Cromohs 2005 - Nani - Recensione a George L. Mosse, Di fronte alla storia

George L. Mosse, Di fronte alla storia,
premessa di Emilio Gentile, prefazione di Walter Laqueur,
Roma-Bari, Laterza 2004
(ed. or. Confronting History: A Memoir, Madison, University of Wisconsin Press 2000)
[€ 24 - ISBN 8842068128]

Michele Nani
Centre de Recherches Historiques - EHESS Paris
M.Nani, "Review of G.L.Mosse, Di fronte alla storia",
Cromohs
, 10 (2005): 1-3
< URL: http://www.cromohs.unifi.it/10_2005/nani_mosse.html >

1. Scomparso nel 1999, nell’ultima fase di una lunga e, per sua esplicita ammissione (p. 266), fortunata esistenza George Mosse aveva cominciato a stendere le proprie memorie. Riuscì a concluderle, ma, come ricorda il prefatore, non fece in tempo a rivederle: lo rivelerebbe, ad esempio, la mancata menzione di una delle imprese culturali più significative avviate da Mosse, il varo nel 1966 e poi la lunga co-direzione del “Journal of Contemporary History”. Edita sin dal 2000, l’autobiografia dello storico tedesco-americano viene ora presentata al pubblico italiano, operazione forse inevitabile nel paese che più di ogni altro ne ha tradotto le opere, ricambiando così l’amore di un convinto italofilo.
Le memorie di Mosse, nel solco dell’identità ebraico-tedesca ottocentesca che permeava il suo ambiente di origine, rientrano a pieno titolo nella tradizione del Bildungsroman (p. 221). Nato in Germania in un anno fatale della storia tedesca, il 1918, Mosse era figlio di una famiglia della grande borghesia ebraica, sulle cui vicende pubbliche e private indugia nei primi capitoli. Spedito in collegio per correggerne il carattere ribelle da rampollo viziato, in un’atmosfera autoritaria degna di Musil il giovane Mosse scoprì le virtù della rispettabilità e persino di un certo qual nazionalismo (pp. 82 e 138). Eppure in quel processo di disciplinamento qualcosa non funzionò: per quanto fosse appassionato di montagna, il futuro storico persistette nel rigetto di una componente essenziale di quel modello educativo, l’attività fisica, alla quale avrebbe poi dedicato importanti studi, animati da una spiccata sensibilità per i miti della corporeità e della virilità; inoltre il suo rendimento scolastico rimase mediocre, segnato dal rifiuto del latino e delle materie scientifiche (pp. 109-111). L’ascesa al potere del nazismo segnò una rottura nella vita di Mosse, che imboccò con la famiglia la via dell’esilio. La prosecuzione della sua formazione nei college inglesi lo avrebbe condotto allo studio della storia, un approdo che Mosse non si stanca di definire del tutto contingente e quasi casuale. Tuttavia in questo approdo giocò un ruolo non indifferente la dimensione dell’esilio e la presa di distanza non solo dagli agi borghesi (che pure furono fondamentali nel procurare ad uno studente non eccelso l’ingresso a Cambridge), ma anche dalla tradizione nazionale nella quale era cresciuto[1]. Proprio negli anni dell’adolescenza trascorsi in Gran Bretagna Mosse maturò infatti la presa di coscienza della propria doppia estraneità: di ebreo espulso dalla nazione völkisch tedesca e di omosessuale marginalizzato dalla sfera della rispettabilità borghese. L’ebraicità di Mosse non ebbe mai una dimensione religiosa, ma fu tutta culturale (nel segno ebraico-tedesco del mito della Bildung), non senza diffidenze verso il sionismo politico (pp. 138, 150, 155)[2]. Questo atteggiamento non gli avrebbe impedito di tenere per anni un seminario a Gerusalemme e di commuoversi dinanzi ai riti nazionalistici dello Stato ebraico (p. 250)[3]. Se le memorie di Mosse ritornano a più riprese sull’identità ebraica e si chiudono con alcune considerazioni sull’Olocausto (p. 285), più discreta è la presenza dell’omosessualità, un’esperienza a lungo confinata in una dimensione tutta mentale e poi tenuta rigorosamente segreta fino al tardivo outing (pp. 99 e 118).

