Cromohs 2005 - venturelli - Rec. cavina,Il sangue dell’onore. Storia del duello

Marco Cavina, Il sangue dell’onore. Storia del duello,
Roma-Bari, Laterza, 2005 [€ 19.00 – ISBN 88-420-7515-9]

Piero Venturelli
Università di Bologna
P. Venturelli, "Review of M. Cavina, Il sangue dell’onore. Storia del duello", Cromohs, 10 (2005): 1-10
< URL: http://www.cromohs.unifi.it/10_2005/venturelli_cavina.html >

1. Lo storico del diritto Marco Cavina, che è da tempo autore di importanti contributi allo studio del singulare certamen[1], offre in quest’opera un’accurata ricostruzione della fertile e più che millenaria storia del duello. Appannaggio pressoché esclusivo del ceto aristocratico e del sesso maschile, il duello rappresenta un istituto – «polimorfo per definizione» – che «storicamente fu in grado di cogliere inflessioni di enorme raffinatezza e sottigliezza, nonché di rimodulare assai variamente funzioni e struttura in differenti contesti sociali e culturali» (p. 6). Per esaminare in che modo e attraverso quali forme questa istituzione riuscì a diventare «una delle essenziali chiavi di volta del medioevo e dell’età moderna in Europa» (p. VII), Cavina ritiene doveroso focalizzare l’attenzione non soltanto sul duello «per punto d’onore», la versione più famosa e celebrata (e, a livello d’indagine, relativamente più approfondita), ma anche su altri due modelli, il duello giudiziario «per prova della verità»e il duello in torneo «per ostentazione di forza e di valore».

2. Il duello giudiziario «per prova della verità» – conosciuto anche come «duello giudiziario ordalico», monomachia e pugna – fu il primo tipo di duello ad apparire in Europa. Esistente già in epoca remota presso alcune popolazioni centro-settentrionali, la monomachia si diffuse nelle regioni mediterranee di pari passo con lo sfaldamento dell’Impero romano, conservando dappertutto quasi inalterata l’originaria matrice germanico-barbarica. Normalmente riservata ai liberi (in età feudale, ai milites et nobiles), essa «consisteva in un giudizio di Dio concesso dal giudice per risolvere liti civili e criminali» (p. 6): dall’esito dello scontro fra uomini armati si coglieva la sentenza inappellabile della divinità. Non diversamente dalle altre ordalie (prova del fuoco, dell’acqua fredda, del ferro arroventato, dell’offa, della bilancia ecc.), il duello giudiziario appariva con tutta evidenza «espressione di una civiltà giuridica in cui le dimensioni della religione, della morale e del diritto venivano percepite insieme ed indistintamente nell’unità del verbo divino» (p. 8).[2]

Gli esempi basso-medievali e le coeve trattazioni in materia permettono di rilevare come le monomachie si svolgessero secondo le consuetudini locali, che peraltro differivano solo marginalmente fra di loro, in quanto «la fraternità cavalleresca dei duellanti tendeva a favorire lo sviluppo di istituti unitari: la cavalleria era ceto ed istituzione largamente sovranazionale» (p. 27).
La concessione della pugna ordalica poteva avvenire o attraverso la decisione del giudice o attraverso la semplice richiesta dell’accusatore senza alcuna precedente attività giudiziale (in questa seconda circostanza, il giudice si limitava a valutare la congruità della causa). Il grave caso da risolvere con le armi doveva tassativamente rientrare in una delle fattispecie previste dalla tradizione germanica ovvero dalla normativa locale. Talvolta l’accusatore era obbligato a dichiarare formalmente ai giudici che non esisteva altro mezzo di prova se non il duello, dopodiché gettava a terra un oggetto simbolico (ad esempio, un guanto): raccogliendolo, l’avversario dimostrava pubblicamente e incontestabilmente di accettare la sfida; la parola passava così alle armi.

3. Le parti si battevano di solito mediante «campioni», detti romanisticamente pugiles, che venivano scelti dal giudice in modo che la loro forza fisica e la loro destrezza si equivalessero il più possibile; erano prezzolati e tenuti quale categoria infamata. Specie in antico, ogni campione giurava, prima dello scontro, sul buon fondamento della causa che si accingeva a difendere: chi, nel combattimento, soccombeva era quindi considerato spergiuro e non di rado punito col taglio della mano o con la morte. I pugiles si sfidavano all’interno del «campo chiuso», che era un luogo ampio e piano, ricavato dentro o fuori della città e circondato da una «lizza», il «segno» che delimitava l’area dello scontro e che di solito consisteva in una barriera di legno; mantenuto in ordine da una «polizia degli steccati», il campo era sorvegliato dal giudice e tutelato da pubblico «banno».

