Cromohs 2007 - Santarelli - rec. Del Col, L’Inquisizione in Italia. Dal XII al XXI secolo

Andrea Del Col, L’Inquisizione in Italia. Dal XII al XXI secolo,
Milano, Mondadori, 2006, pp. 963
[ISBN 88-04-53433-8; € 15,80]

Daniele Santarelli
D. Santarelli, "Review of Andrea Del Col, L’Inquisizione in Italia. Dal XII al XXI secolo, Milano, Mondadori, 2006",
Cromohs, 12 (2007): 1-5,
<URL: http://www.cromohs.unifi.it/12_2007/santarelli_del_col.html>

1. La storia dell’Inquisizione in Italia, specialmente per quanto riguarda il Cinque-Seicento, è un argomento che ha riscosso molto successo nella storiografia italiana degli ultimi venti anni. L’interesse ha sancito la nascita di un importante e variegato filone di studi, parallelo a quello riguardante l’Inquisizione spagnola (particolarmente fecondo negli anni Ottanta), anche se spesso purtroppo avulso da un’ottica comparatistica, la quale appare oggi particolarmente auspicabile, come ha posto in rilievo un’importante rassegna critica degli studi sull’Inquisizione pubblicata su un’autorevolissima rivista nel 2002[1]. Le nuove ricerche hanno comportato l’organizzazione di numerosi convegni internazionali e incontri di studio e suscitato l’interesse dell’opinione pubblica e della stampa. L’apertura agli studiosi degli archivi della Congregazione per la Dottrina della Fede, ex Sant’Uffizio (1998) ha schiuso nuove prospettive di studio e ricerca.

La grande originalità di questo monumentale lavoro di Andrea Del Col risiede soprattutto nel fatto che esso studia la storia dell’Inquisizione in Italia dal XII secolo sino all’età contemporanea, un’impresa mai tentata prima. Non manca peraltro un confronto costante con quello che avvenne al di fuori della penisola. La storia dell’Inquisizione è analizzata in rapporto alla storia sociale, politica ed istituzionale dell’Occidente, alla storia dei movimenti di dissenso religioso, alla storia della cultura popolare.

Il libro è diviso in tre parti: I) L’Inquisizione in Italia nel Medioevo; II) L’Inquisizione in Italia nel Cinquecento; III) L’Inquisizione in Italia dal Seicento ad oggi.

2. La storia dell’Inquisizione nel Medioevo è stata ben poco studiata e la pessima situazione delle fonti pone problemi di non poco conto. La trattazione che riguarda questo tema colma quindi una lacuna importante e metodologicamente appare assai innovativa. Particolarmente significativa è in proposito un’affermazione che si trova a p. 90, all’interno di un capitolo dedicato all’eliminazione degli ultimi catari in Italia nella seconda metà del Duecento:

Se si prende in considerazione la produzione storiografica riguardante questo periodo si nota che mentre la vita religiosa è stata abbastanza indagata e le eresie, in particolare quella catara, sono state molto studiate, discusse e ridiscusse, sugli inquisitori e sul loro esercizio del potere nella nostra penisola le ricerche sono poche e in buona parte vecchie e limitate. [...] Nei prossimi capitoli si cercherà invece di invertire le parti, restituendo agli inquisitori il posto e la responsabilità che ebbero nel loro tempo, senza per questo spostare in un angolo gli eretici. Non ha senso infatti studiare gli inquisitori senza interessarsi agli eretici.

