Cromohs 2007 - Gaddo - Rec. di Brunello Vigezzi, The British Committee on the Theory of International Politics (1954-1985). The Rediscovery of History

Brunello Vigezzi, The British Committee on the Theory of International Politics (1954-1985). The Rediscovery of History,
Unicopli, Milano 2005

Irene Gaddo
Università del Piemonte Orientale, Vercelli
I. Gaddo, "Review of Brunello Vigezzi, The British Committee on the Theory of International Politics (1954-1985). The Rediscovery of History, Unicopli, Milano 2005
Cromohs, 12 (2007): 1-6,
<URL: http://www.cromohs.unifi.it/12_2007/gaddo_vigezzi.html>

1. Negli ultimi quindici anni la letteratura sul British Committee on the Theory of International Politics si è notevolmente ampliata; tuttavia indefiniti sono rimasti i contorni di una storia più estesa che è apparsa diluita all’interno della cosiddetta «English School of International Relations Theory» o limitata all’analisi di uno specifico tema o al percorso biografico di singoli esponenti[1].

In questo volume, Brunello Vigezzi ‘riscopre la storia’ di un’«inusuale istituzione» e svela preconcetti, leggende e inesattezze cresciuti attorno alle vicende del British Committee. Attraverso l’esame di una documentazione dispersa e inedita - che comprende lettere, annotazioni, minute, relazioni - Vigezzi ricompone la traiettoria trentennale di una «misteriosa entità», rielaborando e approfondendo linee di ricerca in precedenza avviate in veste di direttore del Centro Studi di Politica Estera e Opinione Pubblica dell’Università degli Studi di Milano[2] e in quella di curatore della traduzione italiana della raccolta del 1984 The Expansion of International Society[3].

Proprio da qui, dalla volontà di far piena luce sul percorso che portò alla pubblicazione dell’opera curata da Hedley Bull e Adam Watson, prende avvio il lavoro di Vigezzi che con un andamento per così dire à rebours parte da quello che è in genere riconosciuto come il risultato più compiuto e stimolante della parabola del Committee britannico.

Sulla falsariga delle sollecitazioni già avanzate nel lungo saggio premesso a L’espansione della società internazionale, la prima parte intende offrire le coordinate entro le quali la genesi del testo va collocata. Come precisa l’autore, considerare l’esperienza del British Committee come un percorso semplice e lineare o come un mero antecedente del volume di Bull e Watson è riduttivo nei confronti di quello che fu un esperimento innovativo nell’ambito degli studi delle relazioni internazionali. Ugualmente limitante è leggere un volume complesso come L’espansione della società internazionale senza tenere presente la «tradizione di discussione» entro cui la sua idea e la sua realizzazione presero corpo dal momento che l’elaborazione di problemi, di strumenti concettuali e di categorie euristiche, come il concetto chiave di ‘società internazionale’, si articolò nell’orizzonte dell’attività del gruppo.

2. Nato negli anni ’50 con il sostegno economico della Fondazione Rockefeller, già finanziatrice di un analogo progetto alla Columbia University, il British Committee (una «manciata di amici» stretti da comune «curiosità» nei confronti delle questioni e delle dinamiche della vita politica internazionale) ebbe in Herbert Butterfield il suo primo coordinatore ed entusiasta promotore. Benché si definisse «essenzialmente uno storico», non precipuamente interessato ai problemi contemporanei, Butterfield accettò l’invito della fondazione americana, convinto che nello scenario post-1945 l’approccio teoretico alla politica internazionale richiedesse «un’analisi molto severa» (p. 15).

L’Inghilterra del dopoguerra, quella dell’ascesa laburista e della costruzione del welfare state, dello smantellamento imperiale e della ridefinizione del ruolo nazionale, costituiva un punto di osservazione privilegiato per affrontare inedite questioni imposte all’attenzione degli studiosi nel nuovo clima della guerra fredda: imperialismo e decolonizzazione, Terzo mondo e bomba atomica, ruolo delle due superpotenze e dell’Europa nel mondo.

Ebbe così avvio un’impresa intellettuale, un «laboratorio di idee sulla vita internazionale», che nell’arco di una trentina d’anni seppe raggruppare, tra Cambridge e Oxford, Londra, Brighton e Bellagio, una cinquantina di studiosi inglesi e di varie parti del Commonwealth diversi per formazione e competenze: dagli storici Herbert Butterfield, Michael Howard e Desmond Williams agli analisti politici come Martin Wight (allievo di Arnold Toynbee e autore nel ’46 di Politica di Potenza), dai filosofi come il teologo Donald MacKinnon o il più giovane Hedley Bull (di origini australiane e futuro autore de La società anarchica) a personalità della pubblica amministrazione come Adam Watson (storico e diplomatico) e William Armstrong (sottosegretario permanente al Tesoro).