Il giorno prefissato, dopo la missa pro duello ed altri rituali religiosi, i contendenti si presentavano nel campo chiuso dinanzi al re e, dopo aver eventualmente contestato e fatto modificare le armi loro assegnate dal giudice (quasi sempre scudi e bastoni ovvero spade e lance), ascoltavano le regole del confronto lette da un araldo e prestavano alcuni giuramenti di rito. Sovente il giudice nominava due arbitri col compito di verificare l’esatta applicazione delle regole e il buon ordine in campo. A questo punto, lo scontro poteva avere inizio. Era ritenuto perdente chi toccava terra col capo ovvero fuoriusciva dallo steccato ovvero si riconosceva vinto: i casi di morte erano assai rari. In attesa delle decisioni del giudice, lo sconfitto veniva provvisoriamente incarcerato, mentre tutti i suoi beni erano confiscati dal re, una volta rimborsato il vincitore delle spese sostenute.

La barbara pugna ordalica entrò in crisi nel Duecento-Trecento, allorquando – fra innumerevoli varietà locali – iniziò una sua trasfigurazione nell’aulico singulare certamen all’italiana, come ben documenta il Tractatus de bello, de represaliis et de duello, redatto nel 1360 da Giovanni da Legnano. Tale irreversibile declino della monomachia fu causato da tre fattori: i costi notevoli a carico dei contendenti (cauzioni processuali, spese d’allestimento, compensi dei pugiles ecc.), le prime politiche accentratrici per via legislativa e le dure prese di posizione di parte ecclesiastica.

4. L’epoca in cui la pugna giudiziaria pervenne all’apice della fortuna, coincise con l’inizio dell’espansione su scala europea del duello in torneo «per ostentazione di forza e di valore».[3] Quest’ultimo, nato secondo la leggenda intorno al 1066 in Francia, era finalizzato a dar pubblica dimostrazione del coraggio e del valore marziale degli sfidanti, a mantenere in allenamento quanti esercitavano il mestiere delle armi, ad esprimere in un linguaggio festoso e fastoso la complessità dell’etica cavalleresca, a trasmettere consuetudini e modelli comportamentali nobiliari.
In antico, i tornei si svolgevano soprattutto durante le guerre, nelle pause, fra gruppi di cavalieri degli eserciti nemici, che si fronteggiavano in un luogo e in un tempo concordati; se inizialmente mancavano vere e proprie regole, andò via via affermandosi un codice etico cavalleresco e cortese, e le armi vennero spuntate. Fra Trecento e Quattrocento, ormai dotato di un proprio statuto ludico di gioco d’armi, il torneo diventò una festa ricorrente nelle città e nelle corti. Dal torneo trasse peraltro origine la «giostra mortale», condotta ad oltranza con armi letali, fino alla resa o alla morte di una delle parti.

Particolarmente diffusi in Francia, i tornei si svolgevano fra uomini a cavallo in un campo che poteva essere aperto ovvero chiuso da palizzate. Intorno all’area del confronto erano predisposti palchi di legno per il pubblico di maggior riguardo: in prima linea, i giudici. Gli araldi annunciavano l’imminenza dell’apertura dei giochi e ne assicuravano l’ordinato e corretto svoglimento, presentavano – esaltandone le mirabili virtù guerriere e la preclara nobiltà di sangue – i cavalieri nel momento in cui essi scendevano in campo, erano «i massimi conoscitori ed interpreti delle ‘leggi’ dei tornei e come tali erano consultati su ogni problema, anzi talora – soprattutto nel XV secolo – si [fecero] essi stessi scrittori e trattatisti» (p. 39).

