Cromohs 1997 - Pertici - Mazzinianesimo, fascismo, comunismo: l'itinerario politico di Delio Cantimori (1919-1943) I

Mazzinianesimo, fascismo, comunismo: l'itinerario politico di Delio Cantimori (1919-1943)

Roberto Pertici 
Roberto Pertici, «Mazzinianesimo, fascismo, comunismo: l'itinerario politico di Delio Cantimori (1919-1943)», Cromohs, 2 (1997): 1-128,
<URL: http://www.unifi.it/riviste/cromohs/2_97/pertici.html>.

I. Carlo Cantimori e la tradizione mazziniana

1. Fin dai primi scritti che gli furon dedicati dopo la morte, si sottolineò – anche sulla base di numerose testimonianze autobiografiche – l'importanza che per Cantimori avevano avuta la figura del padre e l'ambiente culturale e politico del repubblicanesimo romagnolo. Quest'aspetto, tuttavia, non è mai stato approfondito, rischiando così di diventare un richiamo meramente liturgico. Per primo Paolo Simoncelli (Note, 57-66; Cantimori, 27-28) ha rivolto la sua attenzione specificamente a Carlo Cantimori. Egli ha individuato alcuni interessanti fondi archivistici (nella fattispecie il fascicolo del Casellario politico centrale all'Archivio centrale dello Stato e le sue lettere a Giovanni Gentile conservate alla Fondazione Gentile), ne ha tratto tutte le possibili indicazioni, senza, tuttavia, inserire la documentazione in un discorso critico più complessivo: sappiamo così tutto degli spostamenti da un angolo all'altro d'Italia del repubblicano e sovversivo prof. Cantimori, delle misure predisposte a suo carico dalle autorità, dei suoi rapporti con Gentile – del resto notizie interessanti e utili – , ma non abbiamo ancora sufficienti elementi della sua personalità e della sua opera, che ci aiutino a comprendere il rapporto col figlio.
Carlo Cantimori non fu un Carneade qualsiasi, ma un intellettuale di spicco all'interno di un'area politico-culturale come quella mazziniano-repubblicana, certamente limitata, ma non irrilevante nel primo quarto di questo secolo; autore, tra l'altro, di un notevole lavoro d'insieme sul pensiero di Mazzini, uscito in prima edizione nel 1904, poi ristampato nel 1922, che uno studioso esigente come Gaetano Salvemini apprezzò pubblicamente e utilizzò a lungo: «Nel 1905, quando uscì per la prima volta questo libro, – avrebbe scritto nel 1925 nella Prefazione alla quarta edizione del suo Mazzini – gli studi mazziniani erano agli inizi. Salvo la biografia di Bolton King e il buon Saggio sull'idealismo di Giuseppe Mazzini del Cantimori, non esisteva sul Mazzini nessun lavoro, che uscisse dal genere agiografico» [2]

. Nato a Russi nel 1878, ricordava, dell'ambiente romagnolo della sua infanzia, la «zotica pettoruta rozzezza» e il generale clima di violenza politica, soprattutto per gli accesi contrasti fra repubblicani e socialisti. Ma ne fu presto allontanato e mandato a studiare, nel 1891, a Parma, dove frequentò il liceo Romagnosi dal '95 al '98. Furono anni di intensa maturazione politica e culturale, che più tardi avrebbe più volte rievocati [3] : entrò in contatto con un manipolo di giovani intellettuali bohémiens, come Luigi Campolonghi e Alceste De Ambris, provenienti dalla vicina Lunigiana, fautori di un socialismo romantico e idealista, che si presentava «non col volto accigliato di Carlo Marx, ma come un grande mito elementare, come la risposta alla loro fede d'azione e d'eresia nell'Italia dei Crispi e dei Rudinì» [4]. Entrava così nel mondo del 'sovversivismo', in quegli ambienti «di opposizione», richiamati dal figlio Delio mezzo secolo più tardi come essenziali [5] per la sua formazione, nel cui àmbito partecipò attivamente ai momenti più intensi dello scontro politico, dalle manifestazioni dopo Adua a quelle del Novantotto. Di molti dei suoi compagni di allora, condivise il gusto e la pratica della chose littéraire: dalle suggestioni ottocentesche dei vati della rivolta (Lamartine, Hugo, Carducci) passò al primo Pascoli, al D'Annunzio, ma anche ai simbolisti francesi, ai parnassiani, ai 'decadenti' insomma, pubblicando componimenti poetici su rivistine politiche o letterarie e interventi critici di un certo respiro [6].

2. Terminati gli studi liceali, lasciata Parma, si iscrisse alla facoltà di lettere e filosofia dell'università di Pisa, vi conobbe e apprezzò Amedeo Crivellucci (Simoncelli, Note, 59), ma dopo un anno passò a Bologna e infine a Padova. Nel frattempo la sua posizione politico-ideologica si era precisata e nel 1900 risultava già militante e dirigente locale (nel Ravennate) del Partito Repubblicano. Per noi è importante stabilire le componenti di questo suo primo repubblicanesimo: molti elementi si ricavano dal un opuscolo scritto nel 1901, vincitore di un concorso fra i giovani indetto dal Comitato Centrale del P.R.I. e per sua cura pubblicato. E' un testo non privo di efficacia, in cui risultano evidentissime le letture ghisleriane e salveminiane del giovane autore, che cita ripetutamente gli scritti apparsi sull'Educazione politica di Rerum Scriptor («pseudonimo questo d'uno dei più valenti storici italiani») e di Ghisleri. Non è possibile un movimento davvero democratico che tenda a migliorare con riforme positive le condizioni materiali e morali del popolo, senza mettere nel contempo in discussione la forma monarchica dello Stato italiano, in quanto l'istituzione monarchica è il centro di coagulo di forze permanentemente reazionarie, che, prima o poi, avrebbero impedito quel movimento: questa è la tesi di fondo dell'opuscolo. Riprendendo molte argomentazioni salveminiane, il giovane Cantimori conduce poi un'analisi del sistema fiscale, delle spese militari e del loro nesso con la politica estera, soprattutto traccia una storia del Risorgimento in chiave violentemente anti-moderata, affermando che «in questo periodo della nostra formazione nazionale [...] risiedono le origini d'una reazione che manifesta o larvata, e abilmente dissimulata nella momentanea tolleranza di partiti estremi od organizzazioni operaie, ha sempre posto barriere insuperabili al progresso della nazione». Da qui gli obiettivi che pone al suo partito, cioè il suffragio universale, la riforma fiscale e la 'nazione armata', e in prospettiva la necessità di una nuova costituzione elaborata da una Costituente, che riesca vera garanzia delle libertà sociali e politiche. Scritto nella seconda metà del 1901, dopo l'eccidio di Berra e le dimissioni di Wollemborg, l'opuscolo non mostra alcuna fiducia nel collaborazionismo socialista col governo Zanardelli-Giolitti, ma polemizza anche con il collettivismo, nella convinzione che «la libertà politica assicurata nella sovranità popolare, cioè nella forma repubblicana, è arma di miglioramento economico in mano agli operai»[7].

