Cromohs 2005 - Duni - recensione a Prosperi, L’Inquisizione romana. Letture e ricerche

Adriano Prosperi, L’Inquisizione romana. Letture e ricerche,
Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 2003
[ISBN 88-8498-082-8; € 58,00]

Matteo Duni
Syracuse University in Florence
M Duni, "Review of A. Prosperi, L’Inquisizione romana. Letture e ricerche", Cromohs, 10 (2005): 1-7
< URL: http://www.cromohs.unifi.it/10_2005/duni_prosperi.html>

1. Gli studi sull’Inquisizione romana attraversano una fase di grande crescita quantitativa e di mutamento qualitativo nell’approccio all’oggetto, entrambi dipendenti in misura considerevole, anche se non esclusiva, dall’apertura dell’archivio centrale del Sant’Uffizio (ora Congregazione per la Dottrina della Fede) nel 1998. Si è trattato senza dubbio di un evento di grande rilevanza, che ha contribuito a orientare le ricerche su nuclei di problemi prima toccati solo marginalmente, e soprattutto sull’Inquisizione come istituzione, le sue logiche, il suo personale, il ruolo che svolse all’interno della Chiesa cattolica. Tra gli studiosi italiani protagonisti di questo nuovo orientamento Adriano Prosperi occupa una posizione di assoluto rilievo, grazie anzitutto all’opera più rappresentativa della nuova storiografia sull’argomento, Tribunali della coscienza (1996). L’origine dell’Inquisizione romana, la sua strutturazione e ideologia, i suoi rapporti con altri poteri e istituzioni sia all’interno che all’esterno del mondo ecclesiastico, le conseguenze della sua azione sui comportamenti e i pensieri delle popolazioni italiane nel “secolo di ferro” che corre tra l’istituzione dell’ufficio (1542) e la metà del Seicento sono alcuni dei temi di quel libro, che si ritrovano – insieme a diversi altri - nel volume L’Inquisizione romana Esso raccoglie diciassette contributi scritti nell’arco del ventennio 1982-2002: vi si leggono così studi appartenenti al periodo precedente l’apertura dell’archivio centrale romano, e che in parte anticipano riflessioni e orientamenti sviluppati pienamente in Tribunali della coscienza, accanto a lavori che hanno potuto giovarsi dei nuovi documenti ora disponibili, e che quindi hanno consentito da un lato di effettuare una prima verifica di ipotesi o anche di conclusioni prima espresse sempre in forma più o meno dubitativa, dall’altro di delineare nuove prospettive di ricerca per gli anni a venire. Nel complesso, la serie di studi consente di allargare e approfondire lo sguardo su questioni di primaria importanza, che escono dai limiti della storia della sola istituzione. Basti qui indicare due temi che si intrecciano, e percorrono più di un saggio della raccolta: l’impatto del modello di cristianesimo informato alla dottrina e alla prassi inquisitoriale sui processi di formazione di nuove identità - dei singoli come delle collettività - nello scenario dell’età della Controriforma e oltre; la collaborazione e la dialettica tra istituzioni ecclesiastiche e stati, per parte loro sempre più impegnati a partire dal ‘500 nella “politica della coscienza”, ossia nella creazione del consenso e nel controllo del dissenso. Il volume, inoltre, testimonia un impegno assiduo nell’interrogarsi sul passato e sul futuro degli studi sull’Inquisizione, sulla necessità di rivedere i presupposti storiografici soggiacenti a tanta parte delle ricerche del secolo scorso, senza cadere però in un revisionismo che sta già producendo frutti deleteri. L’Inquisizione romana da questo punto di vista integra e completa Tribunali della coscienza, in quanto dedica molto più spazio alla riflessione su questo tema di quanto facesse l’altro libro, e fornisce una messa a punto del problema storiografico assai stimolante, anche se non del tutto persuasiva in alcuni dei suoi esiti, come vedremo.