Il torneo poteva consistere o in una serie di giostre, che ricordavano più da vicino i duelli, o – rifacendosi al remoto, autentico «torneo» – in uno scontro generale di gruppi. Spesso le giostre individuali terminavano con la caduta a terra di uno dei due contendenti, ma potevano anche articolarsi diversamente. Di solito al vincitore venivano assegnati premi quali uno scudo, una cintura o un altro utensile bellico di valore, oltre alle costose armi del vinto e all’eventuale prezzo del suo riscatto; meno di frequente era offerta anche la «mano» di una nobildonna con annessa dote.
La condanna ecclesiastica del torneo, sempre apparsa tutto sommato abbastanza blanda, e il fatto che l’omicidio colposo che talvolta vi si commetteva risultasse escluso dal diritto comune, non impedirono a questo tipo di duello di entrare in crisi durante il XVI secolo. Ciò si spiega sia con l’avvento della Riforma e alla Controriforma, e dunque di un clima poco propizio a fatui giochi di guerra, sia col verificarsi di alcuni tragici episodi che – a cominciare dalla morte in torneo nel 1559 del re di Francia, Enrico II – suscitarono un’enorme impressione e presentimenti sinistri nei contemporanei.

5. Nel XIV secolo nobili e militari iniziarono a ricorrere al duello «per punto d’onore» allo scopo di «risolvere la gran parte delle loro controversie al di fuori di qualsiasi intromissione statale» (p. 41). Il diritto al singulare certamen «era, dunque, percepito come un intangibile diritto naturale, che si legittimava nella terra e nella storia, nel sangue antico di nobili antenati e nell’integerrima osservanza delle virtù marziali» (p. 46). Anche se il processo ordinario interpretava e reprimeva l’ingiuria come violazione del buon ordine pubblico, gli esponenti dell’aristocrazia ritenevano che recuperare l’onorabilità fosse diritto/dovere del gentiluomo offeso; e la spada, simbolo cavalleresco per eccellenza, era il mezzo attraverso il quale si poteva convenientemente dimostrare al proprio ceto d’essere ancora degni di farne parte. Emergeva così la figura di un cavaliere intimamente persuaso di appartenere a una categoria eletta: la sua missione consisteva nell’attuare la giustizia naturale per una specie di vocazione innata, che aveva ereditato con il proprio sangue e che con il proprio sangue doveva saper realizzare.

Il duello per punto d’onore visse la sua stagione più gloriosa socialmente e più raffinata culturalmente nelle corti italiane del Rinascimento: questo spiega sia perché la «scienza cavalleresca» – che era distillata in una ricchissima trattatistica e in erudite interpretazioni dell’etica della nobiltà – venne percepita all’estero come un prodotto della cultura italiana sia perché il modello di «singolar tenzone» venuto alla luce presso tali corti ebbe così grande risonanza in tutta Europa, pur non diventando mai egemone al di là delle Alpi, dove si prediligevano sfide a due prive di autorizzazione ufficiale, quindi affatto «irregolari».[4]

Il singulare certamen lecito e solenne presupponeva una netta distinzione fra duello e vendetta: risultando strutturato come un vero e proprio processo, infatti, esso «non era vendetta più di quanto lo fosse una qualsiasi azione giudiziaria, formalmente diretta a veder riaffermato il proprio buon diritto» (p. 46). L’autorità pubblica possedeva pieno arbitrio sulla valutazione della congruità della causa di duello; al contrario, il semplice accordo tra le parti sprovvisto di concessione formale dava vita a scontri criminosi, meri «duelli alla macchia» che rientravano nel novero delle risse, delle vendette e dei privati «abbattimenti» e che, dunque, erano esposti agli strali della giustizia ordinaria secondo le varie normative locali.

6. Il duello giudiziario d’onore si plasmò attraverso la dialettica fra i ‘professionisti del duello’ (o «professori d’onore»), che fondavano le proprie concezioni sul mito dell’esperienza dei cavalieri, e i giuristi, impegnati ad esaltare il primato della giudiziarietà. Questi ultimi – i cui esponenti più rappresentativi erano Paride dal Pozzo (Puteo) e Andrea Alciato – operavano nelle università e nei tribunali, avevano pretese di giuridicizzazione secondo il diritto comune, consideravano essenziale subordinare la prassi alla dottrina, il factum al ius; i professionisti del duello – tra i quali figuravano Girolamo Muzio e Fausto da Longiano – erano uomini d’arme esperti di consuetudini nobiliar-militari, frequentavano corti ed eserciti, collocavano al centro delle proprie preoccupazioni il momento sostanziale dell’onore, anziché quello procedurale del giudizio.