3. Il Cantimori dei primi anni del secolo si muove dunque fra Salvemini e Ghisleri. Da una lettera a quest'ultimo, scritta da Russi il 31 luglio 1901, apprendiamo notizie interessanti sull'andamento dei suoi studi: è iscritto al terzo anno di filosofia a Padova, ha chiesto ad Ardigò la tesi di laurea in storia della filosofia e i due si sono accordati per un lavoro su La personalità filosofico-politica di G. Mazzini nella storia del pensiero italiano: «Vorrebbe essere un modesto tentativo di considerare nella luce del positivismo moderno, il pensiero mazziniano, in relazione ai tempi [...]». Chiede a Ghisleri informazioni bibliografiche: «pochissime me ne diede l'Ardigò, ormai vecchio e stanco e però poco proclive ad aiutare nelle ricerche gli scolari [...]»[8]. Dalla tesi di laurea nasce il volume del 1904, qui già ricordato: è l'opera di un positivista ardigoiano, che vuol confrontare il mazzinianesimo con «l'indirizzo del pensiero moderno», cioè col positivismo. Mazzini ebbe ben poca conoscenza dei «progressi della scienza in ogni campo, i quali segnano l'imperitura gloria del secolo XIX»; non visse abbastanza «per apprezzare il valore della rivoluzione operata dalle scienze sperimentali in tutti i rami dell'attività del pensiero, gli effetti delle teorie dell'evoluzione [...] Non conobbe adunque affatto il Mill, lo Spencer, il Darwin», confuse il positivismo col vecchio materialismo metafisico. La parte metafisica del suo sistema, la costruzione teleologica della storia sono dunque lontanissime dalle impostazioni del pensiero più recente. La «modernità del Mazzini» sta altrove: nel «considerar nell'individuo il lato sociale, nel sorpassar le teorie egoiste di Elvezio, di Volney, di Bentham», insomma nel superamento dell'individualismo. Cantimori pone a confronto l'etica mazziniana con la Morale dei positivisti dell'Ardigò, che «offre appunto una morale sociale su basi scientifiche», e si sforza di dimostrare che «la rivelazione divina continua e progressiva del Mazzini si riduce in ultima istanza ai bisogni della società quali appaiono in seno alla convivenza e si manifestano nella rappresentazione impulsiva della idealità sociale [...] Così, sotto il cadente involucro della teologia, ci pare non sia avventato il vedere nel Nostro una notevolissima anticipazione dell'etica nuova». L'anti-individualismo del Mazzini non porta, tuttavia, a una specie di teocrazia: il carattere più importante della nuova religione mazziniana è «il sacro diritto all'eresia. E questo diritto, così recisamente affermato, costituisce la teorica negazione d'ogni intolleranza»[9].

4. Non si renderebbe, tuttavia, giustizia a quest'opera, se la si riducesse a una stanca esercitazione di positivismo. Il suo interesse storiografico è altrove, nel tentativo di ricostruzione sistematica del pensiero di Mazzini, nell'individuazione dei suoi temi più rilevanti, nella sobrietà del tono (così rara nella storiografia mazziniana di allora), nell'ampia informazione bibliografica. Almeno ad un aspetto dell'analisi di Cantimori si deve tuttavia accennare: al quadro – da lui tracciato – della rinascita religiosa dei primi decenni dell'Ottocento, della «reazione contro le idee del secolo precedente», del «ritorno alla tradizione e allo spiritualismo». Inserisce in quest'ambito certi aspetti del sansimonismo (per esempio molte idee di Leroux e di Reynaud) e lo stesso pensiero mazziniano, mostrando, pur senza soffermarvisi a lungo, le non poche, reciproche corrispondenze. Il problema del ruolo svolto dal sansimonismo nella formazione e nello sviluppo del pensiero mazziniano era già stato accennato da Alberto Mario fin dal 1877, ma intorno ad esso un vero discorso storico comincerà, com'è noto, col volume salveminiano del 1905. Si è anzi rilevato che la 'scoperta' del sansimonismo come fattore determinante del pensiero mazziniano è stata compiuta da Salvemini fra la prolusione messinese del 5 dicembre 1904 dedicata a «Il pensiero e l'azione di Giuseppe Mazzini», dove i cenni al problema erano pochi e generici, e il libro uscito nel giugno del 1905, Il pensiero religioso politico sociale di Giuseppe Mazzini (Messina, Trimarchi, 1905), in cui, invece, gli si dà un grandissimo rilievo[10]. Fu proprio in questo intervallo che Cantimori riprese i suoi contatti con Salvemini: lo aveva conosciuto di persona prima a Russi, poi al congresso socialista di Imola nel settembre 1902, ora, il 7 dicembre 1904, gli scriveva di aver letto sulla Tribuna del discorso inaugurale di Messina e lo pregava di inviargli il giornale locale che lo avesse più fedelmente riportato; in cambio gli avrebbe fatto avere il suo libro. Così avvenne: Salvemini, alla fine di dicembre, dovette, per lettera, darne un giudizio lusinghiero, e lo citò ripetutamente, in termini molto positivi, già nell'edizione a stampa della prolusione e poi nel volume successivo, che Cantimori recensì in toni entusiastici sul Resto del Carlino [11]. E' quindi probabile che il saggio del professore romagnolo contribuisse per la sua parte (non si vuol dire in modo esclusivo) al repentino approfondimento da parte di Salvemini, poi condotto con ben altra sistematicità e acume, della presenza sansimoniana in Mazzini, una delle acquisizioni di fondo del testo del 1905.

