Cromohs 2005 - Gerstenberg - recensione a Clemens,Sanctus amor patriae. Eine vergleichende Studie zu deutschen und italienischen Geschichtsvereinen im 19. Jahrhundert

Gabriele B. Clemens, Sanctus amor patriae. Eine vergleichende Studie zu deutschen und italienischen Geschichtsvereinen im 19. Jahrhundert, Tübingen, Max Niemeyer Verlag, 2004, pp. 514.
[€ 76 – ISBN: 3 484 82106 X]

Annette Gerstenberg
Ruhr-Universität Bochum
A. Gerstenberg, "Review of G.B.Clemens, Sanctus amor patriae. Eine vergleichende Studie zu deutschen und italienischen Geschichtsvereinen im 19. Jahrhundert", Cromohs, 10 (2005): 1-5
< URL: http://www.cromohs.unifi.it/10_2005/gerstenberg_clemens.html >

1. L’associazionismo (das Vereinswesen) fu considerato una forza importante per la storia tedesca dell’800, in primo luogo nell’ambito della modernizzazione dello stato, dell’economia e della società tramite le città e i loro cittadini borghesi [p. 3]. Tuttavia, tra i numerosi studi sull’argomento si trovano di rado analisi comparative. Thomas Nipperdey indicava, nel 1972, [1] il desiderio di inserire la storia delle associazioni tedesche nel contesto europeo; specialmente per la coppia Germania-Italia (pur essendo nell’ambito della storia politica un oggetto preferito di studi comparativi, tra i primi i lavori di Heinrich von Treitschke[2] i quali paragonano i ‘caratteri’ italiano e tedesco) finora non si trovavano studi approfonditi. Con il suo libro, scritto originariamente come tesi di abilitazione presso l’Università degli Studi di Treviri, Gabriele B. Clemens aiuta a colmare questa lacuna, dedicandosi al problema delle Società di Storia Patria, alla loro base sociologica, ai loro metodi di lavoro scientifico e alla loro funzione per la costruzione di una nazione. L’autrice analizza la fondazione e i soci, lo sviluppo e gli scopi di dodici Società di Storia Patria, tra cui sei italiane (Firenze, Genova, Milano, Napoli, Roma, Torino) e sei tedesche (Amburgo, Berlino, Colonia, Dresda, Monaco, Stoccarda),[3] in una prospettiva comparativa che non ignora i vari aspetti specifici, non generalizzabili in quanto nati dalle vicende storiche di città affatto diverse, quali i centri marittimi di Amburgo e Genova o i centri monarchici di Berlino e Torino.
Concentrando l’attenzione sul Chi, il Che e il Come delle Società di Storia Patria, l’autrice estende la sua analisi all’ambito della storia sociale (la composizione aristocratica vs. borghese e professionale dei soci), della storiografia (i temi studiati dalle Società di Storia Patria) e della storia culturale (i metodi del lavoro scientifico e le consuetudini della vita sociale: vedi p. 7). Il periodo preso in considerazione si svolge dagli anni ’20-’30 dell’Ottocento fino al 1914. L’indagine si basa su numerosi fonti tra le quali i documenti degli archivi delle Società di Storia Patria (compresi gli elenchi dei soci, i verbali delle riunioni, le corrispondenze e le loro pubblicazioni) e soprattutto le riviste. Il libro è integrato da un riassunto in lingua italiana [pp. 403-415].

