Cromohs 2007 - Chiocchetti - L'editoria scientifica online tra proposte culturali, soluzioni tecnologiche e modelli economici. Un caso esemplare: History Compass

L'editoria scientifica online tra proposte culturali, soluzioni tecnologiche e modelli economici. Un caso esemplare: History Compass

Filippo Chiocchetti
Università del Piemonte Orientale - Vercelli
F. Chiocchetti, "Review of History Compass", Cromohs, 12 (2007): 1-9
< URL: http://www.cromohs.unifi.it/12_2007/chiocchetti_hcompass.html >

Un progetto innovativo

1. Nella vasta offerta di riviste scientifiche pubblicate dalla casa editrice inglese Blackwell e disponibili anche online, History Compass presenta caratteristiche del tutto particolari[1]. Si tratta di un e-journal “puro”, privo cioè della corrispondente versione cartacea, appartenente – con altre sei riviste “gemelle” – a una iniziativa editoriale lanciata nel 2002 e denominata Blackwell Compass.
Compass è infatti un concept applicato anche ad altre discipline (filosofia, religione, letteratura, linguistica, geografia, sociologia, a breve anche psicologia e scienze dell’educazione), ognuna delle quali ha a disposizione una rivista-portale[2]. È difficile, in effetti, trovare una locuzione adatta per definire questo tipo di prodotto editoriale, che utilizza il web per proporre un superamento del concetto tradizionale di rivista. Si caratterizza per l’ampiezza dell’orizzonte cronologico (comprende tutte le epoche storiche, senza esclusioni[3]), per l’elevato numero di articoli pubblicati annualmente (un centinaio circa), per la rapidità – tipica delle riviste elettroniche – con la quale i contributi arrivano alla pubblicazione. La sua principale peculiarità risiede però nel fatto di rivolgersi a un pubblico trasversale, pur restando saldamente ancorata alle norme che garantiscono la serietà di una pubblicazione accademica. History Compass si propone come uno strumento utile tanto per la ricerca quanto per l’insegnamento: “Articles [...] are aimed at a mixed audience of undergraduates, graduates and faculties”[4].
I testi pubblicati sono rassegne (gli articoli di ricerca sono esclusi programmaticamente), concepite come introduzioni di elevato profilo scientifico a un tema o problema storiografico. L’esposizione deve essere comprensibile anche da un non specialista: è questo il tratto distintivo di History Compass, che intende così favorire la disseminazione dei dibattiti più recenti nel circuito delle idee. Uno studioso interessato a conoscere gli ultimi sviluppi del dibattito storiografico su un tema che esula dal suo ambito specialistico, un docente intenzionato ad ampliare i contenuti della sua didattica, uno studente che costruisce una bibliografia su un tema che non padroneggia sono tre esempi di lettori ai quali questa rivista si rivolge.
Accanto agli articoli veri e propri, History Compass ospita anche le Teaching and Learning Guides: sono strumenti didattici collegati ad alcuni degli articoli già pubblicati, in cui gli stessi autori propongono domande per approfondire determinati aspetti e suggeriscono letture ulteriori, sotto forma di bibliografie e di links a siti web.