Il comun denominatore del gruppo risiedette nell’interesse verso i «fondamenti» o «principi» della politica internazionale, la cui analisi fin dalla prima riunione a Cambridge, nella sede di Peterhouse College e sotto la guida del suo master Herbert Butterfield, venne intrapresa secondo un approccio caratteristicamente ‘britannico’.

Sebbene il nucleo originario del British Committee, composto da Butterfield, Wight, Williams e Howard, giudicasse favorevolmente il prototipo americano, condividendone il realismo di base, fu lo stesso Butterfield – che con i colleghi della Columbia aveva stretto legami fin dai primi anni ’50 – ad alludere precocemente alla diversa impostazione che avrebbe caratterizzato l’esperienza del Comitato britannico rispetto alle tendenze transatlantiche.

L’obiettivo del comitato non era quello di studiare la storia diplomatica nel senso comune del termine né quello di discutere le questioni attuali in quanto tali, ma di indagare le idee fondamentali che stanno dietro alla diplomazia, le ragioni per cui i paesi hanno una politica estera, la dimensione etica del conflitto internazionale, il grado in cui lo studio degli affari esteri può essere passibile di un trattamento scientifico (p.16).

Nelle parole del presidente si delineava l’opposizione alle tendenze positivistiche predominanti nella scuola behaviourista americana, non facendo mistero del fastidio per le velleità scientistiche della teoria politica[4]. Se è vero che l’impronta di Butterfield caratterizzò la fase iniziale del Committee, soprattutto nella sua avversione per le teorie generali e nel suo respingere l’antitesi tra realismo e idealismo alla ricerca di una posizione di sintesi (che egli definì ‘cristiano-groziana’)[5], è pur vero che Vigezzi è molto attento a non risolvere la storia del British Committee in una semplice contrapposizione ai risultati degli studiosi d’Oltreoceano; al pari viene scartato il tentativo di spiegarne l’evoluzione attraverso il ricorso alla dicotomia realismo/idealismo o alle varie correnti del ‘neorealismo’, dell’‘istituzionalismo’ o del ‘costruttivismo’. Un simile approccio infatti ha finora costretto in rigidi schematismi interpretativi quella che Vigezzi restituisce come un’«avventura intellettuale» originale, un vitale ambiente di rapporti intellettuali, non privo di luci e ombre, interruzioni e ambiguità e, proprio per questo, difficilmente riconducibile a una semplicistica definizione.

La diffidenza per le astrazioni teoretiche e per le tecniche quantitative orientò la ‘via inglese’ allo studio della politica internazionale, in cui un ruolo centrale assunse il concetto di esperienza vissuta, presente o storica, e di storia (e di una storia che affondasse le sue radici lontano nel tempo). E qui, in questo recupero della storia (o meglio, del senso della storia), si può rintracciare la seconda, più pregnante giustificazione del sottotitolo scelto da Vigezzi: non solo ‘riscoperta’ di una storia più estesa in cui inserire The Expansion da parte dell’autore, ma anche da parte degli animatori del British Committee di fronte alle sfide e ai dubbi rivolti alla comprensione della realtà umana dopo i rivolgimenti e le tragedie della prima metà del Ventesimo secolo. 

Vigezzi riconduce la centralità attribuita dal Comitato a un «approccio storico», che intende recuperare la concretezza dell’esperienza umana e la profondità del fluire temporale, alla reazione di fronte alla cosiddetta ‘crisi dello storicismo’.

3. Il richiamo alla storia è stato spesso individuato come elemento caratteristico degli studi internazionali britannici, soprattutto in relazione a una precisa tradizione, cui i fondatori del British Committee indubbiamente appartennero: una tradizione fissata nel tipo di educazione liberale di istituzioni quali public schools e Oxbridge e ripresa anche nell’impostazione del «paper from paper» che lasciava piena libertà ai relatori di costruire catene di argomenti e di proporre nuove questioni in forma suggestiva e aperta alla discussione[6].

Vigezzi riprende questo nesso e lo sviluppa nella prima parte del volume: il rapporto con la storia emerge come uno dei nodi più ricchi di contrasti e di contraddizioni, e anche maggiormente fertili, per comprendere l’attività del British Committee. La tensione tra storia e teoria attraversa e sostiene le vicende trentennali del Comitato: cogliere connessioni tra eventi e categorie, analizzare i principi delle relazioni internazionali e «costruire una continuità tra la storia passata e l’esperienza presente» costituirono obiettivi primari fino allo scioglimento del gruppo nei primi anni ’80 (p. 53).

