Cromohs 2003 - Rossi - Recensione a Simoncelli, Renzo De Felice...

Paolo Simoncelli, Renzo De Felice. La formazione intellettuale,
Firenze, Le Lettere, 2001
[€. 24,79 ISBN 88 7166 602 X]

Emanuele Rossi
Università di Firenze
E.Rossi, "Review of P.Simoncelli, Renzo De Felice. La formazione intellettuale,
Firenze, Le Lettere, 2001, ", Cromohs, 8 (2003): 1-13.
<URL: http://www.cromohs.unifi.it/8_2003/rossi_simoncelli.html>

1. Il volume di Paolo Simoncelli Renzo De Felice. La formazione intellettuale, (pubblicato per Le Lettere nella collana «Biblioteca di "Nuova Storia contemporanea"», diretta da Francesco Perfetti) ha il merito di affrontare con minuziosa puntigliosità e stretta filologia i primi anni della carriera del noto storico reatino. L'autore, allievo di Armando Saitta, si è avvalso di documenti e lettere inedite, recuperate per lo più nell'Archivio della Scuola Normale Superiore di Pisa, e ha ricostruito l'evoluzione intellettuale di De Felice basandosi sui suoi numerosi articoli e recensioni pubblicati negli anni su varie riviste (alcuni dei quali compaiono in appendice al volume).  

Nell'introdurre il proprio lavoro (che ricostruisce la vicenda defeliciana fino al 1965, data di pubblicazione del primo volume della biografia di Mussolini) Simoncelli dichiara di aver voluto fare un primo passo verso l'assolvimento del compito – a suo dire «ineludibile» (p. 10) – spettante alla storiografia italiana: ricostruire la biografia intellettuale di Renzo De Felice, definito «il più vigoroso e scomodo storico di questo dopoguerra» (ibidem). A cinque anni dalla morte, l'autore intende interrompere una certa tendenza partigiana che – sostiene – approfittando dell'assenza di un'adeguata documentazione su De Felice, mira a porre sotto silenzio l'opera defeliciana o a distorcerne i caratteri originari. Pertanto, nonostante il materiale archivistico non sia stato ancora pienamente riordinato e quindi non abbia permesso all'autore di portare a termine la ricerca in modo esaustivo, Simoncelli ha inteso offrire ugualmente una prima ricostruzione biografica, così da presentare un ricco e ben organizzato materiale di consultazione destinato ad avviare altri studi e altri lavori.

2. Nel risalire agli esordi scientifici di De Felice, Simoncelli ci riporta alla metà degli anni '50 e alla vivace effervescenza culturale delle scuole storiografiche italiane, animate da una forte passione ideologica e da una non indifferente vis polemica. Particolarmente attiva la scuola marxista, radunata intorno alla Fondazione Gramsci di Roma. Sorta nel 1950, la Fondazione si inseriva in un quadro di rinnovato interesse per gli studi sul movimento operaio, sulla scorta della riscoperta degli scritti di Antonio Gramsci (le Lettere dal carcere apparvero nell'estate del '47 e poco dopo furono pubblicati anche i Quaderni) e dell'influenza che essi avevano esercitato su studiosi iscritti o vicini al PCI. Oltre ai già affermati Gastone Manacorda, Ambrogio Donini, Emilio Sereni e Carlo Salinari, molti giovani studiosi, tra cui lo stesso De Felice, partecipavano alle sue attività: Giuliano Procacci, Rosario Villari, Alberto Caracciolo, Renato Zangheri.

De Felice era allora uno studente che stava preparando la sua tesi di laurea in Storia moderna sotto la guida di Federico Chabod. La vicenda umana di De Felice non era stata fino allora particolarmente fortunata: i suoi primi anni di vita erano stati caratterizzati dai difficili rapporti con il padre – fascista, volontario nel secondo conflitto mondiale – e da una carriera per niente brillante. Dopo un'iniziale iscrizione a Giurisprudenza e il successivo passaggio a Filosofia, De Felice si era impegnato attivamente nei gruppi studenteschi comunisti e la sua attività finì anche sotto l'occhio vigile della Pubblica Sicurezza: fu fermato dall'Ufficio politico della Questura il 1° dicembre del 1950 nel corso di una manifestazione contro il minacciato impiego della bomba atomica nella guerra di Corea e nel giugno '52 per aver tentato di lanciare manifesti non autorizzati contro la venuta in Italia del generale americano Ridgway. La frequentazione delle lezioni di Chabod presso l'università di Roma spinse De Felice a seguire la sua naturale inclinazione per la storia e ad abbandonare gli iniziali studi filosofici. Seppur laureando con il grande storico aostano, De Felice era in intimi apporti con Delio Cantimori, con il quale – come il Simoncelli ha documentato – aveva stretto una così forte amicizia da permettergli di rivolgersi a lui con un confidenziale "tu".