Si addiveniva allo scontro d’armi lecito e solenne quando uno dei litiganti imputava formalmente all’altro di aver mentito nelle sue asserzioni ingiuriose, violando quel supremo obbligo di verità cui ogni cavaliere era tenuto per poter continuare ad essere reputato tale. Ormai scomparso l’istituto del campione, il duello d’onore veniva combattuto direttamente dalle parti, che dovevano essere incarnate da individui di sesso maschile, appartenenti al medesimo ceto, in possesso d’integrità d’onore e dotati di buona salute e di età congrua alle armi; in caso di requisiti fisici non omogenei, era necessario provvedere adeguatamente (ad esempio, bendando un occhio del contendente che non era guercio).

Professori d’onore e giuristi dotti in scienza cavalleresca venivano assoldati dalle parti per studiare la vertenza, definire le condizioni di ammissibilità e – eventualmente – i termini del duello. Una delle questioni fondamentali era individuare il provocato, uno status che nei fatti non risultava sempre agevole da distinguere: secondo la consuetudine, egli possedeva il privilegio di scegliere tanto il campo quanto le armi.

Fra i compiti dei giuristi si annoverava la stesura dei «cartelli», la cui disciplina fu minuziosamente costruita sulla falsariga degli atti processuali ordinari. Il testo del cartello, preparato da una delle parti in causa, doveva essere sottoscritto da due o tre testimoni e veniva consegnato sia al giudice del duello sia all’avversario, il quale aveva a disposizione un tempo pattuito per rispondere con un altro cartello. Si provvedeva a divulgare i termini della sfida in luoghi pubblici, di frequente con l’ausilio della stampa, affinché fosse impedita l’allegazione di una finta ignoranza e soprattutto in modo che la nobiltà venisse a conoscere i particolari della causa: la tutela dell’onore cetuale non poteva che avvenire dinanzi al tribunale dell’opinione.

I cavilli e i sottili artifici terminologici che caratterizzavano non solo l’elaborazione e l’invio dei cartelli, ma anche un’infinità di altri problemi affrontati dai giuristi (ad esempio, la ricerca di un giudice imparziale e l’accordo sui limiti temporali del duello), irritavano i professori d’onore: chi discettava troppo di fino su questi temi, a loro giudizio, aveva l’indegno scopo di evitare le armi.

7. Il duello d’onore all’italiana si svolgeva all’interno di un «campo franco» circoscritto da un solco d’aratro, da uno steccato di legno, da un muro di pietre o da una lunga fune. Il combattimento era sorvegliato dal signore del campo e, salvo che le parti non avessero patteggiato altrimenti (per esempio, «al primo sangue» o «a le tre prime ferite»), proseguiva ad oltranza, se necessario, dall’alba al tramonto del giorno prescelto: scaduto questo termine senza risultati, si giudicava nettato l’onore del reo.

Per non dare adito a disonoranti sospetti, la dinamica della sfida doveva dimostrare la buona voglia dei contendenti alle armi. Al giudice non era permesso interrompere lecitamente il duello contro la volontà delle parti, sotto pena del pagamento delle spese al provocatore; allo stesso modo, egli risultava patrimonialmente responsabile se graziava il vinto senza il consenso del vincitore.
I «padrini» (patrini), o «avvocati dei combattenti», avevano il compito di tutelare i loro protetti in tutti i contrasti relativi non già alla causa d’onore, bensì ai problemi connessi con lo scontro cruento (ad esempio, i pareri sull’eguaglianza delle armi e sull’equa disposizione nello steccato). I padrini erano coadiuvati da un notaio, da un armaiolo e da «confidenti» (cioè amici della parte), figure che impedivano il verificarsi di ogni genere di scorrettezza della parte avversa.

Lo sconfitto, che si presumeva avesse combattuto ingiustamente, cedeva al rivale armi, insegne, selle, cavalli e abbigliamento; inoltre, egli pagava tutte le spese del vincitore, che potevano essere anche assai consistenti, e diveniva suo «prigioniero di fede». A questo punto, il vincitore lo donava al signore del campo oppure lo teneva presso di sé come una sorta di servo finché non veniva pagato un riscatto in cambio della sua libertà.

Nel caso in cui una parte non si presentasse in campo entro il tramonto della giornata convenuta, la sua causa veniva dichiarata ingiusta dal giudice e dai suoi consiglieri: l’assente – come reo confesso – era diffamato e interdetto da qualsiasi altro duello.

