Cromohs 2005 - Salustri - recensioni a L'Università degli Studi di Firenze (1924-2004)

L'Università degli Studi di Firenze (1924-2004)
[Storia delle Università Italiane, vol. 3]
Firenze, Olschki, 2004, 2 tomi di XXIV-800 pp.
[ISBN 88 222 5379 5; € 85,00]

Simona Salustri
Università di Firenze
S. Salustri,"Review of Storia delle Università Italiane", Cromohs, 10 (2005): 1-10
< URL: http://www.cromohs.unifi.it/10_2005/salustri_unive.html >

1. Le manifestazioni del 2004 per gli ottanta anni dell’Università di Firenze sono state un’importante occasione per l’Ateneo per riflettere sulla propria storia e produrre un ampio lavoro articolato in due volumi. La scelta del comitato scientifico di incentrare le ricostruzioni sul periodo 1924-2004 non coincide unicamente con la commemorazione ma nasce con lo scopo di colmare le lacune lasciate dal volume del 1986 Storia dell’Ateneo fiorentino. Da questo primo studio la nuova ricerca si distacca per l’impostazione soprattutto sotto due aspetti. Si è scelto di dividere la trattazione per singole Facoltà a differenza di quanto fatto per il volume del 1986 nel quale dopo una prima parte dedicata alla storia dello Studio dal Trecento al 1924 – anno della nascita ufficiale dell’Università degli Studi – i contributi si articolavano in trattazioni monodisciplinari sui singoli indirizzi umanistici e scientifici. Questo tipo di impostazione faceva sì che ogni saggio affrontasse un arco cronologico proprio, dipendente dall’evoluzione delle varie materie. Tale principio viene rovesciato nel volume del 2004, nel quale gli approfondimenti sulle Facoltà si occupano di un unico arco cronologico con l’intento di ricostruire l’aspetto dell’istituzione universitaria nel suo complesso.

2. I volumi sono introdotti da due saggi che fungono da cornice alle singole ricostruzioni.
Franco Cardini affronta la storia dell’Ateneo a partire dagli esordi del 1321 quando i ceti dirigenti fiorentini si impegnarono nella fondazione di una università non corporativa, come era stato nei secoli precedenti per Parigi e Bologna, ma costola della città alla cui crescita economico-culturale doveva contribuire. Nel 1349 l’Università fiorentina divenne Studium Generale istituendo la Facoltà di Teologia con il riconoscimento del potere papale; fra Tre e Quattrocento, con l’aumentare degli investimenti del reggimento, crebbe il numero dei docenti e la peregrinatio degli uomini di lettere, scienze e arti pose Firenze e il suo Studium al centro della vita culturale italiana. Per opera di Lorenzo De Medici nel 1477 lo Studio venne trasferito a Pisa con le Facoltà di diritto, arti e medicina, mentre a Firenze rimasero le Facoltà di retorica e poetica affiancate dal Collegio teologico e dall’Accademia Platonica. Un nuovo periodo di impulso culturale coinvolse la città a metà del Cinquecento quando Cosimo I promosse l’Accademia fiorentina e l’Accademia delle Arti e del disegno diretta da Giorgio Vasari, centro aggregatore di tutti gli artisti presenti a Firenze. Contemporaneamente Pisa divenne il polo universitario dove, sotto il diretto controllo di Cosimo, si formavano i funzionari dello Stato e si coniugava la didattica con il dibattito filosofico-scientifico. Nel Settecento la regina Maria Luisa riaprì a Firenze le cattedre scientifiche. Sul clima creato dal riformismo si innestò il dibattito sul ruolo libero delle università e delle accademie, giunto in Italia con la dominazione francese, che si tradusse a Firenze nell’evoluzione dell’Accademia Colombaria, dedicata alle scienze e alle lettere, e di quella dei Georgofili legata agli studi economici e statistici, entrambe indirizzate dall’opera di Gino Capponi. Con il decreto Ricasoli-Ridolfi del 1859, atto di fondazione dell’Istituto di Studi superiori pratici e di perfezionamento, si riconobbe a Firenze quel primato culturale debitore del Gabinetto di Pietro Viesseux e di Michele Amari, fautore con Pasquale Villari della nascita dell’Accademia orientale. Le spinte dell’Istituto per divenire università a tutti gli effetti si tradussero nel 1925 nell’inaugurazione dell’Ateneo fiorentino, sovvenzionato per metà dallo Stato e per metà dagli enti locali.
Attorno al nodo poteri locali-potere centrale ruota il secondo saggio introduttivo di Francesco Gurrieri e Luigi Zangheri che ripercorrono l’evoluzione dell’assetto edilizio dell’Ateneo a partire dal 1859.Tappe principali di tale sviluppo sono gli accordi tra l’Istituto di Studi superiori e l’amministrazione militare di fine Ottocento e la convenzione edilizia resa esecutiva nel 1933, da cui emergono le esigenze dell’Ateneo per un continuo ampliamento e il dibattito sul decentramento di alcune sedi, risposte all’aumento costante del numero delle Facoltà e degli iscritti. Un’evoluzione urbanistica che per tutto il Novecento, e in modo particolare nel secondo dopoguerra, non si è basata su piani di sviluppo articolati e progressivi ma su «opportunità, casualità e disponibilità residuali» come per la maggior parte degli atenei italiani. Particolarmente nell’ultimo ventennio la politica edilizia universitaria, proporzionalmente alla crescita dell’Ateneo, è divenuta luogo di scontro tra diverse posizioni che hanno richiesto la nomina di un pro-rettore all’edilizia dell’Università.

