Cromohs 2007 - Carrattieri - rec. Nani, Ai confini della nazione. Stampa e razzismo nell’Italia di fine Ottocento

Michele Nani, Ai confini della nazione. Stampa e razzismo nell’Italia di fine Ottocento,
Carocci, Roma, 2006
[ISBN 88-430-3807-9, € 18,50]

Mirco Carrattieri
Università di Bologna
M. Nani, "Review of Michele Nani, Ai confini della nazione. Stampa e razzismo nell’Italia di fine Ottocento,
Carocci, Roma, 2006,
Cromohs, 12 (2007): 1-8,
<URL: http://www.cromohs.unifi.it/12_2007/carrattieri_nani.html>

1. Il volume di Michele Nani si inserisce nel ricco filone degli studi sulla nazionalizzazione italiana apportandovi un importante contributo di merito, ma anche una serie di rilevanti spunti metodologici.
Nani colloca esplicitamente la sua ricerca nella quarta generazione di studi sul nazionalismo, dopo quella “oggettivista” delle origini, quella “costruttivista” e “modernista” degli anni Ottanta e quella più attenta alla dimensione simbolica del post-1989.
Al tempo stesso egli si inserisce nella linea interpretativa che dalle pionieristiche considerazioni di Giulio Bollati, passa attraverso le sollecitazioni di Silvio Lanaro per arrivare agli ultimi lavori di Alberto Banti.
Cinque sono gli elementi significativi di questa proposta:
- l’idea che le identità sociali e gli statuti dell’appartenenza siano definiti in chiave relazionale;
- la centralità dell’orizzonte nazionale nella modernità europea;
- la molteplicità dei confini simbolici, esterni ed interni, che ritagliano l’immaginario sulla nazione;
- la pluralità (e l’intreccio) dei progetti e quindi dei discorsi sulla nazione, che in vario modo rimodulano questo gioco di inclusioni-esclusioni;
- la peculiarità del caso italiano, dettata dal ritardo dell’unificazione, che porta alla sovrapposizione dei processi di identificazione nazionale con le dinamiche proprie dell’età dell’imperialismo.
Nani si propone a sua volta di esplorare alcuni meccanismi della “nazionalizzazione per contrasto” che si verifica in Italia nel corso dell’età umbertina, evidenziandone due aspetti fondamentali.
Da un lato il ruolo della stampa come luogo di mediazione tra i nuovi tentativi di disciplinamento, le categorie della scienza positivista, le forme di ricezione di una massa che conosce una inedita politicizzazione. Quotidiani e periodici, dunque, come riproduttori e veicoli di strategie ideologiche e specchi di una pubblica opinione in formazione; ma soprattutto come luoghi di sedimentazione, riconnotazione e diffusione di immagini dell’alterità funzionali a definire la comunità nel contesto contemporaneo (il giornale come “mezzo che fonde e confonde” le voci della massa, esprimendo e costruendo il senso comune).
Dall’altro il fatto che in queste condizioni i pregiudizi “storici” vengono recuperati e rideclinati in un orizzonte simbolico imperniato sul problema nazionale, andando ad alimentare uno “sguardo  razzista” che non è teoria coerente o pratica violenta, ma inquinamento delle infrastrutture mentali che innervano l’identità collettiva.
Nani radica questi fenomeni in un preciso frangente storico, ma è poi attento a sottolineare la riproducibilità del meccanismo di identificazione attraverso l’esclusione; e le conseguenze di lungo periodo della fase delle origini, in termini di “pratiche, culture e corpi” segnati da una distinzione divenuta vera e propria alterità antropologica.
Questo serbatoio di immagini rimane a disposizione di abusi ideologici e di strumentalizzazioni politiche che ne riattivino selettivamente le istanze; ma soprattutto tende a riemergere di fronte ad eventi traumatici o a trasformazioni strutturali, quando la ricerca di “extracomunitari immaginati” diventa strategia di autodifesa e di esternalizzazione di dubbi e debolezze.
La scelta di esaminare i versanti coloniale, antimeridionale e antisemita del processo di nazionalizzazione (e il loro ruolo nell’affermazione di un idea liberale e di una cattolica di nazione) consente a Nani di spiegare le dinamiche generali dell’identificazione per contrapposizione (e dei suoi riflessi nella polarizzazione politica); di indagare le peculiarità e i lasciti della fase delle origini, segnata dall’assillante problema della modernità e della prima globalizzazione; di fornire spunti euristici per capire l’attualità del senso comune neopatriottico.
L’africano, il meridionale e l’ebreo sono presenze reali a cui l’immaginario nazionale in formazione attribuisce tratti funzionali a far apparire per contrasto il proprio profilo di potenza civilizzatrice, europea e moderna. Questi confini definiscono un senso comune nazionale che nel Novecento si presta come vettore di sollecitazione emotiva ad alimentare contrasti violenti; e che sfocia in teorie e pratiche discriminatorie quando non persecutorie. Le minacce poste dagli intrecci della società postmoderna portano del resto gli italiani di oggi a riscoprire un noi collettivo i cui tratti risultano deformati dall’autocensura e dalla rimozione; e a riproiettare nel vu compra, nel terrone o nell’ebreo di turno le proprie ansie  più riposte.
La conclusione è che se non si può stabilire un nesso meccanico tra nazione e razzismo, pure non si può vedere in questo solo una deriva di quella, intesa come nucleo sano e virtuoso; né contrapporre schematicamente nazionalità civica e nazionalismo etnico: il processo europeo di nazionalizzazione ha prodotto storicamente “nemici” e “stranieri” che sono divenuti costitutivi della sua identità; e questo ha avuto conseguenze peculiari in Italia, dove mancava una concettualizzazione e sedimentazione dell’identità precedente alla fase più esclusiva e aggressiva dell’imperialismo. Ne è derivata la peculiare “curvatura nazionale del razzismo italiano” ossia la fissazione di confini prepolitici e ascrittivi che continuano a caratterizzare l’autopercezione della comunità, a prestarsi a  giochi di potere, a sfogarsi in modo violento (reale o simbolico) di fronte alle periodiche difficoltà.