3. Già prima della discussione della tesi di laurea (novembre '54), De Felice si era cimentato in interventi storici, uno dei quali come contributo a un volumetto divulgativo edito dall'Istituto Gramsci, ed un altro, pubblicato sulla rivista Movimento Operaio (il mensile della Biblioteca Feltrinelli di Milano) in polemica con la storiografia risorgimentista di ascendenza crociana e la sua interpretazione "tradizionale", cioè non gramsciana, del giacobinismo italiano.

La pubblicazione dei testi di Gramsci aveva fornito nuove argomentazioni a sostegno dell'interpretazione storica allora dominante a sinistra, che inseriva la politica del PCI nel solco della tradizione politica italiana. Argomenti tipicamente gramsciani quali il Risorgimento come "rivoluzione passiva", la formazione dello Stato unitario, il rapporto fra la cultura di sinistra e il crocianesimo, il ruolo degli intellettuali, permettevano al PCI di accreditarsi come erede della migliore tradizione democratica risorgimentale e risultavano funzionali alla politica della "democrazia progressiva". Di più: offrivano gli argomenti per una lettura marxista della storia d'Italia. E cimentandosi in questo campo di studi, molta parte del mondo accademico vicino al PCI si era dedicata allo studio del giacobinismo italiano e del ruolo di esso all'interno del processo di formazione dello stato nazionale italiano.

Ricorda il Simoncelli come il forte interesse per i giacobini italiani e Filippo Buonarroti, intesi come i veri e radicali progenitori delle origini dell'idea di Italia unita, derivasse dagli studi avviati da Cantimori con il suo Utopisti e riformatori del 1943. De Felice – al pari di uno dei principali storici emergenti, Armando Saitta (autore tra l'altro di una corposa biografia del Buonarroti) – si iscriveva a pieno titolo nella linea cantimoriana nel sostenere la diretta filiazione del Risorgimento italiano dalla Rivoluzione francese attraverso l'esperienza dei giacobini italiani. Un'interpretazione respinta da storici non marxisti come lo studioso di matrice azionista Franco Venturi, il quale faceva risalire le origini del Risorgimento alle idee politiche dell'Illuminismo, svuotando quindi di importanza l'esperienza del giacobinismo italiano e riducendo quest'ultimo a astratto paradigma politico e storiografico di derivazione gramsciana.

4. Il coinvolgimento di De Felice nelle discussioni sul giacobinismo italiano mise in evidenza sempre più il giovane storico agli occhi di Cantimori, ma lo proiettò anche nelle controverse vicende che la scuola storiografica marxista visse fra il 1955 e il 1956. Il Simoncelli si sofferma distesamente su questo biennio decisivo per gli storici italiani, in cui si affrontarono questioni di metodo e ortodossia, egemonia culturale e scelte politiche.

La politica culturale del PCI influenzò anche l'ambito degli storici di professione, che iniziarono ad abbandonare le ricerche di carattere locale o settoriale per affrontare temi di maggior respiro e di valenza nazionale e internazionale. L'evoluzione in tal senso non fu priva di incertezze e polemiche, soprattutto in relazione alle vicende della rivista Movimento operaio e alle posizioni assunte da Delio Cantimori.

Tappa importante dell'attività della storiografia marxista, la rivista Movimento operaio. Bollettino di storia del movimento operaio era stata fondata nell'ottobre del '49 dal socialista Gianni Bosio. Questi le aveva impresso un'impronta di studi coerente con i propri interessi storici e etno-antropologici: essa documentava con un approccio rigorosamente filologico numerose esperienze locali di ribellioni operaie, scioperi, lotte dei lavoratori, manifestazioni spontaneistiche. Via via che al direttore Bosio si affiancarono esponenti della storiografia comunista di maggior rilievo accademico (Manacorda, Della Peruta, Ragionieri, Zangheri) i caratteri originali della rivista vennero modificandosi fino a quando, con la direzione di Armando Saitta (1953), non mutarono radicalmente. Il nuovo taglio redazionale prevedeva l'abbandono di una tale ricerca documentaria – giudicata fine a se stessa – per affrontare questioni più generali della storia d'Italia (la storia economica, il Risorgimento, il ruolo della borghesia nel processo di unificazione nazionale) dando così seguito, in campo storiografico, agli interessi culturali nazionali promossi dal PCI.

