Cromohs 2005 - Edigati - recensione a Volpini, Lo spazio politico del «letrado». Juan Bautista Larrea magistrato e giurista nella monarchia di Filippo IV

Paola Volpini, Lo spazio politico del «letrado». Juan Bautista Larrea magistrato e giurista nella monarchia di Filippo IV,
Bologna, Il Mulino, 2004, pp. 382;
ISBN: 8815094946
[€ 26,00 - ISBN 8815094946]

Daniele Edigati
Università di Macerata
D. Edigati,"Review of P. Volpini, Lo spazio politico del «letrado». Juan Bautista Larrea magistrato e giurista nella monarchia di Filippo IV",
Cromohs
, 10 (2005): 1-4 < URL: http://www.cromohs.unifi.it/10_2005/edigati_volpini.html >

1. Il volume si pone l’obiettivo di riscoprire il profilo biografico ed intellettuale di un celebre, quanto colpevolmente ignorato, giurista spagnolo del primo Seicento, Juan Bautista Larrea, nato nel 1589 a Madrid e morto nel 1645. Si tratta di un libro che costituisce il frutto precipuo di una poderosa e pluriennale serie di ricerche che hanno impegnato Paola Volpini in terra spagnola.
La prima parte del libro è dedicata all’illustrazione della vita e delle tappe della carriera, condite attraverso importanti ragguagli sulle due principali opere di Larrea, le Decisiones granatenses (1636-9) e le Allegationes fiscales (1642-5). La ricostruzione biografica dettagliata, effettuata sulla scorta di un vasto lavoro di scavo condotto in vari archivi e biblioteche di Valladolid e Madrid, permette di scorgere nel Larrea le qualità precipue del giurista del tardo diritto comune: assai versatile, capace di una rapida intercambiabilità nel civile come nel criminale, dimostrò anche di esser abile nel campo dell’insegnamento, al quale, tuttavia, si dedicò solamente nella sua giovinezza, dal 1613 al 1621, anni nei quali gli vennero affidate cattedre di assoluto primo piano, come quelle di Instituta, Codigo e di Vispera de Leyes. Ma fu un incarico quale quello di oydor nella chancilleria di Granada, nel 1621, ad assicurare un salto di qualità alla sua carriera, immettendolo nel mondo delle istituzioni giudiziarie e solo una grande sagacia e capacità di adattamento gli fecero superare momenti delicati, come quello rappresentato dal sindacato sul suo operato, la così detta visita, avvenuto nel 1628, da cui emersero nei suoi confronti svariati cargos, ovvero capi d’imputazione legati ad una condotta di vita non propriamente irreprensibile.
Saranno proprio queste sue qualità umane a permettergli di mantenere per molti anni, praticamente dal 1634 alla morte, un ruolo di primo piano come fiscale nel consiglio delle finanze e successivamente nel consiglio di Castiglia, in un periodo di grande incertezza politica, per le difficoltà del gran ciambellano Conte-Duca di Olivares (che venne sollevato dal suo incarico proprio nel 1643) e per le costanti esigenze finanziarie di uno stato, quello spagnolo appunto, impegnato in un notevole sforzo bellico.
Le opere di Larrea riflettono e sono profondamente radicate nella realtà del tempo: se le Decisiones granatenses – osserva opportunamente l’Autrice – vedono la ragione del loro successo nel fatto di esser l’unica raccolta «del regno di Castiglia che contenga la decisione», cioè, in altri termini, il voto degli oydores, «tentando di rompere una prassi contraria radicata» (pp. 41-2), anche le Allegationes fiscales sono composte «a partire dall’attività ‘sul campo’» (p. 157). Si tratta, invero, di rielaborazioni dei prodotti del lavoro quotidiano del giurista, volutamente astrattizzate a tal punto che «non sempre emergono con la necessaria evidenza le sue pressanti esigenze e difficoltà» (ibidem).