3. Dalla lettura dei singoli saggi, inseriti nel volume a partire dalle Facoltà fondanti procedendo via via fino alle ultime aggregate, sono evidenti le scelte metodologiche. Tutti gli autori hanno dato particolare risalto ai docenti o alle singole discipline piuttosto che concentrarsi sulla compagine studentesca i cui dati compaiono solo in alcune ricostruzioni, nel testo o nelle tabelle che a volte completano gli scritti. Questa scelta conferma il taglio prettamente istituzionale del lavoro. Tuttavia per alcune ricostruzioni non vengono messi in evidenza i rapporti dell’Ateneo con la periferia e il centro, essenziali per una storia dell’Università, soprattutto negli anni Venti e Trenta, quando, le interdipendenze tra fascismo poteri locali e Università determinarono uno sviluppo di alcune Facoltà fortemente orientato dal regime, sviluppo che arricchì la città e diede lustro allo Stato. Inoltre, non tutti i saggi – nonostante gli intenti dichiarati – seguono la linearità cronologica, preferendo in parte l’evoluzione dei singoli insegnamenti, né riescono a dedicare la stessa importanza ad esempio ai periodi pre e post-bellico. Infine diverse sono le fonti utilizzate: Annuari, verbali del Senato accademico e di singole Facoltà sono i documenti di riferimento ai quali si aggiungono, nella maggior parte dei casi, testi editi tra i quali i saggi contenuti nella Storia dell’Ateneo fiorentino del 1986, e interviste e ricordi personali inseriti nelle parti dedicate all’ultimo ventennio.
Impostazioni simili – con riguardo per la cronologia nel tentativo di dare egual peso alle singole tappe (fascismo, anni Cinquanta, 1968, dagli anni Settanta ad oggi) – hanno le ricostruzioni dedicate alle Facoltà di Lettere e filosofia, Giurisprudenza, Economia e commercio, Magistero, Scienze politiche e in parte Scienze matematiche fisiche e naturali. In esse l’attenzione per i docenti e per l’evoluzione delle discipline è unita a quella per i rapporti con l’amministrazione locale e centrale e, in parte, per gli studenti e per i nuovi assetti edilizi.