Linee e tendenze editoriali

2. History Compass è divisa in nove sezioni, organizzate su base geografica anziché cronologica (Africa, Asia, Australasia & Pacific, Britain & Ireland, Caribbean & Latin America, Europe, Middle & Near East, North America, World). Una tale suddivisione, certamente opinabile, può essere interpretata, in mancanza di spiegazioni esplicite, come una volontà di fare della rivista una tribuna per la cosiddetta World History. Confermerebbero questa tendenza la costante attenzione al tema del dialogo tra culture, la copertura geografica pressoché unica per ampiezza, la presenza stessa di una sezione (“World”) appositamente dedicata a dibattiti teorici e interdisciplinari o a temi la cui prospettiva esula dai pur vasti limiti regionali. Il maggior numero di articoli è comunque racchiuso nelle tre sezioni dedicate a Europa, isole britanniche e Nordamerica, che contano approssimativamente il 60% del totale delle pubblicazioni. Questo dato quantitativo va tenuto in conto per riequilibrare le considerazioni precedenti.
La direzione scientifica della rivista è affidata a un comitato di editors, guidati dall’Editor-in-chief Mark Kishlansky, docente a Harvard e studioso della storia politica inglese del Seicento. Gli editorial boards delle diverse sezioni sono formati da studiosi appartenenti al mondo accademico anglofono. Le aree maggiormente rappresentate sono quelle britannica e nordamericana. La redazione è completata da due australiani, un nigeriano e un sudafricano; uno studioso belga è l’unico non anglofono presente. Gli statunitensi sono 14 su 23; ma considerando come indicatore preminente l’università di appartenenza piuttosto che la nazionalità, salgono a 16. È evidente nel complesso la prospettiva anglocentrica: ed è, possiamo dirlo, un limite. È invece  maggiormente comprensibile che una rivista non specialistica e rivolta a un vasto pubblico adotti la lingua franca del nostro tempo, l’inglese, rinunciando al multilinguismo.
Nel luglio 2007 sono usciti i primi due Virtual Issues, dedicati rispettivamente a The British World e a Aspects of Early Native American History. Essi racchiudono articoli tratti da diversi fascicoli e organizzati su base tematica. History Compass si pone come autentico laboratorio sperimentale della comunicazione multimediale: l’esperimento dei Virtual Issues appare senz’altro interessante, benché non si tratti della pubblicazione di contributi inediti, ma solo della riedizione di articoli già pubblicati in nuova cornice che suggerisce un filo conduttore, una chiave di lettura unitaria. Questa tendenza potrebbe evolvere in futuro verso la realizzazione di numeri monografici, in grado di offrire una più chiara immagine dell’impostazione scelta dalla rivista come propria linea editoriale.

3. In cinque anni – il lancio risale al 2003 – History Compass è diventata una voce sempre più seguita e ha vissuto una notevole crescita. A partire dal 2006, la lunghezza media dei cinque fascicoli pubblicati annualmente è cresciuta fino a 300-400 pagine, praticamente raddoppiando la foliazione rispetto ai numeri precedenti. Le prime tre annate non riportavano una suddivisione in “fascicoli” (un termine che possiamo adottare, a patto di renderci consapevoli della sua problematicità nel contesto della rete), ma solo la data di pubblicazione del singolo articolo. Imitando questa caratteristica delle pubblicazioni cartacee, si è voluto forse “rassicurare” il lettore più scettico nei confronti della rete sul carattere effettivamente scientifico della rivista. Nonostante ciò, gli articoli – non appena pronti – vengono immediatamente pubblicati nella sezione OnlineEarly Articles, in attesa di essere inseriti nel successivo numero della rivista. I lettori possono dunque leggere e utilizzare senza ritardi questi contributi; possono perfino citarli a loro volta, servendosi del DOI (Digital Object Identifier). Si tratta di uno standard, gestito dall’International DOI Foundation, che assegna a qualsiasi oggetto digitale – in questo caso un articolo – un numero, il quale rimane definitivamente legato a quell’oggetto a prescindere dalla sua collocazione (a differenza di un URL). Per far accettare questa novità al pubblico l’editore tenta di rendere pacifico l’utilizzo del DOI, divulgandone il concetto dalle pagine del sito[5]. La società americana John Wiley and Sons, un grande gruppo editoriale che ha recentemente acquisito Blackwell Publishing, è impegnata su questo versante anche tramite l’adesione a CrossRef. Quest’ultima è un’associazione no-profit formata da un consorzio di editori, il cui obiettivo è sviluppare un sistema di collegamento ipertestuale (reference linking) che identifichi in modo univoco ogni articolo attraverso un codice DOI. Il sistema adottato da CrossRef rende possibile il link dalla citazione bibliografica al testo completo dell’articolo, mantenendo il collegamento anche in caso di cambiamento di indirizzo URL. Grazie a un successivo accordo con Google è stato realizzato CrossRef Search, che consente di ricercare gratuitamente, utilizzando le maschere di ricerca presenti nei siti degli editori partecipanti all’iniziativa, il full text di migliaia di riviste: ogni citazione bibliografica presente negli articoli è linkata, utilizzando il sistema DOI, all’articolo citato, che diventa così immediatamente recuperabile anche se è pubblicato su periodici di altri editori (ovviamente se appartiene a una rivista sottoscritta dalla propria biblioteca)[6].
La strada dell’innovazione, dunque, è stata ormai imboccata con decisione. L’offerta di History Compass include anche un blog che segnala, oltre alle notizie “interne” relative alla rivista, novità riguardanti premi accademici o conferenze. Recentemente sono stati aggiunti nuovi formati multimediali: i podcast, sorta di registrazioni sonore scaricabili da Internet sul proprio computer ed eventualmente su un riproduttore di files musicali. Si tratta di un formato che sta guadagnando terreno anche nella comunicazione universitaria, per diffondere lezioni, conferenze, interviste, commenti: nel caso di History Compass (prima delle riviste del gruppo a lanciare questa sperimentazione) è stato finora utilizzato due volte, per trasmettere la registrazione di un approfondimento sotto forma di dialogo tra due studiosi. Gli autori degli interventi in voce sono specialisti della materia, così come avviene per gli articoli; a differenza di questi ultimi, il cui costo unitario – per i non abbonati – corrisponde a 29 sterline, i podcast sono invece scaricabili gratuitamente.

