Cromohs 2005 - Mazzolini - L’interpretazione simbolica della pigmentazione umana

L’interpretazione simbolica della pigmentazione umana
nell’antropologia fisica del primo Ottocento

Renato G. Mazzolini
Università di Trento
R.G. Mazzolini, «L’interpretazione simbolica della pigmentazione umana nell’antropologia fisica del primo Ottocento», Cromohs, 10 (2005): 1-7
< URL: http://www.cromohs.unifi.it/10_2005/mazzolini_pigment.html >

L’origine dello schema bianco-nero-giallo-rosso

1. Il colore della pelle delle popolazioni umane è stato oggetto, almeno a partire dalla seconda metà del Cinquecento, di notevole attenzione da parte di numerosi viaggiatori e studiosi europei[1]. In particolare, molti filosofi naturali e anatomisti del Sei e Settecento hanno indagato l’anatomia della pelle e hanno suggerito diverse teorie per spiegare il colore scuro della pelle degli africani sub-sahariani. In sostanza, l’oggetto della loro ricerca era la pigmentazione umana, la quale è diventata, soprattutto nel corso del Settecento, il criterio principale per classificare, da un punto di vista zoologico, le varietà della specie umana. Non è questo il luogo per ricordare quelle teorie e quelle classificazioni a cui ho già dedicato alcuni studi[2]. Mi preme, invece, ricordare come le indagini e le speculazioni sulla pigmentazione umana abbiano costituito la base principale su cui si è andata costruendo sia la nozione di razza - come risulta evidente soprattutto dai lavori di Immanuel Kant (1724-1804) dedicati a questo concetto - sia l’antropologia fisica come disciplina[3]
Per uno studioso europeo dei primi decenni dell’Ottocento, l’umanità era generalmente divisa in diverse razze, ciascuna con un colore cutaneo differente. Negli anni quaranta e cinquanta di quel secolo, questa concezione fu diffusa nei libri scolastici e divenne un modo semplice e potente, sebbene erroneo, per codificare l’umanità. L’idea che l’umanità fosse divisa in bianchi, gialli, rossi e neri non è antica; non è medievale e non è nemmeno rinascimentale. È un’idea che si è andata formando molto lentamente nel corso del secondo Seicento e di tutto il Settecento per imporsi definitivamente solo nel primo Ottocento. In particolare, vorrei sottolineare che i Cinesi, ad esempio, non furono mai percepiti come ‘gialli’ dai viaggiatori europei del Cinque o Seicento, ma come bianchi più bianchi degli Europei[4]. Inoltre, non mi risulta che vi sia alcun autore o alcun viaggiatore che abbia descritto gli Amerindi come ‘rossi’ prima della seconda metà del Settecento[5]. Anche l’identificazione dei ‘bianchi’ con i soli Europei è un fatto relativamente recente, tanto da divenire comune solo nel secondo Settecento. Una conferma di questa affermazione è fornita da una analisi delle voci ‘Europeo/Europei’ presenti in dizionari o enciclopedie del Sei e Settecento. Alla voce Europeans del terzo volume di The New and Complete American Encycloædia, pubblicata negli anni 1805-1811, è scritto quanto segue:

EUROPEANS, The inhabitants of Europe. They are all white; and incomparably more handsome than the Africans, and even than most of the Asiatics. The Europeans surpass both in arts and sciences, especially in those called liberal; in trade, navigation, and in military and civil affairs; being at the same time, more prudent, more valiant, more generous, more polite, and more sociable than they: and though divided into various sects, yet as Christians, they have infinitely the advantage over a very large part of mankind. There are few places in Europe where men sell each other for slaves; and none where robbery is a profession, as it is in Asia and Africa[6].

Gli Europei, si scrive, sono tutti bianchi. È l’unica novità contenuta in questa voce enciclopedica. Infatti, per il resto, si tratta di una traduzione, con leggere modifiche, della voce ‘Europei’ contenuta nel Dictionnaire de Trévoux del 1721[7].
In queste pagine, cercherò di evidenziare il significato simbolico attribuito al colore della pelle nella letteratura scientifica dei primi cinquant’anni dell’Ottocento. La letteratura che citerò qui di seguito ricade prevalentemente, ma non esclusivamente, nell’ampia categoria delle scienze della vita e, più in particolare, in quella dell’antropologia fisica o, come allora si chiamava, della storia naturale dell’uomo. Preme ricordare che la letteratura antropologica dell’epoca era dominata dal dibattito su monogenesi e poligenesi e da numerosi tentativi di classificare le razze umane. Sia in quel dibattito, sia in quelle classificazioni, il colore della pelle e la forma del cranio costituivano gli argomenti d’analisi più rilevanti [8].