4. Il saggio più completo e meglio articolato, dove si integrano storia istituzionale, storia locale, storia delle discipline e attenzione per il corpo studentesco, è quello curato da Paolo Marassini sulla Facoltà di Lettere e filosofia. Erede diretta dell’Istituto di Studi superiori la Facoltà, nelle due diverse componenti letteraria e filosofica, negli anni Venti e Trenta costituì il più importante complesso di studi umanistici presenti in Italia. La Facoltà godette del ruolo attribuito dal fascismo locale all’intero Ateneo che grazie ai governanti cittadini – Paolo Emilio Pavolini, padre di Alessandro, fu preside di Lettere dal 1926 – ottenne prima l’inserimento nella tabella delle Università per metà sovvenzionate dallo Stato e poi la parificazione economica e statutaria con tutti gli altri Atenei statali. Il regime cercò di imporre la fascistizzazione a Lettere attraverso forti ingerenze nel reclutamento accademico e con il controllo diretto degli studenti. In un clima di generale passività del corpo docente il fascismo si adoperò per spezzare la resistenza di coloro che avevano aderito al Manifesto Croce (si pensi a Gaetano Salvemini). Nel 1934-35 Attilio Momigliano fu chiamato a ricoprire la cattedra di Letteratura italiana e rimase a Firenze solo quattro anni: nel 1938 fu fra i docenti espulsi in seguito alle leggi razziali. Come nel resto d’Italia le reazioni del mondo accademico furono tiepide e bisognò attendere il 1943 perché si potesse parlare di una partecipazione diretta dei docenti di Lettere alla Resistenza. Con la liberazione e la nomina a rettore di Piero Calamandrei si avviarono il processo epurativo e la difficile reintegrazione dei perseguitati politici e razziali. Nel dopoguerra la Facoltà poté riprendere appieno la sua attività e cominciare un percorso di consolidamento degli insegnamenti e delle cattedre, elemento caratterizzante degli anni Cinquanta. Furono introdotte nuove discipline, giunsero a Firenze importanti figure di studiosi come Ernesto Sestan e vennero conferiti incarichi a giovani e validi assistenti (basti ricordare Ernesto Ragionieri alla nuova cattedra di Storia del Risorgimento). Colpita dall’alluvione e nel clima del Sessantotto, Lettere si scontrò con il problema della liberalizzazione degli accessi e con la necessità di offrire una gamma formativa adatta alle richieste della società e alla diversa preparazione degli studenti, cercando di rispondere attraverso la revisione dello statuto e l’introduzione della didattica seminariale. Ma le agitazioni studentesche non si placarono fino alla fine degli anni Settanta. In questo contesto docenti e studenti, concordi sulla necessità di un intervento governativo per risolvere il problema universitario, si scontrarono con il ruolo nel quale l’Università fiorentina relegò la Facoltà di Lettere sempre più sovraffollata e sempre meno centrale nelle decisioni d’Ateneo, sulla scia di una logica di mercato che anche oggi vede le Facoltà umanistiche come improduttive e quindi meno importanti rispetto a quelle scientifiche. Conclude l’ampio saggio una parte dedicata agli ultimi anni dove sui discorsi su didattica, reclutamento accademico e problemi degli studenti si è innestato il dibattito ancora attuale sull’autonomia universitaria.