2. Il mutato clima e le condizioni diverse nelle quali le ricerche sull’Inquisizione si svolgono oggi sono tratteggiati nell’Introduzione, che vede l’aprirsi agli studiosi delle porte del palazzo del Sant’Uffizio come il punto finale di contrapposizioni secolari ed aspre tra detrattori e apologeti dell’Inquisizione, sempre e comunque mossi da pregiudizi ideologici, e interpreta la scelta compiuta da Giovanni Paolo II come un atto che costringe gli storici a mettere da parte antiche animosità e malintesi sensi di militanza per affrontare la messe documentaria con spirito obiettivo. Per la verità, l’autore riconosce che non tutti i ricercatori hanno obbedito a logiche preconcette, ricordando quelli che hanno anticipato la svolta storiografica: John Tedeschi, anzitutto, il primo ad aver messo al centro del suo interesse il Sant’Uffizio come istituzione e ad aver fornito una ricostruzione del suo funzionamento che sfatava molti e tenaci luoghi comuni; e Massimo Firpo, il quale, nell’approntare l’edizione monumentale del processo celebre per eresia contro il cardinal Giovanni Morone, ha messo a fuoco magistralmente il ruolo capitale dell’Inquisizione romana negli anni decisivi della costruzione del papato della Controriforma. Ora però, sottolinea Prosperi, la natura stessa della documentazione superstite tra le mura vaticane consente, e al tempo stesso richiede, che le ricerche future compiano una svolta più decisa, nel senso di mettere al centro – per semplificare - gli inquisitori, più che gli inquisiti. La chiave per studiare questi ultimi, infatti, i processi, andarono perduti nel corso delle disavventure di primo ’800 (sottratto l’archivio da Napoleone, l’immensa serie processuale fu poi mandata al macero a Parigi da autorità vaticane tanto preoccupate di risparmiare sui costi del trasporto a Roma quanto in fondo interessate alla sua distruzione). È quasi intatta, invece, la serie dei Decreta, i verbali delle riunioni dei cardinali supremi inquisitori, ossia lo strumento fondamentale per cogliere, sul filo delle decisioni e discussioni giorno per giorno, l’evoluzione delle posizioni di quella che era ormai la massima istanza dottrinale e insieme politica della Chiesa cattolica. L’insieme delle serie conservate – sulle quali sarebbe troppo lungo soffermarsi qui – permette quello “sguardo d’insieme, dal centro e dall’alto” (p. 229) che era finora mancato agli storici dell’Inquisizione romana, costretti a inseguire le tracce delle decisioni romane nei riflessi lasciati negli archivi dei tribunali locali della Penisola. Le domande che i ricercatori potranno rivolgere a questi documenti, dunque, saranno sostanzialmente diverse rispetto al passato, e potranno concentrarsi sugli aspetti multiformi dell’egemonia esercitata dalla Chiesa della Controriforma – e anche dei secoli successivi, fino a quello scorso - sulla società italiana, sui suoi strumenti (come l’Inquisizione) e i suoi limiti.