I costi dell’accesso

4. Evidentemente non esiste ancora un mercato dei podcast alla stessa stregua di un mercato degli articoli scientifici: la diffusione gratuita va vista pertanto come l’opzione commerciale che l’industria editoriale adotta per promuovere un nuovo canale comunicativo.
Il problema dei costi è peraltro assai delicato: sostenere il costo degli abbonamenti ai periodici sta diventando sempre più difficile per le biblioteche universitarie. Un prodotto innovativo come History Compass è proposto dal suo editore utilizzando strategie di marketing anche piuttosto aggressive ma di sicuro non agendo sulla leva del prezzo, che è assai elevato.
L’abbonamento annuale per il 2008 a History Compass costa 444 sterline (nel 2007 costava 415 sterline, e 395 sterline nel 2006). Le altre versioni sono proposte allo stesso prezzo, tranne Geography Compass che costa 530 sterline. La Compass Collection (History Compass, Literature Compass e Philosophy Compass) viene offerta a un prezzo scontato del 25%: 996 sterline (930 sterline nel 2007, 900 sterline nel 2006). Sia per l’abbonamento singolo sia per quello cumulativo, le tariffe sono aumentate di oltre il 10% in due anni. Queste cifre non si riferiscono agli Stati Uniti, per i quali si applica un listino (in dollari) leggermente diverso. Con gli abbonamenti per il 2008 è stata introdotta una novità riguardante i paesi in via di sviluppo, che beneficiano di una tariffa speciale, pari alla metà del prezzo di listino.
Altre riviste storiografiche edite da Blackwell, come History and Theory o Renaissance Studies, hanno un costo annuo che si aggira attorno alle 200 sterline, comprensivo della doppia versione, cartacea e telematica. I singoli articoli possono essere acquistati a 26 dollari. La politica di prezzo adottata per le riviste tradizionali è dunque molto diversa. Per tentare un confronto con un altro editore, consideriamo una delle più autorevoli riviste edite da Oxford University Press: Past & Present è venduta in abbonamento a 137 sterline (o 206 Euro)[7].
History Compass si colloca dunque in una fascia di prezzo molto più elevata. Evidentemente ciò conferma che è illusorio pensare che l’abbandono del formato a stampa per quello elettronico possa automaticamente ridurre i costi. La transizione è comunque in atto, e i modelli di business adottati nel passaggio al digitale – così sintetizzati in una recente indagine sul mercato dell’editoria scientifica – sono molteplici:
“La vendita di periodici su abbonamento è oggi stata sostituita dalle aggregazioni di articoli scientifici, un tempo dispersi in molti periodici, che sono commercializzati nei modi più vari. Sono stati contati almeno tredici modelli di prezzo, che vanno dall’abbonamento cartaceo + una percentuale aggiuntiva per la versione elettronica (print + electronic) al suo contrario (electronic + print), dal canone annuale calcolato sulla base delle dimensioni dell’utenza o del numero degli utenti simultaneamente collegati alla base di articoli oppure ancora al canone annuale per una quota prestabilita di articoli scaricabili o di titoli elettronici”[8].

