Cromohs 2005 - Angelini - recensione a Rossi, Salvemini,Dall’esilio alla Repubblica. Lettere 1944-1957

Ernesto Rossi-Gaetano Salvemini,
Dall’esilio alla Repubblica. Lettere 1944-1957,
a cura di Mimmo Franzinelli, Torino, Bollati Boringhieri, 2004
[€ 55,00 ; ISBN 88-339-1534-4]

Margherita Angelini
Università di Venezia
M Angelini, "Review of E.Rossi - G. Salvemini, Dall’esilio alla Repubblica. Lettere 1944-1957,
a cura di Mimmo Franzinelli", Cromohs, 10 (2005): 1-7
< URL: http://www.cromohs.unifi.it/10_2005/angelini_rossisalvemini.html>

1. Nell’immergersi nella lettura della lunga corrispondenza tra Gaetano Salvemini ed Ernesto Rossi la prima impressione che riceve il lettore è di trovarsi di fronte ad un romanzo. Le seicento e tredici missive, scambiate tra il 24 marzo 1944, al ritorno dal duro confino di Rossi, e il 18 luglio 1957 poco prima della morte del maestro, sono fluide, scorrevoli ed avvincenti. Uno spaccato di storia italiana i cui testimoni sono protagonisti d’eccezione. Un diario a due voci in cui l’affetto, le speranze, le amare delusioni, le ansie personali si mescolano alla vita collettiva di una Italia repubblicana in difficile costruzione. I due intellettuali si confrontano per più di un decennio con tenacia e realismo non assolutorio intorno alle proprie convinzioni politiche, storiche, sociali. Le questioni di maggior peso sono costituite dalla lettura dell’antifascismo e del fascismo, dal rapporto con il liberismo, lo statalismo e, al contempo, con l’europeismo e l’atlantismo. Entrambi sono alla ricerca di una propria posizione politica democratica, che si coniughi al ruolo civile che essi avvertono come proprio in quanto intellettuali.

2. La prima parte della corrispondenza, che si chiude con il ritorno di Salvemini in Italia nel 1949, vede due livelli distinti di analisi: Gaetano Salvemini, cittadino americano, lontano per forza e per scelta dalla propria patria, ha un punto di vista esterno, più universale, meno concreto, più attento alle scelte internazionali. Ernesto Rossi, invece, piegato dalla prigionia che lo ha reso debole fisicamente e mentalmente, è molto aspro e netto nei propri giudizi e in certo modo compensa l’astrattezza del maestro che non comprende appieno le urgenze pratiche dell’Italia in ricostruzione. Attraverso le voci dei due intellettuali si possono leggere in filigrana gli avvenimenti di uno scorcio di storia italiana che si dipana all’interno dei loro giudizi e valutazioni sulla guerra mondiale, sui pregi e i limiti dell’antifascismo, sulle prospettive europee, sugli equilibri internazionali. Le analisi di Salvemini sono spesso di largo respiro. Egli è infatti costantemente preoccupato non solo per la politica interna italiana, ma in special modo, come gli è sempre stato più consono, per la situazione internazionale. Si cura non tanto del mantenimento del prestigio italiano, quanto delle sorti del popolo italiano. Scrive ad esempio il 27 luglio 1946: «Leggo che gli isolotti di Pelagosa Piccola e di Pelagosa Grande, e Lagosta e Tremiti e altri piccoli scogli dell’Adriatico sono stati assegnati alla Jugoslavia. Non credo che l’Italia andrà in rovina per questo. Si tratta di pietre disabitate e improduttive. Ma c’è un problema gravissimo: quello dei produttori chioggioti e pugliesi, per i quali quegli scogli servono come punto d’appoggio e di rifugio durante i loro lavori e nelle tempeste. Hanno mai pensato i signori democristiani, socialisti e repubblicani a domandare che il diritto di quella povera gente a lavorare sia garantito nel trattato di pace? [...] Ho paura che di quella povera gente nessuno si occuperà. Però i maledetti piccolo borghesi intellettuali che infestano l’Italia, si metteranno a protestare per la dignità ferita di Dante, Michelangelo e Machiavelli, e altri rompiscatole simili» [p. 165]. Una sorta di «megalomania italica» che deve essere in ogni modo placata: «Vedo nei giornali italiani - commenta lo storico - che è opinione in cotesto disgraziato paese che ”non si può fare l’Europa senza l’Italia”. Siamo in piena megalomania italica. L’Europa esistette fino al 1860 senza l’Italia e potrà esistere per tutta l’eternità con una Italia impotente come ora. L’Europa non potrà fare a meno dell’Italia solamente dopo che gl’italiani, con lungo e paziente lavoro, avranno riorganizzato la loro vita interna» [p.175].