3. L’egemonia della Chiesa è vista anzitutto nella luce del cambiamento fondamentale tra tutti quelli causati dall’istituzione dell’Inquisizione romana, ossia della “riduzione della fede a materia di polizia governata direttamente dal papa” (p. 67), di contro ad una situazione precedente in cui figure e corpi diversi, non immediatamente sottoposti a Roma – le facoltà teologiche, i vescovi – potevano avere voce in capitolo. La spia più significativa dei tempi che cambiavano è individuata nel mutamento semantico dell’espressione “santo ufficio”, tradizionalmente riferita al compito pastorale supremo dei pontefici nei confronti della Chiesa: a partire dalla metà del Cinquecento, invece, essa comincia ad indicare un’istituzione burocratica, distinta dalla persona del papa per quanto sua espressione, incaricata di condurre con logica e mezzi polizieschi quel che fino ad allora si era detto il “negotium fidei”. Prosperi instaura un confronto interessante tra l’affermarsi della nuova concezione e le idee opposte di uno dei più prestigiosi e influenti prìncipi della Chiesa a metà del ‘500, il cardinale inglese Reginald Pole. Esponente massimo della fazione dei cosiddetti “spirituali”, inclini ad un accordo con i protestanti che ne riconoscesse alcune innovazioni, Pole fu autore di un dialogo De summo pontifice ... eiusque officio et dignitate in cui il papa era visto come titolare del dovere supremo verso il gregge cristiano, ma anche come il modello più alto di quel che un vero capo politico doveva essere, in quanto riuniva la dimensione spirituale a quella temporale, e poteva quindi legare meglio di chiunque altro i cittadini allo stato tramite il vincolo religioso. In realtà, la lezione dell’importanza della religione nella politica – e, inversamente, dell’impiego spregiudicato della seconda nella prima - fu imparata alla perfezione dall’avversario acerrimo di Pole, Gian Pietro Carafa (poi papa Paolo IV), che gli sbarrò l’ascesa al pontificato tramite l’uso politico dell’accusa di eresia imbastita proprio grazie al lavoro della sua creatura, il Sant’Uffizio. Fu quello il primo, e più clamoroso, esempio di quello che si poteva fare grazie al controllo dell’Inquisizione: le chiavi di accesso al soglio pietrino erano saldamente nelle mani dei supremi inquisitori, diversi dei quali divennero papi tra Cinque e Seicento. Al di là delle ricadute interne alla gerarchia ecclesiastica, comunque, l’instaurarsi del “regime del Sant’Uffizio” ebbe conseguenze profonde sulla natura delle credenze e dei comportamenti religiosi negli stati italiani, soprattutto perché esso avveniva in contemporanea al mutare della natura della fede, da pratica comunitaria ad esperienza sempre più privata ed interiorizzata, basata sull’assimilazione consapevole di insegnamenti teologici. Nella Penisola un tale processo fu bloccato sul nascere dalla Chiesa della Controriforma, che anche col tramite dell’Inquisizione incoraggiò una concezione della religione come adesione totale ed acritica, quanto formale, ai dettati del magistero ecclesiastico, al quale solo era riservata la conoscenza degli “arcana” della fede. L’impiantarsi di una cultura del sospetto e di una sorveglianza occhiuta su atti e pensieri difformi dall’ortodossia causò quella “scissione tra convinzioni segrete della coscienza e pratica rituale esteriore” (p. 308) – nota anche nel fenomeno del “nicodemismo” agli studiosi del Cinquecento religioso – che Prosperi individua come una delle origini remote del conformismo e dell’autoreferenzialità di tanta parte della cultura italiana. Inoltre, il disegno di un controllo degli atteggiamenti verso la religione e l’ordine ecclesiastico che mirava all’eliminazione delle diversità ebbe l’effetto, tra le altre cose, di sottoporre le comunità ebraiche alle più strette attenzioni del Sant’Uffizio, creando così l’humus nel quale avrebbe facilmente prosperato la pianta plurisecolare dell’antisemitismo, del resto ben presente nel corredo genetico dell’istituzione.

4. Le nuove e potenti strutture di controllo stesero le loro reti in àmbiti sempre più vasti, e ricorrendo a mezzi mai prima sperimentati: tale fu senza dubbio l’uso integrato dell’azione inquisitoriale, della pratica della confessione e della censura libraria, argomento centrale in diversi contributi e, direi, in quasi tutto il volume. Prosperi è stato infatti colui che meglio di chiunque altro ha individuato l’importanza del legame di subordinazione della confessione – e dei confessori – all’Inquisizione stabilito da pontefici come Paolo IV e Pio V, vera chiave di volta del sistema di controllo sulla vita e la cultura delle popolazioni italiane nell’età della Controriforma. Decretando infatti nel 1559 l’obbligo per i confessori di interrogare i penitenti su eventuali complici nell’eresia, e di rifiutare loro l’assoluzione se prima non ne avessero fatto denuncia all’inquisitore, papa Carafa attuava la saldatura tra foro esterno dell’Inquisizione e foro interno della confessione, quindi tra potere temporale e potere spirituale: una commistione di sfere e una somma di strumenti ai quali guardavano con interesse anche i nascenti stati assoluti, alla ricerca dei mezzi più idonei per attuare un crescente disciplinamento delle popolazioni non solo negli atteggiamenti esteriori ma anche nei convincimenti più intimi. L’obbligo di denuncia riguardava anche la materia dei libri proibiti, dei quali Paolo IV emanò nello stesso 1559 l’Indice più ampio e punitivo della storia: il risultato fu di introdurre il “clima soffocante della censura e del sospetto” in ogni àmbito della vita sociale, e soprattutto tra coloro che tenevano e leggevano libri per esigenze di lavoro, professori e studenti delle università. Alcune delle pagine più interessanti della raccolta (il saggio Anime in trappola) sono dedicate ad analizzare con finezza le forme e le conseguenze della penetrazione dei controlli inquisitoriali nelle università italiane, e segnatamente in quella di Pisa. Non difeso, come le università d’Oltralpe, dalle ingerenze ecclesiastiche per opera del potere politico, il mondo accademico italiano andò al confronto con censori e inquisitori in ordine sparso, cercando soluzioni di compromesso caso per caso, permessi speciali individuali di tenere testi proibiti, e mostrandosi anzi disponibile a collaborare con proposte di “miglioramento” della censura. La corrispondente flessibilità delle congregazioni romane, che spesso e volentieri derogarono alle norme con favori ad personam, finì per attutire il bisogno di libertà creato dalla proibizione e contribuì a stendere sulle università quella cappa di conformismo e di adeguamento alle imposizioni delle autorità religiose, che ne distrusse il carattere di luoghi di discussione libera ed aperta a tutte le “nazioni” – la scomparsa progressiva di studenti del nord-Europa è spia significativa del cambiamento. Il conformismo imposto nell’età della Controriforma rimase come caratteristica di tempo lungo nelle università italiane, tanto che Prosperi accosta l’attestato di confessione e comunione pasquale imposto dal Sant’Uffizio ai professori, al giuramento di fedeltà richiesto dal regime fascista, rilevando come entrambe le misure suscitarono ben poche resistenze. Ancor più importante è il fatto che il meccanismo dei controlli s’impiantò prima di tutto nell’interiorità dei fedeli attraverso la confessione, che fu “uno strumento di controllo sociale e [...] anticamera del tribunale inquisitoriale”: l’identificazione tra peccato e delitto valse a trasformare le coscienze nelle più valide alleate dell’Inquisizione, stimolando in ugual misura la delazione, l’autodenuncia e l’autocensura.