5. In Italia, allo stadio attuale, è evidente come vi sia tuttora un impegno ridotto su questo terreno da parte dei maggiori editori. Il Mulino con Rivisteweb offre una piattaforma per l’accesso ai contenuti digitali: anche in questo caso è possibile l’acquisto dei singoli articoli, imboccando la stessa strada che nel settore STM (scienze tecnologie medicina) ha ormai condotto alla destrutturazione delle riviste, trasformate in banche dati di articoli. Il modello economico concepito dal Mulino prevede l’acquisto del singolo articolo al costo di 6 Euro, con esclusione dell’annata corrente. Franco Angeli adotta a sua volta una politica di prezzo decisamente più favorevole all’utente rispetto agli esempi suddetti, offrendo, al prezzo di 13 Euro, un credito per il download di sei oppure di tre articoli, a seconda che l’acquirente sia o non sia già abbonato a un’altra rivista dello stesso editore[9].
L’avvento del digitale si è dunque rivelato tutt’altro che un sistema ideale per abbattere costi di produzione e prezzi finali, deludendo forse alcune delle aspettative sorte nella sua fase pionieristica. Le novità introdotte dalla rete configurano nuovi assetti editoriali e di mercato, nelle cui pieghe possono emergere aspetti negativi, come nuove disparità e disuguaglianze di accesso, con i quali il fenomeno del digital divide si manifesta anche nel côté della comunicazione scientifica[10].
Non si può non sottolineare come questa realtà abbia determinato la nascita di un movimento volto a incentivare lo sviluppo di nuovi canali per la pubblicazione scientifica. Mi riferisco all’open access, e in particolare all’OAI (Open Archive Initiative), un modello editoriale che tende al superamento del ruolo degli editori commerciali, prevalentemente mediante la creazione di archivi istituzionali nei quali depositare le pubblicazioni scientifiche e accademiche prodotte nell’ambito di ciascun ateneo. Stiamo parlando di realtà consolidate, ormai ampiamente uscite dalla fase sperimentale, alle quali guardare con simpatia oltre che con attenzione; senza tralasciare, però, di mostrare altrettanta attenzione per il ruolo che alcuni grandi editori continuano a svolgere, rischiando e innovando.

