso piuttosto che la fortuna” e a “mutare i miei desideri piuttosto che l’ordine del mondo”.[52]

9. Ora, anche in questo trattato sulla morale la traduzione è fedele all’originale, talvolta con una resa efficace come nel caso de “l’indifferenza e per così dire la Nichileità d’un’azione” che traduce elegantemente “l’indifférence, et s’il faut ainsi dire, la Néantise”,[53] talaltra con soluzioni più discorsive come quando ci si riferisce alla “generosità di un principe, che ha bevute col latte le massime del valore” che rende il più piano “generosité” di “un Prince à qui je sai qu’elle est naturelle”.[54] Emergono anche talune imprecisioni, come nella tredicesima regola relativa alla prudenza, dove l’originale “allant rondement en toute affaire, et ne mentir jamais” viene tradotto “procedere candidamente, e come si suol dire alla buona in ogni affare, e non mentire mai”,[55] che rende in maniera più macchinosa e vaga quel “rondement” che va piuttosto inteso come sinonimo di “prestement, lestement, vite”.[56] Inoltre, a proposito di un’altra delle virtù cardinali, si traduce il titolo del capitolo quindicesimo “De la Force, ou grandeur de courage” con il solo “Della Fortezza”,[57] eliminando quei riferimenti agli aspetti mondani della fortezza presenti nella lezione originaria. E ancora, nello stesso capitolo, la forza dello spirito (“esprit”), messa in correlazione con quella del corpo, opera “coraggiosamente col solo movimento”, un movimento che però nell’originale è un “mouvement de l’honneur”. Inoltre “esprit” non viene tradotto nel caso de “la Temperanza avanti della Fortezza o Magnanimità” che nell’originale suona “la Temperance devant la Force de l’Esprit, ou Magnanimité”.[58]
Ma più in generale in tutta l’opera il termine “esprit”, anche a motivo della sua ambiguità semantica, viene reso in italiano in diverse maniere che bene mostrano l’impossibilità di soluzioni univoche o di semplificanti formalizzazioni. Così esso è tradotto non solo come “spirito”, termine che compare più volte,[59] ma anche, a seconda dei casi, animi – “la scienza negli animi nostri” (“la science dans nos esprits”) – o animo – “nell’animo vostro” (“sur votre esprit”) -,[60] oppure “affetti”[61] mentre la locuzione “entretiens spirituels” è resa efficacemente come “occupazioni mentali”.[62] Altrove il termine cade nella traduzione, per cui si rende “con questa riserva” l’originale “avec cette reserve d’esprit”,[63] mentre in altri casi si ricorre a soluzioni più libere, per cui “leurs transports d’esprits, qu’ils ne sauroient trop éviter, ni trop soumettre à un examen raisonnable” viene volgarizzato come “gl’impeti delle loro voglie, le quali però deono con ogni studio imbrigliare, e rendere soggette al freno della ragione”.[64] In un caso poi “l’extravagance d’un esprit, ou sa prudence” viene reso come “la stravaganza di uno spirito, o pure la sua agiustatezza”,[65] quasi lo spirito non potesse avere una propria prudenza o accortezza.
I termini filosofici sono comunque resi con precisione sulla scia di una tradizione lessicale di derivazione latina ormai formalizzata e le variazioni, in generale di poco conto, sono il più delle volte dettate da scelte stilistiche.[66] E’ il caso del termine “passion(s)” che viene sempre reso come “passione(i)”, anche se in un passo della Rettorica del Prencipe è reso con “cuori” –“qui tache d’émouvoir les passions” diventa “che tocca i cuori”-[67] o della parola “novateurs” che viene in generale tradotta con “novatori”, anche se si ritrova il termine “moderni”.[68] Talvolta comunque la trasposizione italiana, anche se non pienamente aderente, è del tutto efficace come nel caso di una “heureuse suspension sceptique” resa come “fruttuoso equilibrio della sceptica”, [69] oppure quando amplifica, a proposito di un riferimento a Sesto Empirico, una semplice allusione allo scetticismo che si ritrova nell’originale – “Sesto Empirico ha fatta gran forza sopra quest’istanza per istabilire le massime della sceptica” che traduce “Sextus Empiricus s’est fort servi de cette instance”.[70]

