Cromohs 2007 - Venturelli - rec. Domenico Taranto, La miktè politéia tra antico e moderno...

Domenico Taranto, La miktè politéia tra antico e moderno.
Dal "quartum genus" alla monarchia limitata,
Milano, Franco Angeli, 2006
[€ 16.00 – ISBN 88-464-7570-4]

Piero Venturelli
Università di Bologna
P. Venturelli, "Review of D. Taranto, La miktè politéia tra antico e moderno.
Dal “quartum genus” alla monarchia limitata
",
Cromohs
, 12 (2007): 1-12
< URL: http://www.cromohs.unifi.it/12_2007/venturelli_taranto.html >

1. Le riflessioni condotte intorno al governo misto costituiscono, già nei tempi antichi, un tentativo di attuare scientificamente una tutela giuridica dello Stato. La finalità è quella di costruire un ordinamento regolato in modo tale che ad una sola forza politica o sociale, ovvero ad un unico principio ideologico, sia giuridicamente impedito di prevalere e d’intaccare il bene collettivo. Sullo sfondo, appare ben riconoscibile una concezione organica del mondo precisa e perentoria, secondo la quale ogni essere umano trae il suo giusto luogo nella gerarchia sociale definita dai ceti, cosicché viene considerato equo quell’ordinamento in cui ciascuno possiede, ottiene e realizza ciò gli è proprio. Al di là delle differenze riscontrabili fra teorizzazioni interessate più che altro all’equilibrio delle classi, cioè al versante politico-sociale del regimen mixtum, e concezioni che, preferendo mettere l’accento sugli aspetti giuridico-formali dello stesso, si occupano prevalentemente dell’organizzazione delle magistrature, le varie dottrine puntano tutte ad assicurare alla collettività, accanto alla giustizia e al bilanciamento fra i poteri, la stabilità: si cerca, anzi, di mostrare che i governi di lunga durata risultano tali proprio perché sono misti.

Nel libro che qui si segnala, composto di una prima parte di taglio sia storico-descrittivo sia teorico e di una seconda parte antologica, Domenico Taranto non si limita a riflettere sul duplice obiettivo della miktè politéia, appunto la tutela giuridica dello Stato e la stabilità derivante dal rifiuto del monismo politico o ideologico, ma intende soffermarsi anche su un altro ordine di problemi, sintetizzabile nella seguente domanda: “Quali sono le modalità concrete del realizzarsi della mistione?”. Per rispondere a questo interrogativo e altresì per approfondire le questioni inerenti agli scopi del regimen mixtum, l’Autore chiama in causa innumerevoli esempi storici e la ricchissima trattatistica in materia, non mancando di sottolineare come tutte le complesse elaborazioni dottrinali e i vivaci dibattiti sorti intorno al tema dello Stato misto concorrano in maniera significativa all’affinamento del pensiero politico europeo.

2. Come può definirsi, almeno in termini generali e meramente orientativi, questa miktè politéia? Per iniziare, è sufficiente metterne in luce la natura di quarto genere rispetto alla monarchia, all’aristocrazia e alla democrazia, cioè ai tre modelli classici “buoni” che strutturano da sempre il lessico e l’ossatura della politica (computando anche i corrispondenti generi “cattivi” – la tirannia, l’oligarchia e l’oclocrazia o demagogia –, si può legittimamente parlare di settimo modello). Quarto genere rispetto all’uno, ai pochi e ai molti che soprattutto Aristotele e poi i suoi numerosi seguaci sembrano voler assumere come le modalità più rilevanti di attribuzione e di esercizio del potere più alto dentro la città. Di fronte alla minaccia di disgregazione degli organismi politici “semplici”, il regimen mixtum risponde con la saggia combinazione dei princìpi vitali delle tre forme “rette” di governo, così da contenere ogni eventuale abuso umano e da rallentare il corso della temporalità distruttiva.
Nell’espressione governo misto coesistono l’idea di una pluralità e quella di unità. Esso, infatti, è contraddistinto da un rapporto fra il “tutto” e le “parti”, in cui queste ultime, espressione ciascuna di una determinata forza e potenza, sono consapevoli della necessità di venire ad una mediazione politica. Il regimen mixtum, perciò, sottintende una divisione, una lotta che termini non con la conquista e l’assoggettamento di una “parte” ad opera di un’altra, bensì con la costante tensione dialettica fra loro. Già da questi elementi si comprende come la miktè politéia sia caratterizzata da ambivalenze: in primo luogo, vive di concordia e di tensioni; in secondo luogo, mentre cerca di opporsi allo scorrere rovinoso del tempo, rivela anche una certa fiducia nel futuro e nella capacità di “ospitare” la storia.