2. La parte sociologica deve molto ai numerosi lavori di Pierre Bourdieu e alla sua concezione di habitus e di capitale economico, sociale, culturale e simbolico. L’analisi si basa su una banca dati comprendente gli estremi di 12.400 soci delle Società di Storia Patria (professione, origine, status sociale) e viene integrata dall’analisi della cultura e dei valori ‘borghesi’ praticati nelle Società di Storia Patria. Particolarmente in Italia – dove solo dopo l’unificazione si manifestò l’ondata delle fondazioni di Società Storiche ed il numero dei soci era notevolmente più basso che in Germania – le modalità di accesso erano molto ristrette e garantivano l’esclusività sociale delle Società: i soci scelti in base al loro habitus [p. 56]. A Torino, Firenze e Roma (tra 60 e 200 soci) era possibile diventare soci solamente tramite cooptazione, mentre a Genova, Milano e Napoli un numero più alto di soci (tra 600 e 900) garantiva una disponibilità finanziaria elevata. L’analisi dettagliata di tali fonti aiuta a precisare varie ipotesi scientifiche riguardanti la storia (pre-)nazionale dell’Ottocento. Un ampio spazio è destinato al ruolo dell’aristocrazia: vi si discute il luogo comune del contributo decisivo dei borghesi coinvolti nelle Società di Storia Patria al processo del nationbuilding. Contro questa opinione, l’autrice sottolinea che, nonostante un continuo impegno dei borghesi, anche la quota dei soci aristocratici era elevata e la loro influenza sull’attività delle Società fu decisiva, in Italia come in Germania.[4] L'impegno dell’aristocrazia nelle associazioni favorì una crescita del suo capitale culturale (nei termini di Bourdieu), mentre le Società approfittarono della loro protezione mecenatesca. Se però l’autrice conclude che «le Società Storiche prese in considerazione presentano uno stampo elitario, non-democratico e nettamente aristocratico»,[5] non sembrano risolti tutti i problemi attinenti. Anzitutto la questione centrale – se l’aristocrazia si rese in parte ‘borghese’ tramite la loro attività nelle Società Storiche –, sembra esigere una discussione approfondita [p. 80]. L’habitus[6] ed un suo eventuale sviluppo andrebbero definiti analizzando più in dettaglio le forme di convivialità (Geselligkeit) ed il concetto di cultura (Bildung), comportamenti ‘borghesi’ anche dell’aristocrazia, secondo il già citato Nipperdey.[7] Si potrebbe ipotizzare, quindi, che il processo di aristocratizzazione della borghesia nell’800[8] sia da confrontare con un processo di borghesizzazione della nobiltà – per quanto attiene al suo contributo alla vita professionale e sociale delle Società Storiche.

3. Per la parte storiografica sono di particolare interesse gli aspetti istituzionali, ovvero il ruolo delle Società di Storia Patria all’interno della rete di università, accademie, istituti e comitati attivi nell’ambito della storiografia, la funzione specifica delle Società all’interno di questa architettura organizzativa a livello nazionale ed il loro contributo al lavoro storiografico del tempo.
Tra Germania e Italia si riscontra una differenza notevole nell’influenza esercitata dalle strutture universitarie sull’attività scientifica, soprattutto editoriale, delle Società: in Italia l’edizione di fonti storiche come base del lavoro storico era di particolare importanza, come ribadì il presidente della Società napoletana, Bartolomeo Capasso, nel 1884: «La vita delle società storiche consiste principalmente nelle pubblicazioni».[9] Anche in Germania le Società pubblicarono regolarmente edizioni di fonti storiche e articoli nelle loro riviste e annuari. Tuttavia la concorrenza da parte delle università, sostenute finanziariamente dallo Stato anche nel settore della storiografia e dell’edizione di fonti storiche, limitò questa attività. A Lipsia, la Società si occupò prevalentemente del museo storico, ed anche in altre Società si osserva un collezionismo antiquario ed un impegno nella fondazione di biblioteche e musei. Inoltre le Società tedesche promossero la tutela dei monumenti. Rispetto all’Italia, la Germania godette di una più intensa vita culturale e sociale delle associazioni, che si rendeva manifesta attraverso conferenze, escursioni e banchetti.

4. I capitoli che Clemens dedica alla storia culturale mettono in discussione la creazione di una comune identità nazionale, soprattutto sollevano dubbi sul luogo comune del contributo delle Società ‘borghesi’ al processo della creazione della imagined community (nella terminologia di Benedict Anderson[10]). A tale proposito sono di particolare interesse i temi di ricerca elettivi delle Società Storiche. Le Società italiane erano particolarmente attive nella pubblicazione di raccolte di fonti rilevanti in primo luogo per la storia medievale e comunale/regionale: la Società di Genova si dedicò alla storia delle sue colonie mediterranee, mentre a Milano la ricerca si occupò della battaglia di Legnano e della Lega Lombarda. La storiografia preferiva concentrarsi sulle biografie dei ‘grandi uomini’: in Italia Gian Galeazzo Visconti, Francesco Sforza, Andrea Doria, Cristoforo Colombo e in Germania personaggi reali o aristocratici del passato, spesso di un passato remoto, medievale. Generalmente gli studiosi di storia cercavano di evitare commenti alla situazione politica attuale e comunque la scelta degli oggetti storici lasciava trasparire una netta lealtà nei confronti del sistema governativo contemporaneo. In alcuni casi si è potuta osservare una forte rivalità tra esponenti del movimento liberale e rappresentanti del sistema politico preunitario [pp. 336 segg.]. Insomma, il Risorgimento non era tra i soggetti preferiti della storiografia delle Società: gli eventi recenti vennero piuttosto analizzati e descritti nei lavori dei loro protagonisti, politici e giornalisti.[11]