Colore della pelle e giudizio di valore

‘Degeneratio’: monogenesi e modelli di spiegazione della diversità della pigmentazione umana

2. Per alcuni studiosi del primo Ottocento le differenze fisiche tra le popolazioni della Terra erano così considerevoli da suggerire l’ipotesi che tali popolazioni avessero avuto origini diverse (poligenismo). Per i monogenesti - per coloro cioè che credevano in una origine comune di tutti i popoli della terra - si trattava di spiegare, invece, come la differenziazione fisica avesse avuto luogo. In particolare, si trattava di indicare con argomenti plausibili quale fosse stato il colore della pelle dei primi uomini. Il modello di spiegazione più diffuso era quello di Johann Friedrich Blumenbach (1752-1840)[9]. Secondo tale modello il tipo umano primitivo era originario del Caucaso ed era di pelle bianca. Partendo da questo tipo primitivo, la differenziazione umana sarebbe avvenuta per un meccanismo di ‘degenerazione’ in due direzioni: verso il tipo mongolo, da un lato, e verso il tipo etiope, dall’altro. Per Blumenbach, il termine degeneratio non aveva un significato peggiorativo, come nel linguaggio comune. Esso significava un allontantanamento da un tipo originario ed era causato dalle migrazioni di uomini che si adattavano fisicamente ai nuovi ambienti in cui andavano a stabilirsi. Anche gli Europei erano, secondo Blumenbach, degenerati rispetto al tipo caucasico primitivo. Tuttavia, nella prima metà dell’Ottocento, la terminologia di Blumenbach perse il suo significato tecnico, a favore di quello prevalente nel senso comune, per cui spesso si parlò dei popoli di colore come popoli degenerati rispetto a quelli bianchi originari.
Un secondo modello di spiegazione postulava, invece, che gli uomini delle origini fossero di pelle nera. Nell’articolo, del 1802, Über den ursprünglichen Stamm des Menschengeschlechts, lo zoologo Franz Joseph Schelver (1778-1832) scrisse di non dubitare «daß Asien die Mutter der gebildeten Menschheit sey», ma di ritenere che l’uomo, considerato come «Naturprodukt», era originario dell’Africa[10]. La sua argomentazione per sostenere questa tesi era la seguente:

Man hat für die Meinung, daß das Menschengeschlecht aus Asien herstamme, die sehr richtige Beobachtung angeführt, daß die weiße Farbe des Europaers leicht in die dunkele, aber die dunkele nicht so leicht, und erst nach mehrern Generationen in die hellere übergehe. Diese Beobachtung beweiset nun gerade das Gegentheil, daß nemlich die dunklere Farbe den ursprünglichen Stamme näher, als die weiße stehe. Denn der Mensch kehret leichter in den ursprünglichen, seiner Organisation angemessen Zustand zurück, als er von diesem Zustande ausartet; wie das zahme Thier leichter verwildert, als das wilde gezähmet wird. Ausartung geschieht nur, gleichsam wider den Willen der Natur; wäre sie so außerordentlich leicht, und strebte nicht jedes Geschlecht nach der Rückkehr in seinen ursprünglichen Zustand; so müßte beynahe jede neue Generation eine neue Race bilden, und es würde gar keine Beharrlichkeit der Gestalten, auch nur von kurzer Dauer möglich sein[11].

Una argomentazione simile fu esposta anche da James Cowles Prichard (1786-1848), in Researches into the Physical History of Man: un’opera pubblicata in un solo volume nel 1813 e in ben cinque volumi nella terza edizione del 1836-1847. I concetti fondamentali da lui esposti sono i seguenti:

the dark races are best adapted by their organization to the condition of rude and uncivilized nations [...] the senses are more perfect in the Negroes than in Europeans [...] the perfection of the ruder faculties of sense is not required in the civilized state, and it therefore gives way to a more capacious form of the skull [...] we find that all nations who have never emerged from the savage state are Negroes, or very similar to Negroes [...] wherever we see any progress towards civilization, there we also find deviation towards a lighter colour [...]. There is no example of a race of Savages with the European constitutions and characters[12].

Il colore della pelle come fondamento dei sistemi di classificazione delle razze umane

3. Le problematiche testé accennate si riflettono anche nei sistemi di classificazione delle razze umane. Infatti, tali classificazioni non sono più solo morfologiche, ma tendono ad essere graduate secondo la nozione di sviluppo (development, in inglese): esse sono, in parte, temporalizzate. Ad esempio, il naturalista Lorenz Oken (1779-1851) propose una classificazione a gradini ascensionali, in cui ciascuna razza umana era caratterizzata da una particolare pigmentazione e dal predominio di un organo di senso.