3. Come si diceva, la mistione non è un concetto semplice e, quindi, non si trova “all’inizio”: essa è frutto di un’equilibrata composizione. Ciò contribuisce a spiegare perché nel corso dei secoli i teorici del governo misto abbiano più volte introdotto metafore organologiche nelle proprie argomentazioni. Una delle più fortunate è tratta dalla Storia di Roma di Tito Livio, e precisamente dal passo in cui viene riferito l’apologo raccontato da Menenio Agrippa alla plebe ritiratasi nel 494 a.C. “in Sacrum montem” per protesta nei confronti del Senato. Menenio, “facundum uirum et, quod inde oriundus erat, plebi carum”,[1] dopo aver ricordato come un’analoga secessio all’interno del corpo umano da parte della bocca e delle mani ai danni dell’ozioso ventre sia finita con un indebolimento dell’intero organismo, convince i ribelli del fatto che quel ventre che riceve il cibo, sebbene appaia ozioso, sia poi lo stesso organo che tiene in vita, attraverso il sangue, tutte le parti del corpo. A livello istituzionale, l’invito di Menenio alla concordia si traduce nella decisione del Senato “ut plebi sui magistratus essent sacrosancti, quibus auxilii latio adversus consules esset, neve cui patrum capere eum magistratum liceret”.[2]
Analizzando queste ed altre pagine di Livio, si apprende che i membri attivi della mistione repubblicana romana sono i pochi e i molti, i patres e la plebe. Su questo aspetto merita richiamare l’attenzione, perché non ci si trova dinanzi ad un carattere esclusivo di quel tipo di governo misto: nella storia e nella trattatistica, infatti, la quasi naturale tendenza della teoria della mistione a riferirsi a tre membri – uno, pochi, molti – e ad incardinarsi su di essi non riesce ad evitare che il composto sia sbilanciato verso uno o due dei tre elementi, pur conservandosi formalmente il ruolo di ciascuno di essi. Inoltre, Taranto mette più volte in rilievo un altro dato importante: esiste una miktè “binaria” che corre a fianco e sovente interseca, influenzandoli, i modelli di mistione a tre membri, esemplati sulle diverse funzioni istituzionali dello Stato. In effetti, molti autori – fra i quali Platone, Aristotele e Machiavelli – sono tutt’altro che privi d’interesse nei confronti di una composizione “binaria”, non di rado frutto di una polarizzazione ricchi/poveri. Ma non solo: accade pure, ad esempio, che da alcuni trattatisti fiorentini del Rinascimento venga teorizzata una mistione a prevalenza popolare; e che, nell’Europa del nascente assolutismo cinquecentesco, si propugni un regimen mixtum incentrato su un rapporto tra uno e pochi, tra re e nobili.

4. Il dibattito intorno alla miktè risale almeno al V secolo a.C., se è vero che – secondo le parole di Tucidide – la costituzione datasi da Atene nel 411 a.C. consiste in “una mescolanza di oligarchia e di democrazia improntata a moderazione”;[3] il governo della città passa, così, dai Quattrocento ai Cinquemila. Lodando questa “mescolanza”, il celebre storico vi si riferisce utilizzando la parola krásis, che ha un significato preciso nei testi dell’antico sapere medico, che egli ben conosce. Nelle teorie di Alcmeone, un medico di Crotone vissuto tra la fine del VI e l’inizio del V secolo a.C., la salute viene pensata come l’armonica mescolanza, krásis appunto, delle qualità opposte di cui è formato l’organismo umano. Questa krásis risulta dalla capacità dell’organismo di contenerle tutte secondo un equilibrio che assegna a ciascuna di esse uguali poteri. Quando i vari elementi – umido e secco, freddo e caldo, amaro e dolce – danno vita ad un composto con identici diritti, tale armonia garantisce all’uomo un robusto stato di salute: la malattia, dunque, è la conseguenza inevitabile del prevalere di una o più qualità sulle altre. Il perenne contrasto fra questi fattori permette di conservare l’uguaglianza degli opposti, laddove l’immobilismo della monarchia rischia di condurre alla morte. Tale paradigma interpretativo della mistione viene poi ad arricchirsi grazie al contributo della tradizione della medicina ippocratica, ostile alla prospettiva monista della natura umana di ascendenza eleatica e sostenitrice di una concezione dei quattro umori fondamentali secondo cui solo una loro mescolanza armonica ed equilibrata è in grado di mantenere il corpo in salute.
Sottolineando come diversi grandi pensatori della politica mutuino elementi sostanziali di questa teoria pluralista della medicina al fine di progettare costituzioni capaci di non rendere distruttivo l’ineliminabile pluralità del conflitto all’interno delle póleis greche, Taranto studia le concezioni avanzate su questi temi da Platone e da Aristotele, i quali, pur non avendo elaborato compiutamente dottrine “scientifiche” in materia, rappresentano precisi e autorevoli punti di riferimento per i teorici della miktè politéia.