8. La ferma condanna tridentina[5] e una legislazione secolare via via più ramificata e veemente nelle sue mire ‘razionalizzatrici’ (dunque, ostile alle pratiche giudiziarie consuetudinarie, comunitarie e negoziate prodotte autarchicamente dalla società), trasformarono la ormai diffusissima tenzone solenne per punto d’onore in procedura contra legem. Tuttavia, né la vasta campagna pubblicistica contro il singulare certamen né le intransigenti prese di posizione della Chiesa cattolica né le politiche repressive – peraltro non sempre adeguate – delle autorità secolari riuscirono a contenere l’aumento esponenziale del numero di scontri d’armi ‘clandestini’, cioè di duelli d’onore combinati fra le parti prescindendo dalla gravità della causa in gioco e, quindi, sprovvisti dell’autorizzazione ufficiale del potere pubblico. Questo comportava un gran risparmio di tempo e di denaro: erano eliminate la domanda e la concessione di campo franco, non si prevedeva alcun giudice di campo, il numero dei cartelli era ridotto al minimo, non si ricorreva ai pareri d’onore e si duellava a piedi, armati di una spada e indossando una semplice camicia in luogo dei tradizionali equipaggiamenti difensivi. Nondimeno, il duello privato possedeva due inconvenienti per entrambe le parti: l’ardua difficoltà di definire le eventuali conseguenze del rifiuto d’una sfida a duello; la perseguibilità penale, a cui si riusciva peraltro ad ovviare di frequente sia per l’omertà determinata dalla solidarietà di ceto sia per la grazia che interveniva immediatamente o in seguito ad una breve contumacia. E, naturalmente, al reo-provocato non erano più riconosciuti i diversi privilegi accordati nel duello lecito, che andavano dalla scelta delle armi e del campo alla tutela contro possibili agguati e scorrettezze da parte dell’attore-provocante.

Nella seconda metà del Cinquecento la letteratura d’onore si convertì in blocco alla trattatistica sulle «paci private», assecondando il rigorismo controriformista – ciò, almeno formalmente, perché sotto lo scudo di un titolo ‘pacifista’, al riparo dagli strali ecclesiastici, si discorreva ancora del duello. In tali scritti alla «rappacificazione» – intesa moralisticamente come opera giusta, cristiana e in sintonia con l’ordine pubblico – si addiveniva mediante l’azione conciliatrice di un gentiluomo terzo, chiamato in causa al fine d’indicare una soluzione «onorevole» per entrambe le parti che evitasse lo scontro d’armi.[6]

9. Non solo gli abbattimenti clandestini rimasero a lungo tollerati nell’Europa meridionale, ove essi erano da tempo illegalmente praticati[7], ma nel tardo Cinquecento sbarcarono e si diffusero rapidamente in Inghilterra e in Irlanda[8], per poi – soprattutto grazie alla Guerra dei Trent’anni (1618-1648) – penetrare in Germania, in Polonia, in Ungheria e nei Paesi scandinavi, e giungere in Russia alla fine del XVII secolo.[9]

Dappertutto l’abbandono di tali pratiche iniziò – lentamente – nella società borghese e senza ceti, preparata dall’Illuminismo. Della scienza chiamata cavalleresca (1710), libro di Scipione Maffei, anticipò alcuni caratteri del nuovo orientamento culturale: vi si negava recisamente, infatti, qualsiasi fondatezza razionale alla «scienza dell’onore nobiliare», proprio mentre – in quegli stessi anni – Agostino Paradisi stava rappresentando la vulgata tradizionale nel suo ambizioso Ateneo dell’uomo nobile (1704-1731).[10]

Nel corso del XVIII secolo le idee illuministiche si propagarono in buona parte d’Europa e – come dimostra emblematicamente Dei delitti e delle pene (1764) di Cesare Beccaria – si fece largo la convinzione che un’idonea riforma della società e dei suoi valori avrebbe cancellato duelli e punto d’onore.

Il clima di ostilità nei confronti del singolar certame si attenuò durante la Rivoluzione francese, allorché divennero abbastanza frequenti i duelli per motivi politici. In seguito, le armate napoleoniche e lo spirito del bonapartismo diffusero il senso dell’onore – specie nei ranghi degli eserciti – in quasi tutto il Vecchio Continente, e il duello visse un periodo di ripresa. La Restaurazione, dal canto suo, ne riconfermò pienamente l’importanza in seno alla società europea.