10. Meritano infine una qualche considerazione le due lettere aggiunte nella seconda edizione bolognese della Scuola de’ Prencipi, e de’ Cavalieri che affiancano e completano i sette trattati originari. Alla prima che deve “servire d’incitamento allo studio” fa seguito una seconda che fornisce indicazioni “per formare una piccola biblioteca di soli cento libri” e entrambe fanno parte di quei piccoli trattati in forma di lettera a cui La Mothe ha dedicato più di centocinquanta brevi composizioni. Anche in questo caso è interessante la scelta del traduttore che privilegia due scritti agili e pratici, non rivolti a studiosi di professione – e quindi utili ai cavalieri come ai nobili; due brevi saggi nei quali si rileva il ruolo centrale che gli studi svolgono nella vita sociale e civile. In particolare, poi, la seconda lettera su come formare una biblioteca di pochi libri affronta un problema attuale come quello della possibilità di organizzare una biblioteca che sia insieme funzionale e di piccole dimensioni e si confronta con i temi del riordino e della classificazione dei saperi e della diffusione della cultura. Un nesso ordine-sapere, questo, a cui aveva dedicato la propria attenzione anche il Naudé bibliotecario nel suo Advis pour dresser une bibliothèque (Paris, 1627).[71]
Ora, la traduzione di entrambi questi brevi testi risulta nel complesso più libera, quasi si fosse posta una maggiore attenzione allo stile letterario. Diversamente dalle composizioni per il principe - veri e propri trattati pedagogici con una struttura essenzialmente scolastica e un’esposizione saggistica che doveva limitare eccessive digressioni - ci si trova ora di fronte a testi nei quali l’inventiva compositiva e formale è assolutamente primaria. Da qui l’esigenza di mantenere l’andamento discorsivo dell’originale ma insieme di ricercare nella traduzione una più autonoma e sciolta resa letteraria.
Va infine ricordato come al termine della Lettera seconda lo stampatore pubblichi un’avvertenza, in corsivo nel corpo del testo, nella quale si dichiara che alcuni libri – tra cui quelli di Gesner, Telesio, Campanella, Lullo, Patrizi, Ramo, e ancora quelli di Copernico, Keplero e Galilei – “sono ò proibiti, ò sospesi, che però non si possono né tenere, né leggere senza le licenze debite della Sacra Congregazione. E chi hà tradotto la suddetta Lettera gli hà portati solo per riferire fedelmente ciò, che dice la Lettera in Francese”.[72]
La Scuola de’ Prencipi, e de’ Cavalieri doveva comunque godere tra gli anni sessanta del Seicento e gli anni trenta del Settecento di un’ampia circolazione. Da una prima e e ancora sommaria indagine, infatti, accanto alle due edizioni bolognesi – la prima del 1676 e la seconda, più ampia, del 1677 – si devono affiancare numerose edizioni venete – ben sette tra il 1677 e il 1723 (Venezia, Niccolò Pezzana 1677, 1684, 1701, 1723, 1737; Venezia, Leonardo Pittoni 1697; Venezia, Giuseppe Tramonyin 1697) - che riprendono tutte il volgarizzamento originario di Scipione Alerani. Certamente, la fortuna di questo scritto è anche legata agli interessi e alle curiosità di un pubblico più ampio a cui il suo traduttore l’aveva destinata. L’Alerani sceglie infatti di ampliare e in parte di tradire la titolazione originaria di La Mothe, che destinava lo scritto ai soli principi, ma opta anche di rimanere fedele alla stesura francese, richiamandosi ai vincoli e agli obblighi delle “leggi della traduzione”.
Non è dato sapere sulla base della sola Scuola de’ Prencipi, e de’ Cavalieri quanto fosse radicata nell’Alerani la coscienza di questa sua scelta di attenersi nella traduzione in maniera scrupolosa all’originale. E’ comunque probabile che egli avrebbe potuto sottoscrivere le affermazioni di Bayle nell’articolo “Tullie”, rem. (L), del suo Dictionnaire historique et critique, secondo cui “il est extrêmement difficile de bien traduire”.[73] Un giudizio, questo, che doveva portare Bayle – ma su ciò l’Alerani non si sarebbe forse trovato d’accordo – a denunciare i pericoli a cui va incontro un traduttore e insieme a invitare alla cautela prima di intraprendere questo lavoro, in quanto vi si richiede “plus d’habilité que l’on ne pense”.[74]

Note

[1] Cfr. Quatre Dialogues faits à l’imitation des anciens, par Orasius Tubero, A Francfort, I. Sarius, 1604; Quatre Dialogues faits à l’imitation des Anciens, par Orasius Tubero, Francfort, I. Sarius, 1506 (sic). Cinq autres Dialogues du mesme autheur, faits comme les precedents à l’imitation des anciens, Francfort, I. Sarius, 1506 (sic). Sui problemi relativi alle edizioni e alla data di composizione del testo, cfr. R. Pintard, La Mothe le Vayer, Gassendi, Guy Patin. Etudes de bibliographie et de critique suivies de textes inédits de Guy Patin, Paris,Boivin, 1943, pp. 5-31.

[2] Cfr. F. LA MOTHE LE VAYER, Petits Traitez en forme de Lettres escrites à diverses personnes studieuses, Paris, A. Courbé, 1648; Id., Suitte de Petits traitez en forme de Lettres, escrites à diverses personnes studieuses, Paris, A Courbé, 1651; Id., Nouveaux petits Traittez en forme de Lettres, escrites à diverses personnes studieuses, Paris, A Courbé, 1659; Id., Derniers petits Traittez en forme de Lettres escrites à diverses personnes studieuses, Paris, A. Courbé, 1660; Id., De la Vertu des Payens, Paris, F. Targa, 1642; Id., De la Vertu des Payens. Seconde édition revuë et augmentée par l’autheur, Paris, A. Courbé, 1647; Id., Soliloques sceptiques, Paris, L. Billaine, 1670; Id., L’Hexaméron rustique, ou les six journées passées à la campagne entre des personnes studieuses, Paris, T. Jolly, 1670. Per una messa a punto della bibliografia di La Mothe le Vayer ad eccezione dei Dialogues di Orasius Tubero, cfr. D. TARANTO, Contributo alla bibliografia di La Mothe le Vayer, “Studi filosofici”, VII-IX, 1985-1986 [ma 1990], pp. 89-99.

[3] Cfr. R. PINTARD, Le libertinage érudit dans la première moitié du XVIIe siècle, Paris, Boivin, 1943, 2 voll. (cfr. la ristampa in un volume con un “Avant-propos”, Slatkine, Genève-Paris, 1983).

[4] Cfr. F. LA MOTHE LE VAYER, Piccolo trattato scettico sul senso comune, a cura di D. TARANTO, Napoli, Liguori, 1988; Id., Dialogo scettico sulla politica, a cura di D. TARANTO, Roma, Bulzoni, 1989; Id., Della poca certezza che c’è nella storia, introduzione, traduzione e cura di P. AMODIO, Soveria Mannelli, Rubettino, 1998.

[5] LA MOTHE LE VAYER, De l’instruction de Monseigneur le Dauphin, Paris, Sebastien Cramoisy, 1640.

[6] Cfr. JEAN CHAPELAIN, Lettres, publiées par Ph. Tamizey de Larroque, Paris, Imprimerie Nationale, 1880, t. I, lettera CCCCII “A M. de Balzac”, p. 625: “Le seigneur Tubero aspire, dit-on, à l’instruction vocale aussi bien que littérale de notre jeune prince pour faire le Plutarque dans cette Cour. Néantmoins il est fort réservé sur cette matière et je croy qu’on tient cette chose plustost de quelque devin ou de quelque faiseur de conjectures que de sa propre confession. Je voudrois de tout mon coeur qu’il occupast cette place et que son ambition desguisée eust cette satisfaction, car en effet je voy peu de gens qui ayent plus de parties nécessaires à cet employ, et, s’il manque de quelques unes, il n’est pas de merveille qu’un homme ne soit pas tout parfait. Avec tout cela je vous puis dire quoy que par pure divination que son désir sera vain et qu’il aura tiré son coup à faux, s’il est vray qu’il ait eu cette visée”.