2. Un primo livello di lettura del testo è quello delle fonti.
Nani infatti utilizza come osservatorio dei fenomeni socio-culturali che gli interessano il “mondo di carta” costituito dal giornalismo torinese dell’età umbertina.
Scelta significativa poiché l’identità nazionale si articola a partire da vie periferiche; ma anche perché la ex-capitale politica, che si candida a capitale industriale di inizio secolo e a capitale culturale positivista, non rappresenta solo un contesto regionale tra gli altri, bensì  una sorta di madrepatria della nazionalizzazione: piemontesi sono infatti il re e la sua corte, i vertici politici e amministrativi, gli ufficiali dell’esercito del nuovo stato unitario.
In questo laboratorio della modernità italiana giocano un ruolo importante i tre quotidiani subalpini: la “Gazzetta Piemontese” ( poi “Stampa”) di Roux, rappresentante della sinistra liberale;  la “Gazzetta del Popolo” di Bottero, che sceglie di cavalcare l’emergente Crispi, salvo poi abbandonarlo dopo i disastri africani; la “Gazzetta di Torino” di Calani, che prosegue la tradizione risorgimentale.
Nani mostra come essi combattano aspre schermaglie dialettiche, personali e politiche; ma anche come condividano un orgoglioso “manicheismo piemontesista” e  la difesa ad oltranza della mentalità borghese nazionalitaria, ricompattandosi ogni volta che la vedono minacciata (dopo Adua, ma anche nella crisi di fine secolo).
Altro terreno di incubazione e rielaborazione sono le riviste di cultura, dai fogli carloalbertini alla “Riforma Sociale” di Einaudi, che diffondono un cauto progressismo di stampo europeo; e,  soprattutto dopo il fallimento della via militare al colonialismo, propongono un nazionalismo “scientifico” che condiziona trasversalmente lo spettro politico.
O ancora i settimanali illustrati e quelli umoristici, che disegnano in modo grossolano i confini simbolici  della nazione, veicolando pregiudizi e preclusioni attraverso l’ampia diffusione e i paratesti; e la letteratura per l’infanzia, che lascia emergere in forma più esplicita e violenta le stesse istanze.
Nani dedica poi ampio spazio alla stampa cattolica: segue il percorso intransigente che dall’ “Unità Cattolica” porta all’ “Italia Reale” del 1896 (in cui confluisce anche il “Corriere Nazionale”, ex-“Corriere di Torino”) e di qui al “Momento” novecentesco; riprende la peculiare esperienza  della “Democrazia Cristiana”; ricorda il settimanale “La Voce Operaia”.
Anche in questo caso le differenze di impostazione non impediscono un retropensiero condiviso, che si appoggia soprattutto su un antimodernismo che si serve di espliciti messaggi antiebraici.
Infine si dà voce al “Grido del Popolo” e in generale ai giornali dell’area radicale e socialista: da un lato essi rappresentano l’unico residuo critico di fronte al conformismo patriottico; dall’altro però soggiacciono anch’essi  alle trappole di un linguaggio connotato prima ancora di essere ideologizzato.