Contro i pericoli di settarismo ideologico insiti in questa nuova storiografia "militante" – la tendenza a fare "scuola a sé", il sistematico utilizzo delle argomentazioni gramsciane, un atteggiamento di perdurante polemica contro la storiografia non comunista, il tutto non sempre suffragato da adeguati apporti documentari – si pronunciò proprio Cantimori, colui che della storiografia marxista italiana era considerato il "patriarca". Attraverso interventi pubblici, si scagliò contro la supposta superiorità della scuola marxista vantata da alcuni giovani storici, sottolineando invece l'assenza di contributi realmente positivi e innovativi portati da essa allo sviluppo della storiografia. Era un duro monito, condiviso poi anche da Saitta e da altri storici di rilievo come Chabod e Rosario Romeo, contro la tendenza a un uso ideologico della storiografia senza il rispetto delle regole del fare storia "accademico".

5. Anche De Felice – come ha ben ricostruito il Simoncelli, grazie a un sapiente dosaggio fra minuziosa ricostruzione filologica e analisi generale del dibattito politico-culturale allora in corso – si trovò imbrigliato in queste controversie polemiche fra storici. Spinto da ingenuo giovanile entusiasmo, a suo modo anch'egli partecipò alla discussione sulla storiografia marxista. Il giovane studioso (allora borsista presso l'Istituto italiano di Studi Storici di Napoli diretto da Chabod) insieme ad altri quattro colleghi di studio inviò una lettera al direttore di Movimento Operaio, per difendere la legittimità di una scuola storiografica di ispirazione marxista e, in sostanza, esortare la rivista a una linea ideologica più marcata. Con il risultato di provocare la rottura del suo rapporto con Cantimori, che bollò l'iniziativa di zdanovismo.

Frutto di una certa leggerezza, l’episodio in questione, insieme alla crisi di coscienza indotta negli intellettuali comunisti dai tragici fatti dell’ottobre 1956, portarono De Felice ad acuire i suoi dubbi sul carattere innovatore del marxismo e ad abbandonare il PCI. Anche De Felice, infatti, al pari del suo maestro Cantimori (con il quale avrebbe poi ricomposto il dissidio), visse la contraddizione tra un «"dover essere" politico e un "essere" intellettuale», due condizioni sempre più divergenti che, afferma il Simoncelli, progressivamente dilacerarono «la labile unità fra ideologia e storiografia» (p. 123). Dopo le dispute sul rapporto fra ideologia e ricerca storica, sottolinea l'autore, il giovane storico rifiutò ogni interferenza di carattere ideologico e si schierò dalla parte del "metodo": lo studio e l'analisi minuta dei documenti.

La conseguenza della dismissione del precedente armamentario ideologico ebbe un seguito immediato nei suoi successivi studi sul giacobinismo. Il giovane storico ritrattò le precedenti interpretazioni mutuate dalla linea cantimoriana-saittiana e iniziò ad applicare il "metodo" della ricerca strettamente documentaria, cercando di rintracciare differenze e caratteristiche delle varie tendenze del giacobinismo italiano. De Felice manifestò ben presto una particolare vocazione all'analisi complessa dei fenomeni storici, considerati non in modo unitario ma come prismi dalle molte sfaccettature, e iniziò a scagliarsi contro i tentativi di sintesi definitorie, che rischiavano di fare degli oggetti di studio – in questo caso il giacobinismo – categorie politiche.

6. Si affaccia così la tesi di fondo del Simoncelli, sviluppata poi lungo tutto il volume, di un De Felice sostanzialmente apolitico, impermeabile, come storico, alle influenze "esterne" e votato alla destrutturazione delle numerose "certezze" storiografiche, imposte come dogmi dalle contingenze politiche. Nella prosecuzione della lettura, però, appare chiaramente quanto la vicenda "scientifica" di De Felice sia stata strettamente legata al suo impegno politico, a partire da quel '56 che tanta importanza ha avuto soprattutto per la sinistra italiana. E come del resto dice lo stesso autore, «la progressiva focalizzazione dei problemi posti a De Felice dal prosieguo della ricerca sul giacobinismo italiano, la loro deideologizzazione rispetto agli schemi forzanti del 1954-55 […] avevano avuto uno sviluppo collaterale sul piano contingentemente politico» (p. 165).