[7] Cfr. G. NAUDÉ, Iugement de tout ce qui a esté imprimé contre le Cardinal Mazarin, Depuis le sixiéme Ianvier, iusques à la Declaration du premier Avril mil six cens quarante neuf, s.l.s.d. [ma 1650], p. 375: “Lors qu’il fut question de donner un Precepteur au Roy, car l’intention de la Reyne et de ses Ministres, estant de commetter à cette charge l’un des plus renommez et estimez personnages qui fust en France, on jetta premièrement les yeux sur M. de La Mothe le Vayer, comme sur celuy que le Cardinal de Richelieu avoit destiné à cette charge, tant à cause du beau livre qu’il avoit fait sur l’éducation de Monsiur le Dauphin, qu’en égard à la réputation qu’il s’étoit acquise par beaucoup d’autres compositions Françoises, d’estre le Plutarque de la France; mais la Reyne ayant pris resolution de ne donner cét employ à aucun homme qui fust marié, il fallut par necessité songer à un autre”. Cfr. anche F. L. WICKELGREN, La Mothe Le Vayer, sa vie et son oeuvre, Paris, Impressions Pierre André, 1934, p. 9: “Son livre De l’Instruction de Monseigneur le Dauphin montre qu’il voulait être nommé précepteur du prince. Le livre parut en 1640. Ce livre, ainsi que le traité, La Vertu des Payens, fut publié sous la protection du Cardinal. Cette époque marque l’apogée de la faveur de La Mothe le Vayer auprès de Richelieu”. E cfr. ivi, p. 10: “La fortune de La Mothe Le Vayer étant ainsi dans les mains de Richelieu, à la mort du Cardinal, il subit un échec. L’espérance qu’on avait de devenir le précepteur du roi fut ruiné quand, en 1644 la reine, suivant le conseil du Cardinal Mazarin, choisit pour cet office Hardouin de Péréfixe. La question du choix du précepteur du roi a été très discutée. On a prétendu que les idées libertines qu’avait exprimées La Mothe le Vayer dans les Dialogues d’Orasius Tubero le privèrent de ce poste. ‘Cela’, dit Bayle, ‘est peu apparent puisque si la Reine et le Cardinal Mazarin eussent eté ebranlés par cette raison, ils ne lui eussent point confié le frère unique du roi’. Cependant, il semble que les opinions de La Mothe le Vayer aient été, en quelque mesure, la cause de son échec”; e p. 12: “En 1647 il fut nommé Précepteur du Duc d’Anjou (qui devint plus tard le Duc d’Orléans) et entra en function probablement en 1649. Il se défit, vers le meme temps, de sa charge de Substitut du Procureur Général. Enfin, au mois de mai 1652, il fut choisi par la Reine Mère elle-meme, comme précepteur du roi. Il semble que La Mothe le Vayer ait rempli, au moins pendant une année, cette dernière charge”. Ma si veda la testimonianza di Guy Patin su La Mothe, sospettato di quel “vice d’esprit” che fu già di Diagora e Protagora, ovvero di ateismo: G. PATIN, Lettres. Nouvelle édition augmentée de lettres inédites, par J.-H. Reveillé-Parise, 3 tomes, Paris, 1846, t. II, lettera CCCLXVIII (datata Parigi, 13 luglio 1649), pp. 522-523: “M. de La Mothe-le-Vayer a été depuis peu appelé à la cour. Et y a été installé précepteur de M. le duc d’Anjou, frère du roi. Il est âgé d’environ soixante ans, de médiocre taille, autant stoïque que homme du monde, homme qui veut être loué et qui ne loue jamais personne, fantasque, capricieux et soupçonné d’un vice d’esprit dont étoient atteints Diagoras et Protagoras”.

[8] Cfr. F. LA MOTHE LE VAYER, La Géographie du Prince. La Morale du Prince, Paris, A. Courbé, 1651; Id., La Rhétorique du Prince, Paris, A. Courbé, 1651; Id., L’Oeconomique du Prince. La Politique du Prince, Paris, A. Courbé, 1653; Id., La Physique du Prince, Paris, A. Courbé, 1658; Id. La Logique du Prince, Paris, A. Courbé, 1658.

[9] Cfr. P. BAYLE, Dictionnaire historique et critique, art. “Vayer (François de La Mothe le)”, rem. (C): “Ce que Moreri débite que La Mothe le Vayer a fait la fonction de Précepteur de sa Majesté pendant un an est une chose que Mr. Pellisson assure [Pellisson, Hist. De l’Académie Françoise, pag. m. 352]; et nous apprenons d’un autre écrivain [Pierre de Saint Romuald, in Continuatione Chronici Ademari, p. 354, 535] que cette fonction commença au mois de Mai 1652, et qu’elle fut donnée par le propre choix de la Reine mere à La Mothe le Vayer qui avoit déjà la charge de Précepteur du frere du Roi. On ne peut pas conclure de ce que Mr. Pellisson ne parle que d’une année, que cette fonction n’ait duré qu’un an. Il faut seulement conclure qu’elle n’avoit encore duré que ce tems là lors qu’il en parloit, c’est-à-dire lors qu’il publioit son Histoire de l’Académie Françoise l’an 1653; mais, quoi qu’il en soit, cela confirme ce que j’ai dit en réfusant ceux qui ont cru que les Dialogues d’Orasius Tubero firent exclure leur Auteur”.

[10] Cfr. G. NAUDÉ, Syntagma de studio liberali. Ad Illustriss. Adolscentem Fabricium ex Comitibus Guidiis a Balneo. Secunda editio, Arimini, per Io. Symbenium, 1633 (prima edizione Urbini 1632); Id., Syntagma de studio militari. Ad Illustrissimum Juvenem Ludovicum ex Comitibus Guidiis a Balneo, Romae, Typis Iac. Facciotti, 1637.

[11] Instrvttione de’ Prencipi, del Signor Della Motta. Trasportato dal Francese per Mvtio Ziccatta, In Venetia, 1647, Appresso Paolo Baglioni. Il De l’instruction de Monseigneur le Dauphin, seppure pensato come un’opera ufficiale ad uso dei principi, doveva comunque celare negli ultimi tre capitoli dedicati all’ “astrologia giudiciaria”, all’ “alchimia” e alla “magia” una critica delle superstizioni popolari capace, come ci ricorda Chapelain in una sua lettera, di scandalizzare ogni lettore. Cfr. JEAN CHAPELAIN, Lettres, publiées par Ph. Tamizey de Larroque, cit., t. I, lettera CCCCII “A M. de Balzac”, p. 628: “Le livre que je vous ay envoyé [De l’instruction de M. le Dauphin] est une enfilade de lieux communs et les trois derniers articles de l’astrologie, magie et chimie le sont tellement qu’ils en scandalisent tout le monde”.