5. L’intreccio tra queste tre facce del “regime del Sant’Uffizio”, e soprattutto il rapporto complesso tra censori e censurati, è affrontato in uno dei saggi più ambiziosi, Censurare le favole, dedicato ad analizzare l’atteggiamento delle autorità romane nei confronti della letteratura nell’epoca della definizione delle prime versioni dell’Indice. Prosperi indica il secolo della Riforma come il momento di una rottura netta della concezione medievale della letteratura (soprattutto della poesia) come affine e alleata della teologia, soppiantata dalla coscienza di una distanza incolmabile tra “favole” e verità della Scrittura, che richiedeva l’adozione di provvedimenti per mettere sotto controllo le prime e tutelare la seconda. Tuttavia, avverte l’autore, l’attuazione della censura non deve essere vista come un attacco indiscriminato, condotto da ecclesiastici rozzi e fanatici, contro una cultura sostanzialmente espressione della società laica: respingendo semplificazioni schematiche, il saggio sottolinea il coinvolgimento di intellettuali laici nell’espurgazione, e anche nell’auto-espurgazione, di opere entrate nel mirino dell’Indice, accanto all’impegno appassionato di intellettuali che erano anche chierici per salvare quanto più possibile di opere capitali per la letteratura italiana – il caso più celebre fu l’espurgazione del Decameron ad opera del dottissimo abate Borghini. Di più, Prosperi individua come una delle istanze all’origine dell’apparato censorio proprio “la protesta contro l’incontrollata circolazione di libri” giudicati immorali che veniva dal “mondo degli umanisti e dei letterati militanti” (p. 356). Si tratta di un’interpretazione molto interessante, che a mio giudizio però avrebbe necessitato di una discussione più ampia e meglio argomentata di quella offerta nel saggio: gli esempi addotti in suo sostegno, in effetti, appaiono troppo pochi – Juan Luis Vives, Gianfrancesco Pico - oppure non abbastanza significativi o pertinenti – come l’ironica proposta di Francesco Berni di istituire una “inquisizione particolare sopra i poeti”, o le proteste di Erasmo contro l’irriverenza verso le Scritture – per riuscire del tutto persuasivi. Più convincente risulta l’affresco d’insieme di una situazione italiana senza dubbio peculiare – ad esempio nel confronto con quella quella spagnola – per il legame tra autori e censori, che divenne “consuetudine stretta e prolungata, assuefazione ai criteri e ai poteri che custodivano l’accesso alla stampa” (p. 381), e si tradusse in un’attenzione censoria verso le opere non teologiche inaudita nella penisola iberica. Il risultato fu, al di là dei testi direttamente colpiti, la scomparsa di intere categorie di opere, soprattutto in volgare, che entrarono nella dimensione carsica della circolazione manoscritta, e in ogni caso la fine di quello che Dionisotti aveva definito il “momento espansivo, euforico della letteratura italiana” Si deve dire, comunque, che il saggio lascia l’impressione di un’accentuazione eccessiva degli aspetti consensuali della censura, della “tradizione dell’intervento ecclesiastico sui letterati, fondata sul consenso e sulla comune partecipazione alla vita e agli interessi della ‘Repubblica delle lettere’” (p. 374) che, nel sottolineare l’importanza e la pervasività dell’autocensura, mette in secondo piano i caratteri e gli effetti violenti del clima che la imponeva agli autori. L’esempio della vicenda tormentatissima che condusse Torquato Tasso ad una riscrittura disastrosa della Gerusalemme liberata (stranamente trascurata da Prosperi) sta a ricordarci come la “via obbligata dai metodi dolcemente ‘pastorali’ del controllo ecclesiastico” (p. 382), ossia appunto l’autocensura, potesse avere conseguenze tutt’altro che dolci su coloro che finivano per sentirsi obbligati a compierla, e sulle loro creazioni.