  1. Auf der untersten Stuffe [sic] hat die Haut das Uebergewicht behalten, ist voll Färbestoff geblieben und undurchsichtig oder schwarz. Die schwarze Menschenart oder die Neger in Africa.
  2. Auf der zweyten Stuffe wird die Haut heller oder braun, und der Geschmacksinn bekommt das Uebergewicht, wie bey der braunen Menschenart oder den Malayen in Australien, welche fast nur an Pflannzenspeisen Gefallen finden.
  3. Auf der dritten Stuffe verliert sich das Schwarze der Haut noch mehr; sie wird roth und der Geruchssinn tritt hervor, wie bey der rothen Menschenart oder dem Americaner, welcher bakanntlich stundenweit riecht.
  4. Auf der vierten Stuffe wird die Haut gelb und der Gehörsinn bildet sich aus in den gelben Mongolen in Asien. Sie scheinen kein Ohrläppchen zu haben.
  5. Endlich verschwindet aller Färbestoff in der Haut; sie wird durchsichtig oder weiß, und das Auge öffnet sich groß und weit bey gleicher Vollkommenheit der übrigen Sinne im Weißen oder dem Europäer”[13].

Degli Europei Oken aggiunse la seguente caratterizzazione:

Sie haben sich gegenwärtig in allen Welttheilen angesiedelt, und scheinen bestimmt zu seyn, alle Wölker des Erdbodens sich zu unterwerfen und dieselben der Cultur zuzuführen[14].

Robert Chambers (1802-1871), in un libro famoso – Vestiges of the Natural History of Creation – pubblicato, anonimamente, nel 1844, si chiedeva:

Why are the Africans black, and generally marked by coarse features and ungainly forms? Why are the Mongolians generally yellow, the Americans red, the Caucasians white?[15].

La sua risposta era che

the various races of mankind, are simply representations of particular stages in the development of the highest or Caucasian type[16].

Nelle classificazioni razziali fornite dai filosofi, come ad esempio da Georg Wilhelm Friedrich Hegel (1770-1831) in una lunga appendice della Enzyklopädie der philosophischen Wissenschaften, prevale l’esigenza di correlare l’aspetto esteriore delle popolazioni con lo sviluppo spirituale dell’uomo[17]. Così si passa gradualmente da uno stadio primordiale caratterizzato da fanciullezza e assenza di «Gefühl der Persönlichkeit des Menschen»[18] all’autocoscienza della razza caucasica.

Erst in der kaukasischen Rasse kommt der Geist zur absoluten Einheit mit sich selber; erst hier tritt der Geist in vollkommenen Gegensatz gegen die Natürlichkeit, erfaßt er sich in seiner absoluten Selbständigkeit, entreißt er sich dem Herüber- und Hinüberschwanken von einem Extrem zum anderen, gelangt zur Selbstbestimmung, zur Entwicklung seiner selbst und bringt dadurch die Weltgeschichte hervor[19].

La bellezza come argomento scientifico

4. È piuttosto sorprendente notare come, in testi scientifici dell’epoca, si esprimano valutazioni estetiche relative al colore della pelle. La sorpresa dipende dal fatto che nel corso del Sei e del Settecento numerosi filosofi naturali avevano mostrato come la valutazione estetica variasse da una popolazione all’altra e non potesse perciò costituire un valido criterio d’analisi scientifica.
A questo proposito, Johann Wolfgang Goethe (1749-1832), che si è occupato relativamente poco di antropologia fisica, ha scritto un passo interessante nella Farbenlehre:

Übrigens wäre wohl hier der Ort, der Zweiflerfrage zu begegnen, ob denn nicht alle Menschenbildung und Farbe gleich schön, und nur durch Gewohnheit und Eigendünkel eine der andern vorgezogen werde. Wir getrauen uns aber in Gefolg alles dessen, was bisher vorgekommen, zu behaupten, daß der weiße Mensch, d. h. derjenige, dessen Oberfläche vom Weißen ins Gelbliche, Bräunliche, Rötliche spielt, kurz dessen Oberfläche am gleichgültigsten erscheint, am wenigsten sich zu irgend etwas Besonderem hinneigt, der schönste sei[20].