5.Giurisprudenza è una delle Facoltà fondanti dell’Ateneo e già all’atto della sua istituzione poteva vantare un cospicuo numero di studenti, insegnamenti e docenti. Tra questi erano presenti figure quali Calamandrei – il cui Diario è stato ampiamente e intelligentemente utilizzato per questa ricostruzione –, Giulio Paoli e Enrico Finzi che si scontrarono apertamente insieme ad altri colleghi con le imposizioni fasciste (ricordiamo il rifiuto al giuramento fascista dei giuristi Edoardo Ruffini e Vittorio Emanuele Orlando e l’adesione di 7 docenti al Manifesto crociano). A partire dal 1925 il fascismo impose nuovi indirizzi di studio, quali Diritto corporativo e Diritto sindacale oltre a corsi di cultura militare o dedicati alla dottrina politica fascista. L’autore del saggio, Bernardo Sordi, però non dimentica di sottolineare come all’interno della Facoltà rimasero, fino agli interventi accentratori voluti da De Vecchi, spazi di discussione aperta quali le lezioni di Diritto romano di Giorgio la Pira. Nel 1938 da Giurisprudenza vennero cacciati 3 professori ordinari compreso Federico Cammeo, preside di Facoltà. Il dopoguerra si caratterizzò per la presidenza decennale di Enrico Finzi segnata dall’introduzione di nuovi indirizzi di studio. Nella Facoltà si aprì una nuova fase storica con gli scontri del 1968 che spinsero la docenza più progressista ad impegnarsi nella creazione di un Pre-consiglio nel quale fossero rappresentati paritariamente tutti i gradi universitari e gli studenti. Di questo periodo gli anni successivi ereditarono l’aumento incontrollato del numero degli iscritti – tema che viene riproposto per tutto il saggio con molta precisione facendo continuo riferimento al dato generale d’Ateneo – che rappresentò per la Facoltà uno dei problemi maggiori fino al Duemila.
Economia e commercio, analizzata da Piero Roggi, entrò a far parte delle Facoltà universitarie fiorentine nel 1935 quando venne trasformato il Regio Istituto superiore di scienze economiche. Questo era nato da una forte commistione tra poteri economici e politici locali che avevano contribuito in diversa misura alla realizzazione di un Istituto in grado di coniugare preparazione accademica e interessi economici cittadini. Ma il rifiuto da parte degli organi accademici di attivare un indirizzo assicurativo e uno turistico, fortemente voluti dal regime fascista, deteriorò i rapporti con i poteri locali. Ciò aggravò i problemi economici dell’Istituto fino a quando il regime decise di eliminare d’autorità le autonomie finanziarie dei singoli Atenei inglobando Scuole e Istituti. Sul piano della didattica e del reclutamento accademico il controllo del fascismo divenne più diretto, toccando l’apice con le leggi razziali causa dell’allontanamento dalla cattedra del noto economista ebreo Riccardo Dalla Volta. In cambio la Facoltà ottenne i contributi per il consolidamento edilizio e per l’allargamento della biblioteca. Un’attenta ricostruzione del difficile passaggio epurativo attraverso le fonti dell’Archivio universitario e dell’Archivio centrale di Stato apre la parte dedicata al dopoguerra, incentrata sulla continuità che caratterizzò la storia della Facoltà fino agli anni Settanta. Più di altre Facoltà, Economia si trovò di fronte ad un’inadeguatezza strutturale e didattica, incapace di rispondere alle nuove richieste provenienti dai settori economici della società e ai problemi derivati da un aumento smisurato del numero degli iscritti e soprattutto dei fuori corso (dati facilmente rintracciabili nelle utili tabelle allegate al saggio). Le aperture promosse dal Consiglio di Facoltà nella gestione della didattica e la creazione del Dipartimento statistico matematico furono solo una prima risposta alle nuove richieste che rimasero pressanti anche negli anni successivi e alle quali si reagì con la riorganizzazione didattica, l’instaurazione di nuovi rapporti con i poteri economici locali, e con nuove forme di reclutamento accademico.

6. Nato a fine Ottocento come istituto esclusivamente femminile per fornire un’istruzione superiore alle donne dei ceti medio-alti e formare insegnanti delle classi femminili delle scuole secondarie, nel 1923 il Magistero di Firenze fu trasformato in Istituto universitario a carico dello Stato, aperto a donne e uomini diplomati all’Istituto magistrale e destinati alla carriera di insegnanti nelle scuole medie e magistrali o di dirigenti delle elementari. Nel 1931 la riforma Giuliano sancì la parificazione del diploma di Magistero alla laurea e nel 1935, alla vigilia dell’ingresso a pieno titolo nell’Università, l’Istituto fu coinvolto dal controllo sull’autonomia didattica introdotto dalla riforma De Vecchi. Con il passaggio a Facoltà si aprì una lunga fase di dualismo con Lettere per la somiglianza dei percorsi formativi. L’accesso agli studi, regolato fin dalla costituzione di Magistero da un esame, divenne più semplice grazie ad un abbassamento dei criteri di selezione con la conseguenza di un notevole aumento degli iscritti nel corso degli anni Trenta e Quaranta. Dopo la fase straordinaria degli anni del conflitto, la situazione di Magistero stentò a tornare alla normalità come l’autrice del saggio, Giulia Di Bello, dimostra guidandoci fra i diversi dibattiti che coinvolsero la Facoltà sul piano della concorrenza di corsi analoghi attivati in altre sedi e su quello della rivalità con Lettere. Le contestazioni del 1968 determinarono la liberalizzazione dei piani di studio e l’abolizione dell’esame di ammissione, con la conseguente crescita delle iscrizioni. Le ultime riforme strutturali di Magistero risalgono agli anni Novanta, quando nacque Scienze della formazione, e del 2002 con la trasformazione del corso di laurea in Psicologia in Facoltà autonoma che lasciò all’ex Magistero il compito di formare specialisti dei settori educativi.
Anche la storia dell’Istituto di Scienze sociali “Cesare Alfieri”, ricostruita da Sandro Rogari, non si legò a quella dell’Ateneo fiorentino fino a che non divenne Istituto superiore convenzionato con l’Università nel 1924. Grazie alle resistenze della famiglia Alfieri, detentrice del patrimonio economico dell’Istituto, e all’interessamento favorevole di gerarchi fascisti, soddisfatti della creazione della Scuola di perfezionamento in Studi sindacali e corporativi e dell’introduzione di insegnamenti graditi al regime, l’Istituto riuscì ad evitare l’assorbimento da parte della Facoltà di Giurisprudenza. L’autonomia venne progressivamente erosa fra il 1936 e il 1938, anno in cui l’Istituto fu trasformato in Facoltà di Scienze politiche e subì un impoverimento dell’offerta didattica, per la progressiva omologazione degli insegnamenti voluta dal fascismo, e di conseguenza un calo degli iscritti – sempre prevalentemente maschi – a favore di Facoltà affini, ma più professionalizzanti. La precaria situazione della Facoltà la portò più volte vicina al rischio di essere abolita, soprattutto nell’immediato dopoguerra quando il ministro De Ruggiero prospettava l’eliminazione di Scienze politiche su scala nazionale. Grazie a Calamandrei, impegnato nel recupero del suo passato prefascista, e all’opera del preside Giuseppe Maranini si avviò nella Facoltà una fase di riforma interna che si tradusse nell’arrivo di uomini come Giovanni Sartori, Giovanni Spadolini e Luciano Cavalli, nel forte impulso dato agli studi politici e a quelli europeistici, alle scienze sociali e al carattere interdisciplinare dei corsi. L’avvento dell’università di massa e la grande crescita nel numero degli studenti, con un progressivo aumento delle iscrizioni femminili, comportarono nel corso degli anni Settanta, Ottanta e Novanta un rinnovamento negli studi, inteso a dare loro un carattere più professionalizzante e condussero alla nascita di Scuole di perfezionamento, dottorati di ricerca, masters e centri di ricerca dipartimentali.