Nell’ultima fase della plurisecolare storia del duello si evidenziò un fatto epocale: «la sua democratizzazione o meglio il suo pieno inserimento in una società senza ceti, ben diversa dall’ambiente in cui il duello era sorto e in cui aveva prosperato» (p. 236). La pratica della singolar tenzone si allargò alla classe media e acquisì caratteri ‘borghesi’, perdendo il ruolo di strumento di rigida espressione cetuale: «il diritto all’onore delle armi era ristretto al gentiluomo, figura individuata [...] socialmente in chi si assoggettava liberamente al codice formale dell’onore cavalleresco» (p. 238).

10. Nel XIX secolo i codici cavallereschi solevano vietare i combattimenti ad oltranza, pur cercando di garantire una qualche serietà agli scontri, quanto meno formalmente: i decessi, quindi, erano abbastanza rari. Il prestigio di tali codici era indiscusso, al punto che per «reatizzare il duello il legislatore otto-novecentesco riconobbe di fatto l’ordinamento cavalleresco, ad esso implicitamente rinviando: il rispetto delle sue regole era ineludibile per determinare i contenuti di quella lealtà essenziale a distinguere il reato di duello e a giustificarne il regime» (p. 282). Al di là delle singole scelte di ordine sistematico, nei codici penali europei si tendeva a punire il reato contro l’integrità fisica, se compiuto da un onorato gentiluomo borghese rispettoso del codice paragiuridico del duello, in maniera più lieve di quanto non avvenisse per il medesimo crimine compiuto col coltello fra due contadini.

Ma in che cosa consisteva il duello otto-novecentesco? Si trattava di uno scontro a due, conforme alle regole e alle prescrizioni d’onore, che avveniva con il libero consenso dei partecipanti, sotto la guida di un direttore del combattimento e alla presenza di quattro testimoni, dei medici e dei padrini; si impiegavano solo armi riconosciute adatte dai codici penale e cavalleresco. Terminato il duello, i contendenti dovevano congedarsi in forme amichevoli, suggellate da una stretta di mano. Se uno degli avversari periva, i suoi parenti e il chirurgo erano obbligati a denunciare il fatto alle pubbliche autorità. Ai padrini di entrambe le parti, di comune accordo, spettava il compito di stendere il verbale del duello, certificando il comportamento tenuto dagli sfidanti e indicando ora, luogo e risultato, oltre che il numero degli assalti e quello delle ferite (specificando la posizione e la gravità). Con la formale consegna di una copia del resoconto alle parti si considerava ristabilito l’onore.

Dalla metà del XIX secolo in tutta Europa si moltiplicarono le pubblicazioni contro il singulare certamen e nacquero leghe antiduellistiche, sovente promosse e sostenute da cattolici. Sennonché, il costume di battersi in armi seguitò a rimanere abbastanza radicato: nei primi anni dell’Italia unita, ad esempio, si verificarono innumerevoli casi di duello non solo fra militari, ma anche in difesa dell’onore nazionale oppure per dirimere polemiche giornalistiche o politiche; la stampa riservava molta attenzione a tali sfide e la repressione penale era limitata.

Mentre in alcuni Stati europei il duello scomparve di fatto alla fine dell’Ottocento, esso si mantenne in discreta salute ancora per qualche decennio in Italia come in Germania, in Francia come in Spagna – ma anche nell’America settentrionale, dove il singulare certamen era penetrato in epoca piuttosto tarda. Nondimeno, nel secondo dopoguerra i legislatori iniziarono dappertutto a considerarlo una reliquia sociale e un reato ormai desueto da eliminare dai codici penali nazionali. Quest’opera di formale cancellazione, tuttora in corso, ha interessato anche l’Italia: lo storico provvedimento risale al 1999.

Note

[1] Cfr. “Gli albori di un ‘diritto’: profili del duello cavalleresco a metà del Cinquecento”, Studi Senesi, s. III, a. XCVII, fasc. 3, 1985, pp. 379-429; “Gli eroici furori. Polemiche cinque-seicentesche sui processi di formalizzazione del duello cavalleresco”, in Id., a cura di, Duelli, faide e rappacificazioni. Elaborazioni concettuali, esperienze storiche, Atti del seminario (Modena 14 febbraio 2000), con la collaborazione di A. Legnani, Milano, Giuffrè, 2001, pp. 119-154; “‘Privilegio del duello’. Note per una ricerca in corso”, in AA.VV., A Ennio Cortese, scritti promossi da D. Maffei e raccolti a cura di I. Birocchi, M. Caravale, E. Conte, U. Petronio, 3 voll., Roma, Il Cigno Galileo Galilei, 2001, vol. I, pp. 257-283; Il duello giudiziario per punto d’onore. Genesi, apogeo e crisi nell’elaborazione dottrinale italiana (sec. XIV-XVI), Torino, Giappichelli, 2003.