5. Benché della mistione non si rinvenga traccia nella Repubblica, Platone sembra prossimo a teorizzarla nelle Leggi, dove conduce un’indagine sulla costituzione spartana alla luce dell’apprezzamento della categoria della métria, la “moderazione”. Un dio, infatti, a parere dell’Ateniese, nelle cui parole si è soliti riconoscere il pensiero dello stesso Platone, conferisce a Sparta “una doppia stirpe di re da una che era, riducendola, in più, a giusta misura”; un intervento analogo a quello, in seguito, unisce “il moderato potere dei vecchi alla superba forza della nobiltà”; alla fine, poi, un terzo salvatore, vedendo quel potere ancora intemperante, “introdu[ce] il potere degli efori accostandolo al potere della sorte”.[4] Nascono, così, la giusta misura e la regola secondo cui non bisogna stabilire poteri troppo grandi né privi di mescolanza. Stando alle Leggi, ciò accade perché tutte le costituzioni provengono, in base ai vari rapporti esistenti al loro interno, da due forme madri, la monarchia e la democrazia, che incarnano valori non inconciliabili tra loro, come quello dell’intelligenza e della libertà produttiva di philía: nessuno Stato, dunque, può essere ben governato se non partecipa, secondo misura, ad entrambi i princìpi ispiratori di queste due costituzioni.
È parere di Platone che, mentre la Persia sembra aver amato più del dovuto il principio della monarchia e Atene quello della libertà, Sparta e Creta abbiano conosciuto la giusta misura. Anche se qui non si scorge un richiamo espresso alla mistione, i principali caratteri tipici della forma composta di governo sono tutti presenti; ed è in particolare a Sparta che le tracce dei tre generi costituzionali, ossia dei tre modi diversi di interpretare l’esercizio del potere, risultano evidentissime. Quello che, nelle Leggi, è detto di Sparta pare, nel Menesseno, valere per la stessa Atene, che viene qui indicata – dal punto di vista costituzionale – non già come forma “pura”, una democrazia, bensì quale “aristocrazia con l’approvazione della massa”.[5]

6. Passato ad esaminare le concezioni di Aristotele, Taranto osserva che quest’ultimo accusa Platone di aver dualizzato la pólis: seguendo gli insegnamenti esposti da Socrate nella Repubblica, infatti, «in una sola città si avranno necessariamente due città e, per di più, opposte fra loro».[6] Nondimeno, anche se il distacco dal principio monistico non gli sembra privo di rischi, Aristotele si rivela uno dei massimi sostenitori dei benefìci del carattere intimamente pluralistico della pólis, che viene descritta come costituita di innumerevoli “parti” naturalmente portatrici di interessi ed aspirazioni differenziati. Nella visione aristotelica, quindi, il legislatore, posto di fronte al cruciale problema della durata, non deve sforzarsi di rendere più integralmente “pura” la forma costituzionale che sta imprimendo alla città: piuttosto, egli è chiamato a rinvenire ciò “che la conserva per il periodo di tempo più lungo possibile”.[7] Come fare per conseguire questo obiettivo? In primo luogo, Aristotele suggerisce di eliminare gli estremi, che nella società tendono a produrre rivolgimenti, attraverso la crescita della mesótes: “Che la forma intermedia sia la migliore è chiaro, dal momento che essa sola è lontana dal pericolo delle rivolte: dove il ceto medio è numeroso, infatti, non avvengono sedizioni e lotte fra i cittadini”.[8] In secondo luogo, egli ritiene che ciascun elemento della pólis debba continuare ad essere quello che è: “Infatti, se un regime intende preservarsi, occorre che tutte le ‘parti’ della città vogliano che esista e si mantenga nelle medesime condizioni”.[9]
Secondo Aristotele, “migliore è il partito di quelli che intendono mescolare i vari tipi di costituzione, perché migliore è la forma di costituzione derivata dalla fusione di molti tipi diversi”.[10] A suo avviso, dunque, la mistione è da apprezzare in quanto sembra riuscire a risolvere, grazie alla mediazione e all’accordo, gli antagonismi presenti nella pólis, assicurandole quella durata che risulta, come si è più volte sottolineato, un valore in sé: “Siccome la città è costituita da due ‘parti’, quella dei ricchi e quella dei poveri, abbia validità ciò che appare bene ad entrambe o alla maggioranza”.[11] Anche se, a giudizio di Aristotele, il laboratorio costituzionale offerto dalla storia documenta dappertutto il successo della mistione, egli si concentra specialmente sul tipo di mescolanza fra le tre forme “pure” istituito da Solone e ottenuto componendo la presenza oligarchica dell’Areopago con le cariche elettive proprie dell’aristocrazia e con i tribunali di sapore democratico. Dal punto di vista aristotelico, inoltre, “il regime costituzionale fondato sul ceto medio è più vicino alla democrazia che all’oligarchia ed è il più sicuro di tutte le costituzioni di questo genere”;[12] e la politéia “ben connessa”, secondo lo Stagirita, dura più degli altri regimi non tanto perché quelli che cercano di tenerla in vita siano una maggioranza rispetto all’ipotetica minoranza di coloro che vorrebbero abbatterla, quanto dal fatto che non esiste “parte” della città che, godendo di una simile forma di “rappresentazione”, “vorrebbe assolutamente un’altra costituzione”.[13]