L’esplorazione dei contenuti

6. Di grande interesse sono anche le soluzioni tecnologiche adottate. In quanto frutto maturo dell’editoria scientifica digitale, History Compass ha beneficiato dei più recenti sviluppi del settore. Con le versioni elettroniche delle altre riviste edite da Blackwell condivide una serie di utili funzioni: elenco degli articoli più letti o più citati, possibilità di memorizzarli nel proprio profilo utente, invio tramite e-mail degli indici della rivista. Le funzioni di personalizzazione proposte in Compass sono però ancora più avanzate: nella sezione MyCompass gli utenti registrati possono creare una lista degli articoli più interessanti e creare uno spazio di lavoro digitale da condividere con studenti e colleghi.
Nell’architettura dell’informazione propria delle pubblicazioni telematiche, alcune soluzioni innovative acquistano un ruolo e un peso decisivi: tra queste assume particolare rilievo l’utilizzo di metadati. Nel caso di History Compass, a ogni articolo sono associate informazioni aggiuntive (Sections, Subjects, Places, Periods, Key Topics), che permettono non solo di contestualizzarne meglio il contenuto, ma anche di creare implicitamente dei collegamenti tra gli articoli che condividono gli stessi metadati. Ciascun articolo è accompagnato dai link ad altri cinque contributi: i “Top 5 related articles”, selezionati automaticamente sulla base dei metadati in comune.
In un prodotto come questo, ormai dotato di un archivio di centinaia di articoli corredati di metadati, la possibilità di effettuare una ricerca automatizzata assume notevole importanza. Significativamente, nella già citata lettera di presentazione il direttore, Mark Kishlansky, insiste – oltre che sul superamento delle tradizionali barriere di spazio (limitata mole dei fascicoli e quindi del numero dei contributi) e tempo (ritardi dovuti all’esigenza di rispettare la cadenza di pubblicazione) – sulla “search engine integration” come fattore caratterizzante di History Compass.
Utilizzando il motore di ricerca interno, l’utente può condurre una ricerca per parole chiave su titolo, autore, abstract o full text. I metadati consentono successivamente di navigare all’interno della pagina dei risultati, che vengono raggruppati per cluster nel frame di destra. In questo modo è possibile anche effettuare una ricerca interdisciplinare: sono infatti disponibili links agli articoli di altre riviste Compass che condividono le stesse parole chiave.
Il motore di ricerca necessita però di una messa a punto, che consenta di integrare in un’unica interfaccia funzioni che al momento sono separate. Per effettuare ricerche nell’intero archivio delle riviste di Blackwell, o in CrossRef, è infatti necessario uscire dal sito di Compass ed entrare in quello dell’editore[11]: una inutile complicazione che rende meno efficace la fruizione del servizio, innalzando altresì barriere disciplinari che andrebbero al contrario abbattute.

L’integrazione nella rete

7. Alle significative – benché migliorabili – opzioni offerte per la ricerca interna al sito corrispondono interessanti aperture verso quella esterna, da analizzare nella prospettiva del rapporto tra ipertestualità debole e ipertestualità forte, per citare un concetto espresso da Rolando Minuti[12]. Tale nozione problematizza la polarità che si viene a creare tra l’architettura di un prodotto ipertestuale in sé concluso (che potrebbe anche non avere la rete come suo ambiente naturale – è il caso dei primi cd-rom) e il reticolo di relazioni che tale prodotto eventualmente instaura con altri (iper-)testi. Nel primo caso i links ne sono il tessuto connettivo; nel secondo lo mettono in connessione con il resto del web mediante rimandi esterni. Ciò che va sottolineato è che al di fuori di un testo esistono solo materiali discreti, eventualmente organizzabili in testi secondo una logica che non è preesistente all’intervento autoriale di chi progetta l’ipertesto. In entrambi i casi, dunque, il percorso del lettore è predeterminato da chi ha progettato i collegamenti ipertestuali, interni o esterni che siano.
L’esplorazione libera e soggettiva della rete, resa possibile principalmente dalla comparsa dei motori di ricerca, ha però creato un terzo livello, essenzialmente diverso e qualitativamente più importante, di ipertestualità: un livello mutevole, instabile e perciò creativo e fortemente capace di esaltare un approccio individuale, a differenza degli altri tipi di ipertestualità.
History Compass ci offre la possibilità di esaminare come queste opportunità si possano declinare concretamente, da un duplice punto di vista. Vorrei richiamare in primo luogo l’attenzione su un elemento a prima vista trascurabile: una pagina della rivista, intitolata “Optimising Your Abstract for Search Engines”, che offre agli autori alcuni suggerimenti su come scrivere abstracts più efficaci, così da rendere maggiormente accessibili i loro lavori al grande pubblico[13]. Il titolo e l’abstract di ciascun articolo sono infatti liberamente disponibili anche per i non abbonati e vengono indicizzati da Google e da Yahoo!: seguendo i consigli proposti aumentano le possibilità che nei risultati dei motori di ricerca compaiano ai primi posti gli articoli di History Compass. Interessante è la considerazione svolta in quella sede, secondo la quale il numero di visualizzazioni o di downloads si avvia a diventare un indicatore dell’impact factor di una pubblicazione. Com’è noto, l’impact factor è un criterio che consente di attribuire un punteggio ai singoli lavori scientifici, applicando parametri che tengono conto sia della sede di pubblicazione ossia del prestigio della rivista, sia del numero di citazioni ossia della diffusione del lavoro e quindi dell’apprezzamento da parte della comunità scientifica. Il suo campo di applicazione riguarda principalmente le hard sciences, soprattutto nel settore biomedico: non mancano però le resistenze al suo utilizzo, particolarmente nette tra le discipline accademiche a forte base matematica[14].
Nelle discipline umanistiche, soprattutto in ambiti non anglofoni, mancano sistemi accettati di valutazione dei prodotti della ricerca riconducibili alle metodologie proprie dell’impact factor, perciò l’eventuale adozione di un criterio simile costituisce un punto assai delicato e problematico[15]. Non tutti gli osservatori sono convinti che introdurre in ambito umanistico criteri analoghi all’impact factor (tra l’altro oggetto di ripensamenti e critiche anche nel contesto di applicazione originario, soprattutto in quanto operato in regime di monopolio da ISI Web of Knowledge) contribuirebbe a migliorare la qualità complessiva della produzione scientifica[16].