2. Anche se la precarietà dell’esule gli lasciò in eredità una certa ansia per le procedure di identificazione, i passaporti e i bagagli, l’esperienza dell’esilio viene definita da Mosse in qualche modo avvincente e formativa (p. 87). Approdato ben presto negli Stati Uniti, nel dopoguerra Mosse avrebbe ottenuto la cittadinanza e sarebbe passato da Georg a George, assimilandosi rapidamente alla cultura del Midwest (con tanto di passione per Bonanza, p. 210). Negli States intraprese una vera e propria carriera accademica, dal dottorato alla cattedra: come era letteralmente scivolato nel mestiere di storico, così scivolò quasi per caso sui suoi primi temi di ricerca di storia moderna, fra i quali spicca la storia costituzionale inglese del XVI secolo (pp. 146 e 278). Fu attraverso l’esperienza dell’insegnamento che Mosse sarebbe infine approdato all’età contemporanea (p. 183)[4], ma la sua stessa biografia lo portava a misurarsi con la cultura europea, la guerra, il fascismo e il razzismo. Dietro tutti i suoi studi, a cui dedica un capitolo specifico dell’autobiografia (il IX), l’interesse centrale era la costruzione dell’appartenenza nazionale, mediante miti, simboli e riti: quella “nuova politica” descritta nella sua opera forse più ambiziosa, La nazionalizzazione delle masse[5]. Si deve a Mosse se questa espressione di Hitler è diventata una categoria storiografica, dietro la quale si cela una tesi precisa, forse ispirata dalla riflessione di Talmon su Rousseau e la “democrazia totalitaria”: l’irruzione delle masse sulla scena della storia, con la sovranità popolare sancita dalla Rivoluzione francese, cambiò la qualità della politica; l’allargamento della partecipazione popolare segnò quindi la nascita di nuove “religioni civili” (una categoria rousseauiana), tese all’integrazione e mediate alle masse da elementi estetici ed emotivi, prima fra tutte quella della nazione. Il peso dell’irrazionalità nella storia sarebbe restato uno degli interrogativi fissi dello storico tedesco-americano, egli stesso attratto dalle manifestazioni di massa fasciste degli anni Trenta, che lo trovarono spesso fra gli spettatori, in mezza Europa, dall’Italia alla Germania, dalla Francia al Regno Unito.

3. Questa peculiare e in qualche modo pessimistica lettura della storia contemporanea trova un preciso riscontro nel metodo rivendicato da Mosse. La funzione critica del lavoro storiografico si affaccia nell’idea della necessaria “demistificazione” (p. 189), forse ispirata a quell’impegno politico che Mosse rivendica a più riprese nelle memorie (dall’impegno a sostegno dei repubblicani spagnoli nella Cambridge socialista a quello contro la guerra in Vietnam nelle università americane, pp. 124 e 215). Tuttavia nelle pagine dell’autobiografia ricorre a più riprese l’insistenza sull’“empatia” come via maestra ad uno studio della storia basato sulla “comprensione” (pp. 6, 8, 86, 224). Sin dal lessico Mosse si rivela buon erede dello storicismo otto-novecentesco, tedesco e non solo: i suoi ispiratori, non menzionati nelle memorie, ma a cui fece esplicito riferimento trent’anni or sono nell’Intervista sul nazismo[6], furono Croce, Meinecke e Huizinga[7]. Di qui il privilegio accordato alla narrazione, all’intuizione e alla visione d’insieme rispetto all’histoire problème che cerca risposte a domande precise attraverso analisi dettagliate e rifiniture concettuali (p. 226, 228, 258). L’attenzione ai simboli e alla memoria, ai riti e alla dimensione visuale colloca Mosse fra gli ispiratori della vague culturalista che ha investito la storiografia negli ultimi decenni[8]. Tuttavia, se il rifiuto della dimensione quantitativa e di troppo serrati determinismi lo accomuna a recenti sensibilità storiografiche, e rende gli studi di Mosse un salutare antidoto agli eccessi riduzionistici, l’assenza di riflessioni sui contesti, una certa tendenza alla teleologia e la ritrosia al confronto con le scienze sociali lo allontana dai più aggiornati sviluppi della storia culturale[9]. Infatti la prospettiva “antropologica” di Mosse lo ha reso un punto di riferimento per la nuova storia culturale[10], ma proprio la mancanza di un confronto con l’antropologia culturale e la storia sociale limita questo rapporto a una suggestione. Nella Premessa all’edizione italiana di questo libro, Emilio Gentile, fra gli storici italiani forse quello che ha saputo trarre maggiori risultati dalle lezioni dell’autore della Nazionalizzazione delle masse, rubrica il contributo di Mosse all’insegna di una vera e propria “rivoluzione” storiografica: alla luce del mancato confronto con altre “rivoluzioni” storiografiche novecentesche (la scuola delle “Annales”, la storia sociale inglese e tedesca, il dialogo con le scienze sociali) non sarebbe forse più appropriato ritenerla, senza nulla togliere alla ricchezza dei contributi proposti, una “rivoluzione conservatrice”? Assieme al riferimento costante alla tradizione storicista, questa prospettiva aiuterebbe a comprendere la straordinaria fortuna italiana di Mosse, mediata essenzialmente da Renzo De Felice e dalla sua scuola.