7. Alla Facoltà di Scienze matematiche fisiche e naturali Vincenzo Schettino dedica un saggio articolato cronologicamente che evidenzia la continuità in ambito scientifico sin dai primi dell’Ottocento, ovvero dalla creazione del Pubblico Liceo di Scienze fisiche. Con questa finalità vengono riproposti gli atti del Consiglio della Facoltà, gli Annuari e alcune considerazioni dei docenti dell’epoca a sottolineare il naturale passaggio dal Liceo, all’Istituto superiore e poi all’Università. Negli anni Venti la Facoltà contava 5 diversi corsi di laurea, 10 Istituti e 7 tra osservatori, laboratori e musei. I primi interventi strutturali vennero indirizzati all’ampliamento del settore matematico e alla costituzione del biennio di preparazione per le Scuole di applicazione per gli ingegneri ma successivamente anche gli altri indirizzi godettero di quelle spinte del regime mussoliniano – alle quali non si fa alcun riferimento nel testo – volte a esaltare la componente scientifico-sperimentale dell’istruzione per le proprie finalità. Del periodo fascista non vengono comunque dimenticate le leggi razziali e le nuove materie razziste, brevemente si fa riferimento al periodo bellico, all’esperienza resistenziale di Radio Cora e all’epurazione. Dopo un rapido accenno alla struttura organizzativa più recente, conclude il saggio una parte di tabelle molto utili dedicate a docenti e studenti che, se pur scarsamente analizzate, offrono alcuni dati interessanti sulla docenza (presidi di Facoltà e nomi ed età dei professori fino al 1970) e sugli studenti (iscritti divisi per sesso nei diversi decenni e nei singoli corsi di laurea).