5. Unicamente nelle Società residenti nei centri del potere, Torino e Berlino, si sosteneva l’idea di scrivere la storia ‘nazionale’, mentre tutto sommato i problemi della storia locale e regionale rivestirono il ruolo principale nelle pubblicazioni delle Società dei due paesi. L’autrice riconduce le ragioni di questo fenomeno, il mancato sostegno alla ‘storia nazionale’ da parte delle Società di Storia Patria, alla forte presenza dei nobili, i quali concentravano la loro attenzione sulla storia comunale e regionale. D’altra parte, non va ignorato che anche le orgogliose memorie e conoscenze del patriziato funsero da base per la scrittura della storia ‘nazionale’. Come scrive Ernesto Sestan, «in genere, alle origini di queste istituzioni non vi erano stati gli storici di professione, ma più spesso anche geniali dilettanti di storia, quasi degli autodidatti, archivisti, bibliotecari, tutti accesi dal sacro fuoco di portare il loro contributo alla storia del patrio loco e, modestamente, a quella nazionale che – si pensava – sarebbe stata possibile solo dopo che si fosse dissodato il terreno delle storie particolari».[12] In questo senso si potrebbero intendere più documenti del tempo, e tra questi una lettera di Gino Capponi pubblicata nel 1874 e indirizzata al collega Cesare Cantù: «[...] come campo un gran paese che ha una grande storia. Per me sta bene che si faccia provincialmente, perchè la Storia d’Italia (non v’è rimedio) è a qual modo».[13] E anche per la Germania si trovano citazioni che vanno in questa direzione. Quanto alle città, è da discutere, sulla base del materiale raccolto, se anche in Germania sia ravvisabile una «lealtà aggiuntiva», nutrita a un tempo di campanilismo e nazionalismo [Marco Meriggi, cit. a p. 322]. Il ruolo del regionalismo quale mezzo di sostegno per l’impero tedesco nazionale risulta poco valutato da Clemens (il titolo del capitolo sul tema – “Identità nazionale versus identità regionale”[14] – suggerisce una dicotomia del rapporto regionalismo-nazionalismo), anche se l’autrice evita, con la dovuta cautela, di parlare di tendenze decisamente particolaristiche nelle Società Storiche [p. 200; cfr. pp. 310; 329 segg.].
Clemens contribuisce alla storiografia sull’800 in ciascuna delle scie indicate (sociologica, epistemica, culturale), con una profonda conoscenza delle fonti storiche ed un innovativo metodo interpretativo. Dalla visione d’insieme nasce un nuovo approccio alle vicende nazionali e borghesi, nazionali e regionali, che riceve la sua forza analitica soprattutto dalla prospettiva comparatistica.

[1] Verein als soziale Struktur im späten 18. und frühen 19. Jahrhundert, in Hartmut Boockmann et al., Geschichtswissenschaft und Vereinswesen im 19. Jahrhundert. Beiträge zur Geschichte historischer Forschung in Deutschland, Göttingen, Vandenhoeck & Ruprecht, 1972, pp. 1-44.

[2] Cavour, in Id., Historische und politische Aufsätze, Leipzig, Hirzel, 19218, pp. 236–392 [Heidelberg, 1869].