De Felice ebbe un percorso di "ex" non dissimile da tanti altri che abbandonarono il PCI dopo i fatti d'Ungheria, sposando posizioni "terzaforziste" e lanciando strali polemici verso il partito di Togliatti. In un primo tempo divenne segretario di redazione di Tempi moderni, rivista nata per opera di Fabrizio Onofri (uno dei principali esponenti della diaspora comunista), che si poneva, appunto, in una posizione terzaforzista. Titolare di una rubrica, prese parte ai dibattiti in corso sul rinnovamento della sinistra con graffianti interventi nei confronti del PCI e della sua chiusura ideologica. Successivamente, abbandonò Tempi moderni perché troppo poco aperta all'incontro con la sinistra cattolica e poco propositiva su un piano politico e passò a collaborare a Il Nuovo Osservatore politico-economico-sociale, testata diretta da Giulio Pastore, prestigioso esponente della sinistra cattolica. Questo impiego gli permise di mantenere attiva una tribuna polemica verso questioni politiche come il comunismo e un risorgente antisemitismo, ma lo spinse anche a «svolgere un'attività di corrosione delle incrostazioni ideologiche che impedivano, non dico già un'analisi del fascismo, ma anche solo un approccio scientifico alla sua storia» (p. 178).

7. Ma come arrivò De Felice al fascismo? Fu l'interesse per le vicende degli ebrei italiani, sbocciato precocemente negli anni universitari, a fargli incrociare la tematica e a fargli produrre la sua prima importante monografia Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo, pubblicata nel novembre '61. Volume che, sottolinea il Simoncelli, per come fu realizzato e per l'argomento che trattava enunciò una sorta di «programma storiografico di innovazione e di coraggio metodologico» (p. 213), poiché si richiamava al "metodo" della ricerca documentaria anche a proposito di un campo di studi relativamente nuovo e ancora particolarmente scottante come quello del fascismo, su cui il giudizio di condanna morale e politica concorreva a impedire una ricostruzione analitica del fenomeno. De Felice intese "far parlare i documenti" e dare un primo spaccato della società italiana sotto il fascismo, fornendo alcuni "dati di fatto" (che qui espongo schematicamente seguendo l'efficace sintesi concettuale del Simoncelli): le comunità ebraiche manifestarono fenomeni di consenso al regime; il razzismo fascista fu diverso da quello nazista in quanto "spiritualistico" e non "biologico" come quello hitleriano; il Italia il razzismo non fu un fenomeno radicato e, anzi, la legislazione razziale fu applicata blandamente (all'insegna del "discriminare non perseguitare"); l'assenza di tendenze antisemite nel fascismo e in Mussolini, unico responsabile della successiva politica razziale; le truppe italiane all'estero fornirono in più casi protezione agli ebrei perseguitati dalle autorità tedesche.

Per Simoncelli questa impostazione del lavoro fu un fatto dirompente, perché la ricerca storico-archivistica imbastita da De Felice costituì un attacco alla canonizzazione politica della storia: «squarciava un persistente, comodo, buio storiografico aprendo un campo di studi inimmaginabile e ciononostante ancora soggetto, col passare degli anni, a lacune storiografiche talmente clamorose da far credere più che a ignoranza o sbadatezza metodologica, alla persistenza d'un fenomeno psicoanalitico di rimozione» (p. 217).

8. Dalla Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo allo studio diretto del fascismo il passo fu breve. Uscito il volume in un momento in cui la discussione sul Ventennio si era particolarmente sviluppata, De Felice iniziò a redigere vari interventi sull'argomento. Nel '62 esordì con un breve profilo sulla Repubblica Sociale Italiana, commissionatogli dal periodico dell'Eri (nel quale già allora, sottolinea il Simoncelli, avanzò il noto giudizio poi sviluppato ne Il Rosso e il Nero di un Mussolini spinto a dar vita al governo di Salò per non lasciare campo libero alla vendetta dei nazisti e dei fascisti estremisti), mentre per Il Nuovo Osservatore fu autore di numerose recensioni e articoli. In uno di essi accolse con entusiasmo le tesi del filosofo Augusto Del Noce – il quale, nel suo saggio Idee per l'interpretazione del fascismo, metteva l'accento sul carattere rivoluzionario del "fascismo di sinistra" – mentre in un altro, destinato a commentare le posizioni di Costanzo Casucci, lodò, coerentemente con le proprie impostazioni, la proposta interpretativa di affrontare il fascismo come fenomeno storico molteplice e differenziato.