L’origine dell’Inquisizione medievale – argomento generale abbastanza indagato – è forse rintracciabile nell’aspirazione della Chiesa a diventare una “società perfetta”, superiore allo Stato (la raccolta delle norme canoniche ne rappresenta una manifestazione importante). Anche se il ricorso alla violenza contro gli eretici era stato legittimato in vecchiaia da Sant’Agostino, l’uso della violenza su larga scala è un fenomeno che si afferma soltanto all’inizio del XIII secolo  con la crociata contro gli albigesi. Il periodo che intercorre tra i papati di Innocenzo III (1198-1216) e Bonifacio VIII (1294-1303) vide in effetti l’affermazione di una tendenza ierocratica e un forte accentramento del potere ecclesiastico in linea di continuità con la lotta intrapresa dal Papato contro l’Impero nel ben noto periodo della lotta per le investiture, a cavallo tra XI e XII secolo. L’affermazione della pratica inquisitoria nel processo penale fu un fatto fondamentale, tanto quanto l’operazione culturale della demonizzazione degli eretici che si accompagnò alla sanguinaria repressione del catarismo. Questa religione fondata sul disprezzo della materialità, concepita come manifestazione del principio del male che nella teologia dualistica dominava la realtà terrena, fu assai difficile da eliminare, anche perché spesso i catari godettero, per varie ragioni, di protezioni politiche. Fondamentale fu il ruolo dei nuovi ordini religiosi, francescani e domenicani, che contrastarono i catari sul terreno della predicazione, ma che fornirono altresì da subito i quadri alla nascente Inquisizione. Il delitto contro la fede assumeva una connotazione giuridica ben definita, il ricorso alla procedura inquisitoriale sommaria era sempre più frequente. L’Inquisizione, tribunale che giudicava le deviazioni dalla fede cristiana, allargava le sue competenze eccezionalmente sugli ebrei e sugli islamici, e persino sui morti.

Catari ed altri dissidenti religiosi furono eliminati, ma la grave crisi del Papato trecentesco ebbe ripercussioni pesanti anche sull’Inquisizione: nel Trecento vi furono numerosi processi contro inquisitori per malversazione, l’Inquisizione fu utilizzata frequentemente come uno strumento politico (clamoroso il caso del processo contro i Templari, presenti anche in Italia); peraltro la persecuzione degli ebrei si intensificò (si diffuse l’accusa di infanticidio rituale), così come il controllo religioso in generale: valdesi e fraticelli figurano tra coloro che ne risentirono di più. L’Inquisizione estese inoltre le sue competenze alla persecuzione della stregoneria diabolica, alla quale dedicò molta attenzione in particolare nel corso del Quattrocento.

3. La storia dell’Inquisizione nel pieno Cinquecento costituisce la seconda parte del libro di Del Col. Questa parte è però da ritenersi anche un contributo importante alla storia della Riforma protestante e dei movimenti ereticali in Italia. In particolare alla Repubblica di Venezia, stato della penisola in cui la Riforma ottenne il più grande successo e l’Inquisizione ebbe notevoli problemi a confrontarsi col potere politico, è dedicato un capitolo che costituisce preso a sé stante un originale e fondamentale contributo sull’argomento.

La Congregazione del Sant’Uffizio fu istituita da papa Paolo III nel 1542 per arginare il dilagare della Riforma protestante nella penisola e guidata sin dall’inizio dal cardinal Gian Pietro Carafa. Il suo avvio fu “multiforme e graduale”. L’elezione al papato del Carafa col nome di Paolo IV costituì un “punto di non ritorno per l’egemonia dell’Inquisizione all’interno della Chiesa cattolica e della società italiana” (p. 396). Nel corso del pontificato del Carafa si verificò un aumento impressionante dell’attività di repressione dell’eresia negli stati italiani, anche laddove non c’era un inquisitore (a Lucca per es.). Col successore Pio IV si ebbe un tentativo di contenere i poteri dell’Inquisizione, ma negli stessi anni i valdesi furono massacrati in Piemonte e Calabria. Con Pio V poi l’Inquisizione tornò agli splendori degli anni di Paolo IV. Il passo decisivo verso l’uniformazione religiosa d’Italia era compiuto. 

Secondo Del Col, comunque, “l’efficacia dell’Inquisizione romana nell’eliminare la minoranza degli aderenti alla Riforma in Italia fu [...] fondamentale, ma non determinante” (p. 502). Forse più determinante, se si confronta la situazione italiana con quella di Francia, Paesi Bassi e Austria,  fu la mancata adesione alla Riforma delle élites degli stati italiani.