5. Nella lettera a Salvemini del 3 gennaio 1905, in cui lo ringraziava dei giudizi benevoli sul suo Mazzini, Cantimori aggiungeva: «Eh! sì: ella ha ragione: bisogna esser chiari e recisi nel far risaltare ciò che v'è di teologico o teleologico o mistico nel sistema di Mazzini, sopra tutto ora, che i retori della così detta rinascenza spiritualistica o religiosa potrebber trovare in quel misticismo qualche nota di grande effetto pei loro tromboni. E non mancherò, per quanto è concesso alle mie forze, di farlo». Il pericolo era che «il Mazzini conciato alla bell'e meglio serva di decorazione pel baraccone dei neo-mistici che assecondano nel campo intellettuale la reazione nel campo politico». Il giovane positivista sentiva che qualcosa stava mutando nel clima intellettuale italiano: uno degli aspetti più interessanti della sua parabola, anche in relazione alla delineazione dell'ambiente in cui si formò Delio, è proprio in questo suo precoce confronto con la cultura spiritualistica e idealistica e nel suo progressivo arrendersi alla sua forza pervasiva. Già in una conferenza del maggio 1905, tenuta a Genova, polemizzava contro il materialismo volgare che riduce il tipo religioso a problema di psichiatria e ricorreva alla recente traduzione di un testo così tipico della nuova Stimmung, le Varieties of Religious Experience di William James, per confortare le sue argomentazioni [12]. Ancora più eloquente una «Polemichetta mazziniana» del 1909 con un suo vecchio amico e compagno di fede politica, che ebbe, per molti rispetti, un'evoluzione non dissimile dalla sua, cioè Armando Carlini, futuro docente pisano del figlio, svoltasi sulle pagine del giornale del P.R.I.: a Carlini, che negava ogni carattere filosofico al pensiero mazziniano, rifacendosi anche al giudizio di «un filosofo autentico, qual è il Gentile», e affermava che esso era rimasto tutto interno al secolo XVIII, Cantimori replicava inserendo l'agitatore genovese nella rinascita religiosa e spiritualistica dell'età della Restaurazione. In ciò stava il suo valore: «Il problema religioso e il problema morale sono in questi tempi, dopo la crisi del positivismo, così fortemente sentiti, che lo spirito – se non quanto nella lettera appar caduco e morto – della dottrina mazziniana è ora più che mai oggetto degnissimo di studio e di ricerca». Non è possibile «relegare l'intelletto di Giuseppe Mazzini in quel secolo XVIII dal quale è lontano quanto il nostro tempo, e forse più lontano di quella seconda metà dell'800 in cui siamo nati e di cui tante idee rimangono ancora nel patrimonio intellettuale della democrazia non troppo fresco, ahimè, e non troppo aperto alle correnti innovatrici della coltura moderna!» [13]. Per l'antico allievo di Ardigò la «coltura moderna» era ormai quella che originava dalla «crisi del positivismo», così come il pensiero mazziniano si era formato nel clima religioso dei primi decenni del XIX secolo, scaturito dalla crisi del pensiero sensistico e illuministico: da qui la sua nuova attualità. E' pure indicativo che, fra i due esponenti maggiori della nuova cultura, egli scegliesse da subito come interlocutore Gentile, con cui prendeva contatto epistolare già il 16 dicembre 1910, dopo averlo conosciuto al recente concorso a cattedre di pedagogia e morale nelle scuole normali maschili governative in cui il filosofo era stato fra i commissari. In quella lettera (Simoncelli, Note, 62) Cantimori protestava contro alcuni duri giudizi di De Meis su Mazzini riportati da Croce sulla Critica [14] senza alcun commento, faceva riferimento al suo Saggio del 1904, che evidentemente aveva presentato fra i titoli concorsuali, annunciava l'intenzione di riscriverlo «da cima a fondo (specie in fondo)», cioè in quelle «Note e Considerazioni» finali in cui il giovane autore aveva cercato – come sopra abbiamo mostrato – di porre uno stretto nesso fra la morale mazziniana e quella positivistica. Alla vigilia della guerra libica, Cantimori si era dunque lasciata alle spalle la cultura positivistica in cui si era formato e partecipava ormai ai nuovi orientamenti della cultura italiana.

6. Negli anni dal 1904 al 1914 continuò la sua attività politica nel Partito repubblicano, sottoposto a un attento controllo poliziesco nelle varie località in cui lo conduceva il suo lavoro di insegnante. Partecipava alla lotta politica nella sua Romagna [15], alla polemica ideologica contro l'anti-mazzinianesimo socialista [16], ma s'impegnava anche nella battaglia interna al P.R.I., affiancando la polemica degli intransigenti Conti e Zuccarini contro il ministerialismo di Barzilai e compagni: quindi antigiolittismo radicale, opposizione alla guerra libica, antimilitarismo, antiprotezionismo, antiparlamentarismo [17], attenzione al mondo delle nuove riviste, dalla Voce all'Unità di Salvemini, alla quale – secondo la testimonianza del figlio (CS, 138) – era abbonato. Fra la guerra libica e l'estate del 1914, Cantimori partecipa a quel vario 'sovversivismo' in cui si ritrovano non pochi socialisti mussoliniani, repubblicani intransigenti, sindacalisti rivoluzionari: è il milieu, in cui il mito di Mazzini è singolarmente presente, che sarà all'origine della settimana rossa del giugno 1914. Questa radicalizzazione del suo impegno spiega probabilmente perché fin dal 15 maggio 1911 venga classificato dalle autorità di polizia sovversivo «pericoloso» (Simoncelli, Note, 62). Partecipa ovviamente alla campagna per l'intervento secondo la linea prevalente nel suo partito, è arruolato come ufficiale della territoriale dalla fine del '16.
Alla fine del conflitto riallaccia il dialogo ideale con Gentile, su due piani: quello della politica scolastica e quello della storiografia mazziniana. E' ben noto come fra il 1915 e il 1919 il filosofo operasse una radicale revisione dell'aspro giudizio su Mazzini espresso nella recensione a Bolton King del 1903, offrisse una lettura mistico-autoritaria del rivoluzionario genovese, lo presentasse all'Italia del dopoguerra – specie nei due saggi comparsi sulla rivista nazionalistica Politica agl'inizi del 1919 - come un «profeta» di quel rinnovamento politico-religioso di cui si faceva banditore [18]. E' da questo Gentile (e da quello dei Discorsi di religione del 1920) che Cantimori ricava le suggestioni filosofico-politiche più forti per la revisione del Saggio mazziniano del 1904, ristampato dalla casa editrice del P.R.I. in nuova edizione, sensibilmente diversa dalla precedente, nei primi mesi del 1922.

    Il popolo è sovrano – scrive ora – non come somma di volontà individuali, fortuito accordo di interessi e di egoismi [...] ma appunto come espressione di quell'universale che è nella coscienza umana, dell'universale storicamente determinato e idealmente concepito, dello spirito, di Dio: Dio e popolo. Ma di quel Dio che vive nella coscienza dell'uomo e nel pensiero dell'uomo e ne è il valore assoluto, immanente, eterno: e in questa immanenza è diritto, libertà, legge. [...] La libertà è dello spirito: l'individuo che vive in esso, che si innalza ad esso superando la propria empiricità e il proprio egoismo vede se stesso vivente e operante non entro la cerchia dei propri particolari interessi, ma nel popolo, nell'umanità, nella storia e il proprio diritto gli si tramuta entro [...] in un dovere. [...] L'io è chiamato a modificare la realtà in cui vive [...] come volontà e come forza che non soggiace al bruto fatto ma trasforma il mondo continuandolo, è fortissimo sentimento della libertà e della responsabilità individuale: libertà che ha il suo limite in se stessa, autonomia.[...] L'individuo che appartiene veramente al proprio popolo è quello che matura in esso la propria coscienza mediante l'educazione, la quale perpetua di generazione in generazione nella solidarietà sociale tutte le conquiste dello spirito: coscienza storica. [...] Sacra la fede e sacra l'eresia: non c'è contraddizione in questa affermazione mazziniana, poi che il Dio cui è serbata la sovranità non è l'immobile Dio fuori dell'uomo [...] ma è quel Dio immanente nella coscienza umana come assoluto che ha il suo verbo e la sua rivelazione nel progresso, nello sviluppo dell'umanità, in cui sembra fatale talvolta che per procedere i figli camminino sulle tombe dei padri.

7. Cantimori riproponeva la negazione mazziniana della libertà d'insegnamento (lo Stato mazziniano non è lo «Stato agnostico e negativamente laico del liberalismo», non può rinunziare «alla propria funzione educativa e formatrice, né a quel controllo su ogni forma d'istruzione che non è solo garanzia contro l'errore, sì anche difesa dell'inesperienza contro l'immobilità e la frode»), ma aggiungeva che l'«ateismo governativo che egli [Mazzini] denuncia non è il fatto della varietà degli insegnamenti e delle voci discordi, ma la laicità negativa, l'assenza di un pensiero nello Stato, ch'egli voleva consapevole del proprio valore, e separato dalla Chiesa solo per provvisoria e temporanea misura», perchè «lo Stato deve innalzarsi alla Chiesa, incarnare in sé un principio religioso».