7. Non è nel IV secolo a.C. con Aristotele, comunque, che nasce la vera e propria ideologia del governo misto, ma duecento anni dopo, con Polibio, delle cui concezioni “scientifiche” si rinviene traccia palese in seguito, specialmente nelle dottrine sul regimen mixtum scaturite in epoca rinascimentale e nella prima Età Moderna. Nel libro VI delle Storie, egli instaura un rapporto diretto fra la potenza di Roma e la sua costituzione, che non è considerata né semplice né inscrivibile in una delle forme “pure” consacrate dalla tradizione; piuttosto, a suo avviso, si tratta di un sistema politico che è frutto dell’unione di monarchia, aristocrazia e democrazia. Lo storico greco non ha esitazioni: il governo misto ostacola il processo di corruzione dei sistemi politici, giacché si dimostra in grado di prevenire, attraverso un ordinamento ben equilibrato e forme legislative coerenti, eventuali sviluppi eccessivi dell’autorità al potere. Partendo dall’ormai classica tipologia dei sei generi di governo, tre “buoni” e tre “cattivi”, egli sostiene che ognuna delle forme “rette” è destinata a tralignare nella rispettiva forma “corrotta”, dando così origine ad un’evoluzione storica scandita in sei fasi (monarchia, tirannia, aristocrazia, oligarchia, democrazia, oclocrazia), la quale, pervenuta al suo compimento, ritorna al principio: si tratta della celebre teoria dello “sviluppo ciclico delle costituzioni”, o politeiõn anakýklosis.
Polibio riconosce in Licurgo uno dei legislatori più illuminati della storia proprio perché egli sa imporre allo Stato spartano un bilanciatissimo ordinamento di carattere misto, un sistema politico che consente alla città di scongiurare a lungo abusi umani e degenerazioni. Analogamente, lo storico di Megalopoli considera mista anche la costituzione romana, fatto sul quale non possono esservi dubbi, a suo giudizio, poiché, “guardando in parte al potere dei consoli, lo Stato [appare] senz’altro monarchico o regio; se, invece, si [guarda] al Senato, [appare] aristocratico; e, se al potere della moltitudine, [sembra] senza dubbio democratico”.[[14]] Quest’assetto costituzionale impedisce a ciascuno degli elementi istituzionali e sociali partecipanti al governo d’inorgoglirsi e d’infrangere la giustizia, ossia il limite, in virtù del quale ogni potere, essendo frenato dagli altri, risulta meno libero di commettere iniquità. Secondo Polibio, pertanto, la mistione assume una doppia valenza: teoria del coinvolgimento delle parti sociali nella gestione della cosa pubblica e teoria del limite del potere di ognuna di esse nella sua separazione dalle altre.