Nel 1822, il medico francese Jean-Michel-Nicolas Tinchant, in un’opera dedicata alla riproduzione umana, sostenne che la bellezza si rinviene esclusivamente tra le popolazioni che vivono in un clima temperato come quello dell’antica Grecia. Egli scrisse che la bellezza, «noble partage de l’Européen», svanisce tra le popolazioni che abitano tra i ghiacci dell’Asia del Nord o tra le sabbie brucianti dell’Africa[21].
In un manuale di antropologia del 1829, l’anatomista e fisiologo tedesco Carl Friedrich Heusinger (1792-1883) difese la validità della valutazione estetica affermando che coloro che ritenevano che Negri ed Eschimesi fossero altrettanto physisch vollkommen, come gli Europei, avevano completamente torto, poiché non consideravano i rapporti delle parti tra di loro. Egli argomentava che, se anche un artista avesse conferito i tratti che voleva a un individuo di quelle popolazioni, quest’ultimo non sarebbe mai stato bello:

Man gebe dem Aethiopen den Ausdruck eines Jupiter oder eines Apollo, er wird immer häßlich bleiben. Man wird nicht einwenden, der Aethiope findet den Aethiopen schön, der Mongole den Mongolen: Wir haben oben angenommen, was wir in der Physiognomik zu beweisen haben werden, daß unser Urtheil über die Schönheit von Menschen von dem Bewusstseyn der psychischen Vorzüge gebildet werde, dann kann aber nur der Gebildete richtig urtheilen, so lange aber die Geschichte spricht, ist noch nie ein äthiopisches oder mongolisches Volk zu einer höhern Stufe der Cultur in Kunst und Wissenschaft gelangt, und es wird dies wohl nie der Fall seyn[22].

Bianco = superiore

5. Non solo, dunque, si espressero valutazioni estetiche, sostenendo che la cultura e la scienza europea le legittimavano, ma si giunse anche ad affermare che l’organizzazione strutturale della pelle degli Europei fosse da considerarsi superiore.
Ad esempio, già nel 1777 William Robertson (1721-1793) sostenne che

the beardless countenance and smooth skin of the American seems to indicate a defect of vigour, occasioned by some vice in his frame[23].

Il medico John Cross (1790-1850) ebbe a scrivere, in un libro del 1817:

The white man, in virtue of his superiority in corporeal and mental powers, is lord of the world, and, in virtue of his superiority in respiration, and in structure and function of skin is able to walk over his extensive domain. The skin, then, even as a vital organ, is highly worthy of attention[24].

Secondo Cross, l’uomo bianco, per le sue superiorità fisiche e mentali, era in grado di abitare qualunque parte della terra, mentre gli uomini di colore erano adatti solo a zone circoscritte del globo. Considerando, quindi, i matrimoni misti (cioè tra bianchi e gente di colore) e la loro prole, sostenne che a modificazioni del colore cutaneo della prole corrispondevano modificazioni dei tratti somatici e del temperamento. Il suo criterio di giudizio era il seguente: «the white color is a quality of skin that belongs to superiority in organization»[25].

‘Licentious indulgence’: il rifiuto dei matrimoni misti

6. I figli nati da unioni miste (cioè di bianchi con gente di colore) erano spesso chiamati ‘sangue misti’ o ‘ibridi’. Oltre a godere di uno status sociale inferiore a quello del genitore bianco e, nelle colonie francesi ad esempio, a non potere ereditare dal padre, erano oggetto di pesanti e incredibili valutazioni, che, dal Settecento, continuarono a essere ripetute per tutto l’Ottocento.
Ad esempio, William Robertson scrisse che i meticci e i mulatti erano il prodotto della licentious indulgence degli Spagnoli.[26] Thomas Arbousset (1810-1877), un missionario francese in Sud Africa, affermò, nel 1846, che, ovunque andassero, gli Europei esportavano assieme alla civiltà i loro vizi. In ogni paese colonizzato dagli Europei - egli sostenne - troviamo una razza mista, testimonianza vivente dei vizi dei loro padri[27].

‘Race divine’: sopravvalutazione religiosa e morale della pelle bianca

Da quanto è stato riferito fino a questo punto non dovrebbe stupire che, nel corso della prima metà dell’Ottocento, si assista a una vera e propria deificazione del colore bianco della pelle.
Nel 1826, il naturalista inglese John Mason Good (1764-1827) scrisse : «the die [of the Europeans] has not yet lost its divine impress»[28].
Nel 1837, l’anatomista francese Pierre-Paul Broc (1782-1848) definì gli Europei una «race divine», aggiungendo : «Ce sont les peuples de la race blanche qui dans tous les temps, se sont montrés supérieurs à tous les autres»[29].
Nel 1843, l’americano Josiah Priest (1788-1851) scrisse che, per quanto riguardava

the intrinsic superiority of a white complexion over that of black, there is no question; for by the common consent of all ages among men, and even of Good himself in heaven, there has been bestowed on white the most honorable distinction. WHITE has become the emblem of moral purity and truth, not only on earth, but in eternity also[30].