6. Al tema del dispiegamento territoriale della rete inquisitoriale di controllo, al suo radicamento sociale, e ai mutevoli rapporti tra inquisitori e potere politico è dedicato un gruppo compatto di saggi, tutti precedenti l’apertura dell’archivio romano: si trattava allora (negli anni ’80 del secolo scorso) di studi quasi pionieristici, su argomenti che sono tuttora poco frequentati dai ricercatori italiani, a differenza di quanto avviene ad esempio in Spagna. Prosperi si concentra sul caso toscano, ma lo confronta con la situazione della Repubblica di Venezia, mettendo in evidenza le strategie diverse seguite dai due stati nei rapporti con Roma e nel controllo dei comportamenti e dei pensieri sulla religione. Mentre nella Serenissima le autorità politiche, ben consapevoli dell’importanza del “governo della fede”, lo volevano attuare in prima persona contro ogni ingerenza del Sant’Uffizio, i granduchi di casa Medici furono di solito assai ossequienti alle richieste romane, ma si servirono comunque del tribunale della fede come fonte d’informazioni per tenere sotto controllo l’opposizione repubblicana-savonaroliana, e ne limitarono il raggio d’azione attraverso il clero secolare (vescovi e parroci), espressione del potere politico, che fungeva da contraltare dei vicari locali dell’Inquisizione e non di rado si trovava in contrasto con loro. L’impianto capillare e saldo della rete inquisitoriale nel granducato a metà Seicento, comunque, rendeva l’appartenenza all’apparato – nella forma dei familiari dell’Inquisizione - molto appetibile agli esponenti delle élites locali, in quanto il potere che ne derivava poteva essere impiegato contro gli avversari nelle lotte per l’egemonia e il prestigio; e metteva l’Inquisizione in grado di esercitare ormai un condizionamento profondo sulle azioni e i pensieri, attraverso il quale ad esempio si denunciavano sempre più le bestemmie e i riferimenti irriguardosi verso il clero, mentre ad un altro livello era sottoposta a stretto controllo la circolazione dei libri in àmbito cittadino. Il confronto tra Sant’Uffizio e stati italiani, e le sue forme, è argomento sul quale Prosperi formula ipotesi tra le più suggestive per le ricerche future, come quella di vedere la relativa “mitezza” dell’azione inquisitoriale – dopo i decenni iniziali di ferro e fuoco – e il suo scrupolo per le regole del diritto come conseguenza della “delega” all’Inquisizione da parte del potere politico dei processi di disciplinamento delle società e degli individui, che richiedeva da parte dell’istituzione romana un costante spirito di collaborazione e un’attenzione particolare a non travalicare le norme per non guastare i rapporti con i governi suoi alleati (p. 342).