    Il Gentile – aggiunge – che sostiene con fortissime pagine la necessità di una politica in cui lo Stato sia consapevole del valore che gli è immanente, in cui ad esso sia assegnato un fine di formazione intellettuale, morale e religiosa a un tempo, delle energie spirituali – vuole che lo Stato guardi come a propria alleata alla Chiesa non per ciò ch'essa ha di particolare come una chiesa fra le altre, ma per ciò in cui tutte le chiese s'accordano e procedono insieme. Ora questo 'guardare' è (o m'inganno) il guardare di una filosofia della religione, a cui una religione storica, positiva, non può consentire senza perder la propria natura, cessar d'esser se stessa. La Chiesa potrà rinunciare a prerogative e privilegi, ma non alla certezza di essere l'unica depositaria della verità: e lo Stato che afferma il valore della religione com'essa vive, in tutte le forme, senza combatter nessuna forma religiosa, con questa affermazione appunto urta con la Chiesa e tende a esautorarla completamente. L'istruzione religiosa che consideri la religione come uno dei momenti della verità, dell'aspirazione all'assoluto, dovrà differire intimamente, nello spirito e nei modi, da quella che vede nella Chiesa tutta la verità. [19]

Queste lunghe citazioni erano necessarie, perché ci restituiscono il tono di quel «mazzinianesimo 'autoritario' teorizzato da uno studioso mazziniano che leggevo molto», il senso delle «prime letture mazziniane, che è associato nella memoria a discussioni sul principio di autorità in Mazzini, alla lettura dei Profeti del Risorgimento del Gentile», di cui parlerà Delio molti anni più tardi (Storici, 285); e ci spiegano perchè a molti attivisti repubblicani ravennati il Mazzini di Carlo Cantimori restasse estraneo («l'idea e l'ideale sono una cosa, ma quello del libro di tuo padre è spiritualismo, roba da preti») [20].

8. Negli stessi anni in cui faceva propria la lettura gentiliana di Mazzini (e la connessa proposta politico-filosofica), Carlo Cantimori entrava nel gentiliano 'partito della scuola', nel variegato fascio di forze, cioè, che si batteva per la riforma della scuola secondo il progetto delineato dal filosofo. Nel 1922, al XV congresso del Partito Repubblicano che si svolse a Trieste dal 22 al 25 aprile, il professore romagnolo svolse la relazione sul problema scolastico, che accettava i punti fondamentali delle proposte di Gentile, anche quelli – come la valorizzazione della scuola privata, l'esame di stato, l'insegnamento religioso nella scuola elementare - che sembravano contraddire la viva tradizione laicistica presente nel Partito: significativamente la relazione veniva pubblicata sull'Educazione nazionale di Lombardo Radice [21], con cui i rapporti eran già di lunga data. Nello stesso congresso Cantimori entrava a far parte della commissione esecutiva (oggi diremmo nella direzione nazionale) del P.R.I.
Non si deve tuttavia pensare che questi approdi comportassero – di fronte alla guerra civile che insanguinava il paese – un atteggiamento filofascista. Anzi, negli schieramenti interni al suo Partito, Cantimori fa parte della corrente di Conti e Zuccarini, fortemente ostile al fascismo e per questo combattuta da non poche 'consociazioni' in cui è più vivo l'antisocialismo e quindi una comprensione simpatetica per l'azione mussoliniana [22]. Lo testimoniano gli articoli scritti per il settimanale dei repubblicani emiliani e romagnoli in quel 1922, in cui tuttavia, all'antifascismo di fondo, si affiancano la persistente polemica contro il neutralismo socialista, la ripresa del più radicale antigiolittismo, il culto per le memorie dell'interventismo (Corridoni, Battisti) e per il D'Annunzio fiumano [23]. Questi articoli confermano quanto testimoniato dallo stesso Cantimori (Simoncelli, Note, 65), cioè la partecipazione del padre al comitato organizzatore dello 'sciopero legalitario' del 31 luglio-3 agosto 1922, proclamato dopo la 'conquista di Ravenna' da parte delle squadre di Italo Balbo (26-27 luglio 1922), e ci inducono a ritenere che, nell'incontro notturno del 4 novembre 1922, a Forlì, fra il repubblicano filofascista Innocenzo Cappa e i maggiorenti del partito in Romagna, a cui il liceale Delio assistette, suo padre fosse fra quanti «volevan chieder conto al Cappa, loro vecchio amico politico, del suo evidente passaggio 'dall'altra parte'» e che accettarono la vittoria fascista non «senza riserve né senza qualche vergogna, né qualche scontroso rimbrotto» [24], tanto che, ancora nel 1924, non trascurava l'ipotesi di emigrare in Francia e si sdegnava «per l'uccisione di un membro del Parlamento», suscitando lo stupore del figlio, cui sembrava «giusto, cioè logico, – lo avrebbe confessato dieci anni più tardi – che un nemico pericoloso e acre dovesse essere eliminato» (Prosperi, Introduzione, XXI). Come vedremo, quindi, il fascismo di Delio fu più precoce di quello del padre, anzi esso maturò quand'ancora Carlo Cantimori era su posizioni di estraneità rispetto al nascente regime.

9. La sua iscrizione al P.N.F. (su invito e come 'patriota') risale all'aprile 1926: le vicende successive, la direzione dell'Istituto fascista di cultura di Forlì, la conferenza forlivese di Gentile da lui patrocinata (3 marzo 1930), sono state ricordate da Simoncelli (Cantimori, 27), come anche la sua carriera di preside di istituti secondari e di liceo. Merita attenzione, per il suo significato ideologico, il primo dei tre romanzi scritti in quegli anni, che segna lo sbocco della parabola dell'antico sovversivo e nel contempo il tentativo di darne una giustificazione. La strada mia corta rievoca il mondo della protesta sociale e politica della Parma fine secolo, le amicizie socialiste, l'impegno nei circoli dei partiti popolari, ma anche la crescente disaffezione e stanchezza e, da ultimo, il 'ritorno alla patria', il riemergere del sentimento nazionale:

    Volli uscire da me stesso, dal primo'confidente immaginare' della fanciullezza e costruii un mondo con il povero gioco dei miei pensieri. Ne sto ritrovando, con virile consapevolezza, un altro, in cui fioriscon gioie ignote alla fiacchezza del sognatore, nella realtà spirituale che si chiama storia e il cui volto nel mondo è la nazione .[25]

Il 31 maggio 1945, Carlo Cantimori scriveva da Parma all'amico Alfredo Bottai di essere stato 'epurato' dal neo-provveditore agli studi Ferdinando Bernini e quindi allontanato dal suo posto di insegnante nel liceo pareggiato Maria Luigia (Cantimori aveva terminato la sua carriera nel '36 come preside del liceo Romagnosi di Parma, ma aveva chiesto di essere riammesso in servizio come insegnante nel 1940 in occasione dello scoppio della guerra) «per attività collaborazionista svolta dopo l'8 Settembre» [26]. Soprattutto gli veniva imputata una pubblica presa di posizione in occasione dell'anniversario della repubblica romana del 1849, in cui, dopo aver lamentato l'oblio da cui erano state avvolte quelle vicende per opera della successiva politica moderata, soggiungeva:

    Ma «noi non dimentichiamo», disse in questi anni di guerra Mussolini, quando sorse sugli spalti di quella difesa l'ossario veramente, dopo tanta attesa, degno di quei caduti. Meno che mai dimentichiamo ora. E commemorare significa, come allora, non disperare della Patria. Nella repubblica, allora, l'aurora purissima dell'Italia nuova; ora, l'aurora della resurrezione in cui ritroveremo, dopo gli orrendi giorni della caduta, la strada, le forze, la dignità. E l'ardore di patria, che chiama intorno a Roma difensori italiani per l'onore e l'avvenire d'Italia, commemora oggi più d'ogni epica poesia di ricordi il nove febbraio del 1849 [27].