8. Anche Cicerone tesse l’elogio del regimen mixtum. Sennonché, a differenza di Polibio e avvicinandosi per certi aspetti ad Aristotele, egli delinea una forma di mistione, scrive Taranto, “più ‘quieta’ di quella dello storico greco”, in quanto l’Arpinate interpreta “i rapporti tra le classi non come ispirati al reciproco controllo, ma piuttosto ad un’armonia che [nasce] anche dalla tesi che [fa] dell’elemento popolare un elemento la cui incidenza reale nella vita dello stato [sia] piuttosto ridotta rispetto al peso degli elementi aristocratici e regali della costituzione romana”.[15] Nel De re publica, Cicerone mostra di preferire la costituzione derivata equilibratamente da tutte e tre le classiche forme di governo “buone”. Il regimen mixtum, a suo dire, si fonda sul controllo del potere da parte delle forze sociali organizzate, ed è quindi molto più stabile e saldo dei generi costituzionali “semplici”: “Non est enim causa conversionis, ubi in suo quisque est gradu firmiter collocatus et non subest, quo praecipitet ac decidat”.[16]
Nel mondo antico, tuttavia, non mancano gli autori che sottopongono a critica il governo misto o lo reputano una chimera. Per esempio, a cavallo tra il I e il II secolo d.C., Tacito considera la mistione più facilmente pensabile che realizzabile; d’altronde, anche là dove si riesca in qualche modo a dar vita ad un regimen mixtum, il celebre scrittore è convinto che esso non potrebbe resistere a lungo alle dinamiche storiche e sociali: “Nam cunctas nationes et urbes populus aut primores aut singuli regunt: delecta ex iis et cons<o>ciata rei publicae forma laudari facilius quam evenire, vel, si evenit, haud diuturna esse potest”.[17] Nella Tarda Antichità, poi, “[s]bilanciatosi l’asse del discorso politico a favore del dominio di uno, sacralizzata in più modi la sua funzione attraverso l’analogia con le funzioni del sole, o attraverso il concetto di un basileús come emanazione divina, così come [avviene] nella cultura bizantina, il pensiero politico non [riesce] più per molto tempo a pensare con occhi positivi la mistione”.[18]

9. Tommaso d’Aquino, appena varcata la metà del XIII secolo, è autore di una delle rare proposte teoriche di rilievo formulate sul regimen mixtum nel corso di tutto il Medioevo. Le sue considerazioni in merito riscuoteranno una certa “fortuna” specialmente nella travagliata fase del Conciliarismo, oltre cento anni dopo, presso quei teologi che nella mistione vedranno uno strumento fondamentale della gestione partecipata del potere nella monarchia papale.
Tommaso prospetta – per utilizzare la felice formula coniata da Taranto – una sorta di “mistione come regime di Dio”.[19] Pur non rinnegando l’eccellenza del governo monarchico secondo virtù e di quello aristocratico sempre secondo lo stesso principio, egli mostra di prediligere quel reggimento ove, ad un tempo, tutti possano essere eletti e ciò avvenga grazie al concorso di tutti:

optima ordinatio principum est in aliqua civitate vel regno, in qua unus praeficitur secundum virtutem qui omnibus praesit; et sub ipso sunt aliqui principantes secundum virtutem; et tamen talis principatus ad omnes pertinet, tum quia ex omnibus eligi possunt, tum quia etiam ab omnibus eliguntur.[20]

Di conseguenza, a parere di Tommaso, il miglior ordinamento politico è quello che vede al suo interno la retta mescolanza tra gli elementi monarchico, aristocratico e popolare:

Talis enim est optima politia, bene commixta ex regno, inquantum unus praeest; et aristocratia, inquantum multi principantur secundum virtutem; et ex democratia, idest potestate populi, inquantum ex popularibus possunt eligi principes, et ad populum pertinet electio principum. Et hoc fuit institutum secundum legem divinam.[21]

La composizione effettuata saggiamente, quindi, può considerarsi davvero “ottima”, perché trae vita da un’ispirazione celeste. Come mostra la storia sacra, ricorda Tommaso, la legge divina ha direttamente plasmato la forma mista di governo vigente presso il popolo d’Israele:

Nam Moyses et eius successores gubernabant populum quasi singulariter omnibus principantes, quod est quaedam species regni. Eligebantur autem septuaginta duo seniores secundum virtutem, dicitur enim Deut. I, tuli de vestris tribubus viros sapientes et nobiles, et constitui eos principes, et hoc erat aristocraticum. Sed democraticum erat quod isti de omni populo eligebantur; dicitur enim Exod. XVIII, provide de omni plebe viros sapientes, etc., et etiam quod populus eos eligebat; unde dicitur Deut. I, date ex vobis viros sapientes, et cetera. Unde patet quod optima fuit ordinatio principum quam lex instituit.[22]