8. Diversi e più deboli sono gli approcci alle Facoltà di Medicina e chirurgia, Farmacia, Architettura, Ingegneria e Agraria. La linea cronologica non viene seguita da tutti i curatori e per alcune Facoltà viene preferita una sintetica ricostruzione delle singole discipline, in questo modo i saggi si distanziano dall’obbiettivo comune della ricerca e risultano squilibrati, privilegiando un periodo storico rispetto ad un altro. Anche dal punto di vista contenutistico i contributi non considerano tutte le componenti del mondo universitario. Infine, si segnala il ricorso a tabelle e strumenti statistici presentati però talvolta con carenze analitiche.
Dopo un primo lungo paragrafo incentrato sull’età medievale e moderna, attraverso l’analisi dell’esperienza della Scuola di Santa Maria Nuova, e un breve accenno al periodo fascista, la parte del saggio curata da Gian Gastone Neri Serneri sulla Facoltà di Medicina abbandona la linea cronologica per privilegiare l’approccio alle singole discipline e ai brevissimi profili scientifici dei massimi specialisti di ognuna di esse. La scelta di riprendere la successione temporale degli avvenimenti coincide con gli anni Sessanta e l’autore mette in evidenza come l’apertura degli accessi all’università, l’abolizione della libera docenza e dell’assistentato e la legge della riforma ospedaliera siano state le cause di un processo di trasformazione e di ampliamento irreversibile che ha comunque coinciso con il grande sviluppo delle singole discipline, qui ampiamente ricordate nel loro rapido progredire. L’ultima parte curata da Donatella Lippi completa questa ricostruzione aggiungendo due elementi: l’interessante evoluzione della struttura architettonica ospedaliera a partire dalla fine dell’Ottocento – dove si possono individuare alcuni elementi del difficile rapporto tra città e Facoltà medica – e della didattica, con particolare rilievo alle innovazioni tecnologiche introdotte nel settore dell’offerta formativa sanitaria.
Nel caso di Farmacia scarse sono le informazioni storiche, rintracciabili solo attraverso le parti dedicate all’organizzazione didattica e agli indirizzi della ricerca scientifica nettamente incentrati sul trentennio 1970-2000 a discapito del periodo precedente. Nulla ci viene detto dei rapporti tra Scuola/Facoltà e città, delle motivazioni e delle spinte locali e nazionali che hanno portato nel corso degli anni all’attuale configurazione degli studi farmacologici. Inoltre, pur mettendo a disposizione del lettore numerose tabelle sui cambiamenti dei singoli insegnamenti del corso di studio e sulla docenza, Franca Buffoni ci offre appena qualche dato generico sulla componente studentesca.

9. Per la Facoltà di Architettura Gurrieri e Zangheri ci presentano una ricostruzione cronologica essenzialmente incentrata sul periodo costitutivo degli anni Venti e Trenta. Nata come Accademia del disegno nel 1563, poi Accademia di Belle arti nel 1784 e riordinata grazie agli statuti leopoldini a metà dell’Ottocento, la Scuola di Architettura venne ampliata seguendo l’evoluzione del ruolo degli architetti nella storia italiana. Con l’Unità d’Italia l’Accademia venne sottoposta al ministero della Pubblica istruzione, ma solo nel 1926, grazie anche alle spinte cittadine, venne creata una Scuola superiore di Architettura per permettere ai diplomati locali di esercitare la professione. Sottoposta al potere decisionale del regime per il riordino delle libere professioni la Scuola divenne nel 1933 Istituto superiore e nel 1936 venne aggregata come Facoltà all’Università, raggiungendo il completamento dell’organico ma rimanendo ancorata a vecchie tare originarie che ne impedirono un’adeguata evoluzione didattico-scientifica. Agli anni che vanno dal dopoguerra a oggi sono dedicate poche pagine che elencano brevemente le tappe fondamentali dei mutamenti strutturali che hanno coinvolto la Facoltà. Vengono lasciati parlare ad esempio gli atti del convegno nazionale dei docenti del 1947 e una mozione votata dai professori della Facoltà nel 1968 alla fine del biennio segnato dall’alluvione e dall’esplodere delle richieste del movimento studentesco, qui appena accennate. Per tutto il resto si rimanda agli Annuari dai quali sono ripresi solo alcuni dati sull’evoluzione degli indirizzi didattici e di ricerca.
Conclude il volume la Facoltà più giovane, Ingegneria, la quale, come Architettura, deve gran parte della sua evoluzione alle spinte del regime fascista che mascherò la volontà di raggiungere un controllo diretto sui ceti medi dietro alla riforma delle libere professioni, tra cui centrali quelle di architetto e ingegnere, e all’organizzazione delle Scuole professionalizzanti. Nel periodo fascista Ingegneria, come ci ricorda Gaetano Villari, aveva a Firenze solo il biennio propedeutico per l’avviamento agli studi rivolgendosi a quei pochi studenti che avrebbero poi completato la loro preparazione a Pisa o a Bologna. Dopo poche pagine la ricostruzione salta al 1970, data in cui la Facoltà di Ingegneria attivò il terzo anno di insegnamento dei corsi di Ingegneria elettronica e Ingegneria meccanica e tale ampliamento si tradusse in una immediata necessità di reperire nuovi locali. Il saggio si conclude con il riordino degli indirizzi di studio iniziato negli anni Ottanta e con una rapida rassegna sulla nuova struttura dei dipartimenti e sull’offerta post-unversitaria articolata in masters e dottorati di ricerca.
L’accento posto sull’evoluzione degli Istituti e sulla loro trasformazione in Dipartimenti contraddistingue anche un’ampia parte del saggio di Mario Falciai e Isabella Napoli sulla Facoltà di Agraria. Nata nel 1936 sulla feconda esperienza dell’Istituto forestale di Vallombrosa, prima scuola forestale italiana, e del Regio Istituto superiore forestale nazionale fuso nel 1924 con la Scuola agraria di Pisa, la Facoltà di Agraria ebbe tra i suoi fondatori Arrigo Serpieri, rettore fascista dal 1937 al 1943 dell’Ateneo fiorentino e a lungo preside dell’Accademia dei Georgofili. Il Ventennio fu caratterizzato dai rapporti con l’Istituto agricolo coloniale italiano, mezzo del regime per gli studi necessari alla politica di espansione, e con la neonata Accademia militare forestale, uno degli elementi della trasformazione fascista dell’amministrazione forestale da civile a militare. Colpita nel 1938 dall’allontanamento di due assistenti incaricati e un volontario per i provvedimenti sulla razza – sul totale dei 39 espulsi da tutto l’Ateneo – la Facoltà uscì con una profonda ferita inferta dalle scelte fasciste e con gravi danni alle strutture provocati dalla guerra. Fatta eccezione per pochi dati sulla componente studentesca, la ricostruzione storica procede fino ai nostri giorni attraverso il ricordo delle nuove strutture accademiche limitando a pochi elementi la ricostruzione dei rapporti con la città e con la società nel corso degli anni.