[12] Il perfetto ambasciatore trasportato dall’Idioma Spagnolo, & Francese nell’Italiano. Per Mutio Ziccata. Opera politico-historica. All’Illustrissimo Signor, & Padron mio Colendissimo. Il Signor Umberto Giovanni Zernin Barone di Chudeniz, &c, In Venetia, appresso Giusto Vviffeldick, 1649, All’insegna di Colonia Agrippina. Le due edizioni francesi di quest’opera di Antonio de Vera a cui Ziccatta poteva fare riferimento sono: Le Parfait ambassador...composé en espagnol par don Antonio de Vera et de Cuñiga,...et traduit en françois par le sieur Lancelot, A Paris, A. de Sommeville, 1635 e Le Parfait ambassador... traduit en françois par le sieur Lancelot, Paris, 1642.

[13] Cfr. Il Ministro di Stato con il vero uso della politica moderna del Signor de Silhon: Trasportato dal Francese per Muzio Ziccatta, In Venezia, 1639, Appresso Marco Ginammi (la traduzione italiana è dedicata dallo Ziccatta a “All’Eminentiss.mo e Reverendissimo Principe il Signor Gio. Armando Du Plessis, Cardinale e Duca de Richelieu”); Il Consigliere di Stato ovvero Raccolta Delle Considerazioni più Generali intorno al Maneggio de Publici Affari. Trasportato dal Francese. Per Muzio Ziccatta, In Venezia, Appresso Paolo Baglioni, 1646 (l’opera Le Conseiller d’Estat, ou Recueil des plus générales considérations servant au maniement des affaires publiques..., Paris, E. Richer, 1633 generalmente attribuita al Silhon è stata poi nel ‘900 riportata a Philippe de Béthune, fratello di Sully). Ringrazio Vieri Becagli per avermi fornito queste ulteriori informazioni su Ziccatta nel corso dell’incontro fiorentino su “Traduzioni e circolazione delle idee nella cultura europea tra ‘500 e ‘700”.

[14] Scuola de’ Prencipi, e de’ Cavalieri, Cioè la Geografia, la Rettorica, la Morale, l’Economia, la Politica, la Logica, e la Fisica, Cavate, e tradotte nella nostra lingua dall’Opere Francesi del Sig. Della Motta le Vayer, Che le hà distese per istruttione di Luigi XIV. rè di Francia dall’ Abbate Scipione Alerani. Dedicate all’Illustrissimo, & Eccellentiss. Sig. Il Signor D. Egidio Colonna Duca d’Anticoli, In Bologna, per Giacomo Monti, 1676. L’anno seguente - il 1677 - compare sempre “In Bologna, per Giacomo Monti” una seconda edizione di questo testo, del tutto identica alla prima ma con con l’aggiunta della traduzione di due lettere di La Mothe tratte dai Petits traitez en forme des Lettres. Le citazioni dalla Scuola de’ Prencipi sono tratte da questa seconda edizione bolognese del1677 (copia presente alla Biblioteca Nazionale Braidense con segnatura QQ VIII 63).

[15] Cfr. le brevissime indicazioni bibliografiche – tratte dalla Scuola de’ Prencipi – in G. MAZZUCCHELLI, Gli scrittori d’Italia cioè notizie storiche, e critiche intorno alle vite, e scritti dei letterati italiani, vol. I, parte I, Brescia, 1753, p. 436.

[16] Cfr. Scuola de’ Prencipi, cit., I, ff. 3r-4r: “Havendomi la villeggiatura della passata State permesso qualch’ozio oltre al consueto, mi son lasciato lusingare e dal desiderio di vincerlo, e da quello di condescendere ad alcuni Amici non men discreti, che dotti, ad intraprendere di trasportare nel volgar nostro idioma alcune Operette Francesi del Signor della Motta le Vayer scelte frà l’altre sue, come giudicate da me più di tutte capaci d’apportare ad un tempo e pascolo alla curiosità, ed ornamento all’ingegno. Ed havendo poscia perimente prevaluto nell’animo mio le persuasioni reiterate de’ medesimi Amici alla giusta opinione, che hò della mia deboleza in somiglianti materie à me del tutto nuove (come molto lontano, sì per la rozzezza del talento, sì per altre mie ordinarie occupazioni della profession di Lettere) per farmi risolvere di lasciar correre alle Stampe queste incolte primizie della mia penna; prendo ardire di presentarle in primo luogo à V. E. non già come cosa degna di lei, mà à fin che dopo essere fatte sue possano col di lei nobilissimo nome marcato in fronte, essere riputate degne de gli occhi del pubblico”.

[17] Cfr. Scuola de’ Prencipi, cit., “Lettore Amico”, I, f. 8r: “Sappi finalmente, che io non hò havuti altri motivi nel metter mano alla penna, che la fuga dell’ozio, ed una giusta condescendenza. La honestà del fine può giustificare appresso la tua umanità l’ardire, che hò preso senz’haver fondamento di lettere, di presentarti questa mia debol fatica. L’haverla incominciata, e finita, in men di due Mesi per compiacere più prontamente à gli Amici, e per prevalermi opportunamente dell’ozio, che mi presentava la congiuntura, dee altresì contribuire à renderne più compatibili i mancamenti, e gli errori”.

[18] Scuola de’ Prencipi, cit., I, f. 3v.

[19] Scuola de’ Prencipi, cit., “Lettore Amico”, I, f. 6r-v. Cfr. anche f. 7r-v: “Potrebbe parere ad alcuno, che all’estensione del titolo, alla sfera de Cavalieri non s [‘] aggiusti troppo bene il trattato dell’Economia, che potrebb’ essere per essi alquanto più disteso, e particolarizzato. Mà oltre che non è forse vero, che il concetto di buon Cavaliere ( per parlare co’ termini della Scuola) ravvolga in se stesso quello di eccellente Economo; tengo altresì per indubitato, che dopo le massime fondamentali, che qui s’insegnano, il rimanente di questa scienza si acquistò più con l’uso, che con lo studio”.