Critiche coeve a istituire una gerarchia nella pigmentazione umana

7. Il quadro generale che ho qui fornito prevalse tra gli studiosi della prima metà dell’Ottocento. Non fu però esclusivo. Vi furono, infatti, anche dei critici o, comunque, degli autori dotati di un po’ di buon senso. Ad esempio, nel 1834, il medico tedesco Ludwig Choulant (1791-1861) rigettò la bellezza come criterio di classificazione delle razze umane e così fece nel 1844 l’americano David B. Slack, che, tra l’altro, scrisse:

The mere circumstance of our making the color of the black man a theme of philosophical speculation, confers upon us no right to make our own color the standard of beauty. The color of the white man is as monotonous to the eyes of black men, as the black man’s color is to us[31].

Egli criticò anche la relazione posta tra le facoltà mentali, da un lato, e i capelli, il colore della pelle e le ossa del cranio, dall’altro. Infatti, notò argutamente che non si vedeva quale relazione potesse sussistere tra capacità mentali e il fatto che uno avesse i capelli ricci, lisci o fosse calvo! Del resto, egli sostenne, il pigmento presente nella pelle, negli occhi e nei capelli dei neri è il medesimo di quello presente nei capelli e negli occhi dei bianchi. Quanto alla mente e alle sue facoltà, egli osservò semplicemente che essa non risiedeva né nelle ossa del cranio, né nella pelle! Tuttavia, nonostante la presenza di alcuni autori assennati, il quadro generale che ho tracciato è quello che meglio riflette le opinioni più diffuse nella prima metà dell’Ottocento.

Il colore della pelle come simbolo e linea di demarcazione

Quale conclusione provvisoria si può trarre sulla simbologia attribuita al colore della pelle nella prima metà dell’Ottocento? Credo si possa affermare che numerosi studiosi europei iscrissero collettivamente sulla pelle umana una serie di significati simbolici per i quali il colore della pelle divenne un mezzo di comunicazione più potente di un qualunque testo scritto, di qualunque altra segnaletica convenzionale. La pelle bianca assurse a colore originario dell’umanità oppure all’ultimo gradino di un’irresistibile ascesa biologica e spirituale. Essa divenne simbolo di civiltà, bellezza, perfezione organica, superiorità biologica, superiorità mentale, severa autocoscienza spirituale, purezza, divinità. Al contrario, la pelle delle genti di colore indicò degenerazione o uno stadio di sviluppo primitivo. Essa divenne simbolo di inciviltà, arretratezza culturale, bruttezza, imperfezione organica, inferiorità biologica, inferiorità mentale, fanciullesca inconsapevolezza, impurità, animalità.
A me pare evidente che tutte queste attribuzioni simboliche siano il portato di una costruzione sociale collettiva, con una funzione comunicativa di natura politica in armonia con il colonialismo dell’epoca: il potere del bianco sulle genti di colore.
La superficie colorata dell’epidermide rappresentava anche un vero e proprio confine, rispetto al quale si stava o da una parte o dall’altra. Era il confine che sanciva la purezza razziale. Ma – ovviamente - vi erano gli ‘ibridi’ e cioè i meticci, i mulatti e le loro discendenze. Anche nella letteratura, tali ‘ibridi’ erano spesso rappresentati come creature miste e ambivalenti, perturbatori della quiete, lacerati tra culture e realtà tra loro alternative, esseri biologicamente non autentici, perché prodotti del vizio, del peccato e dello scandalo. Il colore incerto e cangiante della loro pelle rappresentava la più grave minaccia di quel confine, perché era una minaccia all’impero e alla razza.

Note

[1] Sulla pelle come luogo d’iscrizione di una pluralità di significati, con particolare attenzione al Medioevo e alla prima Età Moderna, vedi V. GROEBNER, Der Schein der Person. Steckbrief, Ausweis und Kontrolle im Europa des Mittelalters, C. H. Beck Verlag, München 2004 e il volume La pelle umana/The Human Skin , edito in «Micrologus», XIII (2005). Per una analisi di alcune opere letterarie tedesche di fine Settecento e del primo Ottocento, in cui il colore della pelle è visto in termini razziali, vedi i primi quattro saggi contenuti nel volume a cura di B. TAUTZ, Colors 1800 / 1900 / 2000: Signs of Ethnic Difference, Rodopi, Amsterdam 2004.