8. Per quanto concerne il caso specifico che qui trattiamo, concedere sic et simpliciter agli utenti del web (tramite le statistiche d’uso di motori di ricerca “generalisti”, come Google) di determinare, senza alcun filtro, le gerarchie di rilevanza delle pubblicazioni accademiche è un chiaro azzardo. Il criterio utilizzato per generare il ranking (la “link popularity”) è per principio estraneo al concetto di rilevanza scientifica. Lo stesso PageRank di Google, per quanto sofisticato, non è stato tarato sulle esigenze della comunità scientifica (senza considerare il fatto che esso è coperto da brevetto e dunque i criteri in base ai quali si forma il ranking restano sconosciuti agli utenti). L’applicazione di tali meccanismi tipici dei search engines – anche dei più evoluti – a un indice di risorse non selezionate significherebbe riprodurre in ambito scientifico quelle distorsioni che generalmente si rimproverano ai motori stessi.
In un contesto in cui, al contrario, la completa digitalizzazione di tutte le riviste disponibili fosse ormai un dato acquisito (dato, questo, che prevede un trionfo definitivo del movimento open access, ancora assolutamente di là da venire), un sistema di analisi citazionale, in grado di tenere conto delle strategie di lettura degli utenti, potrebbe rivelarsi utile.
La premessa indispensabile è però la costruzione di un unico ambiente di ricerca automatizzata, nel quale l’utente possa attingere compiutamente a quel livello di ipertestualità profonda, interattiva e “programmabile” dall’utente, a cui si è accennato. Tornando ora a History Compass, proprio questo meccanismo era stato saggiato offrendo al lettore un’opzione, denominata Selected Journal Abstracts, che è stata in seguito abbandonata senza peraltro fornire motivazioni. Essa consentiva la consultazione diretta degli indici delle principali riviste appartenenti allo stesso settore disciplinare, scelte dagli editors di ciascuna sezione di History Compass; inoltre, prevedeva addirittura la possibilità di effettuare ricerche non solo sui contenuti di Compass, ma anche sugli abstracts degli articoli di quelle riviste. Tale funzione avrebbe potuto creare un unico ambiente di ricerca, estremamente potente e versatile, con accesso diretto al full text delle riviste maggiormente consultate e rappresentative (se sottoscritte dalla biblioteca dell’utente – a patto, dunque, di un investimento economico volto a garantire all’utente completezza di accesso alle più rilevanti voci del dibattito scientifico). Benché ora non sia più operativa, andava senz’altro nella giusta direzione, valorizzando ulteriormente la finalità di orientamento propria della rivista: dopo aver proposto la sintesi di un argomento, essa poneva il lettore in condizione di svolgere l’operazione inversa, confrontandosi con la letteratura disponibile.