2. Se con la prima delle due opere, quindi, l’autore calcava un genere oramai classico, quello delle Decisiones, che aveva trovato la propria ragion d’essere nel sorgere dei primi tribunali supremi e che nel Seicento continuerà ad avere ampio successo, con la seconda, al contrario, Larrea si cimentava in un campo non particolarmente battuto e che stava gradualmente emergendo. In effetti, non erano mancate nei secoli precedenti, col formarsi dei primi stati territoriali, schiere di ufficiali aventi il compito di difendere i diritti del fisco, particolarmente in sede contenziosa; non erano mancati neanche le dissertazioni teoriche sulla nozione di fisco, ma non possiamo annoverare molti esempi di raccolte aventi scopi eminentemente pratici. E’ proprio nel Seicento, secolo in cui il potere assoluto si scontra inevitabilmente con esigenze finanziarie pressanti, con resistenze e fronde politiche, che si sente l’opportunità di realizzare una letteratura ad hoc, caratterizzata dalla composizione, omogeneizzazione e pubblicazione dei sedimenti dell’attività svolta a vantaggio del fisco. E ne troviamo conferma proprio nel moltiplicarsi di simili scritti nei circuiti culturali che ruotavano nell’orbita spagnola, dalle Iuris allegationum fiscalium Mediolani di Diego Antonio Fajardo (1671) alle Disceptationes fiscales siciliane di Ignazio Gastone (1684-1696).
Nel quadro di questa attività, Larrea si schierò anche a fianco della politica regalista di Filippo IV, perorando le prerogative regie (in particolare quelle schiettamente giurisdizionali, come il «recurso de fuerza») sulle istituzioni ecclesiastiche e questo gli costò anche la messa all’Indice a Roma delle proprie pubblicazioni.
Dopo la ricostruzione biografica, ecco che lo studio si volge ad esaminare gli aspetti salienti del pensiero giuridico di Larrea in riferimento al tema della giustizia. Paola Volpini con grande oggettività mette in risalto i punti cardine della visione ideale che il giurista aveva del sistema giudiziario. Una visione che richiedeva una stretta quanto coerente cooperazione di due centri di potere: da un lato il re, titolare della estrema iurisdictio ed, in quanto tale, supremo giudice e dall’altro la magistratura, che avrebbe dovuto esser tutelata e messa in condizione di esercitare autorevolmente la propria funzione.
Di qui l’opportuno biforcarsi del percorso dell’Autrice, che dapprima si sofferma sul tema del sostegno in primis, ma non soltanto, di carattere economico, che il sovrano avrebbe dovuto garantire ed in seguito sulla problematica della venalità e delle conseguenti alienazioni degli uffici giurisdizionali.
Il primo motivo è incentrato sulla difesa delle prerogative del ceto dei magistrati, arduamente sostenuta da Larrea in varie allegazioni riscoperte e poste all’attenzione del lettore. Il giurista intendeva con esse valorizzare l’autorità dei magistrati «che nell’esercitare il loro ufficio stavano al posto di Dio e dei monarchi» (p. 113) ed invitare, in modo nemmeno tanto implicito, Filippo IV a proteggere i propri ministri dai numerosi libelli anonimi che spesso mettevano a repentaglio il loro cursus honorum. Si ripropongono, così, soggetti trattati in filoni letterari tipici del diritto comune ‘maturo’: quelli volti a sviluppare argomenti atti a nobilitare professioni o gruppi sociali e, conseguentemente, ad appoggiare la conservazione delle loro prerogative, nonché quelli calcati nell’ambito della trattatistica apologetica. Penso, in particolare a quella tradizione di scritti, che evidentemente ben aveva attecchito nel mondo spagnolo (ne sono testimonianze i trattati di Gabriel Alvarez de Velasco, Giovanni Paolo Xammar, nonché il più noto ed appropriatamente richiamato Garsia Mastrilli), volta ad esaltare la figura del giudice, al quale si volevano dare precetti non tanto di carattere giuridico, quanto di ordine morale ed attinenti al foro interiore, più che a quello esteriore.

3. Paola Volpini illustra le due maggiori rivendicazioni del magistrato, così come vengono interpretate dal Larrea: quelle di tutela verso l’eccessiva facilità con cui questi poteva esser oggetto di minacce, rappresaglie e sottoposto a processo e quelle di carattere economico, con l’obiettivo di ottenere un congruo salario per mantenere un tenore di vita consono allo status acquisito. Sul primo versante, era implicita l’aspirazione a che il magistrato, tenuto all’osservanza della legge, potesse almeno esigere l’ubbidienza dei sudditi, come qualche decennio più avanti dirà, sia pure nel contesto decisamente differente della Toscana medicea, Marc’Antonio Savelli nella sua Pratica universale (cfr. Prefazione alla Pratica universale, Firenze, Cocchini, 1665), riproponendo una visione armonica della società e della giustizia, che trovava la sua anima nella collaborazione e nel rispetto reciproco del ruolo dei vari ordini.
Si passa quindi all’esame del tema della venalità degli uffici, pratica assai diffusa nel Seicento spagnolo, alla quale Larrea si opponeva con fervore. Eppure, si trovò costretto, per attendere alle sue mansioni, a difendere la liceità dell’alienazione degli uffici di alcalde ordinario, un giusdicente a livello locale e di alguacil mayor (con funzioni di polizia) ed è qui che, a nostro avviso, si rivela il volto camaleontico del giurista, abile e spregiudicato nel volgere a favore del potere politico tutti gli argomenti a propria disposizione, a partire da quelli fattuali, come i costanti tumulti che si verificavano nei municipi in coincidenza coll’elezione degli alcaldes. E l’Autrice coglie con perspicacia questi aspetti, col mettere in risalto l’icastica frase del giurista spagnolo «Ego interim animum non exprimo».
A questo punto, l’Autrice sposta la propria attenzione verso lo studio dell’azione del Larrea all’interno delle strutture di potere: nei confronti dei potenti e protetti uomini d’affari da un lato, della monarchia, del valido e della nobiltà dall’altro. Lo sforzo del letrado è diretto sempre e comunque non tanto a vantaggio di Filippo IV, quanto dell’istituzione monarchica, o meglio dell’immagine tutta ideale della monarchia, che Larrea aspirava a veder concretizzata: un sovrano onnipotente, con potere assoluto, che, appoggiandosi su giuristi e magistrati, perseguisse il bene comune, mettendo a tacere le rivendicazioni di quella folta schiera di personaggi a cui nella realtà era legato con un doppio filo.
Tuttavia, i tentativi del fiscale Larrea, perlomeno in varie occasioni, si vanificano: egli impegna tutto se stesso nella lotta – che si svolge interamente nelle arene del foro – contro gli hombres de negocios stranieri (molti i genovesi), appaltatori di imposte e sovente anche membri di consigli di finanze, ma viene nella maggior parte dei casi fermato dallo stesso Filippo IV, troppo bisognoso del loro apporto finanziario. Ancor più alterne furono, nel complesso, le sorti della battaglia intrapresa dall’Olivares, ma sul campo combattuta da Larrea, contro la nobiltà, per recuperare alcune alcabalas, le imposte principali del regno di Castiglia. Fu questa a procurare le più scottanti umiliazioni al fiscale, che si trovò anche ad esser privato della facoltà di proseguire alcune cause da lui intentate, come quella contro il contestabile di Castiglia.