Le dicotomie tra storia e teoria, eventi e valori, soggettivo e oggettivo, particolare e generale, che furono questioni centrali nelle riflessioni del British Committee, trovano una collocazione nell’orizzonte della crisi di moduli storiografici tradizionali e nei tentativi di uscirne, più che altro rinnovando lo «storicismo pre-1914» (p.140). Vista l’ambiguità del termine ‘storicismo’ nel caso britannico[7], si può forse obiettare che una considerazione più stringente degli sviluppi della storiografia nazionale – magari proprio a partire dalla critica butterfieldiana della tradizione ‘whig’ (che non ha menzione nel volume di Vigezzi) –, avrebbe giovato nel rendere più articolato il quadro in cui Butterfield e compagni definirono le proprie posizioni, alla luce di quella che è stata individuata come una tendenza ‘modernista’ interna alle scienze storiche d’Oltremanica[8].

4. Va tuttavia rilevato che assumendo come riferimento la crisi storicista Vigezzi riesce a illuminare in una cornice comune il dipanarsi dei problemi e l’evolversi dell’approccio del British Committee nei momenti di transizione dalla presidenza di Butterfield (1958-67) e di Wight (1968-72) fino a quella dei più giovani Watson e Bull. In quest’ottica la storia del British Committee non mostra particolari segni di discontinuità tanto più che i diversi membri afferiscono a un ambito culturale preciso d’ispirazione conservatrice, fatto che si può aggiungere alle altre e più complesse ragioni dell’esclusione di personaggi come E.H. Carr o A.J.P. Taylor[9].

All’iniziale ispirazione butterfieldiana di matrice realistica-cristiana e a quella venata di tinte apocalittiche e pacifiste di Wight, condensata nel volume postumo System of States (1977), seguono le tendenze ‘neostoriciste’ della generazione successiva. L’esigenza di formulare risposte alle incertezze diffuse in merito al lavoro degli storici si affievolisce e nuove problematiche – connesse all’emergere di una società davvero globale – vengono avvertite come prioritarie da parte degli studiosi della scena internazionale: la fase di definizione concettuale e di vibranti discussioni epistemologiche sembra esaurirsi con la presidenza di Martin Wight, coincidendo con le tiepide e sporadiche reazioni provocate tra gli storici britannici da strutturalismo e post-strutturalismo[10].

Diverso è il criterio seguito da Vigezzi nell’impostazione della seconda parte: se la sezione iniziale segue un andamento tematico per restituire il contesto generale, la seconda parte del libro si snoda attraverso il calendario degli incontri e ricostruisce la mappa degli argomenti di volta in volta esposti, analizzati, discussi. Sono queste forse le pagine più intriganti del libro dal momento che immettono il lettore in medias res e lo immergono nel concreto dei problemi presi di mira durante le riunioni. Lo svolgimento cronologico e il puntuale riferimento ai testi discussi, integrati dalle minute degli incontri e dalle carte personali dei protagonisti, arricchiscono il quadro abbozzato nei primi capitoli, seguendo in concreto quella ‘storia intellettuale’ o ‘storia delle idee’ di cui l’istituzione del Committee fu al centro.

La narrazione riparte dalla fase aurorale della metà degli anni ’50, quando il British Committee si formò su esempio dell’esperienza americana non solo per una condivisa prospettiva realista ma anche per comuni criteri metodologici; a un anno dall’avvio ufficiale dell’avventura britannica, era Butterfield a confidare ai suoi futuri collaboratori: «ho spesso affermato che li considero [i membri dell’American Committee] come uno dei gruppi più interessanti al mondo perché sembra che siano disposti a riconsiderare e scardinare le convinzioni correnti più di quanto lo siano i membri dell’Università da queste parti» (p. 110). A fronte di simili attestati di stima, non si sarebbe fatta attendere la definizione di un’identità ‘britannica’ soprattutto grazie all’impronta di Butterfield e Wight e all’individuazione di temi e all’elaborazione di concetti e categorie fondamentali per lo studio delle relazioni internazionali. Le questioni legate al rapporto tra sistema e società, tra storia e teoria, tra fatti e valori, acquistano più vivo significato e immediatezza attraverso la documentazione rinvenuta da Vigezzi tra Cambridge e Oxford, LSE e Royal Institute of International Affairs. Grazie a tale impostazione emerge un giudizio più sfumato su uno dei tratti distintivi spesso ascritti agli studi britannici, cioè quello di essere indirizzati a un solido empirismo sovente descritto come vero e proprio culto feticistico dei fatti. La predilezione per situazioni e problemi concreti si accompagna al rifiuto per teorie astratte delle relazioni internazionali che abbiano la pretesa di essere generali e di avere validità politica immediata (da qui la critica del positivismo sociologico e del ruolo di «counsellors of the prince» della scuola americana). Ciò non implica negli autori del British Committee l’assenza di riflessioni teoriche su principi, concetti e valori, o di ambizioni di generalizzazione. Un motivo ricorrente nel corso della trattazione è il costante tentativo dei membri del Committee di formulare una sistemazione più definita ed equilibrata tra le due dimensioni, tra ‘storia’ e ‘teoria’ delle relazioni internazionali. Da questo punto di vista assumono valore centrale l’invito di Bull, di ritorno da Princeton, a «prendere seriamente in considerazione […] la nuova letteratura sulle relazioni internazionali» (p.189) e la sua critica tanto verso quegli storici che non chiariscono i propri strumenti metodologici e concettuali quanto verso i «teorici» che commettono l’errore di considerare la storia «una miniera di ‘fatti’ già elaborati e pronti per essere inseriti in un computer» (p.195).