[2] R. G. MAZZOLINI, Anatomische Untersuchungen über die Haut der Schwarzen (1700-1800), in G. MANN - F. DUMONT (a cura di), Die Natur des Menschen. Probleme der Physischen Anthropologie und Rassenkunde (1750-1850), Fischer, Stuttgart 1990, pp. 169-187; ID., Il colore della pelle e l'origine dell'antropologia fisica, in R. ZORZI (a cura di), L'epopea delle scoperte, Leo S. Olschki, Firenze 1994, pp. 227-239; ID., Kiel 1675: la dissezione pubblica di una donna africana, in M. BERETTA - F. MONDELLA - M.T. MONTI (a cura di), Per una storia critica della scienza, Cisalpino, Milano 1996, pp. 371-393; ID., Für eine neue Geschichte vom Ursprung der Physischen Anthropologie (1492-1848), in «Jahrbuch 1996. Leopoldina», XLII (1997), pp. 319-341; ID., La maledizione di Canaan (Genesi IX. 20-27) e gli Africani sub-sahariani nella letteratura scientifica e teologica (1646-1733), in M. MAMIANI (a cura di), Scienza e sacra scrittura nel XVII secolo, Vivarium, Napoli 2001, pp. 247-278; ID., Frammenti di pelle e immagini di uomini (1700-1740), in G. OLMI-L. TONGIORGI TOMASI - A. ZANCA (a cura di), Natura – cultura. L’interpretazione del mondo fisico nei testi e nelle immagini, Leo S. Olschki, Firenze 2000, pp. 423-443; ID., Leucocrazia o dell’identità somatica degli Europei, in P. PRODI - W. REINHARD (a cura di), Identità collettive tra Medioevo ed Età Moderna, Clueb, Bologna 2002, pp. 43-64; ID., Physische Antropologie bei Goethe und Alexander von Humboldt, in I. JAHN-A. KLEINERT (a cura di), Das Allgemeine und das Einzelne – Johann Wolfgang von Goethe und Alexander von Humboldt in Gespräch, Deutsche Akademie der Naturforscher Leopoldina, Halle 2003, pp. 63-79; ID., L’antropologia fisica, in S. PETRUCCIOLI (a cura di), Storia della scienza, vol. VII, L’Ottocento, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, Roma 2003, pp. 698-708; ID., ‘A greater division of mankind is made by the skinne: Thomas Browne e il colore della pelle dei neri, «Micrologus», XIII (2005), pp. 571-604.

[3] I. KANT, Von den verschiedenen Racen der Menschen zur Anküdigung der Vorlesungen der physischen Geographie im Sommerhalbenjahre 1775, Hartung, Königsberg 1775; il medesimo scritto apparve, con numerose modifiche e integrazioni, nel periodico edito da J.J. Engel «Der Philosoph für die Welt», XXII (1777), pp. 125-164; ID., Bestimmung des Begrifs einer Menchenrace, «Berlinische Monatschrift», I ( 1785), pp. 390-417. Una penetrante analisi di questi testi kantiani è stata fornita da R. BERNASCONI, Kant an Unfamiliar Source of Racism, in J.K. WARD-T.L. LOTT (a cura di), Philosophers on Race: Critical Essays, Blackwell, Oxford 2002, pp. 145-166; vedi, inoltre, A. BARKHAUS, Kants Konstruktion des Begriffs der Rasse und seine Hierarchisierung der Rassen, «Biologisches Zentralblatt», CXIII (1994), pp. 197-203.

[4] W. DEMEL, Wie die Chinese gelb wurden. Ein Beitrag zur Frühgeschichte der Rassentheorien, «Historische Zeitschrift», CCLV (1992), pp. 625-666.

[5] N. SHOEMAKER, How Indians got to be red, «The American Historical Review», CII (1997), pp. 625-644 e, della stessa autrice, A Strange Likeness: Becoming Red and White in Eighteenth-Century North America, Oxford University Press, Oxford-New York 2004.

[6] The New and Complete American Encyclopædia, New York 1805-1811, vol. III, p. 417.

[7] Dictionnaire universel françois et latin vulgairement appelé Dictionnaire de Trévoux, nouvell édition revue, corrigée & augmentée [= 2° ed.], Trévoux 1721, vol. II, p. 1542.