4. In queste ultime vicende si percepisce appieno il carattere contraddittorio dell’accentramento nella Spagna di Filippo IV: ondivago ed in tutto legato alle singole evenienze, il sovrano difettò di quella sistematicità che, contemporaneamente, stava ispirando l’operato della monarchia francese. Solo dopo la guerra di successione, con la dinastia borbonica sul trono, venne creato uno stato accentrato sul modello francese e solo allora, come sottolinea Perry Anderson, «i grandi del regno [...] furono messi in posizioni subordinate ed esclusi dalla gestione del potere centrale» (cfr. Lo Stato assoluto, Milano, Mondadori, 1980, p.77)
Il libro si conclude con due appendici contenenti, la prima, una esaustiva elencazione delle edizioni delle due maggiori opere a stampa di Larrea, nonché delle altre allegazioni sciolte e degli altri scritti rinvenuti dall’Autrice e, la seconda, la trascrizione di alcuni documenti parzialmente inediti.
La laboriosa ricerca di Paola Volpini è riuscita, attraverso una accurata e puntuale ricostruzione, dei tratti di una biografia ignota alla maggioranza degli studiosi, anche specialisti della materia, a riportare l’attenzione sulla centralità della classe dei giuristi nelle consolidate (nel caso spagnolo) o nascenti (in altri orizzonti) strutture della stato moderno. Il potere politico aveva necessità di un sostrato giuridico per legittimare ognuna delle sempre più frequenti e spregiudicate manovre di ampliamento dei propri campi d’azione – e di qui l’uso, ripetutamente segnalato dalla Volpini della ratio status – e non esitava ad avvalersi dei giuristi come funzionari. Giuristi che in ciò intravedevano la possibilità di realizzare una vera e propria «respublica dei togati» (per mutuare un’espressione che è poi divenuta il titolo di un volume di Pier Luigi Rovito), assurgendo ad esclusivi esecutori della volontà sovrana, riuscivano a scalare posizioni ed a portarsi fino alle seconde linee, a scorgere quel vertice dal quale, tuttavia, erano esclusi. Il reale dato di fatto è che – lo ha detto quasi quaranta anni fa, con una formula sintetica e tuttora valida, Guido Astuti – anche i magistrati, come tutti gli altri burocrati erano «privi di uno stato giuridico» che gli conferisse «una qualche sicurezza e stabilità di diritti» (La formazione dello stato moderno in Italia, Torino, 1967, p. 207).
L’avvincente inquadramento storico-giuridico della materia, impreziosito da una fin troppo ampia rassegna della storiografia spagnola e della trattatistica politica coeva, oltre ad avere il grande pregio di presentarci una realtà assai differente da quella nostrana e di illustrarci strumenti e meccanismi giuridici della stessa propri (valga per tutti l’esempio della visita, avvicinabile, ma certamente non assimilabile in toto, al nostro sindacato sui giusdicenti), conferisce validità ad una metodologia d’indagine che, prendendo spunto dalla singola esperienza dei protagonisti, conduce ad affrontare i grandi temi istituzionali ad essa inscindibilmente connessi.

 



DOI: http://dx.doi.org/10.13128/Cromohs-15631



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