La ricostruzione fatta dal Simoncelli degli interventi defeliciani scritti a commento di pubblicazioni coeve sul fascismo, permette di mettere a fuoco i presupposti metodologici "di partenza" che informarono il lavoro storiografico del futuro biografo di Mussolini. Nel criticare i volumi di Paolo Alatri L'Antifascismo italiano, De Felice sostenne che la storiografia del tempo sul fascismo era condizionata negativamente dal suo essere "impegnata" e antifascista: assumeva un giudizio moralistico-pedagogico controproducente in campo storico e si accompagnava a resistenze tali che finivano per rivestire di un preciso significato politico ogni discussione, così che «cercare di raggiungere l' "obiettività" nello studio del fascismo è impossibile e cercare di essere imparziali vuol dire farsi fascista con i fascisti" (così De Felice citato dal Simoncelli a p. 297). Inoltre, stigmatizzava la tendenza a privilegiare il punto di vista dei comunisti rispetto a tutte le altre correnti politiche dell'antifascismo e a escludere l'importanza del consenso popolare raccolto dal regime. Enunciazione, quest'ultima, che portava con sé il corollario di una nuova interpretazione del fascismo, non più anticlassista e reazionario ma, bensì, forza capace di incarnare l'idea di rivoluzione: era la tesi, allora solo in nuce, del fascismo-movimento distinto e poi superato dal fascismo-regime. E in nome di una reale ricerca storica ancora tutta da fare, De Felice disapprovò vigorosamente la tesi del libro di Ruggero Zangrandi Lungo viaggio attraverso il fascismo. Questi sosteneva che la sua generazione, abbandonata a se stessa durante gli anni del regime, si era trovata ad essere fascista in mancanza di altre proposte culturali e di maestri capaci di fornire alternative all'altezza, intendendo così pronunciare un giudizio auto-assolutorio riguardo alla precedente adesione al fascismo e scaricando sulle vecchie generazioni qualsiasi responsabilità. Energica fu la reazione di De Felice di fronte a questa semplificazione delle vicende storiche attraverso generalizzazioni onnicomprensive, che non andavano a indagare "dall'interno" i fenomeni, politici o culturali che fossero. 

9. «La consapevolezza dell'insufficienza di quelle [interpretazioni] tutte d'ordine politico-pratico – afferma il Simoncelli – era l'avvio del vero lungo viaggio attraverso la storiografia del fascismo» (p. 296). Viaggio che lo avrebbe portato a imboccare la strada delle biografie (la prima fu quella di Giovanni Preziosi, fascista e antisemita della prima ora) e dello studio dei documenti fascisti e d'epoca fascista, conservati presso l'Archivio Centrale dello Stato (da cui uscì un primo saggio I fatti di Torino del dicembre 1922), quali strumenti privilegiati di un'analisi interna del fenomeno, capaci di mettere in luce anche le molle psicologiche alla base dei comportamenti privati e collettivi.

La mission del volume del Simoncelli – ricostruire la formazione intellettuale di De Felice – non permette all'autore di proseguire oltre la pubblicazione di Mussolini il rivoluzionario. Il primo volume sul dittatore fascista, alla cui genesi prese parte Cantimori, che ne fu anche il prefatore, è da considerarsi, secondo il Simoncelli, «tappa di un lavoro in corso […] da intendersi unitariamente». I volumi dell'opera, infatti, ripropongono, nel loro insieme, molte delle problematiche affrontate dal De Felice nella prima parte della sua carriera e danno corpo alla lezione cantimoriana del «metodo della ricerca come accertamento anziché come dimostrazione di preacquisite "verità"» (p. 416).

Fin qui la ricostruzione dell'impegno "scientifico" di De Felice. Ma, come abbiamo già accennato in precedenza, dal libro di Simoncelli emerge con nettezza l'impegno di carattere "pubblico" e politico di De Felice, il cui coinvolgimento in polemiche e scontri anche aspri risulta notevole anche in questi primi anni di carriera.