10. A partire dal Tardo Medioevo, la geografia “tipologica” della mistione va arricchendosi di altri due luoghi, dopo Sparta e Roma: Venezia e l’Inghilterra. A quell’epoca, un gran numero di trattatisti di cose etico-politiche, sovente di diversa provenienza e formazione culturale, concorda nell’additare nel regime della Serenissima la realizzazione storica d’una specie ottima di ordinamento misto, capace di preservare a lungo lo Stato da ogni brusco rivolgimento. Il più significativo scritto dedicato al regimen mixtum di Venezia è il De magistratibus et republica Venetorum di Gasparo Contarini, un’opera che esce postuma (a Parigi) nel 1543, ma che viene redatta probabilmente a due riprese nel 1522-1524 e nel 1532-1534. Al di là della Manica, nel frattempo, sono molti i teorici che – sull’esempio di John Fortescue, autore vissuto nel XV secolo – considerano l’Inghilterra uno Stato misto realizzato. Per costoro, insistere sull’eccellenza della combinazione delle tre forme di governo ottenuta in terra britannica, vuol dire soprattutto opporsi con argomenti storici e dottrinali alle numerose istanze accentratrici dei fautori dell’assolutismo.
Anche in Francia, nel medesimo periodo, alla dottrina tradizionale della costituzione mista si richiamano di frequente i sostenitori della monarchia allo scopo di deprimere le aspirazioni assolutistiche dei sovrani: per esempio, nel Prohème d’Appien (1510), prefazione alla traduzione francese della Storia dei Romani di Appiano Alessandrino, Claude de Seyssel prospetta un modello di regimen mixtum fondato sulla gestione condivisa del potere da parte del re e dell’aristocrazia, mentre al terzo stato non viene riconosciuto un peso politico determinante.
Proprio in ambito francese è sferrato il primo di una serie di grandi attacchi teorici tardo-rinascimentali e moderni alla dottrina della mistione. Jean Bodin, nei suoi Six Livres de la République (1576), osserva che le forme di Stato sono soltanto monarchia, aristocrazia e democrazia, poiché il criterio in base al quale si possono distinguere è la titolarità del potere sovrano, e quest’ultimo è indivisibile: dunque, le costituzioni di Sparta, Roma e Venezia non sono affatto miste, come si è spesso sostenuto.
Il giudizio bodiniano risulta chiaro non meno che reciso: esaminando in profondità gli ordinamenti che molti autori hanno considerato esempi di ottima mistione, è facile accorgersi che, in ciascuno di essi, una delle “parti” ha sempre prevalso sulle altre; e questo, secondo il giurista francese, vale anche per i casi della repubblica romana e di quella veneziana, da lui considerate – rispettivamente – una democrazia e un’aristocrazia. A suo avviso, peraltro, è un bene che in nessuna costituzione venga mai a mancare una “parte” dominante: in caso contrario, infatti, lo Stato correrebbe il gravissimo rischio di precipitare in un conflitto distruttivo della sua unità. Donde, l’autentica commistione, per fortuna evenienza rara, piuttosto che essere garanzia di maggiore stabilità, risulta la principale causa di debolezza e di discordia annientatrice dei corpi politici e dello Stato stesso. Secondo Bodin, comunque, ciò non toglie che possa legittimamente esistere, al livello della forma di governo, la composizione di quelle modalità organizzative che riguardano non tanto la titolarità, bensì l’esercizio del potere.

11. Nel secolo seguente, in Inghilterra, la difesa di una forma temperata di Stato convince sempre meno: lo scoppio della guerra civile (1642), il regicidio e la proclamazione della repubblica (1649) sono avvenimenti che gli scrittori di cose politiche vedono spesso come conseguenze delle proposte teoriche dei patrocinatori del governo misto, tutte tese all’indebolimento del potere assoluto del sovrano.
In tale contesto, uno dei più acerrimi avversari della mistione si rivela Thomas Hobbes, il quale giudica affatto mostruoso il regimen mixtum e rifiuta la dottrina ad esso inerente, indicandola come una teoria sediziosa che favorisce la disgregazione e la guerra civile. A questo riguardo, muovendo dal presupposto bodiniano dell’indivisibilità del potere sovrano, il filosofo inglese scrive nel capitolo XXIX del Leviathan (1651):

In realtà, anche se ben pochi si rendono conto che tale governo non è un [vero] governo ma la divisione dello Stato in tre fazioni, e lo chiamano monarchia mista, la verità invece è che non si tratta di uno Stato unico e indipendente, ma di tre fazioni indipendenti; e non di un’unica ma di tre persone rappresentanti. [...] Pertanto, se il re dà corpo alla persona del popolo, e anche l’assemblea generale dà corpo alla persona del popolo, e un’altra assemblea ancora dà corpo alla persona di una parte del popolo, allora il re e le assemblee non costituiscono una sola persona, né un solo sovrano, ma tre persone e tre sovrani.[23]

Hobbes, subito dopo, paragona le orripilanti alterazioni dell’organismo umano deforme all’intimo pervertimento di ogni possibile esempio di mistione realizzata:

Non so a quale malattia del corpo naturale dell’uomo possa esattamente far corrispondere questa anomalia dello Stato. Ho visto però un uomo che aveva un altro uomo che gli spuntava da un fianco con testa, braccia, petto e stomaco propri. Se ne avesse avuto un altro ancora dall’altro lato, il confronto avrebbe potuto essere perfetto.[24]

Mentre fino alla metà del Seicento, in Inghilterra, il mixed government è evocato allo scopo di promuovere un’autentica gestione partecipata del potere nell’ambito d’una monarchia nazionale, con James Harrington il quadro teorico muta sensibilmente: nell’opera The Commonwealth of Oceana (1656), egli si avvale del lessico della mistione per prospettare il modello di “una repubblica egualitaria nei suoi possessi, dotata verso l’alto di un limite massimo consentito alla loro espansione, e perciò immune dalle lotte per la loro acquisizione o monopolizzazione”.[25] Harrington ritiene che uno Stato quieto e armonico nasca da un assetto costituzionale preciso: “La repubblica consiste di un senato che propone, di un Popolo che decide e di una magistratura che esegue. Pertanto, la repubblica – comprendendo un’aristocrazia che è il senato, una democrazia che è il Popolo, una monarchia che è la magistratura – è completa”.[26]

12. Nel corso del XVI e soprattutto del XVII secolo, contemporaneamente alle prime avvisaglie del declino della “fortuna” della miktè “ternaria”, diventano più numerose le proposte di composizioni “binarie”: scomparso dalla scena il popolo, elemento costitutivo dell’idea stessa della mistione, s’inizia a pensare al governo regio come ad un governo limitato, servendosi ancora del vecchio armamentario ideologico fornito dal regimen mixtum. Il risultato è “un poderoso tentativo di trasferire in un altro contesto la teoria, spingendola a fungere da ‘memento’ della superiorità del regno sul re”.[27] Già nel Cinquecento, infatti, specie nei costituendi Stati nazionali, si evidenzia la crisi profonda dell’idea di composizione, che viene gradualmente relegata ai margini della concettualità politica moderna: il governo misto, come si è detto, viene accusato di portare ad una guerra civile permanente. Nell’età dell’assolutismo trionfante, il regimen mixtum diventa “una sorta di contraltare dialettico rispetto alla più significativa impresa della modernità politica, quella della sovranità, nel cui lessico è dato riconoscere la concettualità della giurisprudenza e della teologia politica”.[28]
La fine del XVIII secolo segna, in tutta Europa, il tramonto de facto delle grandi teorizzazioni sul governo misto. Ciò avviene sostanzialmente per due motivi: da un lato, “il popolo, i molti, nell’indeterminatezza della loro condizione sociale”, si trasformano nel “tutto e non più una semplice parte del tutto, quando sulla scena politica compar[e] la nazione assumendo su di sé il peso e la titolarità della sovranità”, cosicché “la mistione cess[a] di significare qualcosa nel lessico politico”; dall’altro, la lignée teorica che annovera Rousseau come uno dei suoi maggiori esponenti, elabora un’inedita “equiparazione tra governo ed esecutivo, con la stabilizzazione della moderna teoria della sovranità e la nascita del concetto di potere”, il che sospinge “verso il mondo di ieri lo stesso concetto di governo e delle sue forme”.[29]
La storia della mistione appare ormai pressoché conclusa nell’Ottocento, sebbene ancora nel secolo scorso facciano occasionalmente capolino richiami al regimen mixtum nelle concezioni di politologi e sociologi di rilievo, a partire da Gaetano Mosca. Benché su di essi Taranto non attiri l’attenzione, egli non manca di accennare ad alcuni importanti aspetti del transito verso altri lidi del bagaglio intellettuale del governo misto. Lo studioso mostra, ad esempio, come questo passaggio si riscontri tanto nei “correttivi pensati per rappresentare un contrappeso rispetto alla democrazia pura, come nel caso di quella seconda Camera, esemplata sul Senato romano, delle Considerations on Representative Government [1861] di John Stuart Mill”, quanto nel rapporto che senza dubbio lega la composizione e la divisione dei poteri, vale a dire il pluralismo di cui essa è “il più autorevole progenitore e la ‘moderazione’, l’ultima sua erede di cui non abbiamo smesso di avere ancora bisogno”.[[30]] In effetti, su questo secondo punto, l’intera storia del regimen mixtum è contrassegnata dal tentativo di far convivere le forze antagonistiche della società nello Stato; in tal senso, rileva Taranto,

la mistione rappresenta l’antesignano più illustre di quella che [in epoca contemporanea è] chiamata la coesistenza pacifica, in virtù della sua moderazione, della sua tolleranza, della sua “mitezza” che sembra fatta apposta per alienargli le simpatie dei teorici dell’“ideale” ma gli avvicina quanti, consapevoli del fatto che l’uomo e la sua società costituiscono “un legno storto”, sono da ciò indotti all’accettazione del diverso e dell’altro e procedono nel loro agire con moderazione.[31]

 

Note

[1] LIVIO, Ab Urbe condita libri, II, 32.