3. In molte lettere Salvemini riconduce le sue opinioni ad analisi storiche sul recente passato: considerazioni interessanti perché permettono altresì di seguire da vicino l’officina dello storico, sia negli anni americani che negli ultimi anni della vita (è interessante, a questo proposito, poter accostare questo libro alla lettura della lunga corrispondenza con Angelo Tasca: G Salvemini-A. Tasca, Il dovere di testimoniare: carteggio, Napoli, Bibliopolis, 1996) Ernesto Rossi spesso non condivide le ragioni del maestro, dettate, secondo lui, dalla distanza e da una conseguente insufficiente conoscenza della situazione reale italiana sia sotto la dittatura fascista che tra il 1943 e il 1945. Nel dialogo tra i due intellettuali Salvemini risulta sempre più fiducioso per le sorti della propria patria, Rossi ritiene, invece, che vent’anni di fascismo e autarchia abbiano cambiato l’Italia: «A forza di sostenere che il fascismo non era l’Italia – per cercare di suscitare nuove energie contro il fascismo e per difendere l’Italia all’estero – anche tu devi esserti a poco a poco convinto che così era in realtà Purtroppo, invece, il fascismo non era l’Italia che noi vagheggiavamo, non era l’Italia quale noi desideravamo che fosse ma era l’Italia reale, l’Italia che oggi imputa a Mussolini solo di aver perduto la guerra e che ritiene noi, antifascisti, corresponsabili» [p. 226]. Si delineano così chiaramente i pareri dei due intellettuali sulle origini del fascismo, sulle vicende della resistenza, sul dopoguerra. Il giudizio di Ernesto Rossi sulla lotta di liberazione, cui non aveva partecipato, è venato di chiaroscuri e le linee d’ombra prevalgono sui giudizi positivi. Secondo Mimmo Franzinelli nell’interpretazione di questo epistolario non bisogna sottovalutare la profonda prostrazione fisica e morale di Rossi all’indomani della fine della guerra, un’opinione corretta che non chiarisce tuttavia la posizione immutata dell’intellettuale negli anni a venire. Ernesto Rossi ritiene che la larga adesione alla lotta fosse dovuta a motivi opportunistici e che solo una stretta minoranza avesse combattuto per reale convinzione. Rossi prova ripulsa per l’arroganza di molti partigiani dell’ultima ora. Il giudizio si inasprisce ancora quando osserva come nel dopoguerra il movimento di liberazione sia stato fagocitato, a suo parere, dalla campagna comunista [pp. 788-789]. Salvemini si discosta su questo dall’amico e, pur mantenendo aperta la propria condanna del comunismo, riconosce e apprezza l’azione dei partigiani comunisti [p. 787]. Sullo sfondo di questa corrispondenza emergono due figure dell’antifascismo, sempre presenti e vive: Carlo e Nello Rosselli, ricordati con affetto e difesi con tenacia grazie a commemorazioni pubbliche, articoli per ”Il Mondo”, saggi che pubblicano documenti inediti sull’assassinio, la pubblicazione degli scritti. Salvemini e Rossi cercano così di rendere omaggio e giustizia ai due fratelli [molti sarebbero i luoghi citabili: vedi per i primi anni, pp. 23-25; per la polemica con Volpe, pp. 522-537; per gli ultimi anni, pp. 895-917]. Grande impegno è poi profuso negli ultimi anni del carteggio per contribuire alla formazione di un archivio di GL e per cercare una persona adatta ad iniziare la ricerca per la scrittura di una storia del movimento [pp. 815 e segg.].