[20] Scuola de’ Prencipi, cit., “Lettore Amico”, I, ff. 6v-7r.

[21] Scuola de’ Prencipi, cit., “Lettore Amico”, I, f. 7r.

[22] Cfr. Scuola de’ Prencipi, cit., “Lettore Amico”, I, ff. 7v-8r: “Debbo parimente avvertirti, che nel trattato della Geografia, e forse in qualch’altro luogo, l’Autore Francese, hà toccato tal volta l’Historia del tempo in cui scriveva, attribuendo à qualche Prencipe il Dominio di qualche Piazza, ò sia Provincia (massimamente nell’Europa) conquistata à forza d’armi, che hoggidì stà nelle mani ancora del suo primo Padrone: mà Io non hò voluto alterare le sue osservazioni, rimettendo alla tua discretezza il fare la distinzione de’ tempi, per non interessare la verità”.

[23] Scuola de’ Prencipi, cit., “Lo Stampatore a chi legge”, II, p. 189 [ma 289].

[24] Scuola de’ Prencipi, cit., Lettera prima..., Lettera seconda..., II, pp. 190 e 200 [ma 290 e 300].

[25] Cfr. SESTO EMPIRICO, Schizzi pirroniani, I, 14, trad. ital. di O. Tescari, Roma-Bari, Laterza, 1926, p. 43. Su ciò cfr. J. BEAUDE, Amplifier le dixième trope, ou la différence culturelle comme argument sceptique, in Recherches sur le XVIIe siècle, V, Paris, Editions du Centre National de la Recherche Scientifique, 1982, pp. 21-29.

[26] Cfr. alcuni dei testi di viaggio citati e le pagine corrispettive in cui si ritrovano: GASPARO BALBI, Viaggio delle Indie Orientali, Venezia, 1590 (Scuola de’ Prencipi, cit., La Fisica del Prencipe, II, pp. 150, 160, 167, 168); G. B. RAMUSIO, Delle navigationi et viaggi, t. III, Venezia, 1559-1565 (Scuola de’ Prencipi, cit., La Fisica del Prencipe, II, p. 153); GARCIAS LASSO DE LA VEGA, Histoire des Incas, rois du Pérou, Paris, 1633 (traduzione francese de Los Commentarios reales que tratan del origen de los Incas, Lisbona, 1609) (Scuola de’ Prencipi, cit., La Fisica del Prencipe, II, p. 142); FRANÇOIS LE GOUZ DE LA BOULLAYE, Les voyages et observations..., Paris, 1653 (Scuola de’ Prencipi, cit., La Fisica del Prencipe, II, p. 160); LOUIS HAYES, Voyages du Levant, fait par le commandement du roi en 1621, Paris, 1624 (Scuola de’ Prencipi, cit., La Fisica del Prencipe, II, p. 165); SAMUEL DE CHAMPLAIN, Les voyages de la Nouvelle-France occidentale, dit Canada..., Paris, 1632 (Scuola de’ Prencipi, cit., La Fisica del Prencipe, II, p. 191).

[27] Cfr. Scuola de’ Prencipi, cit., La Fisica del Prencipe, II, p. 166: “Paolo Giovio si è contentato di dire di una vicina a Buda in Ongaria, che havendo le sue acque, che abbruciano, non lascia di havere delle rane, che vi nuotano dentro [Ep. I.]”.

[28] Scuola de’ Prencipi, cit., La Fisica del Prencipe, II, pp. 171-172.

[29] Scuola de’ Prencipi, cit., La Fisica del Prencipe, II, p. 172. E il passo prosegue: “Senza questo rispetto necessario, tutto è disputabile, sì in questa, come in ogni altra cosa”. Ma si veda un altro riferimento a Galilei nella Fisica: cfr. Scuola de’ Prencipi, cit., La Fisica del Prencipe, II, p. 189: “o proceda similmente questo flusso [il flusso e riflusso del mare] dal movimento della Terra giusta il pensiero di Galilei, Io non vi scorgo alcun ragionevole motivo di chiamarlo col nome di Meteora”.

[30] Cfr. ad esempio Scuola de’ Prencipi, cit., La Fisica del Prencipe, II, p. 139: “Tutte queste opinioni sono o riprovate, o modificate dalla filosofia Christiana, essendo noi obbligati, dalla nostra Fede a credere la creazione del Mondo, quale ce la descrive Mosè nella Genesi”.

[31] Cfr. Scuola de’ Prencipi, cit., La Fisica del Prencipe, II, p. 171: “Mà l’opinione commune rendendola così stabile, è forza osservare, che quella della sua mobilità, è per altro sì antica, che fù accusato altre volte Cleante Samio uno de i primi Filosofi della Grecia, che insegnava il riposo del Cielo, e l’agitazione della Terra, d’esser reo d’empietà, per haver voluto scuotere il focolaio dell’Universo [...]. Le ragioni di questo antico pensiero de i Pitagorici rinovato poco fa da tanti Saggi Matematici, contengono veramente grandi verisimilitudini, e commodi qualificati per l’Astronomia, che viene diffesa da un’infinità d’inconvenienti, e di perplessità”.

[32] Su taluni animali talvolta più ragionevoli degli uomini, cfr. Scuola de’ Prencipi, cit., La Fisica del Prencipe, II, p. 212; sulle teorie della mortalità e dell’immortalità dell’anima , cfr. Scuola de’ Prencipi, cit., La Fisica del Prencipe, II, pp. 264-275, dove si ritrova alle pp. 264-265 un esplicito appello al fideismo per dimostrare l’immortalità dell’anima messa in dubbio dalla filosofia peripatetica: “Ancorche vi siano molti argomenti dimostrativi in prova dell’immortalità dell’Anima [...] con tutto ciò, perché i principj della Filosofia Peripatetica sembrano molto contrari à ciò, che abbiamo obbligazione di credere, sì come abbiamo di già osservato in passando nel vigesimo terzo capitolo, è più spediente il deferire quest’onore alla Fede, che la maggior certezza, che ne habbiamo dipenda assolutamente da essa”.