10. Le successive lettere a Bottai ci riportano a Russi, dove, ormai settantenne, era ritornato. L'antico dèmone della politica lo riafferra: di nuovo si impegna nel Partito repubblicano e partecipa alla campagna elettorale per il referendum istituzionale del 1946. Morrà il 22 agosto 1963, tre anni prima del figlio.
Ora siamo in grado di comprendere meno genericamente lo sfondo della formazione di Delio Cantimori, quale egli lo rammenta, per esempio, nella prima redazione della Prefazione all'edizione basileese degli Eretici: «Queste ricerche sono nate dai problemi giovanili di uno studente liceale, maturato in una città di provincia, in ambiente di gente di scuola, dalle tradizioni mazziniane e repubblicane (cioè di opposizione), mosso però dai fermenti idealistici del crocianesimo e soprattutto dell'idealismo gentiliano nel suo primo slancio di diffusione nelle scuole italiane. Tutti allora parlavano di riforma e di rinnovamento in Italia: nei più vari sensi e secondo le più varie tendenze politiche e sociali» (Eretici, 11). E possiamo anche avviarci a capire le radici del suo fascismo, ché la parabola di Carlo (e di Delio) Cantimori ripropone il problema del rapporto fra la tradizione mazziniana (una nebulosa politico-culturale ben più ampia del Partito repubblicano e del mazzinianesimo ufficiale) e certo fascismo, quello di provenienza sindacalista, repubblicana, più generalmente 'sovversiva' (Belardelli, 382-384): il giovane Cantimori - lo vedremo – concepisce la politica come il momento più alto dell'attività umana, vive il fascismo come una forma di religiosità politica, sente fortemente il vincolo fra individuo e nazione, sottolinea la funzione decisiva dell'educazione nazionale, momento fondamentale per la creazione di un popolo nuovo. Son tutti tratti essenziali, – come la tematica corporativa, nucleo di una rivoluzione che sia nel contempo sociale e nazionale, e l'accento posto sull''europeismo' fascista, base di una nuova «Giovine Europa», - del discorso politico fascista, o almeno di determinate componenti del fascismo, nei quali – anche di recente – sono stati ravvisati echi della tradizione mazziniana [28].

11. I conti con questo mondo, dunque, coincidono con quelli col fascismo. Quando, per esempio, nel 1935, recensendo alcuni esponenti del Deutscher Sozialismus, Cantimori li ricollega «a quelle forme di solidarismo socialnazionale della prima metà del secolo XIX, alle quali da noi indulse anche il Mazzini, e che nella seconda metà continuarono a vivere nei paesi e nei gruppi etnici o presso gli strati sociali, i quali mentre erano preoccupati del problema della formazione delle unità nazional-statali dovevano anche prendere atto dei problemi sociali che lo svolgimento economico rendeva sempre più gravi, ed erano per varie ragioni inclini a risolvere entrambi i problemi con la loro contaminazione» (PSC, 287); quando avverte, di tali soluzioni, il carattere «precritico» rispetto al «grande progresso compiuto dall'applicazione del concetto del valore economico del lavoro al problema sociale» (PSC, 293) e il risvolto autoritario («Accade cioè che quei concetti [...] , quando si tenti di applicarli nella pratica, possono bensì apparire come idee direttive per aumentare la possibilità di sviluppo e di indipendenza, di autonomia degli uomini, ma in realtà significano al medesimo tempo un ritorno a ideali di convivenza umana, che nel corso della storia hanno mostrato spesso di risolversi in una compressione di tale autonomia»: PSC, 298), si ha la percezione che sia in atto in lui un processo di distacco critico da tutto un retroterra culturale e politico. Le conseguenze sul piano storiografico sono avvertibili di lì a pochi anni: nello studio dei programmi, delle utopie, delle considerazioni politico-sociali a tendenza socialistica e comunistica durante il periodo che va dalla seconda metà del Settecento al 1848, in Italia e fra gli italiani, soffocate a lungo dal prevalere del problema strettamente politico dell'unità e dell'indipendenza nazionale (ma riconoscerà – anche in quest'àmbito nuovo – la necessità di analizzare «le idee socialistiche del Mazzini nel periodo precedente al 1848-49») [29]. Si comprende così come un alunno, che lo conoscerà nel 1947, riferisca di una sua «certa insofferenza per il pensiero del grande cospiratore genovese» e della sua insoddisfazione per la «scarsa nitidezza ideologica» presente in quegli ambienti [30]. Molti dei riferimenti autobiografici che ricorrono nei suoi scritti più tardi confermano tale impressione. Ma per lunghi anni, per Cantimori, Mazzini era stato un punto di riferimento o un esempio ricorrente [31], né a lui sfuggiva (ed erano cose piuttosto ovvie negli ambienti in cui si era formato) il nesso fra l'unitarismo della mistica teologia mazziniana e il movimento religioso che dal trascendentalismo americano risaliva a Jefferson, a Newton, a Milton e che aveva come fondatore Fausto Socino (PSC, 132): Da Socino a Mazzini era il titolo di un opuscolo «così buffo» di Pietro Sbarbaro, e temi analoghi si ritrovavano in David Levi o Aurelio Saffi, tutti uomini per cui la riforma complessiva della società italiana avrebbe dovuto essere ad un tempo politica, sociale e religiosa o non sarebbe stata [32].

12. Ci si può infine chiedere se dalla formazione lato sensu mazziniana siano derivati tratti permanenti della personalità di Cantimori, che attraversino le varie fasi politico-ideologiche della sua vita. In uno sconfortato appunto autobiografico del 28 marzo 1956, egli avvertiva che uno dei suoi «grandi sbagli» era stato quello di aver ceduto sempre al richiamo della politica, credendo di capirci qualcosa, anzi di essersene fatto «un dovere 'mazziniano'», e di averla affrontata con uno «sterile moralismo russo-mazziniano» (Mangoni, XLI). In momenti decisivi, all'indomani del XX congresso del PCUS, lo storico si rimproverava una concezione dell'esistenza unilateralmente proiettata sulla dimensione politico-sociale, per cui l'individuo trova nella politica, nella vita dello Stato, il momento più alto. Ne aveva derivato un ideale 'civico' di libertà intesa come servizio e partecipazione a forme politiche collettive, non come limitazione del potere coercitivo dell'autorità statale e garanzia di diritti individuali; e insieme, una tendenza a sottolineare il ruolo-guida di minoranze virtuose e quel suo «intellettualistico, permanentemente idealistico, approccio all'idea di 'rivoluzione'» di cui ha parlato un'allieva (Seidel Menchi, 785).