4. Le lunghe, a volte lunghissime lettere di confessione dei propri alterni stati d’animo ci restituiscono l’immagine vivida di uomini vigorosi, distanti per età, ma uniti nell’intimo da un profondo sentimento immutato nel tempo, incrinato solo dalla lontananza. Scrive Rossi a Salvemini il 24 dicembre 1946: «Spero che questa mia ti porterà in tempo i miei migliori auguri per il nuovo anno. Tu sai che ti voglio bene come un figliolo che ha avuto la fortuna di vedere impersonate nel padre tutte le qualità che più apprezza negli uomini. Se non ti avessi incontrato sulla mia strada la mia vita non avrebbe avuto quasi alcun significato e chissà quante volte mi sarei lasciato sommergere nella più nera disperazione. Ringrazio gli Dei che ogni tanto consentono ad un uomo come te di nascere per mantenere viva nei cuori l’aspirazione alla giustizia e alla libertà Che tu possa vivere a lungo, mio carissimo, con tutte le tue forze spirituali che oggi ancora ti consentono di continuare a combattere per i nostri ideali con la stessa foga e la stessa chiarezza di idee di quando avevi venti anni» [p. 197]. Ernesto Rossi, in questo periodo, afferma spesso di non aver più la fermezza intellettuale per poter scrivere, cade in lunghi periodi di depressione nervosa, si sente apatico, indifferente e profondamente pessimista: «Sono molto cambiato. Fisicamente sto molto meglio di un anno fa, ma deve essersi spanata nel mio organismo qualche vitolina sulla quale era imperniata la vita sentimentale. Ancora conservo una certa capacità critica, ma mi sento arido, indifferente, sfiduciato. Non ho più idee nuove, non ho più alcun impulso creativo. Scrivere un articolo ed anche solo una lettera è per me un tormento, perché ogni volta ho la riprova della mia decadenza spirituale» [p. 198]. Un decadimento di cui si ha una impressione concreta nelle foto che corredano il volume, immagini accuratamente scelte da Mimmo Franzinelli, che ha anche curato l’edizione con preziose note esplicative e una lunga introduzione che affianca il delicato commento di Mario Isnenghi. Salvemini scrive costantemente per incoraggiare il proprio «Burattino» (un nomignolo dovuto ai pupazzetti con cui Ernesto firmava le missive) e per esprimergli gioia e gratitudine per lo scambio intellettuale che può intrattenere con lui: «Carissimo Burattino, che gioia mi ha dato la tua lettera del 20 marzo 1946. Mi è parso di fare con te una di quelle chiacchierate che non finivano mai, venti e più anni or sono. Quanto tu mi scrivi sulla disastrosa situazione materiale, morale e intellettuale dell’Italia non mi riesce affatto nuovo. Tutte le notizie che ho potuto mettere insieme da tre anni a questa parte portano alla stessa conclusione desolante. Né è necessario un grande sforzo di immaginazione per vedere quel che avviene oggi nei minimi capillari della vita italiana. Quindi anche se vivessi con te in Italia, su questo punto non ci sarebbe nessuna discussione fra me e te. Forse io sarei anche più pessimista di te, dato che ti precedo di una generazione nelle esperienze scoraggianti e deprimenti» [p. 126].