[33] Scuola de’ Prencipi, cit., La Geografia del Prencipe, I, p. 46 e cfr. F. LA MOTHE LE VAYER, La Geographie du Prince, in F. LA MOTHE LE VAYER, Oeuvres... Nouvelle édition revuë et augmentée, imprimé à Pfoerten et se trouve à Dresde, chez Michel Groell, 1756, t. I, partie II, p. 46.

[34] Cfr. Scuola de’ Prencipi, cit., La Geografia del Prencipe, I, p. 65 e cfr. F. LA MOTHE LE VAYER, La Geographie du Prince, in F. La Mothe le Vayer, Oeuvres, cit., p. 64.

[35] Scuola de’ Prencipi, cit., La Geografia del Prencipe, I, p. 66 e cfr. F. LA MOTHE LE VAYER, La Geographie du Prince, in F. La Mothe le Vayer, Oeuvres, cit., p. 66.

[36] Scuola de’ Prencipi, cit., La Geografia del Prencipe, I, pp. 65-66. E cfr. l’originale francese: F.LA MOTHE LE VAYER, La Geographie du Prince, in F. LA MOTHE LE VAYER, Oeuvres, cit., pp. 65-66: “Je laisse beaucoup de petits Princes de la Maison de Gonzague, avec ceux de Masse, et de Correggio, aussi bien que le Duc de la Mirandole, et d’autres qui se disent Souverains, parce que leurs petites terres ne meritent pas d’être considerées. Celui de Mourgues, ou de Monaco, qui s’étoit mis en la protection de la France, ne nous doit pas arrêter non plus. Ni dans la Toscane les Princes de Masse, de Carrare, et autres semblables”.

[37] Scuola de’ Prencipi, cit., La Geografia del Prencipe, I, pp. 102-103: “Che se aggiungeremo a ciò Casale, e Pinarolo, con Piombino e Porto Longone in Italia, senza obliarvi la protezione del Prencipato di Monaco, troverassi, che la Francia non hà posseduto mai maggior ampiezza di Paesi di quello, che fa presentemente”. E cfr. l’originale francese: F. LA MOTHE LE VAYER, La Geographie du Prince, in F. LA MOTHE LE VAYER, Oeuvres, cit., p. 104.

[38] Cfr. Scuola de’ Prencipi, cit., La Geografia del Prencipe, I, p. 51: “Egli [il regno di Danimarca] hà perduto molte Piazze poco fa, con un trattato di Pace fatto con li Svedesi” e cfr. LA MOTHE LE VAYER, La Geographie du Prince, in F. LA MOTHE LE VAYER, Oeuvres, cit., p. 50; Scuola de’ Prencipi, cit., La Geografia del Prencipe, I, p. 52: “La sua Figlia [di re Gustavo Adolfo, Cristina di Svezia], una delle più saggie, ed intendenti Principesse, che già mai fosse, hà ancora aggionto alcuna cosa alle vittorie di suo Padre, e se n’ha confermato il Possesso con l’ultima Pace di Munster. Il Rè di Danimarca è stato parimente costretto a cedergli poco fa, molti Paesi sopra il Mar Baltico” e cfr. F. LA MOTHE LE VAYER, La Geographie du Prince, in F. La Mothe le Vayer, Oeuvres, cit., p. 52.

[39] Cfr. Scuola de’ Prencipi, cit., La Politica del Prencipe, II, p. 40 e cfr. l’originale francese che non viene tradotto: F. LA MOTHE LE VAYER, La Politique du Prince, in F. LA MOTHE LE VAYER, Oeuvres, cit., p. 324: “Il ne faut pas croire qu’aucune des Aristocraties de ce tems pratique rien de si injuste, ni de si inhumain; aussi n’ont-elles point d’esclaves semblables aux Ilotes des Lacedemoniens, qui faisoient tout le travail des champs, et composoient la plus vile partie de leur populace. Mais neantmoins pour parler seulement des deux plus illustres d’Italie, chacun sait combien le joug de la Seigneurie Aristocratique de Venise est pesant à toutes les villes qui lui sont soûmises, et de quelle sorte Genes, sous cette même forme d’Etat a traité Savonne en ruinant son port, et en lui faisant sentir tout ce que la jalousie du commandement peut ordonner de rude et de calamiteux”.

[40] Cfr. Scuola de’ Prencipi, cit., La Politica del Prencipe, II, p. 45 e si veda l’originale non tradotto: F. LA MOTHE LE VAYER, La Politique du Prince, in F. LA MOTHE LE VAYER, Oeuvres, cit., p. 329: “et qu’il [Roberto re di Napoli] prenoit plus de plaisir à s’entretenir avec ses livres, qu’à commander avec un pouvoir absolu”.

[41] Cfr. Scuola de’ Prencipi, cit., La Politica del Prencipe, II, p. 58 e si veda il passo non tradotto: F. LA MOTHE LE VAYER, La Politique du Prince, in F. LA MOTHE LE VAYER, Oeuvres, cit., p. 342: “Les sages Souverains, qu’Homere nomme les nourrissons de ce même Jupiter, l’imitent en cela, et n’emploient la rigueur qu’en toute extremité, comme forcez à le faire pour le salut de l’Etat”.

[42] Cfr. Scuola de’ Prencipi, cit., La Politica del Prencipe, II, p. 63 e cfr. F. LA MOTHE LE VAYER, La Politique du Prince, in F. LA MOTHE LE VAYER, Oeuvres, cit., pp. 347-348.

[43] Cfr. Scuola de’ Prencipi, cit., La Fisica del Prencipe, II, p. 141: “Ma è ormai tempo di considerare le parti del Mondo separatamente, dopo haverlo raffigurato tutto intero, e senza far distinzione, dei membri, che lo compongono” e cfr. F. LA MOTHE LE VAYER, La Physique du Prince, in F. LA MOTHE LE VAYER, Oeuvres, cit., t. II, Partie I, p. 37.

[44] Scuola de’ Prencipi, cit., La Fisica del Prencipe, II, p. 118 e cfr. F. LA MOTHE LE VAYER, La Physique du Prince, in F. LA MOTHE LE VAYER, Oeuvres, cit., pp. 13-14.

[45] Cfr. Scuola de’ Prencipi, cit., La Fisica del Prencipe, II, p. 134: “Tuttavia a questo sentimento si potrebbe opporre il paragone, che fa Salomone...” e cfr. F. LA MOTHE LE VAYER, La Physique du Prince, in F. LA MOTHE LE VAYER, Oeuvres, cit., p. 30.