[2] - G. Salvemini, Mazzini (Firenze: La Voce, 1925), ora in Id.., Scritti sul Risorgimento, a cura di Pieri e C. Pischedda (Milano: Feltrinelli, 1961), 147. Sulla figura di Carlo Cantimori non si ricava molto da Zama, «Ricordo di Carlo Cantimori (21 ottobre 1878-22 agosto 1963)», in Studi romagnoli, 17 (1966): 109-122, se non la conferma di una contiguità ideologico-politica: si ricordi che lo Zama fu studioso di una certa fama, editore di carteggi di Oriani e autore di un volume di storia militare risorgimentale dal titolo emblematico: La Marcia su Roma del 1831. Il generale Sercognani (Milano: Moneta, 1931).

[3] - C. Cantimori, «Popolani e studenti in Parma fine Ottocento», in Aurea Parma, 43 (1959): 209-226. Le vicende degli anni parmensi sono al centro del romanzo autobiografico La strada mia corta (Milano:Alpes, 1929): nei personaggi Pietro Longa e Alceta si riconoscono facilmente Campolonghi e De Ambris. Ancora il 2 settembre 1950, scrivendo da Russi al compagno di fede mazziniana Alfredo Bottai (zio dell'ex ministro Giuseppe), rievocava gli «anni indimenticabili della mia giovinezza parmigiana, tra il 1896, l'anno dell'insurrezione dell'oltretorrente per la guerra d'Africa, e il sanguinoso maggio del 1898» (Domus Mazziniana di Pisa, Fondo Alfredo Bottai, G III m 46/24). Sulla figura di Alfredo Bottai, belle pagine sono in G. Bottai, Diario 1935-1944, a cura di G. B. Guerri (Milano: Rizzoli, 1982), 41-45.

[4] - L. Gestri, Capitalismo e classe operaia in provincia di Massa-Carrara. Dall'Unità d'Italia all'età giolittiana (Firenze: Olschki, 1976), 184, ma v. anche 176-185.

[5] - D. Cantimori, «Prefazione all'edizione di Basilea. Redazione inedita» (Eretici, 11-14, 11).

[6] - Si veda, per esempio, C. Cantimori, «Piccolo Mondo moderno», in La Educazione politica, 3 (1901): 190-192, graffiante analisi ideologica del romanzo di Fogazzaro.

[7] - Id., La nostra idea. Le sue ragioni. Il suo valore (Milano, per cura del Comitato Centrale, 1901), 8, 15-17, 21, 27.

[8] - C. Cantimori ad A.Ghisleri, Russi 31 luglio 1901 (Domus Mazziniana di Pisa, Carte Ghisleri, A III B 3/1).

[9] - C. Cantimori, Saggio sull'idealismo di Giuseppe Mazzini (Faenza: Casa Tipogr. Ed. G. Montanari, 1904), 319-331. Analoghe posizioni in «Il pensiero etico mazziniano (Divagazioni storiche)», in XXI Giugno 1905. Genova a Giuseppe Mazzini nel centesimo anniversario della nascita (Roma-Napoli, a cura della Rivista Popolare, 1905), 41-42.

[10] - A. Galante Garrone, Salvemini e Mazzini (Messina-Firenze: D'Anna, 1981), 136-156. Riferimenti al sansimonismo sono in Cantimori, Saggio, 43-45, 152, 298-299. La prolusione salveminiana fu pubblicata in Annuario della R. Università di Messina, 1904-1905 (anno CCCLV) (Messina: D'Angelo, 1905), 15-138.

[11] - C. Cantimori, «Dopo il centenario», in Il Resto del Carlino, 4 settembre 1905. Per il dialogo epistolare di allora fra Cantimori e Salvemini, si vedano le lettere o cartoline postali di Cantimori a Salvemini del 7, 12, 14, 20 dicembre 1904 e del 3 gennaio e 4 settembre 1905 (Istituto storico per la Resistenza in Toscana, Firenze, Carte Salvemini, fasc. Carlo Cantimori).

[12] - Id., «Mazzini e la rinascenza religiosa del suo secolo», conferenza tenuta il 21 maggio 1905 nell'aula magna dell'Università di Genova, in Mazzini. Conferenze tenute a Genova (Maggio-Giugno 1905), (Genova: Libreria Federico Chiesa, 1906), 3-27. Nel testo si allude a W. James, Le varie forme della coscienza religiosa: studio sulla natura umana, trad. G. C. Ferrari e M. Calderoni, pref. di R. Ardigò (Torino: Bocca, 1904).

[13] - C. Cantimori, «Polemichetta mazziniana», in La Ragione (Roma), 17 luglio 1909, in risposta ad A. Carlini, «Ciò che è vivo e ciò che è morto del pensiero di G. Mazzini», ibid., 7 e 9 luglio 1909; Carlini avrebbe poi replicato in «Polemichetta mazziniana», ibid., 20 luglio 1909. Carlini aveva, a suo tempo, recensito il Saggio mazziniano di Cantimori in «La Romagna», 1904: 96. Ora si comprende meglio il riferimento di Delio Cantimori all'«amicizia personale» fra Carlini e suo padre contenuto nella lettera a Federico Gentile del 13 ottobre 1937 (Mangoni, XXVIII, nota 61).

[14] - B. Croce, «Documenti carducciani, I: Una dimenticata polemica tra il Carducci, F.Fiorentino e A.C. De Meis (1868)», in La Critica, 8 (1910): 401-421, 420-421 in particolare. La risposta di Gentile si arguisce da alcune affermazioni dello stesso Cantimori in una lettera ad Alfredo Bottai (Russi, 30 settembre 1946): «I malumori crociani verso il Mazzini sono di vecchia data [...] Ricordo che 35 anni fa, nel 911, scrissi al Gentile facendogli notare qualche errore in quei malumori, il Gentile mi rispose che non ne avrebbe parlato al Croce – perché tanto questi sarebbe rimasto del suo parere. Tuttavia, qualche tardivo riconoscimento c'è stato verso il M. nel Croce (amplissimo fu invece il riconoscimento del Gentile dopo un aspro – e anche meschino – giudizio del 903» (Domus Mazziniana di Pisa, Fondo Alfredo Bottai, G III m 46/11): Cantimori qui si riferisce alla recensione gentiliana alla biografia di Bolton King, in La Critica, 1 (1903): 453-464, poi in G. Gentile, Albori della nuova Italia. Varietà e documenti, parte prima, 2° ediz. riveduta e accresciuta a cura di V.A. Bellezza (Firenze: Sansoni, 1969), 195-214. La «Relazione della Commissione giudicatrice del Concorso generale a cattedre di pedagogia e morale nelle scuole normali maschili governative», datata: Roma, 19 febbraio 1910, è nel Bollettino ufficiale del Ministero dell'Istruzione Pubblica, 1910, vol. II, 3371-3377. Carlo Cantimori risultò vincitore, secondo in graduatoria.

[15] - L. Lotti, I repubblicani in Romagna dal 1894 al 1915, pref. di G. Spadolini (Faenza: Lega, 1957), 230, 293. Interessanti riflessioni sull'ambiente politico romagnolo e sui contrasti fra socialisti e repubblicani sono in C. Cantimori, «Fra repubblicani e socialisti in Romagna», in Rivista popolare, 15 (1909): 64-66.