5. Entrambi gli intellettuali esprimono giudizi taglienti e di biasimo verso la nuova classe dirigente riformista (netti sono quelli per Nenni e Togliatti) e delusione per le scelte di molti amici (spesso ex affiliati del PdA). Sferzanti sono le parole contro alcuni intellettuali tra i quali spiccano Croce e Sforza, di cui deplorano gli atteggiamenti arroganti. «Tutta la classe dirigente si è compromessa col fascismo. E tu sai – commenta Ernesto Rossi nel settembre 1946 – quale era il livello culturale e morale di questa classe anche prima del fascismo. [...] E non credere che nei giovani i possa riporre molte speranze» [p. 179]. La polemica contro la burocrazia, la corruzione, la mancata epurazione è molto forte e rimane una costante nel carteggio. E molto duri sono anche i rilievi di Salvemini sulla Costituente e la Costituzione: «Ti sarei molto grato se mi procurassi i verbali delle discussioni che hanno avuto luogo alla Costituente sulla nuova Costituzione. Vorrei avere sott’occhio tutti gli argomenti per farmi un’idea della profondità a cui è giunta la scempiaggine giuridica, storica e politica degli uomini italiani» [p. 236; cfr. p. 251]. Simili giudizi non muteranno nel corso del tempo. Ernesto Rossi così si esprime nel 1953, dopo lo scontro sulla riforma elettorale che aveva esacerbato i rapporti tra governo e opposizioni di sinistra: «Il processo di dissoluzione dello Stato continua: anzi, gli ultimi avvenimenti parlamentari lo hanno accelerato. Sono convinto che ormai la democrazia in Italia ha i giorni contati. La costituzione repubblicana, per funzionare, presumeva una collaborazione con i comunisti che non c’è stata, né poteva esserci. [...] Non è colpa né di Parri, né di De Gasperi, né del Papa, né di Stalin, né di Churchill. La verità è che, col suffragio universale, una democrazia non può vivere se la maggioranza della popolazione non è democratica. E in Italia la grande maggioranza della popolazione è per il regime totalitario, fascista o comunista. Quando dicevamo che il popolo italiano si meritava Mussolini dicevamo giusto: si meritava anche di peggio; e temo che, se vivremo ancora qualche anno, lo vedremo» [p. 617]. Lo scambio tra i due intellettuali è spesso concitato, ma sempre sincero e schietto. Negli anni Cinquanta si scontrano a causa di opinioni fortemente discordi sulla funzione dei partiti laici. Nell’agosto 1953 Salvemini arriva a tacciare l’amico anticlericale di simpatie democristiane [p. 679]. L’epistolario costituisce un’utile documentazione per comprendere le scelte di due uomini alla ricerca di una terza via democratica, anticomunista, liberale e federalista, diversa dai due poli dominanti e contrapposti. L’impegno profuso in questa direzione è molto forte e si lega indissolubilmente alla costituzione di una Europa federalista. L’epistolario diviene così un cantiere aperto in cui le idee sulla nuova Europa si costruiscono, si scambiano, un laboratorio in fieri in cui emergono le difficoltà e le speranze tra continui progetti [per uno tra i molti programmi stesi da Salvemini vedi pp. 510-511]. Ernesto Rossi spende tutte le proprie forze dopo la caduta del fascismo per promuovere il Movimento Federalista europeo e poi, negli anni successivi, cerca di sostenere la propria idea con progetti, convegni, relazioni e rapporti politici. Dal 1945 fino al 1958 lavora alacremente all’Azienda Rilievo Alienazione Residuati, un ente che doveva occuparsi dello smaltimento dell’enorme quantitativo di materiali di ogni genere che la guerra aveva lasciato giacenti sul territorio italiano. Il suo sarà un compito difficile, ma risolto brillantemente tanto che lo Stato incasserà dall’ente molto più di quanto preventivato. Rossi avverte questo lavoro come un dovere necessario alla ricostruzione dell’Italia democratica ed l’impegno in esso profuso é testimonianza di come egli, come l’amico Salvemini, non si dia pervinto, temperando il proprio pessimismo, come osserva Franzinelli, con una «fiducia illuministica in un lavoro di lunga lena per la maturazione della coscienza civica e l’educazione politica come premessa all’esercizio delle libertà» [p. liii].