[8] Tra i testi di storia della antropologia fisica che qui si tengono presenti e che affrontano gli argomenti accennati nel testo ricordo: H. F. AUGSTEIN, Aspects of Philology and Racial Theory in 19th-century Celticism: The Case of James Cowles Prichard, «Journal of European Studies», XXVIII (1998), pp. 355-371; M. BANTON, Racial Theories, Cambridge University Press, Cambridge 1987; G. BARSANTI, La mappa della vita. Teorie della natura e teorie dell'uomo in Francia (1750-1850), Guida, Napoli 1983; ID., Storia naturale delle scimmie (1600-1800), «Nuncius», V, 2 (1990), pp. 99-165; J. BARZUN, Race: A Study in Superstition (1937), Harper & Row, New York 1965; M. D. BIDDISS, The Politics of Anatomy: Dr. Robert Knox and Victorian Racism, «Proceedings of the Royal Society of Medicine», LXIX (1976), pp. 245-250; R. E. BIEDER, Science Encounters the Indian (1820-1880): The Early Years of American Ethnology, Norman, London 1986; C. BOLT, Victorian Attitudes to Race, Routledge & Kegan Paul, London 1971; E. BOYD, R. E. SCAMMON, Origins of the Study of Human Growth, Health Sciences Center, University of Oregon 1980; W. B. COHEN, The French Encounter with Africans: White Response to Blacks (1530-1880), Indiana University Press, Bloomington 1980; W. CONZE - A. SOMMER, Rasse, in O. BRUNNER - W. CONZE - R. KOSELLECK (a cura di), Geschichtliche Grundbegriffe. Historisches Lexicon zur politisch-sozialen Sprache in Deutschland, vol. V, Klett-Cotta, Stuttgart 1984, pp. 135-178; I. GEISS, Geschichte des Rassismus, Suhrkamp, Frankfurt am Main 1988; G. GLIOZZI, Le teorie della razza nell’età moderna, Loescher, Torino 1986; S.J. GOULD, The Mismeasure of Man (1981), Penguin Books, New York-London 1992; J. S. HALLER JR., Outcasts from Evolution: Scientific Attitudes of Racial Inferiority (1859-1900), McGraw-Hill, New York 1975; I. HANNAFORD, Race: The History of an Idea in the West, The Johns Hopkins University Press, Baltimore 1996; R. HORSMAN, Race and Manifest Destiny: The Origins of America Racial Anglo-Saxonism, Harvard University Press, Cambridge 1981; P. HUARD - J. THÉODORIDÈS, Humboldt et l'anthropologie, «Sudhoffs Archiv», XLVI (1962), pp. 69-81; R. V. KEMPER, J. F. S. PHINNEY, The History of Anthropology: A Research Bibliography, Garland, New York 1977; G. LAURENT, Paléontologie et évolution en France (1800-1860): Une histoire des idées de Cuvier et Lamarck à Darwin, Éditions du Comité des travaux historiques et scientifiques, Paris 1987; G. MANN-F. DUMONT (a cura di), Die Natur des Menschen. Probleme der Physichen Anthropologie und Rassenkunde (1750-1850), Fischer, Stuttgart-New York 1990; P. G. MUDFORD, William Lawrence and the Natural History of Man, «Journal of the History of Ideas», XXIX (1968), pp. 430-436; W. E. MÜHLMANN, Geschichte der Anthropologie, Aula-Verlag, Wiesbaden 19843; H. H. ODOM, Generalizations on Race in Nineteenth-century Physical Anthropology, «Isis», LVIII (1967), pp. 5-18; T. K. PENNIMAN, A Hundred Years of Anthropology (1935), International Universities Press, New York 1970; M. F. PIGUET, Observation et histoire: Race chez Amèdèe Thierry et William F. Edwards, «L’Homme», CLIII (2000), pp. 93-106; F. SPENCER (a cura di), History of Physical Anthropology: An Encyclopedia, 2 voll., Garland, New York-London 1997; W. STANTON, The Leopard's Spots: Scientific Attitudes toward Race in America (1815-1859), The University of Chicago Press, Chicago 1960; N. STEPAN, The Idea of Race in Science: Great Britain 1800-1960, Archon Books, Hamden Conn. 1982; G. W. STOCKING JR., Victorian Anthropology, Free Press, New York 1987; J. M. TANNER, A History of the Study of Human Growth, Cambridge University Press Cambridge, 1981; T. TODOROV, Nous et les autres. La réflexion française sur la diversité humaine, Éditions du Seuil, Paris 1989; K.D. WELLS, Sir William Lawrence (1783-1867): A Study of pre-Darwinian Ideas on Heredity and Variation, «Journal of the History of Biology», IV (1971), pp. 319-361.