5. Gli anni della presidenza di Bull coincidono con un periodo di ripensamento e di riorganizzazione del British Committee: a un ricambio generazionale corrisponde il desiderio di coinvolgere ospiti e relatori esterni nelle sedute e di aggiornare l’agenda delle questioni da dibattere. Nuove direzioni d’indagine vengono delineate alla fine degli anni ’70 in concomitanza con l’esaurirsi del sostegno della Fondazione Rockefeller. Sono gli anni conclusivi dell’esperienza del Comitato che si riunisce a Oxford per l’ultima volta nel 1980 con il patrocinio di Chatham House e il finanziamento della Fondazione Ford.

L’attenzione si sposta dai rapporti di forza e di potere tra gli stati (tematica che tradiva il timore di nuovi e più terribili conflitti mondiali) a questioni legate alle domande di giustizia e all’esigenza di un ordine mondiale regolato da rapporti che interessano la sfera etica verso cui l’atteggiamento si fa più cauto ed esitante da parte di una generazione che non ha vissuto direttamente la guerra e che ha maggiori possibilità di viaggiare e di avere esperienza delle diverse realtà internazionali.

«Abbiamo discusso l’Etica e la Morale abbastanza» è l’obiezione che Bull avanza per uscire da una situazione che rischia di diventare oziosa e per suggerire la rifocalizzazione degli interessi così da stabilire un rapporto più articolato e perspicace tra ‘sistema’ e ‘società’ internazionale (282). È questo che nei quattro anni di gestazione del volume The Expansion gli editori cercano di realizzare nel solco dell’esperienza portata avanti nei decenni di vita del British Committee. Attraverso la documentazione sopravvissuta, emergono processi di selezione e criteri editoriali che permettono di ricostruire la storia interna del volume da cui la ricerca di Vigezzi è partita. Il cerchio si chiude. Una linea di continuità unisce la tradizione di studi iniziata negli anni ’50 da Butterfield e compagni e conclusasi nel 1984 con la pubblicazione del suo frutto più maturo. Ragionevole allora appare l’annotazione dell’autore inserita nell’introduzione a giustificazione della struttura del proprio lavoro: sebbene le diverse parti di cui è composto possano leggersi disgiuntamente o in ordine inverso, tuttavia l’una è essenziale all’altra e la lettura propostane consente di accostarsi alle vicende particolari del British Committee sufficientemente equipaggiati, oltre che piacevolmente incuriositi. 

6. Nella stessa ottica rientra la terza e ultima parte. Questa, che comprende una selezione di documenti per lo più inediti, rappresenta un ulteriore strumento a disposizione di chi voglia ‘riscoprire’ la storia del British Committee attraverso i suoi protagonisti. Gli accademici, i giornalisti e i practitioners, che fecero parte di questa anomala istituzione, furono uomini del proprio tempo e attraverso le loro riflessioni e i loro scambi intellettuali è possibile recuperare una straordinaria testimonianza dei problemi e delle questioni sollevate tra un circolo di amateurs (come essi stessi si definirono) comunque formato da autorevoli esponenti della cultura e della politica britannica sullo sfondo dell’inquieto panorama internazionale del Novecento. L’attività concreta del British Committee permette altresì di ripercorrere il pensiero degli autori e il mutare delle prospettive, seguendone il percorso intellettuale teso ad affermare prima di tutto la comprensibilità del mondo in continua trasformazione. Il contesto internazionale era mutato e l’afflato religioso di un Butterfield o di un Wight poteva essersi esaurito, eppure come dimostrano i saggi di The Expansion la lezione sulla centralità dell’elemento umano venne fatta propria dagli ultimi animatori di quella tradizione, che pur evidenziando nodi irrisolti ebbe sempre ben a mente il monito butterfieldiano per cui «it is the man, the human being in toto who makes history» (p. 266).