Conclusione

9. Questo progetto è nato per creare un nuovo spazio editoriale, adottando modalità impensabili con il formato cartaceo, e che neppure i vari formati digitali online finora sperimentati per i periodici telematici avrebbero consentito; ha concentrato e messo creativamente in opera caratteristiche preesistenti che, una volta riunite, hanno acquisito un’efficacia e un modo di funzionamento del tutto originali. Tramite questa iniziativa, il web si arricchisce così di una nuova pubblicazione, che per contenuti e linea editoriale va a collocarsi in un nuovo segmento, privo di alternative ma anche di punti di riferimento. Il nome scelto per la rivista rispecchia con esattezza il ruolo di orientamento che essa svolge, proponendosi come uno strumento con cui tracciare rotte nel mare degli studi storici (e umanistici in generale – sarebbe anzi interessante scoprire quale versione di Compass abbia incontrato tra gli studiosi il maggior favore, in termini di abbonamenti, di citazioni ecc.).
Il successo di History Compass appare solido e indiscutibile, a giudicare dai calorosi apprezzamenti rivolti da alcuni utenti e pubblicati nelle pagine stesse del sito; resta tuttavia ancora da dimostrare se, come tali testimonianze suggeriscono, essa sarà in grado di soppiantare riviste forti di una tradizione pluridecennale. Senz’altro, mettendo in campo un prodotto contraddistinto da una progettazione accurata e dall’impiego di grandi risorse, nonché da una forte propensione all’innovazione, History Compass sta spostando in avanti i punti di riferimento degli e-journals concorrenti e, così facendo, ridisegna gli standard dell’editoria scientifica intesa nella sua globalità.

Note

[1] <http://www.history-compass.com/>. Da non confondere con il sito <http://www.historycompass.com/>, che nulla ha a che fare con l’iniziativa di cui discutiamo, nei confronti della quale pare piuttosto un tentativo di plagio già a partire dal simbolo, una stilizzata rosa dei venti che ricorda quella adottata da Blackwell.

[2] Occorre precisare che l’utilizzo delle riviste della serie Compass è reso meno agevole dal fatto che il sito di ciascuna rivista non corrisponde allo spazio telematico in cui sono archiviati gli articoli. Questi ultimi risiedono nella piattaforma Blackwell Synergy, dalla quale è peraltro possibile esplorare i contenuti di tutte le riviste Blackwell, incluse le singole riviste Compass. Questa duplicazione dei punti di accesso comporta talune difficoltà nella fruizione. Per esempio, la visualizzazione del contenuto integrale di ciascun fascicolo non avviene tramite quella che dovrebbe essere la Home page: <http://www.history-compass.com/>, ma solo dalle pagine di Blackwell Synergy dedicate a History Compass: <http://www.blackwell-synergy.com/loi/hico>. Un altro limite riguarda le funzioni di ricerca interna al sito, come vedremo in seguito.

[3] Generalmente il periodo trattato non è però anteriore al Medio Evo: sulla storia antica e sulla preistoria ho individuato complessivamente non più di sette articoli.

[4] Mark Kishlansky, Letter from the Editor, <http://www.blackwell-compass.com/home_history_editor_letter>.

[5] <http://www.blackwell-synergy.com/page/onlineearly>.

[6] <http://crossref.org/crossrefsearch.html>.

[7] L’adozione di tre valute diverse (sterline, dollari e Euro) rende i profili tariffari difficili da confrontare.

[8] G. Vitiello, L’editoria universitaria in Italia, “Biblioteche oggi”, aprile 2005, pp. 42-43, <http://www.bibliotecheoggi.it/2005/20050303401.pdf>.