[2] Su questo ed altri aspetti del problema, cfr. F. PATETTA, Le ordalie. Studio di storia del diritto e scienza del diritto comparato, Torino, Bocca, 1890 [rist. anast. Milano, Cisalpino-Goliardica, 1972].

[3] Sul tema, cfr. AA.VV., La società in costume: giostre e tornei nell’Italia di antico regime, Catalogo della mostra (Foligno 27 settembre-29 novembre 1986), Foligno, Edizioni dell’Arquata, 1986; AA.VV., La civiltà del torneo (secc. XII-XVII): giostre e tornei tra medioevo ed età moderna, Atti del VII convegno di studio (Narni 14-16 ottobre 1988), Narni, Centro studi storici, 1990; F. CARDINI, Guerre di primavera. Studi sulla cavalleria e la tradizione cavalleresca, Firenze, Le Lettere, 1992; Id., L’acciar de’ cavalieri. Studi sulla cavalleria nel mondo toscano e italico (secoli XII-XV), Firenze, Le Lettere, 1997; J. FLECKENSTEIN, herausgegeben von, Das ritterliche Turnier im Mittelalter. Beiträge zu einer vergleichenden Formen- und Verhaltensgescichte des Rittertums, Göttingen, Vandenhoeck & Ruprecht, 1985; J. FLORI, Chevaliers et chevalerie au Moyen-Âge, Paris, Hachette litteratures, 1998; trad. it. Cavalieri e cavalleria nel Medioevo, Torino, Einaudi, 1999; S. GASPARRI, I milites cittadini. Studi sulla cavalleria in Italia, Roma, Istituto di Palazzo Borromini, 1992.

[4] Cfr. F. ERSPAMER, La biblioteca di Don Ferrante. Duello e onore nella cultura del Cinquecento, Roma, Bulzoni, 1982.

[5] Sull’atteggiamento della Chiesa cattolica intorno al duello d’onore, e in special modo sulla bolla Ea quae (1560), sul testo tridentino (1563) e sulle loro ripercussioni, cfr. G.C. ANGELOZZI, «La proibizione del duello: Chiesa e ideologia nobiliare», in P. PRODI, W. REINHARDT, a cura di, Il Concilio di Trento e il moderno, Atti della XXXVIII settimana di studio (Trento 11-15 settembre 1995), Bologna, Il Mulino, 1996, pp. 271-308. Lo storico dell’età moderna Gian Carlo Angelozzi, eminente specialista della realtà bolognese cinque-secentesca, è anche autore di importanti studi dedicati ad alcuni degli ambiti di ricerca presi in considerazione da Cavina nel libro in esame, come testimoniato dalla seguente selezione di suoi contributi critici: «La trattatistica su nobiltà ed onore a Bologna nei secoli XVI e XVII», Atti e memorie della deputazione di storia patria per le provincie di Romagna, n.s., a. XXV-XXVI, 1974-1975 [ma 1976], pp. 187-264; «Cultura dell’onore, codici di comportamento nobiliari e Stato nella Bologna pontificia: un’ipotesi di lavoro», Annali dell’Istituto storico italo-germanico in Trento, a. VII, 1982, pp. 305-324; «‘Religione d’onore e ragion di Stato. ‘Il Duello’ di Fausto da Longiano», Romagna storia e arte, a. VII, fasc. 18, 1987, pp. 27-42; «Il duello nella trattatistica della prima metà del XVI secolo», in A. BIONDI, a cura di, Modernità: definizioni ed esercizi, Bologna, CLUEB, 1998, pp. 9-31; «Reputazione e vendetta. Il duello in Italia nella prima età moderna», in M. BIANCHINI, a cura di, I giochi di prestigio. Modelli e pratiche della distinzione sociale, fasc. monogr. di Cheiron, a. XVI, n. 31-32, 1999, pp. 203-217; «‘Dell’offese impacienti’. Duelli e questioni cavalleresche a Bologna in età moderna», in M. CAVINA, a cura di, Duelli, faide e rappacificazioni cit., pp. 1-81. Di recente, in collaborazione con Cesarina Casanova, Angelozzi ha dato alle stampe una monografia su questi temi: La nobiltà disciplinata. Violenza nobiliare, procedure di giustizia e scienza cavalleresca a Bologna nel XVII secolo, Bologna, Il Mulino, 2003.