10. Questa storia universitaria ha il pregio di essere un enorme lavoro di raccolta di dati e utilizzo di fonti dirette e indirette che in larga parte sfugge alle maglie dell’autocelebrazione nella quale sono rimasti imbrigliati nel corso degli anni molti lavori di questo genere. Ma alcuni interrogativi rimangono aperti, soprattutto quelli legati all’approccio metodologico di questi due volumi sull’Ateneo fiorentino e più in generale della storia universitaria contemporanea. Primo fra tutti la scelta, o l’inconsapevole risultato, di una storia che riflette solo su alcune componenti dell’istituzione universitaria e che troppo spesso dimentica soggetti altrettanto importanti, quali gli studenti, o sottovaluta i rapporti con il mondo circostante, sia con i poteri locali che con il potere nazionale. A questo si aggiunge lo sforzo, in molti casi con scarsi risultati, di voler dare eguale peso alla parte dedicata al periodo fascista e a quella incentrata sul secondo dopoguerra fino ai nostri giorni. Soprattutto su questo ultimo aspetto ci preme sottolineare come, e ciò è evidente per la maggior parte dei saggi di quest’opera, il voler trattare le vicende dell’ultimo decennio rischi di spingere gli autori ad affrontare temi, quali l’autonomia didattica, che non hanno un’adeguata “sedimentazione storica” e a riproporre una serie di eventi sulla base essenzialmente di esperienze personali e di impressioni. Questi dubbi si legano ad un quesito ancora più ampio: ovvero l’utilità di ricostruire la storia di un Ateneo attraverso la somma delle storie delle sue singole Facoltà, riproponendo più volte gli stessi temi (ad esempio la riforma Gentile o il Sessantotto) e, cosa più importante, perdendo di vista l’unitarietà di alcuni argomenti e di alcuni percorsi di analisi (è questo il caso degli studenti o dell’edilizia, tematiche affrontate in modo così frammentario da impedire al lettore di seguire la loro evoluzione nel tempo). Simili problemi scaturiscono dal fatto che, per quanto efficace il lavoro di coordinamento, ogni saggio è affidato a un diverso curatore, a volte non uno storico ma uno specialista delle materie insegnate nella singola Facoltà, che mette in secondo piano il quadro di riferimento dell’intero Ateneo entro il quale dovrebbero trovare una propria logica tutti gli avvenimenti, le cause e le conseguenze dei singoli mutamenti istituzionali.

 



DOI: http://dx.doi.org/10.13128/Cromohs-15637



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