[16] - Id., «L'ombra di Mazzini di G. Barni, 'Avanti!' 5 luglio 1913», in L'Iniziativa (Roma), 12 luglio 1913; Id., «Ancora dell''ombra di Mazzini'», ibid., 2 agosto 1913.

[17] - M. Tesoro, I repubblicani nell'età giolittiana (Firenze: Le Monnier, 1978), passim.

[18] - E. Gentile, Le origini dell'ideologia fascista (Bari: Laterza, 1975), 343-369; G. Turi, Giovanni Gentile. Una biografia (Firenze: Giunti, 1995), 124, 233-234 e passim; G. Sabbatucci, «La grande guerra e i miti del Risorgimento», in Il Risorgimento, 47 (1995): 215-226, 221-223. Nel testo mi riferisco a G. Gentile, «Mazzini», in Politica, 1 (1919): 184-205; «Ciò che è vivo di Mazzini», ibid., 336-354, subito ristampati in volumetto col titolo Mazzini (Caserta: Marino, 1919), poi in I profeti del Risorgimento italiano (Firenze: Vallecchi, 1923).

[19] - C. Cantimori, Saggio sull'idealismo di Giuseppe Mazzini (Roma: Libreria politica moderna, 1922), 296-302. L'Avvertenza è datata: Ravenna, 25 febbraio 1922. Del testo di Cantimori sono ancora da segnalare almeno il persistente antigiolittismo (323-324), il rifiuto di «ogni forma [...] d'imperialismo» (326), la critica del «determinismo etnico e nazionalista» (332) e quindi un'idea di nazione in senso storico, l'interesse per la rivoluzione russa considerata come vittoria contro il determinismo, quindi in qualche modo mazziniana (337), il riconoscimento del valore della lotta del proletariato «per la conquista della propria umanità, negatagli dall'egoismo e dalla cecità dei dirigenti e dei governi di classe» (325).

[20] - D. Cantimori, «Il mio liceo a Ravenna (1919-1922)», in Ravenna. Una capitale. Storia, costumi, tradizioni (Bologna: Alfa, 1965), 249-253, 251.

[21] - C. Cantimori, «Il problema della scuola (Relazione del prof. Cantimori al Congresso repubblicano)», in L'Educazione Nazionale, 4 , 5-6 (maggio-giugno 1922) :13-17. Ma cfr. anche Id., «Il problema della scuola», in La Critica politica, 2 (1922): 206-212, dove si afferma che «l'accettare [...] la libertà d'insegnamento secondo lo spirito del progetto sull'esame di Stato presentato già dal Croce e oggi ripreso dall'Anile, non è certo per noi uno scostarci dalle nostre 'dottrine' o un contraddire ad esse» (212) e si indicano come idola da distruggere l'anticlericalismo e il vittimismo della scuola di Stato. Già nel 1914 Carlo Cantimori figurava fra i collaboratori della collana «Scienza e vita», diretta da Lombardo Radice per l'editore catanese Francesco Battiato: v. I. Picco, Militanti dell'ideale. Giuseppe Lombardo-Radice e Giuseppe Prezzolini. Lettere 1908-1938 (Locarno: Armando Dadò editore, 1991), 163.

[22] - S. Fedele, «Il Partito Repubblicano Italiano nel primo dopoguerra 1918-1922. Dal congresso di Ancona alla marcia su Roma», in Archivio Trimestrale, 6(1980) : 509-544, da cui si apprende che Cantimori era stato messo in minoranza al congresso regionale romagnolo-emiliano (23 ott. 1921) da Ubaldo Comandini per il suo filosocialismo e antifascismo (533). Per il suo atteggiamento al congresso di Trieste, ibid., 538.

[23] - Cfr. soprattutto «Più vero e maggiore», in L'Iniziativa, settimanale della Federazione Repubblicana Romagnola-Emiliana, I, 1 (3 marzo 1922), contro Giolitti; «Continuando», ibid., I, 15 (14 aprile 1922), su D'Annunzio; «Lo sciopero generale», ibid., I, 31 (5 agosto 1922), sullo 'sciopero legalitario' promosso dall'Alleanza del Lavoro, in cui viene ribadito l'appoggio agli scioperanti, il valore della lotta contro la violenza fascista, ma si critica anche l'impostazione dello sciopero, troppo limitato negli obiettivi, e si ribadisce l'importanza del mutamento istituzionale. Alcuni di questi articoli sono siglati con una X, ma sono di Cantimori (cfr. Zama, «Ricordo»).

[24] - D. Cantimori, «Prefazione» a R. De Felice, Mussolini il rivoluzionario 1883-1920 (Torino: Einaudi, 1965), XIV-XV.

[25] - C. Cantimori, La strada mia corta, 304-305. Conviene riportare parte della breve recensione che ne apparve su Pattuglia, il settimanale fascista degli universitari cagliaritani a cui collaborò – come vedremo più sotto – lo stesso Delio, anche perché non è escluso che ne sia autore lui stesso (è firmata ciorì, cioè la lettera iniziale e le tre finali di Cantimori): «Questo libro – che è stato intitolato romanzo e che se si volesse badare alle etichette, meglio si intitolerebbe racconto – ci trasporta nel cuore romantico e generoso di quella Romagna che amiamo attraverso Panzini, Beltramelli e Pascoli. La trama di questo racconto è, nel suo nocciolo, palesemente autobiografica; è la tragedia di un romagnolo che studente a Parma in mezzo a inquietudini ed incertezze spirituali – non rinnegando la lotta, ma cercando di superare quel rancore di contese faziose, per il quale era stato ucciso suo padre repubblicano – giunge lentamente alla comprensione del valore severo della storia più bella dell'utopia. La vita del bambino spaurito fra le contese fratricide e dell'adolescente ansioso dell'ideale e insoddisfatto della piccola passioncella e della piccola bega dei procaccianti, è, in questo libro, rivissuta attraverso un velo discreto di nostalgia, come un paesaggio lontano impigliato nella rete malinconica di una pioggia autunnale.[...] Per noi fascisti il racconto di Carlo Cantimori è anche un interessante documento di quella gretta lotta politica che immiseriva un popolo di così sincera e fiera tempra: a Parma le barricate socialiste, in Romagna il culto commosso delle idealità repubblicane, del risorgimento ci ricordano un tempo appassionato ma rissoso, che ora si è maturato in una nuova passione ma in una serena passione italiana. Questo racconto in cui sono tante pagine delicate con toni ingenuamente ma non grossolanamente romantici, potrebbe chiamarsi il diario spirituale di un italiano, di quell'italiano idealista, ardente, che ama anche al di là dell'amore la donna con tenerezza accorata e che gusta l'arte e si entusiasma per un nobile sogno, italiano che non è stato e non è soltanto un 'cliché' sbiadito di una rettorica morta» (Pattuglia, I, 24 [19 ottobre 1929]: 3). Il secondo romanzo, Pènsaci (Torino: Sei, 1932) è la storia di un giovane di umile condizione sullo sfondo della Romagna del primo quarto di questo secolo, con le sue lotte politiche e sociali. Qui la conclusione è ancora più esplicita: narrando dei primi anni Venti, Carlo Cantimori scrive: «Già stava passando il tristo baccanale della speculazione sui morti, sui lutti, sulle lacrime; già la nazione seguiva Chi l'aveva scortata dal baratro e le mostrava il cammino. Riprenderla, l'esistenza: oh! con qual nuovo coraggio! Con qual fede! Tutti al loro posto, come allora lassù, come nei reggimenti che avevano marciato ognuno con il proprio compito e per la propria via, magari l'uno senza sapere dell'altro, ma vòlti tutti alla stessa meta, verso la riscossa, verso la vittoria. I lavoratori, gli industriali, le classi, le attività, le intelligenze e le braccia, ognuno al proprio posto e la Nazione sopra tutti, perché entro il miglior cuore di tutti» (214-215).