[2] Ivi, II, 33.

[3] TUCIDIDE, La guerra del Peloponneso, VIII, 97, 2 (d’ora in poi, ove non indicato altrimenti, le traduzioni devono intendersi a nostra cura).

[4] PLATONE, Leggi, 691e-692a.

[5] Id., Menesseno, 238d.

[6] ARISTOTELE, Politica, 1264a, 25-27.

[7] Ivi, 1320a, 4-5.

[8] Ivi, 1296a, 7-10.

[9] Ivi, 1270b, 20-22.

[10] Ivi, 1266a, 4-6.

[11] Ivi, 1318a, 31-33.

[12] Ivi, 1302a, 13-15.

[13] Ivi, 1294b, 35 e 40-41.

[14] POLIBIO, Storie, VI, 11, 12. Sulla difficoltà di definizione come segno distintivo della buona costituzione mista, cfr. già Platone, Leggi, 712d-e, e Aristotele, Politica, IV, 1294b, 15-41.

[15] D. TARANTO, La miktè politéia tra antico e moderno. Dal “quartum genus” alla monarchia limitata, Milano, F. Angeli, 2006, p. 41 (d’ora in poi: TAR).

[16] CICERONE, De re publica, I, 45.

[17] TACITO, Annales, IV, 33.

[18] TAR, p. 41.

[19] Ivi, p. 42.

[20] TOMMASO D’AQUINO, Summa theologiae, Ia, IIae, q. 105, art. 1.

[21] Ibid.

[22] Ibid.

[23] TH. HOBBES, Leviathan, or The Matter, Forme, & Power of a Common-wealth, Ecclesiasticall and Civill, London, A. Crooke, 1651; Leviatano o la materia, la forma e il potere di uno Stato ecclesiastico e civile, trad. it. di A. Lupoli, M.V. Predaval e R. Rebecchi, a cura di A. Pacchi, con la collaborazione di A. Lupoli, Roma-Bari, Laterza, 19922 [1989], p. 269.

[24] Ibid. (traduzione da noi lievemente modificata). Si noti che, poco meno di un secolo dopo la pubblicazione del Leviathan, di governi misti come “mostri” parla esplicitamente anche Giambattista Vico nella Scienza nuova. Egli è d’accordo con Tacito nel negare che siano mai esistite vere e proprie combinazioni fra le “tre forme di Stati pubblici” conosciute e, inoltre, cerca di scoprire la ragione storica del perché certi regimi del passato e anche del suo tempo siano, e siano stati, interpretati come governi misti. Secondo Vico, si danno “tre spezie di repubbliche [Stati], e non più”: “repubbliche d’ottimati”, “libere popolari”, “monarchie”; altre forme, “mescolate per umano provvedimento, sono più da disiderarsi dal cielo che da potersi unquemai conseguire, e, se per sorte ve n’hanno, non sono punto durevoli” (G. VICO, La scienza nuova. Giusta l’edizione del 1744 con le varianti dell’edizione del 1730 e di due redazioni intermedie inedite, 2 voll., a cura di F. Nicolini, con revisione del testo di A. Parente e N. Nicolini, Bari, Laterza, 1928, vol. II, pp. 105-106: l. IV, [sez. XIII], [cap. I], cpv. 1004; nell’Idea dell’opera, richiamando anche lì Tacito, Vico ha già anticipato brevemente questo suo giudizio intorno alla mistione: cfr. vol. I, pp. 25-26: cpv. 29).

[25] TAR, p. 81.

[26] J. HARRINGTON, The Commonwealth of Oceana, London, D. Pakeman, 1656; La repubblica di Oceana, trad. it. e cura di G. Schiavone, Milano, F. Angeli, 1985, p. 116 (traduzione da noi lievemente modificata).

[27] D. TARANTO, Introduzione a TAR, pp. 7-15: 12.

[28] Ivi, p. 13.

[29] Ivi, p. 14.

[30] Ivi, p. 15.

[31] Ivi, pp. 12-13.



DOI: http://dx.doi.org/10.13128/Cromohs-15522



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