4. La parte terza del libro affronta la storia dell’Inquisizione in Italia dal Seicento ad oggi. L’Inquisizione rafforzò la sua presenza nella penisola: tra 1585 e 1644 la rete dei tribunali periferici si consolidò e si adattò alle modifiche territoriali degli stati, gli inquisitori raggiunsero una buona autonomia economica, il pericolo protestante era scomparso e l’attenzione si rivolse adesso soprattutto al controllo delle minoranze religiose (valdesi, cristiani ortodossi, ebrei), degli intellettuali (particolarmente aspro è lo scontro con la nuova cultura scientifica, col caso clamoroso del processo a Galileo), nonché alla censura della stampa. Il Sant’Uffizio rivolse poi la sua attenzione al controllo della cultura popolare (significativo è il ben noto caso del mugnaio friulano Menocchio, reso celebre dall’indagine di Carlo Ginzburg e poi meglio approfondito dallo stesso Del Col), alla stregoneria diabolica e ai fenomeni di santità spontanea; estese la sua competenza a vari delitti: la bestemmia, la bigamia, l’adescamento delle penitenti da parte dei confessori (sollecitatio ad turpia)... Questo periodo si può considerare l’apogeo dell’Inquisizione in Italia.

Tra 1644 e 1740 l’azione repressiva si sviluppò secondo le medesime linee. In questo periodo i valdesi delle valli piemontesi subirono un duro attacco militare, si diffuse il fenomeno delle conversioni e battesimi forzati degli ebrei nello Stato della Chiesa, proseguì l’offensiva contro la stregoneria e la magia (i casi del Friuli e di Siena sono particolarmente significativi) e contro la santità spontanea e mistica (in particolare si ebbe la repressione del movimento pelagino in Valcamonica; anche la condanna del quietismo va nella medesima direzione). La repressione di giansenismo
e giurisdizionalismo ebbe tra i suoi effetti la carcerazione di un grande intellettuale come Pietro Giannone. L’Inquisizione processò altresì ateisti e massoni.

Dalla metà del Settecento in poi la Chiesa romana subì la contestazione illuministica e la sua posizione in Italia si indebolì: l’attività delle sedi periferiche fu limitata dai governi riformatori, quindi esse furono soppresse nel periodo napoleonico. Ma ancora alla fine del Settecento l’Inquisizione godeva di una grande considerazione. L’attività dell’Inquisizione tra 1740 e 1814 è poco studiata: tradizionalmente si ritiene che in tale periodo essa fosse meno intensa, sulla base dei dati delle sedi periferiche di Venezia, Udine e Napoli. Ma in altre sedi l’attività fu assai intensa: a Modena, Siena e Malta per es. Le opere dei principali intellettuali dell’Illuminismo furono messe all’indice.

Il periodo napoleonico segnò una svolta definitiva: dall’inizio dell’Ottocento il Sant’Uffizio non ebbe più nessun rapporto diretto con i poteri civili, con l’ovvia eccezione dello Stato della Chiesa. Gli Stati riconobbero la libertà di culto ad ebrei e valdesi, nonostante l’opposizione del Papato, che si scagliò contro gli errori della modernità (particolarmente negli anni di papa Pio IX).

Con la fine dello Stato della Chiesa, l’intervento del Sant’Uffizio si restrinse all’ambito ecclesiastico. Furono condannate le istanze di rinnovamento interne alla Chiesa: la lotta contro il modernismo può essere considerata l’ultima grande campagna antiereticale condotta dalla Chiesa romana. Con Pio XI e Pio XII si ebbero alcune innovazioni.

La vera svolta è costituita però dal concilio Vaticano II, convocato da Giovanni XXIII e chiuso da Paolo VI: la Congregazione del Sant’Uffizio fu riformata in modo significativo e mutò nome in Congregazione per la Dottrina della Fede. La Congregazione, oltre ad avere lo scopo di promuovere e valorizzare la fede cattolica, conserva attualmente una parte delle prerogative della vecchia Inquisizione: giudica sull’ortodossia dottrinaria degli appartenenti alla Chiesa cattolica e può comminare la scomunica e altre pene. Il tutto ovviamente in un contesto ben diverso dal passato, nel quale la Chiesa cattolica promuove il dialogo e la comprensione tra popoli e religioni, in conformità con il messaggio evangelico.