3. Un secondo livello di lettura è quello che concerne il merito dei testi che animano il dibattito giornalistico.
Così, per quanto riguarda l’ambito coloniale, Nani ricorda lo spazio guadagnato dai temi africani dopo il 1869 (che significa Rubbettino ma anche Suez e Aida). Evidenzia poi il salto di qualità che si registra nelle cronache dopo Tunisi e Assab, con il diffondersi di una “retorica delle occasioni perdute”. Quindi ricorda i riferimenti alle glorie romane e alle necessità dell’emigrazione che animano il primo dibattito parlamentare sulle colonie, nel 1885,  fissando temi e modi che condizioneranno i 50 anni successivi.
Miti di lunga durata vengono rifiltrati dalle grandi esposizioni e dai romanzi esotici, ma anche e soprattutto dalle testate giornalistiche, che prima fanno a gara per bandire il primato patriottico e poi per sfogare l’ansia di rivincita.
La febbre coloniale si nutre e insieme sostanzia le ansie di potenza e di benessere, ma anche l’ ambizione di incarnare ed esportare la civiltà, che si riflette nei commenti sulla nascita della colonia eritrea (e per la verità anche nella storiografia coloniale successiva).
L’idea del dislivello culturale rispetto ai locali alimenta  una visione “sessualizzata” della colonia come terreno di conquista; ma ciò determina anche la sottovalutazione dell’avversario, che conduce all’episodio di Dogali. Ma né questo, rapidamente trasfigurato in “Termopili degli Italiani”, né gli scandali coloniali, altrettanto velocemente insabbiati, trasformano l’approccio degli italiani all’altro africano. Anzi il richiamo all’onore in pericolo non fa che consolidare il fronte coloniale e porta a superare gli scrupoli residui all’uso sistematico della violenza.
Certo non tutti condividono la linea di Crispi; ma nessuno mette in discussione “la presunzione di un differenziale di civiltà”. Le vittorie di Agordat e Kassala rianimano il fronte espansionista; i passi falsi di Amba Alagi e Macallè fanno solo aumentare i volontari nelle colonie.
Persino la tragedia di Adua viene deformata e inglobata dallo schema della gerarchia culturale: al di là dei dubbi militari e politici, gli italiani perdono perché sopraffatti dal numero e dalla ferocia del nemico, che assume un volto bestiale; dunque nessuna remora a domarlo e se necessario a reprimerlo con una forza compiacente della sua stessa moralità.
La sconfitta segna la fine politica di Crispi e Baratieri, nonché l’esaurimento della prima fase espansionista; ma lo smarrimento e la ricerca delle responsabilità non incrinano il raccoglimento patriottico e lo spirito revanchista dei liberali, ricompattati anche dalla nuova  minaccia intravista nel protagonismo popolare (unica voce fuori dal coro col suo “Viva Menelik”).
Il ripiegamento militare (comunque parziale, visto quanto avviene in Sudan e in Cina) modifica la strategia ma non i suoi presupposti ideali e culturali: rimossa la disfatta e spostata la mira sul nemico interno, gli italiani continuano a ritenersi, mostrarsi e proclamarsi superiori (e a trovare in questo approccio l’esorcismo delle proprie divisioni e debolezze). Nell’attesa di una nuova ondata espansiva, destinata a manifestarsi con la guerra italo-turca, essi coltivano velleità di evangelizzazione ed esplorazione che contribuiscono a ridefinire e ricalibrare il loro senso di distinzione.
La stampa rafforza e diffonde questa autorappresentazione, legando strettamente colonie e nazione e consolidando l’idea che qualunque anticolonialismo sia colpevole di leso patriottismo. Sia di fronte ai primi successi, che ancora di più dopo le sonore sconfitte, essa si stringe a sostegno della nazione, la cui controparte risulta inesorabilmente subordinata: prima perchè popolo da civilizzare, poi come branco di belve, in ogni caso come espressione di barbarie.