[3] Königlich Sächsischer Altertumsverein (Dresda, fond. 1824), Historischer Verein von Oberbayern (Monaco, fond. 1838), Verein für Hamburgische Geschichte (Hamburg, fond. 1841), Württembergischer Altertumsverein (Stoccarda, fond. 1844), Historischer Verein für den Niederrhein (Colonia, fond. 1856), Verein für die Geschichte Berlins (Berlino, fond. 1865); Deputazione di Storia Patria (Torino, fond. 1833), Deputazione di Storia Patria per le provincie della Toscana, dell'Umbria e delle Marche (Firenze, fond. 1858), Società Ligure di Storia Patria (Genova, fond. 1858), Società Storica Lombarda (Milano, fond. 1873), Società Romana di Storia Patria (Roma, fond. 1876), Società Napoletana di Storia Patria (Napoli, fond. 1876).

[4] A Monaco, Dresda e Stoccarda questa quota oscillava tra il 20 e il 30 percento ed era quindi uguale alla quota di soci aristocratici a Genova, Milano, Napoli e Torino [p. 79]. La preoccupazione dell'autrice di attribuire una rilevanza limitata al ruolo dell'aristocrazia non si presenta sempre in modo equilibrato; così non sembra del tutto giustificata la sua critica dell'analisi di Ralf Zerback (München und sein Stadtbürgertum. Eine Residenzstadt als Bürgergemeinde 1780-1870, München, Oldenbourg, 1997, p. 84) dell’estrazione sociale dei membri delle Società nella capitale bavarese [p. 80].

[5]«Die untersuchten Geschichtsgesellschaften waren elitär, undemokratisch und aufallend aristokratisch geprägt» [p. 401].

[6] Per l'uso della teoria di Bourdieu nell'ambito storiografico cfr. Hans-Ulrich Wehler, Pierre Bourdieu. Das Zentrum seines Werks, in Id., Die Herausforderung der Kulturgeschichte, München, Beck, 1998, pp. 15-44.

[7] Cfr. citazione n. 1; ibid., p. 20.

[8] «Aristokratisierung», cfr. Hans-Ulrich Wehler, Europäischer Adel im ‹Langen 19. Jahrhundert›, in Id., Politik in der Geschichte, München, Beck, 1998, pp. 73–77; p. 76.

[9] ASPN, Verbali delle adunanze, 9.2.1884 [cit. p. 128]. Cfr. per le pubblicazioni i prestigiosi Archivi: della Società Romana di Storia Patria (1876-1914); Archivio Storico Italiano (1841-1914); Archivio Storico Lombardo (1874-1914); Archivio Storico per le Provincie Napoletane (1876-1914) e gli Atti della Società Ligure di Storia Patria (1862-1914).

[10] Die Erfindung der Nation. Zur Karriere eines folgenreichen Konzepts, Frankfurt a.M. / New York, Campus, 1996 (ed. orig. ingl. Imagined Communities. Reflections on the Origin and Spread of Nationalism, London, Verso, 1983; 1991).

[11] In questo l'autrice segue tra gli altri Umberto Levra [p. 251].

[12] Origini delle Società di Storia Patria e loro posizione nel campo della cultura e degli studi storici, Annali dell'Istituto storico italo-germanico di Trento 7 (1981), pp. 21-50; p. 45.

[13] Archivio Storico Lombardo I (1874), p. 209 [cit. a p. 332; vedi ibid. per ulteriori indicazioni bibliografiche]. Cfr. il riassunto di Dieter Langewiesche (Nation, Nationalismus, Nationalstaat in Deutschland und Europa, München, Beck, 2000, p. 79): «L'integrazione nello Stato nazionale funzionava tramite l'affermazione del federalismo o del regionalismo. I movimenti pro-patria non lottavano contro lo stato nazionale, ma, con la loro attività incentrata sul federalismo, lo resero accettabile. In questo fenonemo, probabilmente, consiste una differenza centrale che distingue gli sviluppi dello Stato nazionale in Germania ed in Italia» (Man wuchs in den Nationalstaat hinein, indem man sich als Föderalist oder Regionalist bekannte. Die Heimatbewegungen stritten nicht gegen den Nationalstaat, sondern machten ihn annehmbar, weil sie ihn föderativ ausgestalteten. Vielleicht ist hier ein zentraler Unterschied zu der Entwicklung im italienischen Nationalstaat zu sehen).

[14] Nationale versus regionale Identitäten [pp. 328-335].



DOI: http://dx.doi.org/10.13128/Cromohs-15632



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