5. Questo libro colma una lacuna importante negli studi. L’autore raccoglie i frutti del rinnovamento storiografico degli ultimi vent’anni e ci consegna un’opera che prende in esame tutta la parabola storica dell’Inquisizione in Italia a partire dai suoi esordi medievali. Già solo la parte riguardante il periodo medievale rappresenta uno studio del tutto nuovo ed originale, che per la completezza e la lucida esposizione di fatti e problematiche non potrà non essere considerato dai medievisti come un punto di riferimento obbligato. Trattando il Cinquecento ed il Seicento Del Col si serve delle sue grandi competenze specialistiche, ma il suo sguardo si estende ben al di là dell’età della Controriforma: lo studioso dimostra come l’attività dell’Inquisizione fu importante ancora nel Settecento, al contrario di quanto comunemente si riteneva. L’autore inoltre tratta aspetti assai rilevanti dell’attività dell’Inquisizione, poco studiati dalla storiografia: di grande interesse è in particolare lo studio dell’atteggiamento dell’Inquisizione nei confronti dei rinnegati (cattolici convertiti all’Islam) nel Cinque-Seicento.

Gli aspetti procedurali dell’attività dell’Inquisizione, le finanze degli inquisitori e la struttura territoriale e organizzativa dei tribunali sono trattati con ampiezza sia per il periodo medievale sia per l’età moderna: il capitolo V della Parte III, “Strutture, procedure e attività complessiva dell’Inquisizione romana tra Cinque e Settecento” (pp. 741 sgg.) è a questo proposito fondamentale.

Nelle parti riguardanti l’età contemporanea Del Col riflette su questioni storiografiche di notevole rilevanza e ci consegna delle valutazioni di notevole profondità sul problema delle responsabilità storiche e sul rapporto tra il sistema cattolico di controllo dottrinario e il messaggio evangelico. L’opera si caratterizza per la vastità dei temi trattati e per un continuo riferimento alle vicende delle vittime dell’Inquisizione, singoli o gruppi. Quest’opera rappresenta un fondamentale contributo  non solo per il pur rilevantissimo tema che si riflette nel suo titolo, ma anche per quanto riguarda le eresie medievali, la storia della cultura popolare, la storia della Riforma protestante e dei movimenti ereticali nell’Italia del Cinquecento, ed in generale per la storia della società italiana. Per quanto attiene alla storia dell’Inquisizione romana, essa supera le messe a punto precedenti, che si concentrano sul Cinque-Seicento (o comunque sull’età moderna) oppure trattano soprattutto temi specifici (come il rapporto tra inquisitori e confessori o il “controllo” sociale)[2], ed offre per la prima volta una visione d’insieme che risulta molto stimolante.  Emerge in questo modo infatti l’esigenza di lavori che affrontino in modo comparatistico la storia di tutte e tre le Inquisizioni (romana, spagnola e portoghese) – un primo lodevole ma ancora incompleto studio è già disponibile[3] –, ponendo al centro dell’indagine la documentazione inquisitoriale ed i processi (cosa che Del Col fa magistralmente per l’Italia), fondati magari sulla collaborazione tra studiosi appartenenti a differenti scuole storiografiche nazionali.

Note

[1] J.-P. Dedieu – R. Millar Carvacho, Entre histoire et mémoire. L’Inquisition à l’époque moderne: dix ans d’historiographie in “Annales. Histoire, Sciences sociales”, 57, 2002, pp. 349-372.

[2] Cfr. principalmente E. Brambilla, Alle origini del Sant’Uffizio. Penitenza, confessione e giustizia spirituale dal medioevo al XVI secolo, Bologna 2000; A. Prosperi, Tribunali della coscienza. Inquisitori, confessori, missionari, Torino 1996; Id., L’Inquisizione romana. Letture e ricerche, Roma 2003; G. Romeo, Ricerche su confessione dei peccati e inquisizione nell’Italia del Cinquecento, Napoli 1997; Id., L’Inquisizione nell’Italia moderna, Roma 2002; J. Tedeschi, Il giudice e l’eretico. Studi sull’Inquisizione romana, Milano 1997.

[3] F. Bethencourt, L’inquisition à l’epoque moderne. Espagne, Italie, Portugal XVe-XIXe siècle, Paris 1995.



DOI: http://dx.doi.org/10.13128/Cromohs-15521



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