4. Nani passa poi a trattare della questione meridionale, rilevando come essa sia un fenomeno irriducibile ad altre forme di regionalismo diffuse nei paesi europei.
Egli ripercorre i momenti salienti della sua genealogia moderna, individuandoli nel 1848, nel 1861 (il paradosso di una unificazione che divide) e nel 1876.
Riporta poi le cronache della stampa torinese in occasione della protesta dei Fasci siciliani; degli scontri napoletani dopo Aigues-Mortes; del viaggio di Umberto I in Sardegna nel 1899. Ne scaturiscono tre profili che si fondono nel tessuto di un meridione simbolico, ricco di bellezze naturali e di aspetti pittoreschi, ma socialmente arretrato e sostanzialmente refrattario alla civiltà.
In particolare nei confronti della Sardegna, geograficamente e moralmente lontana ma da tempo legata al Piemonte, si alternano più registri: i sogni dell’isola incontaminata e il paternalismo verso il “buon selvaggio” sardo si alternano alle sparate contro la sua indole criminale e la delinquenza endemica (che portano a negargli qualunque soggettività politica); il sovrano, di cui si tacciono le responsabilità per aver lasciato in seconda fila questo possedimento, viene invece evocato nel suo potere taumaturgico di rappresentante del continente e della modernità, unico possibile salvatore di genti altrimenti disperate e in balia di qualunque complotto.
La crisi del 1898 viene accolta come una conferma dello schema bipolare, declinato secondo due principali modalità, che si vogliono entrambe scientifiche: da un lato c’è Niceforo con le sue tesi sulla ferinità (e inferiorità biologica) della razza meridionale (criticate da Colajanni, precisate in senso culturalista da Bersezio, approvate da Paola Lombroso); dall’altro Ferrero, che sul medesimo oggettivismo costruisce una teoria dell’Italia meridione d’Europa.
In ogni caso il sud diventa per la nascente opinione pubblica piemontese la metafora dell’arretratezza; lo spettro da esorcizzare per poter rivendicare una piena modernità; e insieme la tara con cui giustificare carenze e fallimenti.

5. Infine Nani indaga la comparsa e gli sviluppi sulla stampa cattolica torinese di un “problema ebraico”.
Egli ricorda le prese di posizione contro la terza repubblica di Gambetta e di fronte allo scandalo di Panamà; ma soprattutto il suo schierarsi al fianco di Drumont contro Zola in occasione dell’Affaire Dreyfus, contro gli ebrei “deicidi” e “inquinanti”.
In Italia lo stesso livore contro l’ebreo (profittatore e poi responsabile della modernità, che ha sconvolto l’età dell’oro della cristianità medievale) permea le accuse contro il risorgimento liberale e massonico; contro la politica, il giornalismo e la scuola caduti in perfide mani giudaiche; contro il socialismo, ultimo frutto avariato della velenosa infiltrazione ebraica.
Nani evidenzia come proprio su questo terreno si attui il passaggio dall’opposizione frontale allo stato alla rivendicazione di un proprio modello nazionale, basato sulla difesa della tradizione e della latinità e sulla contrapposizione tra il paese reale (rappresentato dalla massa dei fedeli) e quello legale (dominato dai giochi di potere e dalle degenerazioni morali, ascritte ad una genealogia  protestante-massonica-ebraica).
I casi locali e gli scontri elettorali si innestano in un ampio e profondo quadro mentale, in cui l’ebreo viene raffigurato sempre e comunque come carnale e affarista; in cui si replica l’accusa del sangue rituale e si deplora la vanità del sionismo; in cui si riproducono in varie declinazioni le due principali cornici simboliche antiebraiche: quella antica del deicidio  e quella moderna del complotto, collegate dall’idea della coazione a ripetere il delitto originario attraverso la persecuzione dei cristiani ( o la corruzione della coscienza europea).
E’ su questo terreno che anche sulla stampa subalpina si definisce la distinzione ma anche la non opposizione rispetto all’antisemitismo razzista, del quale si deplorano i modi incivili, senza però far mancare larghe giustificazioni e soprattutto un pieno riconoscimento delle sue basi pregiudiziali.
Nelle pagine di un Rocca d’Adria quindi si prospetta la strategia inclusiva della conversione come soluzione specificamente cristiana del “problema”; ma si mostra poi indulgenza verso scoppi di violenza considerati come legittima reazione alla perfidia ebraica.
La stampa cattolica, elemento centrale di una nuova strategia comunicativa tendenzialmente di massa, diventa laboratorio di riattivazione e ricombinazione di argomenti antiebraici, cui conferisce autorità e diffusione e che rende disponibili alla polemica politica.  