Accolto con molti elogi il volume Storia degli ebrei sotto il fascismo, di cui fu apprezzata la novità metodologica di ricerca, ben presto il lavoro defeliciano suscitò polemiche – «essenzialmente d'ordine politico», nota il Simoncelli – a causa di quello che fu noto come il "caso Piccardi".

Una breve nota del libro di De Felice segnalava la partecipazione di Leopoldo Piccardi (allora segretario del Partito radicale e magistrato al Consiglio di Stato) a un convegno su "Razza e diritto" svoltosi a Vienna nel '39. L'episodio fu sottolineato più volte in sede giornalistica finché non divenne un'arma di polemica politica all'interno del Partito radicale.

10. Come ricorda l'autore, esso era allora diviso fra un'ala "liberal-crociana" composta da Mario Pannunzio e Leone Cattani, favorevole a possibili esperienze di governo di centro-sinistra, ed una, di cui facevano parte Ernesto Rossi, Eugenio Scalfari e lo stesso Piccardi, di matrice salveminiana, orientata alla costruzione di un blocco laico-socialista alternativo alla DC e vicino al PSI. La citazione defeliciana fu usata da Pannunzio contro Piccardi per alimentare campagne polemiche al grido "via i razzisti dal partito radicale" e innescò dimissioni, fratture e la fine di quell'esperienza politica. Ernesto Rossi, commentando l'origine della vicenda, parlò di De Felice con Giorgio Agosti bollandolo, ingiustamente, come «un piccolo mascalzone manovrato da un qualche personaggio potente che non sono riuscito ad individuare» (cit. a p. 243).

La crisi del partito radicale – indica il Simoncelli – fu l'inizio della campagna di «rappresaglia politica» (p. 251) ai danni di De Felice. In un primo momento azionisti come Leo Valiani e Guido Fubini intervennero a denunciare quella che a loro pareva l'operazione politica generale che accompagnava il volume: sabotare alcune personalità militanti nella sinistra. In seguito, Corrado Vivanti in un articolo su Studi storici, rivista dell'Istituto Gramsci, sostenne che De Felice non aveva indagato a sufficienza l'adesione al fascismo degli ebrei italiani ed era stato troppo cauto nei confronti del fenomeno del razzismo. Nell'introduzione al suo libro, infatti, De Felice dichiarava, in un inciso, di individuare un certo valore politico, culturale ed etico nel pensiero razzista classico (quello di De Gobineau, Kant, Nietzsche e Fichte) e metteva in evidenza le differenze tra il razzismo nazista e quello di alcuni esponenti italiani come Evola e Acerbo, differenti dal primo perché intenzionati a «cercare di mantenere il razzismo […] sul terreno di una problematica culturale degna di questo nome» (citazione da Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo riprodotta a p. 448).

11. Da questi interventi critici, giudicati dal Simoncelli frutto di una lettura politicizzata e distorcente dell'opera di De Felice, ebbe origine una sorta di scomunica politica nei confronti del futuro storico del fascismo da parte degli ambienti culturali azionisti e comunisti. Una scomunica che da allora avrebbe costantemente condizionato il giudizio sul suo operato: «la discussione critica, scientifica, sul volume del '61 di De Felice era stata infatti compromessa da una preliminare condanna d'ordine politico e financo morale», e si era inaugurato uno «schema di comportamento che sarebbe finito per diventare una reazione psicologica di automatismo meccanico; una riproposizione moderna, all'insegna d'un pervasivo e scorretto politically correct, di un più antico modello di riferimento teologico: contra negantes principia non est disputandum» (p. 263-4). Oltre a ciò, secondo la ricostruzione del Simoncelli, si inverò un atteggiamento discriminatorio di vero e proprio ostracismo, che ebbe delle conseguenze concrete anche a livello accademico: De Felice fu infatti bocciato al concorso per la libera docenza in Storia moderna ad opera di una commissione esaminatrice della quale facevano parte Giorgio Spini e Armando Saitta, vicini, per l'appunto, alla tradizione azionista e comunista.