6. Considerano entrambi l’adesione ad un partito di tendenze socialiste e democratiche, che lotti per l’affermazione delle libertà personali, la ridistribuzione tributaria, la riduzione della miseria, la riduzione delle spese militari e la riforma della burocrazia. Non trovando tuttavia referenti politici immediati, essi si concentrano nel cercare finanziamenti per un quotidiano, o un settimanale, che incarni tutte queste loro aspettative: «Se trovassimo i quattrini (?!?!) – scrive Rossi – dovremmo prepararci a fare il nostro settimanale per l’autunno prossimo. [...] Quando hai un po’ di tempo, guarda se getti giù una decina di punti programmatici per la eventuale ricerca dei quattrini: politica estera = federazione europea nel Patto Atlantico; politica interna = riordinamento della pubblica amministrazione, difesa delle istituzioni democratiche contro le forze totalitarie (fascisti e comunisti); politica economica = lotta contro tutti i privilegi monopolisti e parassitari; politica ecclesiastica = difesa dello stato laico; politica sociale = diretta ad assicurare a tutti i cittadini un minimo di vita civile per la estensione dei servizi pubblici gratuiti, ecc. ecc. Ti servirà, se non altro, come esercitazione accademica. Io poi ti mando le mie osservazioni e proposte» [p. 538]. La corrispondenza degli anni Cinquanta è intessuta di questi progetti e della collaborazione con il settimanale ”Il Mondo”. Il carteggio è sicuramente un’utile fonte per delineare la storia della rivista ed è testimonianza dell’impegno profuso.

7. L’impegno civile dei due intellettuali rimane la cifra dominante di questo carteggio. Salvemini coerentemente con i propri interessi pedagogici di sempre sente come necessaria per l’Italia una nuova e larga opera educativa [vedi G. Salvemini, Scritti sulla scuola, a cura di L. Borghi e B. Finocchiaro, Milano, Feltrinelli, 1966]. Un’insistenza talora avvertita come astratta dal suo interlocutore che reagisce seccamente: «Come già ti ho scritto – scrive nel febbraio 1947 – i consigli che fai agli amici di lavorare in profondità solo per l’educazione di una nuova classe dirigente, secondo me, sono fuori tempo». Per poter salvare l’Italia e la sua libertà bisogna, secondo Rossi, prodigarsi in una «attiva difesa con la partecipazione di tutti gli elementi migliori alla lotta politica [...]. L’opera di educazione è molto importante solo se ci son forze sufficienti per conservare quel minimo di libertà che ne rende possibile la continuazione e che permette di conservare l’ambiente indispensabile per trarne qualche frutto in avvenire. Che ci siano delle persone che si dedicano a questa opera anche oggi è desiderabilissimo. Ma che tu getti la croce addosso a coloro che si dedicano all’altro lavoro – a quello assai ingrato della difesa delle istituzioni democratiche – accusando tutti di essere arrivisti e dei profittatori perché cercano di tenere delle ”posizioni”, mi sembra completamente errato» [p. 228]. Nonostante l’amarezza più volte dimostrata, Ernesto Rossi non cessa di lottare per migliorare la situazione del proprio paese. «Credo che tu sia troppo benevolo – scrive Rossi – a chiamare ”poltronaggine” il difetto maggiore degli italiani. [...] D’altra parte il nostro popolo, come tu ben dici, ha delle doti di ”umanità” che difficilmente è possibile trovare fuori d’Italia. Se fino ad adesso queste doti si sono manifestate quasi esclusivamente nella vita famigliare è per l’estrema miseria, l’ignoranza, le batoste di tutti i generi di cui il Padreterno, è stato sempre prodigo verso di lui. Non è vero che l’Italia sarebbe molto bella se non ci fossero gli italiani. L’Italia è così bella, e non avremo mai il coraggio di rinnegarla, anche perché ci sono gli italiani Diciamone tutto il male che si meritano ma cerchiamo di aiutarli, perché è molto più facile che i risultati compensino i nostri sforzi che se ci rivolgessimo a cinesi, ad ottentotti, ed anche a lavatissimi e nutritissimi ”Yankees”» [pp. 430-431]. In questa corrispondenza, in cui si mescolano innumerevoli temi, la nota costante che permane è, cosí, la volontà di agire il presente, di mettersi in gioco per essere attori primi della propria storia. I chiaroscuri rimangono comunque molti, i giudizi espressi non sono sempre univoci e si alterano col fluire della storia del paese che nel suo farsi complica inevitabilmente i piani. Il libro è perció uno straordinario affresco ed un contributo fondamentale per comprendere la costruzione della storia italiana in anni cruciali e complessi.

 



DOI: http://dx.doi.org/10.13128/Cromohs-15625



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