6. I primi due livelli del testo conducono il lettore a quello centrale, rappresentato dalle argomentazioni sulla nazionalizzazione italiana cui si è fatto cenno. Ma al di sopra delle tesi fondamentali del volume si possono identificare altri due livelli di astrazione, che rivelano la complessità del volume di Nani.
Le sezioni tematiche infatti si prestano a svolgere un bilancio di tre problemi centrali per la storia italiana ed europea, tracciandone un aggiornato quadro storiografico, ma anche avanzando tesi tutt’altro che sfumate.
In tema di colonialismo infatti, Nani si schiera con Del Boca e Labanca nell’interpretare il caso italiano come tutt’altro che arretrato o difettivo, bensì come parte integrante del fenomeno generale. Le specificità dettate dalla stretta continuità cronologica e simbolica col Risorgimento (l’impulso governativo all’impegno coloniale; la prevalenza della dimensione militare; il sincretismo teorico e pratico) non impediscono infatti all’Italia di sviluppare una vera e propria “cultura coloniale”, intesa non solo come esotismo da romanzo, né come ideologia politica, bensì prima di tutto come immaginario diffuso, alimentato ed esasperato dal linguaggio giornalistico. 
L’imperialismo diverso perché bonario e civilizzatore è solo un mito autoassolutorio, smentito dall’immagine costruita per gli africani, inesorabilmente condannati all’alterità e ad una inferiorità  irredimibile.
Né d’altronde, a parere di Nani, si possono comprendere i processi di nazionalizzazione dei vari paesi europei al di fuori della cornice complessiva fornita dal contesto imperiale, apogeo e insieme crisi del vecchio continente: come dimostra la pervasività di valori come il decoro, l’onore, il prestigio che innervano tanto il discorso patriottico che quello imperialista.
Parimenti Nani interviene nell’annoso dibattito sul meridionalismo, schierandosi a favore delle tesi revisioniste di “Meridiana”: la “questione meridionale” non sarebbe quindi tanto e solo un problema strutturale della nazione italiana, ma una tradizione politica e culturale (cioè un discorso ideologico) che a partire dal dato della diversità avrebbe costruito una contrapposizione simbolica che, sovrapposta e intrecciata con altre (vecchio-nuovo, città-campagna) avrebbe consolidato lo schema delle “due Italie”; a sua volta funzionale alla giustificazione della “scorciatoia italiana alla modernità”, violenze comprese (ed anzi benaccette).
Disegnare il profilo della nazione sullo schermo del mezzogiorno significa quindi coltivare un etnocentrismo di fondo e nascondere la difesa accanita di interessi di classe e di rendite di posizione dietro un’ideologia civilizzatrice di cui occorre smascherare il potenziale di intolleranza.
Nani peraltro insiste sul carattere sopranazionale, intertestuale e interattivo di questo vero e proprio “razzismo della latitudine”; e ne auspica uno studio di lungo periodo che, sfruttando più intensivamente le fonti giornalistiche, ne illumini la periodica riemersione e le varie reincarnazioni, fino al leghismo contemporaneo.
Infine il volume denuncia la drastica contrapposizione tra antigiudaismo cristiano e antisemitismo nazifascista, rilevando come la non sovrapponibilità tra i due paradigmi non significhi poi estraneità o incompatibilità: l’antisemitismo contemporaneo li comprenderebbe infatti entrambi a pieno titolo e in stretta contiguità geografica, cronologica e  simbolica.
Seguendo Miccoli, relatore della sua tesi di dottorato, Nani ripercorre i passaggi fondamentali della lettura cattolica della modernità secolarizzatrice come nemico supremo da combattere sul suo stesso terreno, quello della presenza sociale, e con i suoi stessi mezzi, tra cui appunto la stampa. 
Il contromito della cristianità politica medievale  diventa quindi lo scudo contro il mito moderno; e al suo interno gioca un ruolo fondamentale un antigiudaismo che intreccia vecchi argomenti teologici e nuove paure sociali.
Il riserbo ufficiale delle gerarchie e le differenze di stile e di tono interne al mondo cattolico non possono nascondere le voci discriminatorie diffuse nella diplomazia vaticana; né soprattutto la “nostalgia del ghetto” propria di pressoché tutta la base cattolica.
Quest’ultima viene continuamente alimentata e ridefinita dalla stampa popolare, laboratorio di un nuovo antigiudaismo che  aggiorna i propri stereotipi di lunga durata, traduce e incorpora quelli nuovi, contribuisce a crearne altri; garantendo a tutti una maggiore capillarità e rendendoli disponibili ad usi (e abusi) politici.
Anche la relazione con l’antisemitismo razzista novecentesco quindi appare a Nani (che segue qui Burgio) pienamente dialettica; e qualunque grezza comparazione che evidenzi solo le differenze risulta strumentale ad una riduzione-rimozione la cui efficacia non può nasconderne la pretestuosità.
Lo schema che mette in antitesi  inclusione-esclusione, distinzione-discriminazione, conversione-repressione non può infatti occultare lo sfondo comune costituito dalle già citate cornici, che definiscono nel tessuto quotidiano delle pratiche e delle rappresentazioni un “campo antiebraico” le cui varianti si sfumano di fronte al radicalmente altro, unico e comune nemico.
Piuttosto che le differenze sarebbero quindi le relazioni e le convergenze ad essere storicamente significative, nell’ambito di una comune identificazione degli ebrei come beneficiari, emblemi e infine registi occulti del “flusso modernizzatore della liberaldemocrazia” e di un “cosmopolitismo dissolutore della tradizione”.
A margine di questa riflessione sul razzismo, Nani inserisce anche acute considerazioni sul peculiare sincretismo nazional-cattolico che caratterizza l’Europa antinapoleonica della Restaurazione e poi gli stati ottocenteschi. In particolare in Italia esso non appare tanto come percorso opportunistico o strumentale, quanto come allestimento di un vero e proprio progetto cattolico di nazione, che dal populismo di Taparelli d’Azeglio e don Bosco passa attraverso Manzoni e vive proprio in età umbertina una fase decisiva, che pone le basi del moderatismo gentiloniano e poi del clima concordatario.