[1] Un esempio di quel “privilegio epistemologico dell’esilio” segnalato da Enzo Traverso nel suo recente Cosmopoli. Figure dell’esilio ebraico-tedesco, Verona, ombre corte 2004.

[2] Per l’approccio di Mosse alla storia ebraica si vedano ad esempio le raccolte Il dialogo ebraico-tedesco. Da Goethe a Hitler [1985], Firenze, Giuntina 1988 e Ebrei in Germania fra assimilazione e antisemitismo, Firenze, Giuntina 1991.

[3] Sull’importanza del rapporto con Israele ha insistito David Bidussa, Identità nazionali, nazionalismo e fascismo. George L. Mosse storico del Novecento, «Italia contemporanea», n. 234, marzo 2004, pp. 159-162.

[4] George L. Mosse, La cultura dell’Europa Occidentale nell’Ottocento e nel Novecento [1961], Milano, Mondadori 1986 e Id., Le origini culturali del Terzo Reich [1964], Milano, il Saggiatore 1968.

[5] Id., La nazionalizzazione delle masse. Simbolismo politico e movimenti di massa in Germania (1815-1933) [1974], Bologna, il Mulino 1975; Id., Il razzismo in Europa. Dalle origini all’Olocausto [1978], Roma-Bari, Laterza 1980; Id., L’uomo e le masse nelle ideologie nazionaliste [1980], Roma-Bari, Laterza 1982; Id., Sessualità e nazionalismo. Mentalità borghese e rispettabilità [1982], Roma-Bari, Laterza 1984.

[6] Id., Intervista sul nazismo, a cura di Michael A. Ledeen, Roma-Bari, Laterza 1977.

[7] Lo ha opportunamente sottolineato Simon Levis Sullam, nella sua ricca recensione a Di fronte alla storia (George Mosse, lo storico taumaturgo, «il manifesto», 21 febbraio 2004).

[8] Basti scorrere le pagine di uno degli ultimi lavori di Mosse, L’immagine dell’uomo. Lo stereotipo maschile nell’epoca moderna [1996], Torino, Einaudi 1997.

[9] Per un equilibrato profilo, che accanto ai meriti segnala anche i limiti dell’impostazione e del contributo di Mosse cfr. Rudy Koshar, George Mosse e gli interrogativi della storia tedesca, «Passato e presente», n. 58, 2003, pp. 99-110.

[10] Ad esempio sul versante della “cultura di guerra” si è registrata una delle rare intersezioni di Mosse con la storiografia francese, a partire dal suo Le guerre mondiali. Dalla tragedia al mito dei caduti, Roma-Bari, Laterza 1990: cfr. i riferimenti segnalati da Philippe Poirrier, Les enjeux de l’histoire culturelle, Paris, Seuil 2004, pp. 193-198.



DOI: http://dx.doi.org/10.13128/Cromohs-15634



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