7. La messa a fuoco della prospettiva nuova con cui leggere la documentazione del Sant’Uffizio è invece al centro dei contributi più recenti, oltre che dell’Introduzione. Essa è condotta da Prosperi attraverso l’analisi dei “caratteri originali” di quella “controversia secolare” - per riprendere il titolo del saggio principale da questo punto di vista - che ha lasciato segni profondi sul campo di questi studi. Una lunga ostilità ha contrapposto una corrente di storici (prima organica alla Chiesa, poi comunque schierata in senso clericale) che difendeva il ruolo di baluardo dei valori cattolici rivestito dall’Inquisizione prima contro l’eresia, e in seguito contro l’avanzante secolarizzazione del mondo, alla tradizione storiografica protestante, più tardi illuministica e liberale, che vedeva nel Sant’Uffizio una creazione profondamente anticristiana, ed espressione massima dell’oscurantismo di epoche non ancora liberate dal pregiudizio per opera della ragione e della scienza. L’esame delle due scuole, i cui capostipiti sono individuati rispettivamente nell’inquisitore spagnolo Luís de Páramo e nel teologo arminiano olandese Philip van Limborch, mette in evidenza come i primi si siano di solito concentrati sull’istituzione e i suoi giudici, per dimostrarne la necessità e la moralità, mentre i secondi hanno privilegiato le sue vittime, viste come martiri dell’Evangelo o, più tardi, del libero pensiero; e che il risultato di queste opposte tendenze sia stato quello di confinare l’Inquisizione come oggetto storiografico in uno stato di immobilità e astoricità, sottraendola fino a decenni recenti ad ogni tentativo di esaminarne l’evoluzione e i cambiamenti. Per secoli, insomma, si è studiata l’Inquisizione solamente al fine di “inserirla nella storia di cui si è parte oppure di estrometterla” (p. 69); adesso i tempi sono maturi per ricerche volte a capire, più che a giudicare, ma stando bene attenti a non cadere nella riabilitazione del passato. In più di un saggio della raccolta Prosperi mette in guardia contro la tentazione attuale di sostituire la “leggenda nera” dell’Inquisizione romana costruita nei secoli passati con una “leggenda rosa” altrettanto inaccettabile (p. 95); e chiama gli storici al compito di studiare senza pregiudizi il Sant’Uffizio come realtà del passato “immodificabile e irrimediabile in quello che ha fatto, modificabile però nel presente per quello che ha lasciato in eredità” (p. 96). Tuttavia, quale sia questa eredità, e soprattutto se e come essa debba influire sull’atteggiamento di chi oggi s’interroga su cosa fu quella istituzione, non emerge in modo univoco da queste pagine di Prosperi. Egli, infatti, dopo essersi chiesto quale “guerra” condusse a morte le vittime dell’Inquisizione e quale ne sia stato il significato, si riferisce agli storici e in generale agli osservatori del tempo presente con “noi, che, in quanto siamo qui, siamo gli eredi dei vincitori” di quella guerra (p. 95), ossia degli uomini del Sant’Uffizio. Afferma contraddittoriamente poche righe oltre (ma anche, più diffusamente, a p. 310) che la nostra società attuale si fonda sui valori della libertà di pensiero e del rispetto assoluto per la sfera della coscienza, ossia proprio su principî che a lungo furono rivendicati solo da singoli o da gruppi minoritari, perseguitati tanto dalla Chiesa di Roma quanto dalle altre Chiese nate dalla crisi del ’500. Accenna infine alla libertà e inviolabilità della coscienza come un “fondamento cristiano essenziale delle regole sociali”, ma senza esplicitare il suo pensiero sul rapporto che legherebbe questa libertà al cristianesimo. Ci siamo soffermati su queste pagine non per il gusto pedantesco di rilevare incongruenze, ma perché riteniamo che la questione meriti la massima chiarezza. Certamente, il compito che come studiosi dobbiamo affrontare adesso è scrivere la storia del Sant’Uffizio con i documenti finalmente disponibili, interrogandoli senza piegarli entro schemi preconcetti; ma non dobbiamo dimenticare che è anche grazie all’eredità di taluni dei “vinti” di quella guerra - non dei vincitori - che noi possiamo oggi studiare con spirito libero dai condizionamenti di qualunque “chiesa” la storia di chi li perseguitò. Non si tratta di confondere l’esercizio del mestiere di storico con quelle ricerche di una qualche “genealogia” della modernità nelle quali ci si muove su strade già segnate in partenza; bensì di coniugare ad un uso critico e responsabile delle fonti la memoria consapevole dei processi storici – spesso drammatici – che forgiarono, insieme alla costellazione dei valori sui quali poggia il nostro vivere civile, anche gli strumenti indispensabili a quel mestiere. Senza una tale consapevolezza, io credo, non ci assumeremmo davvero quelle responsabilità alle quali chiama l’apertura dell’archivio dell’Inquisizione romana e, in ultima analisi, non coglieremmo appieno il valore del percorso che ha condotto i vertici della Chiesa cattolica a decretarla.

 



DOI: http://dx.doi.org/10.13128/Cromohs-15630



Creative Commons License
This work is licensed under a Creative Commons Attribution 4.0 International License.
 
 
Firenze University Press
Via Cittadella, 7 - 50144 Firenze
Tel. (0039) 055 2757700 Fax (0039) 055 2757712
E-mail: info@fupress.com