[26] - C. Cantimori ad A. Bottai, Parma 31 maggio 1945 (Domus Mazziniana di Pisa, Fondo Alfredo Bottai, G III m 46/1).

[27] - C. Cantimori, «9 febbraio 1849. La Repubblica Romana», in La Gazzetta di Parma, 8 febbraio 1944. Cantimori faceva riferimento al discorso pronunciato da Mussolini a Roma, sul Gianicolo, la mattina del 3 novembre 1941 alla cerimonia per l'inaugurazione del monumento ossario ai caduti garibaldini nella difesa di Roma del 1849, in cui – dopo aver ricordato che francesi erano stati i fucili che avevano soffocato la Repubblica mazziniana e che avevano fatto miracoli a Mentana nel 1867 – concludeva: «Dai nostri spesso lunghi e qualche volta necessarî silenzi nessuno sia indotto a trarre conclusioni arbitrarie. Noi non dimentichiamo» (B. Mussolini, Opera omnia, XXX, 132). Per l'interesse che la stampa di Salò ebbe per Mazzini e per il Risorgimento sconfitto (da qui i continui richiami alla Repubblica romana e ai martiri mazziniani) v. G. Parlato, «Il mito del Risorgimento e la sinistra fascista», in Il Risorgimento, 47 (1995): 244-283, 271-276.

[28] - G. Belardelli, «Il fantasma di Rousseau: fascismo, nazionalsocialismo e la 'vera democrazia'», in Storia contemporanea, 25 (1994): 361-389, in particolare 375-380. I caratteri illiberali di certa tradizione mazziniana e dei suoi esiti sono stati chiaramente posti in luce da Roberto Vivarelli, in rapporto sia alla mentalità massimalistica che caratterizzò la più parte del socialismo italiano (R. Vivarelli, «Rivoluzione e reazione in Italia negli anni 1918-1922», in Il fallimento del liberalismo. Studi sulle origini del fascismo [Bologna: Il Mulino, 1981], 137-138; Id., Storia delle origini del fascismo. L'Italia dalla grande guerra alla marcia su Roma, II, ivi, 1991, 396-398) sia a temi poi confluiti nel nazionalismo e nel fascismo (Id., «Salvemini e Mazzini», in Rivista storica italiana, 97 [1985]: 42-68, 50-58). Rinvio anche a R. Pertici, «Per la storia del 'vario nazionalismo italiano': l'itinerario politico di un poeta repubblicano, Ceccardo Roccatagliata Ceccardi», in Rivista storica italiana, 97 (1985): 810-871, dove, partendo dall'esame di certi ambienti di repubblicanesimo sovversivo, si cercava di avanzare anche ipotesi più generali. Sulla predilezione di Carlo Cantimori per l'opera letteraria di Ceccardo, cfr. C. Cordié, «L'alunno perfezionando Delio Cantimori (Scuola Normale Superiore di Pisa, 1928-'29), III – Appunti e ricordi», in Rivista di studi crociani, 13 (1976): 53-71, 60.

[29] - D. Cantimori, Utopisti e riformatori italiani 1794-1847. Ricerche storiche (Firenze: Sansoni, 1943), 11-12, 127, 144-147, 175-176.

[30] - M. Berengo, «La ricerca storica di Delio Cantimori», in Rivista storica italiana, 79 (1967): 902-943, 903. Berengo ricorda, tuttavia, il corso fiorentino del 1955-56 dedicato a Giuseppe Mazzini e il mazzinianesimo, la cui traccia può leggersi in G. Miccoli e L. Perini, «Corsi e seminari di Delio Cantimori (1935-1966)», in Miccoli, Delio Cantimori, 357-358.

[31] - D. Caccamo, «Il problema degli 'eretici' del Cinquecento nella storiografia italiana», in Cultura e scuola, 10, n. 38 (aprile-giugno 1971): 113-129, 115-117. Ci limitiamo a fare solo pochi esempi: nel saggio del 1928 «Osservazioni sui concetti di cultura e storia della cultura», Cantimori avverte che «Mazzini è uno dei più caratteristici rappresentanti di queste personalità che trovan la loro valutazione adeguata nella storia della cultura», nella storia cioè di quella produzione intellettuale non 'scientifica' né originale, ma pur capace di diffusione, di proselitismo, di farsi insomma forza storica: «È notevole – aggiunge – che Mazzini, la cui importanza nella storia della cultura italiana dell'ultimo tempo abbiamo già segnalata, abbia avuto gran diffusione fra gli studenti ed il popolo, cioè fra le persone che si formano come possono una cultura non accettata, ma viva» (PSC, 5 e 12n). Altrove ricorda le «argomentazioni di Mazzini contro gli 'adoratori del fatto'» (D. Cantimori, Ulrico von Hutten e i rapporti tra Rinascimento e Riform, [Pisa: Mariotti, 1930], 52). Importanti (e trascurate dalla storiografia mazziniana) sono le pagine dedicate a Mazzini in «Sulla storia del concetto di Rinascimento» del 1932 (Storici, 413-462, 438-440). Ma si veda PSC, ad nomen, e inoltre 255n, 285, 451, 500, 594. Interessante è una delle note a margine, di data non precisata, al volume Incontri di Bottai (1930), a proposito del saggio bottaiano «Il pensiero e l'azione di Giuseppe Mazzini», pubblicata in S. Barbera e G. Campioni, «Dalla filosofia alla storiografia: gli inizi di Delio Cantimori (1922-1937)», in G. Campioni, F. Lo Moro, S. Barbera, Sulla crisi dell'attualismo: Della Volpe, Cantimori, De Ruggiero, Lombardo-Radice (Milano: Angeli, 1981), 37-106, 103 nota 166, in cui Cantimori critica l'operazione politico-propagandistica intorno al pensiero mazziniano operata da Bottai. L'avviamento a una nuova riflessione su Mazzini nel dopoguerra può individuarsi nelle pagine a lui dedicate in «Idee di riforma sociale in Italia» del 1948 (Studi, 571-605, 596-600).

[32] - L'opuscolo di Sbarbaro, Da Socino a Mazzini (Roma: Perino, 1886) è ricordato in D. Cantimori, «Riformatori italiani», in Il Nuovo corriere (Firenze), 30 ottobre 1955, rec. a F. Ruffini, Studi sui riformatori italiani, a cura di A. Bertola, L. Firpo, E. Ruffini (Torino: Ramella, 1955). Sul Levi, cfr. D. Cantimori, «Note su utopisti e riformatori italiani, VI: Un sansimoniano italiano: David Levi, dal socialismo al liberalismo massonico», in Socialismo, 3 (1947): 38-41, poi rifuso in «Idee di riforma sociale in Italia», 590-594.



DOI: http://dx.doi.org/10.13128/Cromohs-15809



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