Note

[1] A integrazione della ricca nota bibliografica, inserita da Vigezzi a mo’ di appendice al paragrafo introduttivo del primo capitolo, si segnala ultimo in ordine di tempo: A. Linklater and H. Suganami, The English School of International Relations Theory: A Contemporary Reassessment (Cambridge: Cambridge University Press, 2006). 

[2] Nato nel 1980, il Centro si prefigge di promuovere «lo studio della storia della politica internazionale nel più generale contesto politico, culturale, sociale, economico e religioso» attraverso iniziative di formazione e di scambio culturale tra studiosi italiani e stranieri. Dal 2007, sotto la direzione di Alfredo Canavero, ha avviato una riflessione sulle tendenze più recenti della storia e della teoria delle relazioni internazionali, ispirata dalla pubblicazione  del volume di Vigezzi. Per le altre attività del Centro si può consultare il sito www.polestra.com/polestra/index.php.

[3] The Expansion of International Society, eds. H. Bull and A. Watson (Oxford: Oxford University Press, 1984) (trad. it. L’espansione della società internazionale. L’Europa e il mondo dalla fine del Medioevo ai tempi nostri, Milano: Jaca Book, 1994). Si veda il saggio introduttivo di Vigezzi, in Ibid., ix-xcv.

[4] M. Bentley, «Herbert Butterfield and the Ethics of Historiography», in History and Theory, 44 (2005): 55-71.

[5] C.T. McIntire, Herbert Butterfield. Historian as dissenter, (London-New Haven: Yale University Press, 2004), 300 sgg.

[6] Nell’ideale pedagogico della liberal education (detta anche general o humane education) le ‘literae humaniores’ e la storia detenevano un ruolo centrale; in ambito universitario, dominato dal tutorial system, tali curricola attirarono il maggior numero di iscritti almeno fin dopo la seconda guerra mondiale. Da chi volesse intraprendere una carriera da civil servant le discipline storiche in particolare erano viste come un ponte ideale tra speculazione intellettuale e attività concrete di governo, necessarie per acquisire capacità di gestione degli affari, nell’ottica di un’educazione finalizzata all’acquisizione di una visione generale della storia umana e delle nazioni, dei suoi processi e delle sue evoluzioni. A tal proposito: R. Soffer, «Nation, Duty, Character and Confidence: History at Oxford 1850-1914», in The Historical Journal, 30 (1987): 77-104. S. Collini, Public Moralists: Political Thought and Intellectual Life in Britain 1850-1930 (Oxford: Clarendon Press 1991). Non stupisce allora che molti esponenti del corpo diplomatico e politico conservassero l’inclinazione a vedere i problemi in una prospettiva storica, nutrendo vivo interesse per la storia e talvolta facendosene autori.

[7] La problematicità del rapporto con la storia da parte dei membri del British Committee viene inserita nella cornice della ‘crisi dello storicismo’, espressione tutt’altro che pacifica e che conserva ancora tratti ambigui e oscuri, come Vigezzi stesso in più punti riconosce. Una mancanza di chiarezza e di studi specifici che, vale la pena ricordare, è particolarmente avvertita nel caso britannico, secondo quanto denunciava Georg Iggers già una decina di anni or sono: G.G. Iggers, «Historicism: The History and Meaning of the Term», in Journal of the History of Ideas (1995): 129-152.

[8] M. Bentley, Modernizing England’s Past. English Historiography in the Age of Modernism 1870-1970 (Cambridge: Cambridge University Press, 2005).

[9] R. Soffer, British Conservative Historiography and the Second World War, in  British and German Historiography 1750-1950, eds. B. Stuchtey and P. Wende (London: Oxford University Press, 2000), 373-399; J. Stapleton, «Cultural Conservatism and the Public Intellectual in Britain, 1930-1970», in The European Legacy, 5 (2000): 797-815.

[10] Come testimonia la scarsa influenza tra gli studiosi britannici del libro di Hayden White Metahistory del 1973, cfr. R.T. Vann, «The Reception of Hayden White», in History and Theory, 37 (1998): 143-61.



DOI: http://dx.doi.org/10.13128/Cromohs-15520



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