[6] Sulle paci private, cfr. J.K. BRACKETT, Criminal Justice and Crime in Late Renaissance Florence. 1537-1609, Cambridge, Cambridge University Press, 1992; T. DEAN, «Criminal Justice in Mid Fifteenth-Century Bologna», in T. DEAN, K.J.P. LOWE, edd. by, Crime, Society and the Law in Renaissance Italy, Cambridge, Cambridge University Press, 1994, pp. 16-39; F. BIANCO, «Mihi vindictam: Aristocratic Clans and Rural Communities in a Feud in Friuli in the Late Fifteenth and Early Sixteenth Centuries», ivi, pp. 249-273; O. NICCOLI, «Rinuncia, pace, perdono. Rituali di pacificazione della prima età moderna», Studi Storici, a. XL, n. 1, 1999, pp. 219-261. La fortunata stagione della trattatistica sulle rappacificazioni si concluse all’inizio del XVIII secolo col libro di L.A. MURATORI, Introduzione alle paci private, Modena, Soliani, 1708, opera che è stata da poco presa in esame nella seguente tesi di laurea (inedita) in Filosofia del diritto (relatrice C. Faralli), discussa presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Bologna, a.a. 2003-2004 (sess. III): L. COSTANZINI, Il pensiero giuridico e politico di Lodovico Antonio Muratori, 2 tt., t. I, pp. 105-113.

[7] Cfr. J.G. PERISTIANY, ed. by, Honour and Shame. The Values of Mediterranean Society, Chicago, University of Chicago Press, 1966 [reprint 1974; anche London, Weidenfeld and Nicolson, 1966]; C. CHAUCHADIS, La loi du duel. La code du point d’honneur dans l’Espagne des XVIe-XVIIe siècles, Toulouse, Presses Universitaires du Mirail, 1997; P. BRIOIST, H. DRÉVILLON, P. SERNA, Croiser le fer. Violence et culture de l’épée dans la France moderne (XVIe-XVIIIe siècles), Seyssel, Champ Vallon, 2002; F. BILLACOIS, Le duel dans la société française des 16e-17e siècles. Essai de psichosociologie historique, Paris, École des hautes-études en sciences sociales, 1986.

[8] Cfr. J. KELLY, “That Damn’d Thing Called Honour”. Duelling in Ireland. 1570-1860, Cork, Cork University Press, 1995.

[9] Cfr. I. REYFMAN, Ritualized Violence Russian Style. The Duel in Russian Culture and Literature, Stanford, Stanford University Press, 1999.

[10] Sul famoso letterato ed erudito Scipione Maffei (1675-1755), cfr. A. SCOLARI, «Il Consiglio Politico di Scipione Maffei», Atti e memorie dell’Accademia di agricoltura, scienze e arti di Verona, a. IX, 1932, pp. 37-87; C. DONATI, «Scipione Maffei e la ‘Scienza chiamata cavalleresca’. Saggio sull’ideologia nobiliare al principio del Settecento», Rivista storica italiana, a. XC, 1978, pp. 30-71; G. P. ROMAGNANI, «Scipione Maffei e il Piemonte», Bollettino storico-bibliografico subalpino, a. CII, 1986, pp. 133-227; Id., a cura di, Scipione Maffei nell’Europa del Settecento, Verona, Consorzio Editori Veneti, 1998. Sul giurista e letterato Agostino Paradisi (1655?-1734?) – prozio del più celebre omonimo (1736-1783), economista e poeta –, cfr. C. DONATI, «Nobiltà e arti meccaniche in Italia nel primo Settecento: l’“Ateneo dell’uomo nobile” di Agostino Paradisi», in L. Avellini, A. Cristiani, A. De Benedictis, a cura di, Sapere e/è potere. Discipline, Dispute e Professioni nell’Università Medievale e Moderna. Il caso bolognese a confronto, Atti del 4° Convegno (Bologna 13-15 aprile 1989), 3 voll., Bologna, Istituto per la Storia di Bologna, 1990, vol. III [Dalle discipline ai ruoli sociali, a cura di A. De Benedictis], pp. 345-367.



DOI: http://dx.doi.org/10.13128/Cromohs-15638



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