[46] Scuola de’ Prencipi, cit., La Morale del Prencipe, I, p. 239.

[47] Scuola de’ Prencipi, cit., La Morale del Prencipe, I, p. 244.

[48] Scuola de’ Prencipi, cit., La Morale del Prencipe, I, pp. 243 e 245.

[49] Scuola de’ Prencipi, cit., La Morale del Prencipe, I, p. 248. Seppure le pagine sulle passioni non rimandano alla teoria cartesiana La Mothe mostra comunque di conoscere l’opera di Descartes, come attesta un breve passo della Fisica dove si citano Les passions de l’âme per criticare l’ipotesi della ghiandola pineale. Cfr. Scuola de’ Prencipi, cit., La Fisica del Prencipe, II, p. 268: “Un autore moderno [Des Cartes art. 31 delle passioni], si è figurata in quest’ultima parte [nel cervello] una picciola glandula, in cui l’Anima avea stabilito il suo principal domicilio, ma non vedendosi gran fondamento di ciò, è verisimile, che non debba essere seguito”.

[50] Scuola de’ Prencipi, cit., La Morale del Prencipe, I, p. 271.

[51] Scuola de’ Prencipi, cit., La Morale del Prencipe, I, pp. 274-275.

[52] R. CARTESIO, Discorso sul metodo, trad. it. di M. GARIN, in Opere, a cura di E. GARIN, Bari, Laterza, 1986, vol. I, p. 307.

[53] Scuola de’ Prencipi, cit., La Morale del Prencipe, I, p. 244 e cfr. F. LA MOTHE LE VAYER, La Morale du Prince, in F. LA MOTHE LE VAYER, Oeuvres, cit., Tome I, Partie I, p. 243.

[54] Scuola de’ Prencipi, cit., La Morale del Prencipe, I, p. 281 e cfr. F. LA MOTHE LE VAYER, La Morale du Prince, in F. LA MOTHE LE VAYER, Oeuvres, cit., p. 278.

[55] Scuola de’ Prencipi, cit., La Morale del Prencipe, I, p. 274 e cfr. F. LA MOTHE LE VAYER, La Morale du Prince, in F. LA MOTHE LE VAYER, Oeuvres, cit., p. 272.

[56] Cfr. Larousse, Grand dictionnaire universel du XIX siècle, Paris, 1866-1879, t XII: “Rondement: ‘Prestement, lestement, vite [...] Fig. Vivement, avec entrain, sans hésitation, d’une façon décidée’”.

[57] Scuola de’ Prencipi, cit., La Morale del Prencipe, I, p. 277 e cfr. F. LA MOTHE LE VAYER, La Morale du Prince, in F. LA MOTHE LE VAYER, Oeuvres, cit., p. 275.

[58] Scuola de’ Prencipi, cit., La Morale del Prencipe, I, p. 277 e cfr. F. LA MOTHE LE VAYER, La Morale du Prince, in F. LA MOTHE LE VAYER, Oeuvres, cit., p. 275.

[59] Cfr. tra i vari esempi, Scuola de’ Prencipi, cit., La logica del Prencipe, I, p. 94 (“la proposizione ritenuta nello spirito”) e cfr. F. LA MOTHE LE VAYER, La Logique du Prince, in F. LA MOTHE LE VAYER, Oeuvres, cit., p. 381; La Fisica del Prencipe, II, p. 116 (“imprimono più vivamente nello spirito”), oppure p. 143 (“ma lo spirito umano”) e cfr. F. LA MOTHE LE VAYER, La Physique du Prince, in F. LA MOTHE LE VAYER, Oeuvres, cit., p. 11 e p. 38; Lettera seconda..., II, p. 201 (“malattie dello spirito”) e cfr. F. LA MOTHE LE VAYER, Du moien de dresser une bibliothèque d’une centaine de livres seulement. Lettre XIII, in F. LA MOTHE LE VAYER, Oeuvres, cit., p. 126.

[60] Scuola de’ Prencipi, cit., La Logica del Prencipe, II, p. 97 e cfr. F. LA MOTHE LE VAYER, La Logique du Prince, in F. LA MOTHE LE VAYER, Oeuvres, cit., p. 384; Scuola de’ Prencipi, cit., Lettera prima..., II, p. 193 e cfr. F. LA MOTHE LE VAYER, De la continuation des études. Lettre CXLVIII, in F. LA MOTHE LE VAYER, Oeuvres, cit., t. VI, Partie I, p. 228.

[61] Scuola de’ Prencipi, cit., La Rettorica del Prencipe, I, p. 203: “e procura di muovere gli affetti secondo il nostro bisogno” e cfr. F. LA MOTHE LE VAYER, La Rhetorique du prince, in F. LA MOTHE LE VAYER, Oeuvres, cit., p. 203: “dont nous avons besoin que l’esprit de nos auditeurs soit touché”.

[62] Scuola de’ Prencipi, cit., Lettera prima..., II, p. 190 e cfr. F. LA MOTHE LE VAYER, De la continuation des études. Lettre CXLVIII, in F. LA MOTHE LE VAYER, Oeuvres, cit., p. 224.

[63] Scuola de’ Prencipi, cit., Lettera prima..., II, p. 197 e cfr. F. LA MOTHE LE VAYER, De la continuation des études. Lettre CXLVIII, in F. LA MOTHE LE VAYER, Oeuvres, cit., p. 231.

[64] Scuola de’ Prencipi, cit., La Politica del Prencipe, II, p. 70 e cfr. F. LA MOTHE LE VAYER, La Politique du Prince, in F. LA MOTHE LE VAYER, Oeuvres, cit., pp. 355-356.

[65] Scuola de’ Prencipi, cit., La Fisica del Prencipe, II, p. 246 e cfr. F. LA MOTHE LE VAYER, La Physique du Prince, in F. LA MOTHE LE VAYER, Oeuvres, cit., p. 135.