7. Un ultimo livello di lettura di questo volume risiede nella sua ampia e articolata trattazione dei meccanismi antropologici del razzismo moderno.
Nani insiste in più punti sulla necessità di analizzare i meccanismi dell’alterità in termini di costruzione sociale (che non significa invenzione arbitraria, né operazione meramente strumentale); in chiave relazionale e sulla lunga durata.
Le rappresentazioni dicotomiche sono un modo di surrogare le fatiche dell’analisi; esse poi si diffondono tramite la comunicazione sociale e infine si sedimentano come stereotipi nel senso comune e nel linguaggio ordinario.
Ogni mappa mentale risulta quindi caratterizzata da pregiudizi latenti che  rappresentano un serbatoio di risorse retoriche a buon mercato (utilissime soprattutto in contesti di incertezza) e insieme la posta in gioco del dibattito culturale in senso lato.
Contingenze politiche, conflitti sociali e mode intellettuali fanno riemergere questi luoghi comuni, li articolano e combinano, li rideclinano rendendoli disponibili ad una opinione pubblica autoreferenziale.
Come rilevato da Lippmann prima e da Habermas poi il ruolo della stampa di fine Ottocento è fondamentale nel recuperare, raccogliere, riarticolare gli spunti della piazza, fissando l’agenda della discussione pubblica e creando circolarità, contaminazioni,  risonanze che rendono fluido il repertorio degli argomenti spendibili.
D’altronde essa semplifica fino a banalizzarle le considerazioni più sfumate, facendosi  vettore di slogan di facile presa e di forte potere strutturante sulle rappresentazioni individuali e collettive.Non è un caso che, come ricorda Nani, termini come “stereotipo” e “clichè” derivino dal lessico giornalistico.
Dunque “gli stereotipi articolano in enunciati e sostanziano in immagini le credenze elaborate dai discorsi discriminatori, che a loro volta rappresentano la connessione dei diversi stereotipi in una narrazione d’insieme” (p.186).
E’ lo sguardo occidentale moderno, organizzato e condizionato dalle strutture mentali veicolate dai media, a trasformare le differenze in stereotipi di alterità; ed essi si autoalimentano di conferme trovate perché cercate in termini predeterminati dall’approccio.
Numerosi sono peraltro gli attori di questo processo; i contesti e le occasioni; così come le conseguenze, più o meno volontarie. Nani dimostra di aver ben chiaro che esistono filtri tra l’enunciazione di una classificazione, la formazione di uno stereotipo gerarchizzante,  la definizione di una cultura discriminante e la pratica della violenza repressiva; insiste sulla lunga durata degli stereotipi e sulla loro continua ricontestualizzazione; ed esplicita la differenza tra i meccanismi che veicolano inconsapevolmente una mentalità e l’abuso politico degli stessi.
Recupera quindi le canoniche riflessioni di Simmel sullo ”straniero”; paga il necessario tributo alle scienze sociali contemporanee (da Geertz a Bourdieu); non esita  ad abbracciare il neomarxismo postcoloniale attraverso Hobsbawm, Said, Wallerstein.
Ma mi piace sottolineare altri riferimenti, senz’altro più originali: il Mosca teorico della nazionalizzazione per contrasto (autore con cui il libro si apre e si chiude); il Flaubert che fa l’inventario dei luoghi comuni ottocenteschi senza potersene tirar fuori; e soprattutto il Gramsci dei Quaderni dal Carcere visto come teorico del senso comune, “grado zero” della cultura di massa, “folclore della filosofia”, primo e decisivo “campo di battaglia per l’egemonia”.
E’ da questo magma disorganico ma “avido di certezze”, vettore di conservazione per inerzia sociale prima che per intento ideologico, che germinano quelle “frasi fatte che si impadroniscono di noi” individuate da Klemperer alla base del nazismo. Nani  si preoccupa di collocare la nazione al centro di questo immaginario, codice nascosto della retorica politica e matrice della violenza simbolica che ha avvelenato il secolo scorso; ma anche tentazione che sembra riproporsi oggi in una condizione di incertezza in cui prosperano i pensieri predigeriti e i giudizi lapidari..