Ma quanto la distanza da queste due culture fosse parallelamente ben radicata in De Felice lo testimonia la sua attività pubblicistica condotta dalle colonne de Il Nuovo Osservatore fra il 1963 e il '64. Come ricostruisce il Simoncelli, De Felice intervenne a più riprese a commento delle varie esperienze politico-culturali sorte dopo il drammatico '56 e per incoraggiare i tentativi dei vari ambienti della cosiddetta "sinistra democratica" a smarcarsi dall'influenza politico-ideologica del PCI, isolarlo a sinistra, favorire la piena democratizzazione del PSI e promuovere l'avvento del centro-sinistra. Tempi Moderni, per esempio, anche se poco attiva e un po' inconcludente a causa del suo sociologismo, era la rivista che, per De Felice, in quegli anni portava un effettivo contributo al centro-sinistra. Delle pubblicazioni storiografiche apprezzava la Rivista storica del socialismo, perché, tentando di studiare scientificamente argomenti allora un po' trascurati dall'accademia come il socialismo, il sindacalismo rivoluzionario, il fascismo, mostrava segni di autonomia culturale.

12. Del pari, la sua critica si rivolse verso tutte quelle "voci" che si muovevano in una differente direzione, principalmente quelle di matrice azionista, venate da un moralismo e un'intransigenza che De Felice considerava velleitari. Fu il caso, per esempio, de L'Astrolabio (fondata da Ferruccio Parri con il concorso di ex-radicali come Ernesto Rossi e Leopoldo Piccardi) che si mostrava un classico "compagno di strada" del PCI e molto critico verso il centro-sinistra, o di Itinerari, che criticava il disimpegno morale di tanta cultura italiana. Ma De Felice non mancava anche di stigmatizzare le iniziative culturali del PCI come Studi storici, criticata non tanto per uno scorretto approccio metodologico, ma perché assolveva alla funzione politico-culturale di riaffermare la presenza dei comunisti negli studi storici. «Vogliamo solo notare – scriveva De Felice nel novembre del '64 – come ai comunisti sia impossibile non strumentalizzare ogni loro iniziativa a costo anche di cercare di impedire o, almeno, di cercare di soffocare alcune esigenze conoscitive e alcuni stimoli critici che potrebbero essere di grande utilità per la chiarificazione delle idee» (p. 350).

L'enorme messe di documentazione ben organizzata dal Simoncelli fornisce al lettore attento ed interessato una miniera di informazioni su De Felice e su un periodo estremamente importante per la cultura – storica ma non solo – italiana. Inoltre, permette di seguire con estrema puntualità il progressivo svilupparsi di intendimenti e prospettive che portarono De Felice a consolidare alcune idee di ricerca levatrici, in seguito, di importantissimi contributi per una maggiore comprensione del fascismo.

Tuttavia, malgrado l'interpretazione di fondo che si ricava dal volume – interpretazione volta a dimostrare la sostanziale apoliticità di De Felice, impermeabile a qualsiasi influenza di carattere extra-disciplinare, ivi comprese le esperienze politico-esistenziali – una lettura d'insieme non riesce a non trasmettere il senso della forte "politicità" del lavoro defeliciano. Ciò che emerge è un De Felice non mosso da spirito di fazione, ma animato da un'opposizione politico-ideologica verso il PCI e gli esponenti della tradizione azionista, esattamente quelle culture politiche che motiveranno il suo "antiantifascismo".

13. A conclusione del volume, infine, come a racchiudere in un unico messaggio il senso della vicenda defeliciana, Simoncelli regala al lettore una sorta di massima: «[…] la ricerca produce ricerca (verifiche e sempre nuovi accertamenti e traguardi), non produce dogmi. Così come i dogmi non producono, né tollerano ricerca, tanto meno se spregiudicata e libera» (p. 416). Tale messaggio si attaglia bene a sintetizzare il De Felice ritratto dal Simoncelli nel suo volume, ma appare meno convincente qualora lo si interpreti come un tentativo di proiettare il medesimo giudizio anche sul seguito della vicenda defeliciana. La biografia di Mussolini e le opinioni in essa contenute non hanno incontrato le obiezioni polemiche di intellettuali strettamente legati a contingenze politiche, bensì rilievi critici fondati su osservazioni metodologiche e interpretative. È il caso, per fare alcuni esempi, di numerosi lavori di Nicola Tranfaglia (l'ultimo dei quali è Un passato scomodo. Fascismo e postfascismo, Laterza, 1996) oppure, sempre per rimanere alla più recente produzione storiografica, dei contributi raccolti nel volume curato da Enzo Collotti Fascismo e antifascismo. Rimozioni, revisioni, negazioni, Laterza, 2000.

 



DOI: http://dx.doi.org/10.13128/Cromohs-15709



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