[9] Una sintesi ampia e informata in G. Vitiello, Il mercato delle riviste in Scienze umane e sociali in Italia, “Biblioteche oggi”, gennaio-febbraio 2005, pp. 56-66, <http://www.bibliotecheoggi.it/2005/20050105601.pdf>. Cfr. inoltre N. Cavalli, Editoria scientifica: la transizione al digitale. Università, biblioteche e case editrici di fronte ad un sistema in evoluzione, tesi di dottorato in Società dell’Informazione-Progetto QUA_SI, Università degli Studi di Milano-Bicocca, Ciclo XIX (II), anno accademico 2005/2006, tutor Guido Martinotti, <http://eprints.rclis.org/archive/00011012/01/tesi_dottoratoQUASI_Cavalli_def.pdf>.

[10] Cfr. L. Sartori, Il divario digitale. Internet e le nuove disuguaglianze sociali, Bologna, il Mulino, 2006.

[11] Cfr. nota 2.

[12] R. Minuti, Internet e il mestiere di storico. Riflessioni sulle incertezze di una mutazione, “Cromohs”, 6 (2001): 62, <http://www.cromohs.unifi.it/6_2001/rminuti.html>.

[13] <http://www.blackwell-compass.com/home_author_optimising>.

[14] A. Figà-Talamanca, L’Impact Factor nella valutazione della ricerca e nello sviluppo dell’editoria scientifica, IV Seminario del Sistema Informativo Nazionale per la Matematica. SINM 2000: un modello di sistema informativo nazionale per aree disciplinari, Lecce, 2 ottobre 2000, <http://siba2.unile.it/sinm/4sinm/interventi/fig-talam.htm>, è la più nota – e anche la più critica – analisi dell’applicazione dell’impact factor alla valutazione della ricerca. Da segnalare anche il recente intervento di Eugene Garfield, ideatore nel 1955 dell’impact factor e fondatore dell’Institute for Scientific Information: E. Garfield, The Agony and the Ecstasy: The History and Meaning of the Journal Impact Factor, International Congress on Peer Review and Biomedical Publication, Chicago, September 16, 2005, <http://garfield.library.upenn.edu/papers/jifchicago2005.pdf>. Va precisato che Garfield, il quale pensò lo Science Citation Index come strumento per migliorare la diffusione dei risultati della ricerca, ha sempre espresso la propria contrarietà all’utilizzo dell’impact factor come strumento di valutazione della ricerca. Cfr. anche N. Cavalli, Editoria scientifica cit., p. 148.

[15] D’altro canto, a quanto pare nel Regno Unito il sistema di valutazione del sistema universitario, basato sul RAE (Research Assessment Exercise), dovrebbe essere a breve abbandonato e sostituito con criteri bibliometrici: cfr. <http://www.dfes.gov.uk/consultations/conResults.cfm?consultationId=1404>.

[16] A.M. Tammaro, Qualità della comunicazione scientifica. 1: Gli inganni dell’Impact Factor e l’alternativa della biblioteca digitale, “Biblioteche oggi”, 19 (2001), 7, pp. 104-107, <http://www.bibliotecheoggi.it/2001/20010710401.pdf>; Ead., 2: L’alternativa all’Impact Factor, “Biblioteche oggi”, 19 (2001), 8, pp. 74-78, <http://www.bibliotecheoggi.it/2001/20010807401.pdf>; Ead., Indicatori di qualità delle pubblicazioni scientifiche ed open access, in Partecipare la scienza, a cura di Adriana Valente e Daniela Luzi, Roma, Biblink, 2004, pp. 51-89; F. Di Donato, Verso uno "European Citation Index for the Humanities". Che cosa possono fare i ricercatori per la comunicazione scientifica, 26 ottobre 2004, <http://purl.org/hj/bfp/50>. Si veda infine il dossier Sissco su "La valutazione della ricerca", in Annali, II (2001), <http://www.sissco.it//index.php?id=182>.



DOI: http://dx.doi.org/10.13128/Cromohs-15519



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