[66] Cfr. ad esempio il rispetto lessicale che si ritrova nella traduzione di un passo della Logica all’inizio del capitolo quinto: Scuola de’ Prencipi, cit., La Logica del Prencipe, II, p. 84: “La parola Categoria è Greca, quella di Predicamento latina: l’un’ e l’altra di esse significa certi luoghi, ò sia Classi, delle quali la Filosofia si serve per collocare, e disporre tutti gli esseri naturali”. E cfr. l’originale: F. LA MOTHE LE VAYER, La Logique du Prince, in F. LA MOTHE LE VAYER, Oeuvres, cit., pp. 370-371: “Le mot de Categorie est Grec; celui de Predicament est Latin; l’on entend par l’un et par l’autre de certains lieux ou classes, dont la Philosophie se sert pour placer et disposer tous les Etres naturels”.

[67] Scuola de’ Prencipi, cit., La Rettorica del Prencipe, I, p. 203 “una essagerazione patetica, che tocca i cuori” e cfr. F. LA MOTHE LE VAYER, La Rhetorique du prince, in F. LA MOTHE LE VAYER, Oeuvres, cit., p. 203.

[68] Scuola de’ Prencipi, cit., Lettera seconda..., II, p. 206: “quindi comparate tutti i Novatori recenti, che hanno spiegata bandiera a parte” e cfr. F. LA MOTHE LE VAYER, Du moien de dresser une bibliothèque d’une centaine de livres seulement. Lettre XIII, in F. LA MOTHE LE VAYER, Oeuvres, cit., p. 131; Scuola de’ Prencipi, cit., La Fisica del Prencipe, II, pp. 109-110: “Finalmente in questi ultimi Secoli tutti i Moderni hanno rinnovato le opinioni degli antichi” e cfr. F. LA MOTHE LE VAYER, La Physique du Prince, in F. LA MOTHE LE VAYER, Oeuvres, cit., p. 5.

[69] Scuola de’ Prencipi, cit., Lettera prima..., II, p. 199: “e servitevi di quel fruttuoso equilibrio della sceptica, che preserva da tanti pentimenti” e cfr. F. LA MOTHE LE VAYER, De la continuation des études. Lettre CXLVIII, in F. LA MOTHE LE VAYER, Oeuvres, cit., p. 233. Una soluzione elegante è anche quella, nella Politica del Prencipe, che traduce “populace” con “feccia del popolo” e “bourgeois” con “cittadino”. Cfr. Scuola de’ Prencipi, cit., La Politica del Prencipe, II, p. 17: “Oclocrazia vien detta, in cui la feccia del popolo prevale al buono e considerabile Cittadino” e cfr. l’originale francese: F. LA MOTHE LE VAYER, La Politique du Prince, in F. LA MOTHE LE VAYER, Oeuvres, cit., p. 302: “Ochlocratie, où la seule populace peut tout au préjudice du bon et considerable Bourgeois”.

[70] Scuola de’ Prencipi, cit., La Fisica del Prencipe, II, p. 259 e cfr. F. LA MOTHE LE VAYER, La Physique du Prince, in F. LA MOTHE LE VAYER, Oeuvres, cit., p. 154.

[71] Cfr. G. NAUDÉ, Advis pour dresser une bibliothèque. Presenté à Monseigneur le President de Mesme, A Paris, chez François Targa, 1627. Su questi temi cfr. L. BIANCHI, Tradizione scettica e ordinamento dei saperi in Gabriel Naudé, “Studi filosofici”, VII-1984 [ma 1988], pp. 117-134 e Id., Per una biblioteca libertina: Gabriel Naudé e Charles Sorel, in Bibliothecae selectae. Da Cusano a Leopardi, a cura di E. Canone, Firenze, L. S. Olschki, 1993, pp. 171-215, poi in L. BIANCHI, Rinascimento e libertinismo. Studi su Gabriel Naudé, Napoli, Bibliopolis, 1996, pp. 203-251.

[72] Cfr. Scuola de’ Prencipi, cit., Lettera seconda..., pp. 211-212: “S’avverte in fine il Lettore, che gl’infrascritti Libri, cioè il Lexicon Greco, e Latino di Scapula; il Lexicon recente di Martinio; il Dizionario Filosofico del Goclenio; il Matematico del Rasipodio; l’Antiquario di Lubino; la Biblioteca di Gesner; il Telesio; il Campanella nell’Opere stampate fuori di Roma; Raimondo Lullo; Patrizio; Ramo; la Filosofia Magnetica di Gilberto; i Sistemi di Copernico; Keplero, e Galileo; Annio da Viterbo; il Tyrocinium del Beguino: si avverte, dico, che gli annoverati Libri sono ò proibiti, ò sospesi, che però non si possono né tenere, né leggere senza le licenze debite della Sacra Congregazione. E chi hà tradotto la suddetta Lettera gli hà portati solo per riferire fedelmente ciò, che dice la Lettera in Francese”.

[73] Cfr. P. BAYLE, Dictionnaire historique et critique, V edizione, Amsterdam, Leyde, La Haye, Utrecht, 1740, art. “Tullie”, rem. (L): “Cela me fait répéter ce que j’ai dit plusieurs fois, qu’il est extrêmement difficile de bien traduire; car quoi qu’on prenne les expressions de l’Original dans le sens le plus vraisemblable, on ne laisse pas quelquefois de s’égarer: la connoissance de cent faits particuliers est nécessaire pour choisir le sens véritable”.

[74] Cfr. P. BAYLE, Dictionnaire historique et critique, cit., art. “Ryer (Pierre du)”, rem. (B): “On croit que ses traductions seroient meilleures, si les libraires l’avoient un peu mieux recompensé. A la suite des paroles que j’ai rapportées des Nouvelles de la République des Lettres [oct. 1684, art. II, p. 775] vous trouverez ceci: ‘Ce qui doit apprendre à plusieurs petits Auteurs qui ne sçavent que le peu de Latin qu’ils ont rapporté du Collège, à ne point se hazarder de traduire. Cela demande plus d’habilité que l’on ne pense, & veut des gens qui ne le fassent pas pour vivre’”. Cfr. anche art. “Bodegrave”, rem. (B): “On ne l’a peut-etre déjà dit que trop de fois: un Traducteur qui se hasarde de paraphraser, ou d’abandonner tant soit peu son Original, doit savoir à fond la matiere dont il s’agit. Sans cela il s’expose à des méprises d’autant plus blamables, qu’il est cause qu’une infinité de gens les imputent à ceux qui en sont très-innocents, je veux dire aux Auteurs traduits”.



DOI: http://dx.doi.org/10.13128/Cromohs-15510



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