[9] J.F. BLUMENBACH, De generis humani varietate nativa, Rosenbuschii, Goettingae 1775; ID.., De generis humani varietate nativa, editio tertia, Vandenhoek et Ruprecht, Goettingae 1795, che, per le modifiche rispetto alla prima edizione, può essere considerata un’opera sostanzialmente nuova.

[10] F. J. SCHELVER, Ueber den ursprünglichen Stamm des Menschengeschlechts, «Archiv für Zoologie und Zootomie», III (1802), pp. 167-184: 168.

[11] Ivi, pp. 168-169.

[12] J.C. PRICHARD, Researches into the Physical History of Man, Arch, London 1813, pp. 235-237. Merita di venire segnalato che, nelle edizioni successive di quest’opera, Prichard modificò le idee espresso nel 1813 e, ancora prima, nella sua dissertazione dal titolo Disputatio inauguralis de generis umani varietatae [...], excudebant Abernetty & Walker, Edinburgi 1808.

[13] L. OKEN, Allgemeine Naturgeschichte für alle Stände, 8 voll., Hoffmann’sche Verlags-Buchhandlung, Stuttgart 1833-41, vol. VII, p. 1852.

[14] Ivi, p. 1854.

[15] [R. CHAMBERS], Vestiges of the Natural History of Creation, Churchill, London 1844, pp. 305-306.

[16] Ivi, p. 307.

[17] G.W.F. HEGEL, Werke in 20 Bänden, auf der Grundlage der Werke von 1832-1845 neu ediert, Frankfurt/M. 1969-1971, Teil X, Enzyklopädie der philosophischen Wissenschaften im Grundrisse (1830), Teil III, Die Philosophie des Geistes, Frankfurt am Main 1970, pp. 57-63.

[18] Ivi, p. 60.

[19] Ivi, p. 61.

[20] J.W. VON GOETHE, Die Schriften zur Naturwissenschaft, Im Auftr. der Deutschen Akademie der Naturforscher Leopoldina, parte 1, vol. IV, Zur Farbenlehre: Widmung, Vorwort und didaktischer Teil, bearb. von Rupprecht Matthaei, Böhlau, Weimar 1955, pp. 197-198 (§ 672).

[21] J.-M.-N. TINCHANT, Doctrine nouvelle sur la reproduction de l’homme, suivie du table des variétés de l’espèce humaine, Trouvé, Paris 1822, p. 395.

[22] K.F. HEUSINGER, Grundriss der physischen und psychischen Anthropologie für Ärzte und Nichtärzte, Johann Friedrich Baerecke, Eisenach 1829, pp. 70-71.

[23] W. ROBERTSON, The History of America, 2 voll., Strahan, Cadell & Balfour, London-Edinburgh 1777, vol. II, p. 290.

[24] J. CROSS, An Attempt to establish Physiognomy upon Scientific Principles, Glasgow, printed at the University Press for A. and J.M. Duncan [etc.], 1817, pp. 88-89.

[25] Ivi, p. 101.

[26] W. ROBERTSON, Op. cit., vol. II, p. 368.

[27] T. ARBOUSSET, Relation d’un voyage d’exploration au nord-est de la colonie du Cap de Bonne-Espérance, entrepris dans les mois de mars, avril et mai 1836, par MM. T. Arbousset et F. Daumas, missionnaires de la Société des Missions évangéliques de Paris, Paris 1842. Una traduzione inglese di questo volume apparve a Città del Capo nel 1846 e a Londra nel 1852.

[28] J. MASON GOOD, The Book of Nature, 3 voll., London 1826, vol. II, p. 78.

[29] P.-P. BROC, Essai sur les races humaines, considerée sous les rapports anatomique et philosophique, Bruxelles, Établissement encyclographique, 1837, p. 36.

[30] J. PRIEST, Slavery as it relates to the Negro, or African Race, Examined in the Llight of Circumstances, History and the Holy Scripture; with an Account of the Origin of the Black Man’s Colour [...],Van Bentthuysen, Albany 1843, p. 136.

[31] L. CHOULANT, Drei anthropologische Vorlesungen, Voss, Leipzig 1834, p. 29; D.B. SLACK, An Essay on the Human Colour, «The Boston Medical and Surgical Journal», XX (1844), pp. 475-479, 495-499, 518-522: 518.



DOI: http://dx.doi.org/10.13128/Cromohs-15619



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