8. Ai confini della nazione è un libro coraggioso e ambizioso.
Non esita, come troppo spesso fanno i giovani studiosi di oggi, ad affrontare di petto i grandi problemi interpretativi.
Si ha tuttavia l’impressione che la ricerca, nata come lavoro di dottorato, abbia un po’ risentito della compressione a cui l’ha probabilmente costretta la veste editoriale.
La ricerca sulle fonti è talvolta messa in ombra dal discorso generale, con il rischio di farne perdere lo spessore e di lasciar filtrare quello che si cercava piuttosto di quel che si è trovato.
Qualche dubbio solleva anche la tripartizione tematica, di cui non si giustifica l’ordine e che configura una complanarità che non appartiene agli oggetti. Particolarmente equilibrata mi sembra la parte sul colonialismo; meno convincente, perché meno articolata, quella sull’antisemitismo, di cui pure l’autore è tra i più autorevoli studiosi.
Resta inoltre insoddisfatta l’esigenza di cogliere omologie e peculiarità della stampa socialista, che viene più volte evocata, ma poco analizzata.
Nonostante queste sbavature, c’è da augurarsi che il libro contribuisca a rianimare gli studi sull’età umbertina come importante laboratorio della nazionalizzazione (e delle sue deformazioni); e che l’autore continui in quella trattazione a tutto campo del tema che ha già prodotto saggi di valore (su “Storica” e “Novecento”).

 



DOI: http://dx.doi.org/10.13128/Cromohs-15518



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